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Cosa penso della scelta di Renzi

Lo sappiamo tutti: lo scenario previsto era un altro. Un governo che governa per un anno, l’approvazione della legge elettorale e un paio di riforme economiche fondamentali, e poi al voto. Con Renzi che forse vince, o forse no (il nostro auspicio, ovviamente, era sì): ma in ogni caso con un vincitore chiaro e dotato di una legittimazione popolare ampia, per governare finalmente sul serio.
La situazione è stata diversa. Il governo non ha governato e non era in condizione di farlo. Non per incapacità personale di Letta, ma per la vaghezza dei propositi comparata ai mezzi per arrivarci, per l’assoluta incapacità di dare una scossa al paese e di farla vedere, per l’andamento soporifero, di una lentezza estenuante, che nella tragedia quotidiana del paese significa una evidente siderale distanza tra paese reale e paese legale, non più tollerabile.
D’altro canto la prevista riforma elettorale, intorno alla quale si era giunti rapidamente a un accordo tra maggioranza e opposizione, o meglio tra Renzi e Berlusconi (e l’unica legge elettorale buona, in politica, è quella che ha i voti per passare: gli altri sono solo esercizi di stile), rischiava di impantanarsi in un ciclo di modifiche e revisioni, minacce e opposizioni, che ne rendevano più indefinito il percorso, anche in termini temporali.
Di fatto, sia il governo che non ha governato abbastanza, sia chi tirava per le lunghe sulla riforma elettorale, hanno lavorato – inconsapevolmente il primo, forse non del tutto i secondi – perché l’esito alla fine fosse quello che si è visto: sfiducia impropria, extraparlamentare, a Letta, e incarico a Renzi. L’unica alternativa possibile: elezioni subito, senza nemmeno approvare la riforma elettorale. A caso.
Ci si è arrivati nella maniera peggiore. Con i comunicati in politichese, e le smentite di se stessi, nel merito e nel metodo. Ed è il problema maggiore. Perché il capitale di credibilità di Renzi sta (stava?) soprattutto nel consenso acquisito sul campo, e nella volontà proclamata di mantenere la parola data (“mai più larghe intese”, mai più piccoli golpe partitici, fiducia in Letta, ecc.). E’ accaduto il contrario: su richiesta di Renzi, il PD (non Renzi) ha sfiduciato il premier e governerà delle piccole intese, che includono l’opposizione, lontano quindi dalla chiarezza cui dichiarava di voler arrivare attraverso l’approvazione della legge elettorale e un nuovo stile di governo.
Oggi Renzi ha perso questo capitale, non c’è dubbio: quello che lo faceva diverso da tutti. Ma ne acquisisce un altro. L’assunzione diretta di responsabilità potrebbe farne, forse non tanto paradossalmente, più un eroe che un usurpatore. Anche a dispetto della sgradevolezza del metodo: che combina il peggio della prima repubblica (la staffetta interna, la crisi extraparlamentare) con quello della seconda (la mancanza di legittimazione popolare, il governo del presidente). Perché il paese ha bisogno di decisioni, e rapide. E da questo governo non arrivavano. Non è un caso che Letta fosse già stato scaricato tanto da Confindustria che dalla Cgil, con le prese di posizione per molti versi parallele e sovrapponibili di Squinzi e Camusso, e da molti altri: come ha riconosciuto anche Cuperlo nelle interviste successive al voto, ammettendo che il governo Letta era già caduto ed era già stato sfiduciato, ben prima della direzione del PD. Lo era nella percezione dei soggetti sociali e dei cittadini, come nelle prese di posizione della stampa.
Il momento che attraversiamo è eccezionale. E legittima, quindi, comportamenti eccezionali: come tali, spesso, sgradevoli. Renzi se ne è reso conto, ne ha preso atto, e ha scelto la strada più impopolare, almeno nel breve termine: ma forse la sola che può portare da qualche parte, nel medio e lungo termine (e non lui: ma il paese). Mi spiace dirlo: anche a me piace la coerenza tra metodo e merito, tra mezzi e fini. Ma la politica vera la si vede nel caso eccezionale, non nell’ordinaria amministrazione: e il paese è tutto tranne che in una situazione ordinaria – sull’orlo del baratro, in procinto di fallire del tutto. E credo vi sia di questo una consapevolezza diffusa, perfino popolare. Si respira molto chiara la sensazione che, al di là della ristretta cerchia dei militanti e degli appassionati di politica, oggi accaloratissimi e scandalizzatissimi sul metodo, alla maggior parte degli italiani interessi assai di più il merito delle cose: e il governo lo giudicheranno quasi solo dai risultati. Se saranno positivi, dimenticheranno il metodo. Se saranno negativi, non perdoneranno né il metodo, né il merito, né il leader, la cui stagione e la cui avventura politica sarà finita prima ancora dei quarant’anni, né il partito che guida.
In questo momento la diamo 50 a 50, la scommessa sulla riuscita: è davvero una scommessa difficile, rischiosa. E per questo anche coraggiosa: di cui va dato il merito, non la colpa, a chi l’ha assunta sulle proprie spalle sapendo di pagere un prezzo alto per essa. Perché la maggioranza, dopo tutto, è ancora quella, e il bisogno e il tipo di alleanze pure. D’altro canto, il confronto col passato aiuta: risulta difficile fare peggio, o più lentamente, del governo precedente, e di quelli ancora prima. E il leader è assai più motivato e consapevole dell’accelerazione che il momento richiede: forse è il solo ad esserlo, in questo momento, nel quadro politico di cui disponiamo – anche nel PD.

E’ un azzardo: perfettamente nello stile di Renzi. Potrà bruciarsi e perire, come sperano in molti, anche tra coloro che l’hanno portato dove è ora. Anche tra quelli che in queste ore continuano a criticarlo, sparando ad alzo zero, pur avendolo spinto a un’assunzione diretta di responsabilità – a metterci la faccia – già nelle scorse settimane, e avendo votato a favore della scelta che ha proposto: e mi riferisco alla minoranza interna guidata da Cuperlo, e dai suoi rappresentanti nei territori (ma anche ad altri partiti minori della coalizione, di fronte opposto). O potrà vincere, avviando una stagione di riforme radicali. In entrambi i casi, porterà con sé il paese; e, cosa meno importante del paese, ma rilevante per noi che ne facciamo parte, il partito. Da oggi, viviamo tutti dentro una scommessa. Che è la nostra. Se la vinceremo, non vincerà solo Renzi: vincerà il PD, e soprattutto vincerà il paese. Per questo dobbiamo sentirci impegnati in essa. Si vince, o si muore, insieme. Ma l’obiettivo vale l’impegno: e non l’impegno di Renzi, ma quello di tutti noi.

2 risposte a Cosa penso della scelta di Renzi

  • stefano scrive:

    non la difendo. come ha visto l’ho analizzata e criticata. ho provato a capirne le ragioni, questo sì

  • Carlo scrive:

    Ha mentito in una maniera vergognosa. Letta stai sereno, non voglio il tuo posto, mai a palazzo Chigi senza il voto, basta con alfano e compagnia. Ha chiesto a letta di aspettare per rilancio del governo, lui ha aspettato e Renzi gli ha detto che è’ rimasto immobile e per questo doveva andare a casa. Ha costruito una racconto popolare ed è’ finita con una squallida manovra di palazzo. Con il pd che uccide in direzione il suo presidente del consiglio. E adesso si dovrebbe arrivare fino al 2018. Mai più’ larghe intese e, adesso, strette intese per quattro anni. Solo lei può’ difendere una porcata di dimensioni cosmiche.

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