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La logica dei diritti e il bisogno di riforme

La nostra è una società impantanata, soffocata dalle caste e dalle corporazioni dei privilegiati e dei garantiti, oppressa da adempimenti legislativi, burocratici e fiscali intollerabili che ne imprigionano le forze e la creatività, con tassi di mobilità sociale bassissimi, più simili a un feudalesimo temperato che a una moderna democrazia europea. La sua priorità è quindi liberare le sue energie e sottrarsi al giogo dei legami che le impediscono di svilupparsi. In economia questo significa creare lavoro e opportunità di sviluppo, liberando l’iniziativa economica dai fardelli che la imprigionano; in politica significa modernizzare le istituzioni della democrazia, rendendo la politica responsabile delle sue azioni, restituendo ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Non è un caso, quindi, che le leadership politiche emergenti, che intercettano questa domanda di innovazione perché è anche la loro, che appartengono a generazioni che hanno una esigenza di rappresentanza dei propri interessi frustrata dalle gerontocrazie dominanti, e forti anche del sostegno che stanno ottenendo dalla pubblica opinione e dal consenso popolare, spingano con forza in questa direzione, ponendo come priorità urgenti la riforma dei fondamentali economici e istituzionali del paese: leggi sul lavoro e iniziative di crescita dell’economia, da un lato, e legge elettorale e riforma delle istituzioni dall’altro. Ma c’è una logica anche nel fatto che non si fermino qui.

Tutto questo, infatti, non basta. Storicamente, i momenti di apertura, di riforma, di rinnovamento, per non parlare di quelli di rivoluzione, sono sempre stati accompagnati da riforme radicali sul piano dei diritti. I popoli hanno potuto rimanere oppressi anche a lungo. Ma è dove e quando intravedono le prime crepe nel muro delle proprie prigioni che, invece di accontentarsi della migliore situazione acquisita, hanno sempre teso a chiedere e ottenere ancora di più: perché la stessa aria di liberazione attraversa la sfera economica, quella politica, quella sociale e quella civile. E’ un principio che aveva già notato Tocqueville, nel suo libro sulla caduta dell’ancien régime: “Una cosa sorprende innanzi tutto: la Rivoluzione, il cui fine principale era quello di abolire ovunque ciò che ancora rimaneva delle istituzioni medioevali, non scoppia là dove queste istituzioni, meglio preservatesi, maggiormente facevano avvertire al popolo il loro peso e i loro impedimenti, ma là invece dove erano meno dure, quasi che il loro giogo apparisse più intollerabile dove era meno gravoso”. Ed è un meccanismo che si è ripetuto molte volte nella storia.

In Italia abbiamo sopportato di tutto, fino a ieri: su tutti i piani. Oggi che sono tangibilissimi i segnali di rivolta morale e civile, di indignazione, di protesta, e si intravedono i primi segni di riforma in alcuni settori della società, si scopre che questi non bastano più: che occorrono cambiamenti radicali, anche altrove. Non è casuale, pertanto, che oggi abbia più spazio e più voce chi vuole allargare anche la sfera dei diritti e quella delle opportunità. Che si tratti di intervenire sui modelli familiari, aprendo alle coppie di fatto e alle unioni omosessuali, o ragionare sulla depenalizzazione delle droghe leggere, uscendo da una logica proibizionista, poliziesca e oppressiva, o ancora aprire la sfera dei diritti anche ai nuovi cittadini, con il conferimento della cittadinanza ai figli di immigrati, e puntare all’abolizione delle discriminazioni più gravi della legislazione anti-immigrati. O ancora riformare la giustizia, ripensare i rapporti di genere o riflettere sul fine-vita. Non è un caso nemmeno che, si tratti di riforme economico-politiche o di diritti civili, in entrambi i casi si sottolineino sia le convenienze in termini di efficacia e di risparmio, sia quelle in termini di libertà e di liberazione di energie. E’ la stessa aria che tira, in tutti i settori.

Per questo appare miope e anti-storica la reazione di chi vuole limitare la riforma a qualche innovazione economica e al minimo di riforma istituzionale necessaria, pensando che il resto non interessi, non sia una priorità sentita. E’ il contrario. Una volta scoperto che cambiare aria è possibile, accontentarsi di farlo in un solo locale, o per un tempo limitato, non basta più.

La logica di diritti e riforme, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 13 gennaio 2014, p.1

La rivolta di un paese soffocato, in “Messaggero veneto”, 13 gennaio 2014, p.1

Innescata la valanga riformista, in “Piccolo” Trieste, 14 gennaio 2014, p.1

La logica di diritti e riforme, in “Gazzetta di Reggio”, 15 gennaio 2014, p.1

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