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Una società malata, non cura e fa ammalare

La bella e dignitosa lettera di Roberto e Sandra Giacalone, genitori del ragazzo che si è suicidato lo scorso settembre cospargendosi di benzina a un distributore, che racconta il loro calvario di mancati aiuti da parte dei servizi sociali per quel loro figlio “difficile”, pubblicata su questo giornale, tocca un tema che non va lasciato cadere. Perché da lì emerge quale società stiamo costruendo, con quali priorità, con quali gerarchie di valori.

“Non ci sono soldi. Non sappiamo cosa fare. Non abbiamo risorse. Non siamo competenti”, sono le risposte ricevute in tanti anni dai coniugi Giacalone e da loro figlio. E’ la sintesi del nostro vivere civile, oggi. E’ la risposta standard che danno i comuni, di fronte ai rincari dei costi e alla diminuzione dei servizi. E’ quanto sta accadendo nelle scuole, per le attività integrative, i progetti speciali e gli insegnanti di sostegno. E’ quanto sta accadendo per la disabilità e per i non autosufficienti: i supporti sono sempre meno, gli aiuti economici inesistenti, le attività di accompagnamento e recupero spariscono. E’ quanto succede per i consultori familiari: con la diminuzione del personale ci si occupa sempre meno della prevenzione, del costruire o salvare relazioni, del creare canali di comunicazione, e ci si occupa solo delle emergenze, del disagio grave, del danno già fatto, dell’irreparabile da tamponare in qualche modo. E’ quanto accade per le politiche per l’infanzia e quelle giovanili.

E’ una tragedia culturale e sociale, prima che un problema economico. Ed è un segnale grave di dove stiamo andando. Oltre tutto, questo accade nel silenzio rassegnato e spesso complice – quasi convinto – di tutti noi. Come se fossimo d’accordo, in fondo. Come se condividessimo l’ineluttabilità della cosa.

C’è la crisi, è vero. Ma non è vero che non ci sono più soldi per nulla: in particolare per costruire tessuto sociale (che, per una società, dovrebbe essere la priorità: come per una famiglia la cura, le energie e i soldi per tenerla insieme, anziché spenderli dopo, e peggio, in avvocati, psicanalisti, conflitti mal gestiti e danni da riparare). La pressione fiscale (su chi paga le tasse) è aumentata ulteriormente. Gli sprechi della pubblica amministrazione non sono affatto diminuiti, e non si vede ancora una politica che vada seriamente nella direzione di un loro drastico taglio. Privilegi inauditi continuano ad essere mantenuti, producendo diseguaglianze lancinanti, in continua ed evidente crescita: sono i diritti acquisiti delle pensioni d’oro, dei premi ingiustificati, dei benefit inaccettabili, degli stipendi malguadagnati, ma anche dei posti di lavoro inutili, che nessuna legge tocca mai, mentre altri diritti acquisiti (economici e contrattuali) ed altre garanzie – dei pensionati, dei tartassati, dei salariati al minimo – vengono decurtati con rigore ideologico, senza alcun principio di equanimità e senza il progetto di diminuire ineguaglianze che sono esse stesse un costo mortale (morale ma anche economico) per la società.

C’è un disegno, dietro tutto questo, anche se passa quasi completamente impercepito. Quello di far pesare tutto il costo – economico, affettivo, psicologico, etico – del costruire società agli individui e alle famiglie: come se fosse normale, ovvio. E di lasciare che la società – e la politica, e la pubblica amministrazione che dovrebbero essere al suo servizio – si occupi solo di tamponare le falle più evidenti, di ricucire le ferite che sanguinano troppo. Disinteressandosi di ciò che ha prodotto le cicatrici, del loro effetto, e se si riapriranno.

E’ un’idea folle di società, questa. Che ha dimenticato che costruire nel tempo, e prevenire, costa molto meno che curare, ed è infinitamente più efficace. Una società la cui metafora è il pronto soccorso: ci vado, o mi ci portano, quando è già troppo tardi, e se qualcuno se ne accorge, se no pazienza. Una società “sintomatica”: che si occupa (poco) del sintomo, ma non del prima e del dopo, e quindi in maniera inefficace. Come prendere un analgesico per far diminuire il dolore, quando il dolore è prodotto da una grave disfunzione interna. Una società che non cura, perché è essa stessa malata: e fa ammalare.

Una società malata non cura, in “Mattino” Padova, 7 novembre 2013, p.1

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