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Vaghe stelle di uno strano firmamento politico

Due senatori del Movimento 5 Stelle hanno fatto il loro dovere di senatori: ovvero, hanno fatto un atto politico, cosa per la quale sono stati eletti e sono pagati. Nella fattispecie, hanno proposto un emendamento per l’abolizione del reato di clandestinità. Per la cronaca, uno di quei reati legati alla persona, e non a quello che fa, che hanno reso controproducente ai fini stessi del controllo dell’immigrazione la legge Bossi-Fini. Per inciso, si tratta di una delle leggi (insieme alla Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze), che hanno inutilmente riempito le carceri di persone che hanno commesso reati del tutto minori, costando uno sproposito al contribuente senza nulla produrre di positivo: e che se non ci fossero aiuterebbero da sole a svuotare le carceri, senza bisogno di ricorrere ad amnistia e indulto, di cui si sta parlando proprio in questi giorni.

Al di là del merito, ancora una volta, per l’ennesima volta, si è prodotto il seguente conflitto: il fondatore e proprietario del M5S, che non siede in parlamento, Beppe Grillo, e il suo pensatore di riferimento, un privato cittadino senza alcun ruolo politico pubblico di nome Gianroberto Casaleggio, hanno sconfessato e bocciato l’iniziativa, con parole durissime.

A questo punto, ci interessa il metodo. Può un partito politico essere guidato da chi non ha a che fare con l’attività politica concreta? Si può stare in parlamento senza sporcarsi le mani con proposte di legge, anche su temi che non erano nel programma di una forza politica (cioè quasi tutti)? Il modello di partito proposto da Grillo (che, poi, tanto chiaro non è…) è una coraggiosa innovazione (anche tecnologica, grazie all’uso della rete: peraltro sempre controllata dal Casaleggio di cui sopra, in maniera opaca e attraverso piattaforme inaccessibili e non pubbliche) o semplicemente un non senso? La domanda vera da farsi, è questa. Insieme a quest’altra, sollevata da Grillo e C.: possono dei senatori prendere un’iniziativa politica senza consultarsi con il proprio gruppo parlamentare e senza consultare il loro leader (peraltro, tecnicamente, extraparlamentare)? Il che ci spinge a riflettere sul fatto che uno dei problemi sia anche la non conoscenza dell’ABC della politica parlamentare, e forse della politica in quanto tale: dilettanti allo sbaraglio, insomma. Ma il nodo principale non è l’inadeguatezza personale e l’incapacità professionale (assai diffuse anche altrove, e trasversali): è un nodo tutto politico, e anche deontologico, morale.

Ancora pochi giorni fa il M5S, in occasione della fiducia chiesta da Letta, ha espresso il suo no con un veemente e appassionato discorso della senatrice Taverna: un bel discorso da forza di opposizione. Ma una forza di opposizione ha il dovere di elaborare proposte di legge su tutti i campi in cui pensa di avere qualcosa da dire: e si può non avere qualcosa da dire, oggi, sul tema dell’immigrazione? Certo, si potrebbe consultare la base (che peraltro non consulta neanche Grillo: la presume, e la interpreta, ma non le ha mai chiesto nulla). Ma si può pensare di vivere in situazione di referendum permanente sulla propria attività politica? Peraltro, mancano ancora gli strumenti per farlo, dato che proprio Grillo e C. continuano a promettere e a rinviare la creazione di una piattaforma che ancora non esiste, nonostante se ne fosse annunciata l’attivazione già molti mesi fa. Nel frattempo che si fa: si ferma l’attività politica e si aspetta che i tecnici si rimettano al lavoro?

Ecco, il nodo è questo. Ma rimanda a qualcosa di più ampio e lontano nel tempo, un principio fondativo della democrazia parlamentare: il divieto del mandato imperativo. In una famosa “Lettera agli elettori di Bristol”, nel ’700, Edmund Burke scriveva, ai concittadini che l’avevano eletto nel parlamento inglese, dicendo che dal momento della sua elezione un parlamentare non risponde più solo ai suoi elettori (e nemmeno solo al suo partito, per inciso), ma alla nazione, che è chiamato a rappresentare e nel cui superiore interesse è chiamato ad agire. Da allora, nonostante l’evidente distanza tra teoria e prassi, non si è trovato un argomento fondativo forte per dire che invece dovrebbe essere il contrario, e il parlamentare risponde solo alla sua base, e per giunta in maniera diretta. Sta a Grillo e soci, se pensano questo, l’onere della prova di trovare un meccanismo di consultazione della base che funzioni. E sta ai rappresentanti del M5S riflettere con dignità se adeguarvisi o meno. Con una decisione politica. E deontologica, appunto.

Vaghe stelle di uno strano firmamento, in “Il Piccolo” Trieste, 11 ottobre 2013, p.1

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