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Modello riforma elettorale o modello Imu: due modi di essere riformisti

L’accordo sulla legge elettorale, se confermato nelle aule parlamentari, costituirà un elemento di svolta assai più importante della semplice approvazione di un nuovo sistema di voto. E non solo nel merito. L’accordo, pur con alcuni limiti evidenti, riconsegna al cittadino una maggiore sovranità nella scelta dei suoi rappresentanti, rende più complicati gli inciuci e gli accordi sottobanco, consente di sapere il giorno delle elezioni chi governerà, e rende sostanzialmente impossibile (anche se la creatività della politica italiana ci ha abituati a tutto) che le larghe intese – in cui tutti governano, rischiando che non governi nessuno – siano l’unica via d’uscita all’impasse elettorale. Per quanto perfettibile, come tutte le cose umane, l’accordo è quindi positivo.

Ma la novità vera sta nel metodo. Se davvero si riesce a mostrare e a dimostrare (come ogni cittadino, ogni famiglia, ogni impresa sa, ma la politica ha pervicacemente ignorato per decenni) che, a fronte di un problema, è possibile trovare una soluzione in poche settimane, basta mettersi d’impegno per farlo, è la fine di un’epoca: è, davvero, il passaggio dal medio evo all’età moderna, dall’età feudale all’età dei diritti, dall’epoca dei sudditi a quella dei cittadini, dall’economia pre-industriale a quella post-industriale.

La vera vittoria di Renzi, e del metodo che ha imposto, sta tutta qui: ed è molto più ampia del pur ragguardevole risultato raggiunto. Se si può su un tema, non si vede davvero perché non sia possibile su tutti gli altri. La riforma elettorale non era la principale urgenza del paese: tutti sappiamo che la crisi, la mancanza di lavoro, la chiusura delle aziende, la perdita di competitività, il rischio povertà che sempre più famiglie si trovano davanti, è la vera drammatica emergenza di questo paese. Ma era la posta più altamente simbolica e più sensibile, dal punto di vista politico: perché era la dimostrazione che la politica era incapace di riformare se stessa – figuriamoci di riformare il paese. Ora, se la politica riesce finalmente a dimostrare che è capace di fare qualcosa, e qualcosa di così sostanziale come rivedere i principi stessi del sistema elettivo-rappresentativo, ovvero della ragion d’essere stessa della politica in età democratica, è il segnale che può finalmente occuparsi anche dei problemi di interesse generale. La fine di un ciclo di incapacità, di immobilismo, di conservazione. L’inizio di un ciclo di capacità di intervento, di rimessa in gioco delle energie disponibili, di riforma. E’ per questo che appare – e apparirà ancora più chiaro nelle settimane a venire – come tutti coloro che hanno lavorato contro l’accordo (dalla minoranza interna del PD alla Lega, dai piccoli partiti di centro o di sinistra al Movimento 5 Stelle) risulteranno e risalteranno come i veri soggetti conservatori del quadro politico, e in definitiva i rappresentanti, i figli e i campioni di quell’immobilismo che, a parole, dicono di combattere.

Ci sono momenti storici in cui è necessario fare delle scelte, anche radicali e costose. Accettare almeno – se non accompagnare o ancora meglio guidare, come Renzi si propone di fare – il cambio di passo che il paese domanda, sarebbe un segnale di maturità, di generosità e di intelligenza politica: che tuttavia, come si vede, non tutti sono in grado o sono capaci di fare.

Dunque, se la riforma passerà, sarà il paradigma di nuove, ulteriori e più incisive riforme: del lavoro, del sistema fiscale, dell’istruzione, e di altro ancora. Se sciaguratamente non dovesse passare, il paradigma dell’incapacità di riformarsi della politica e del paese sarebbe l’infinita revisione dell’Imu, con i suoi continui passi avanti e indietro, le modifiche irrilevanti, le incapacità di previsione, l’incertezza, la perdita di tempo, lo stillicidio burocratico, senza mai un intervento radicale e risolutivo. Ecco, siamo davanti a questa alternativa: il modello Imu o il modello riforma elettorale. Non c’è dubbio su quello che il paese vorrebbe. C’è ancora invece molto dubbio su quello che una parte della politica sia capace di dare.

L’inizio d’un nuovo ciclo, in “Piccolo” Trieste, 31 gennaio 2014, p.1

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