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Riforma elettorale e dimissioni di Cuperlo: la necessità e l’equivoco

Non è con la proposta di riforma elettorale oggi in discussione, ma è adesso, che la democrazia non è garantita, che le minoranze sono fuori dal parlamento, che gli eletti sono imposti dai capipartito, che partiti con ricette opposte sono obbligati a governare insieme, che di conseguenza il governo non riesce a produrre decisioni e vive di compromessi. In sostanza, con il sistema attuale non c’è né democrazia, né governabilità, né chiarezza. Con la riforma emersa dall’incontro tra Renzi e Berlusconi, con la semiapprovazione di Alfano, ci sarebbero più democrazia, più governabilità, e più chiarezza. Alla maggior parte degli elettori questo basta.

Certo, non è un sistema ideale. Molti l’avrebbero voluto diverso, secondo i propri interessi o desideri: più o meno proporzionalista o maggioritario, con collegi più grandi o più piccoli, con un premio di maggioranza maggiore o minore, con uno sbarramento più o meno alto, magari con le preferenze. Tutte opinioni lecite, ma il problema è un altro. Questo, allo stato delle cose, è l’unico sistema che, come frutto di una mediazione tra le varie forze politiche di maggioranza o di opposizione, è possibile portare a casa. La scelta è approvarlo, o andare avanti con il sistema attuale. E non c’è dubbio, quale che sia l’opinione dei ‘benaltristi’ (quelli per cui bisognerebbe fare sempre di più, per cui non si fa niente, con la conseguenza che il meglio diventa nemico del bene), che se si facesse un sondaggio tra la popolazione, di tutti gli orientamenti politici, la proposta di riforma della legge elettorale sarebbe approvata dalla stragrande maggioranza degli italiani, pur di chiudere con il passato e avviare una nuova stagione politica.

Certo, ci sono degli sbarramenti, che costituiscono una distorsione della rappresentanza, per cui alcune minoranze rimarrebbero fuori: ma è un prezzo che si paga in tutte le democrazie. Certo, c’è un premio di maggioranza, ma il proporzionale non garantisce la governabilità, il tipo di maggioritario proposto (non quello attuale) un po’ di più. Certo, non ci sono le preferenze, e quindi la possibilità di scegliere i propri candidati direttamente: ma – a parte le distorsioni cui il sistema delle preferenze notoriamente si presta – c’è comunque un controllo maggiore sulle scelte, in collegi più piccoli, e in ogni caso il Partito Democratico farà le primarie e il Movimento 5 Stelle le sue ‘parlamentarie’ on line, per cui la scelta, per gran parte del corpo elettorale, si anticipa semplicemente (e nulla vieta che domani si approvi una legge che renda le primarie obbligatorie, o che le facciano altri spontaneamente).

Infine, si è giustamente rimproverato in passato al centrodestra di aver approvato una legge elettorale (il Porcellum di Calderoli, troppo tardivamente giudicato incostituzionale in molte sue parti dalla Corte) senza consultare l’opposizione, mentre oggi si è cercato e trovato un ampio consenso anche con essa. Si vuole lasciar cadere anche questa irripetibile occasione di riforma? Vogliono, le minoranze interne del PD e i partiti minori, dare l’ennesimo segnale di distanza dal paese reale, o vogliono partecipare alla ricostruzione democratica, su basi diverse dalle attuali, del paese? La domanda a cui rispondere, in fondo semplice, è questa.

Si spiegano così anche le dimissioni di Gianni Cuperlo da presidente del PD. Il suo dissenso rispetto alla proposta di Renzi è legittimo. Ma un partito che vuole governare il paese ha il dovere di cercare delle soluzioni, mentre le minoranze di bandiera si accontentano del diritto di ribadire le proprie posizioni. Cuperlo era contemporaneamente il presidente del partito e il leader della sua minoranza interna. Nel primo ruolo doveva aiutare a formare il consenso nel partito e svolgere un ruolo di garanzia, nel secondo doveva fare opposizione al suo segretario. Le sue dimissioni rappresentano quindi la fine di un equivoco. Forse più dei suoi supporter che suo: di chi voleva farne il leader (magari controvoglia) di un dissenso a prescindere, incapace di distinguere tra l’essere minoranza e fare opposizione. All’interno di un partito e con un segretario che si candidano invece al governo.

Le riforme e il paese che aspetta, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 22 gennaio 2014, p.1

Lo strappo è la fine di un equivoco, in “Piccolo” Trieste, 22 gennaio 2014, p.1

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