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Partiti che non sanno ascoltare

Proprio mentre la fiducia degli italiani nei partiti e nelle istituzioni della rappresentanza politica crolla ulteriormente, i partiti, che rappresentano tuttora il mezzo principale di canalizzazione del consenso, fanno di tutto perché la sfiducia aumenti.

A destra, il PDL rinnega se stesso per reinventare Forza Italia, con un antistorico ritorno ai fasti di un ventennio fa, mentre intorno è tutto cambiato (come se, dopo la seconda guerra mondiale, si rifondassero i fasci di combattimento, o dopo la caduta del muro di Berlino un partito comunista pro-sovietico: operazioni che guardano al passato, non al futuro). La Lega si sfalda nella guerra per bande, senza più progetto e senza più bandiere simboliche da agitare al vento. Il Movimento 5 Stelle si chiude nelle guerre in se stesso, tra un leader extra-parlamentare che decide la linea e una delegazione parlamentare senza alcuna autonomia. E il PD, proprio mentre si apre – con le primarie – al coinvolgimento dell’elettorato, si chiude, con le discussioni sul modello di partito, ripiegandosi al proprio interno.

Mentre quelle degli altri partiti sembrano più delle fughe dalla realtà che la ricerca di soluzioni (fughe all’indietro, per quel che riguarda il PDL, e fughe fin troppo in avanti – verso una democrazia della rete che ancora non esiste – per quel che riguarda il M5S, mentre la Lega sta ferma a contemplare le proprie macerie), quella del PD appare come una contraddizione che lo divide all’interno. Da un lato la proposta delle primarie (con l’idea di partito che ne consegue), che è inserita nel suo statuto e ne costituisce un elemento innovativo sostanziale, non accessorio: ma che da molti vengono subite tra mugugni crescenti, perché rischiano di accelerare il cambiamento, tanto al vertice che alla base. Dall’altro l’insofferenza progressiva di alcuni iscritti, che lamentano di essere espropriati dal proprio ruolo e di non contare nulla, proprio perché si da voce e si chiede il voto anche degli elettori: confondendo la cura con la malattia. Il coinvolgimento degli elettori e delle elettrici il PD lo prevede infatti nell’articolo 1 del proprio statuto, proprio perché voleva essere cosa diversa dai partiti del passato. E gli alfieri del partito degli iscritti sono del resto coloro che hanno fatto in modo, in questi anni, che gli iscritti stessi, stanchi di non essere mai coinvolti nelle scelte fondamentali, e chiamati solo occasionalmente a ratificare scelte e leadership decise altrove, si siano ridotti da 900.000 nel 2009 a meno della metà, o forse un terzo: portandoli all’irrilevanza anche numerica.

Il problema è generale: non solo del PD e non solo italiano. I partiti sono importanti. La lotta politica, come la Costituzione la prevede, si basa ancora, nonostante i loro difetti, su di essi. Ma sono, etimologicamente, ‘parte’: e parte sempre più piccola, non più massa. Non sono costitutivamente capaci di rappresentare il tutto. Per poterlo fare devono osservare ed ascoltare la società: iscritti, elettori, simpatizzanti motivati, antipatizzanti delusi, ma anche chi nei partiti non c’è. La società, per lo più, sta fuori, non dentro i partiti: per età (gli iscritti sono sempre più anziani: i giovani hanno altri modi di partecipare, spesso più efficienti e capaci di motivare), per sesso (il genere prevalente all’interno è ancora largamente quello maschile) e per professione (ci sono intere categorie completamente assenti, e altre – come i pensionati – sovrarappresentate).

I partiti devono dunque cambiare: diventare non uno strumento di parte, ma un modo – aperto – per prendere parte al gioco politico. Un mezzo, non un fine. Il cui valore sta nella capacità di ascolto, di elaborazione di una visione sulla società, di selezione della leadership. L’ascolto non serve, se è limitato ai soli (pochi) iscritti. Una visione della società è impossibile se essa, assente al proprio interno, non viene consultata. E la selezione delle leadership, se passa solo per i meccanismi di cooptazione interna, finisce per selezionare i peggiori, non i migliori; i conservatori, non gli innovatori; i burocrati, non i leader.

I partiti che non ascoltano, “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 14 novembre 2013, p.1, “Gazzetta di Reggio”, 15 novembre 2013, p.1, Partiti più moderni per la rinascita in “Messaggero veneto”, 18 novembre 2013, p.1

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