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La giusta protesta delle imprese

Anche nei modi, la protesta di artigiani e commercianti è pacata. Educata nei cartelli. Morigerata nel linguaggio: giusto qualche inevitabile “vaffa…”. E contenuta nei tempi: un paio d’ore e via, che c’è da tornare al lavoro. Ma i cinquantamila artigiani e commercianti che hanno manifestato a Roma, proprio perché poco abituati a farlo, sono un segnale forte, drammatico. Non sono i forconi ‘descamisados’, arrabbiati ma incapaci di articolare proposte: anche se pure tra essi c’erano molte partite Iva. E non sono nemmeno i black-bloc: professionisti della protesta, magari violenta, che nulla fanno di costruttivo, capaci solo di distruggere. Sono la spina dorsale del paese. I responsabili per definizione. Quelli di solito troppo occupati a lavorare per occuparsi d’altro. Quelli ‘legge e ordine’, quasi sempre: abituati a chiederne il rispetto, non a turbarlo, l’ordine pubblico. Ma che oggi dalla legge e da questo ordine sociale iniquo si sentono traditi, oppressi, tartassati, spremuti, offesi nella loro dignità, e sfiduciati.

Hanno ragione a dire, nello slogan riassuntivo della manifestazione, che “senza impresa non c’è Italia”. Sono l’Italia davvero: una delle sue parti più attive e migliori. La potenziale risposta alla crisi: che se non punta sull’impresa, sulla creazione di lavoro, sull’occupazione, non va da nessuna parte, perché non si troverà più nessuna risorsa da redistribuire, e dunque nessuna diseguaglianza da colmare. Sono loro in prima linea, sulla frontiera della crisi: loro, e i loro lavoratori. E fanno parte di un esercito che subisce una sconfitta dopo l’altra, soprattutto perché guidato da generali – il ceto politico, quelli che dovrebbero prendere le decisioni – incompetenti e troppo spesso in altre faccende affaccendati. Costretti a subire, su quella trincea, perdite sanguinose: talvolta per colpa loro, troppo spesso per colpa altrui. Una colpa collettiva, che sta tutta sulla coscienza delle classi dirigenti del paese, che si chiama burocrazia insostenibile, fisco punitivo e perverso, spesa pubblica mal spesa, legislazione nevrotica e contraddittoria, privilegi altrui indecenti, incapacità di progettazione e di innovazione della pubblica amministrazione, restrizione creditizia, corruzione, e tante altre ancora, che finiscono per pesare su quei molti, ma piccoli, deboli, impossibilitati a reagire, che il reddito lo producono senza spesso avere nemmeno il tempo e le forze per consumarlo e goderlo. Solo nel 2013 sono state 273.000 le imprese che hanno chiuso: oltre mille al giorno, quarantadue all’ora, quasi una al minuto, giorno e notte, feriali e festivi. E dietro ogni chiusura c’è una destino personale doloroso, un debito non pagato, un credito che non si è riusciti a riscuotere, uno o più lavoratori licenziati, drammi umani e drammi familiari che spesso finiscono in tragedia. Quelli degli imprenditori suicidi, e quelli dei lavoratori e dei disoccupati che fanno la stessa scelta, che pagano lo stesso prezzo. Uno stillicidio di morti, una via crucis della disperazione: forse non martiri, ma troppo spesso vittime incolpevoli di una macchina che ha finito per stritolarli, per lasciarli senza risorse, senza difese, senza prospettive.

Certo, è un mondo complesso. Talvolta incompetente a sua volta. Troppo spesso chiuso nei suoi egoismi, incapace di fare rete. Con le sue sacche di furbizia, di evasione dell’Iva e fiscale, di mancato rispetto delle normative sul lavoro e sull’ambiente, quindi di violazione della legge e del patto collettivo di fiducia che solo rende possibile la vita collettiva. E ha al suo interno elementi di corruzione e potenziale corruttivo. Ma, nel complesso, è e resta una base solida di impegno, di civismo, di etica, che è innanzitutto applicazione paziente a un obiettivo, disciplina finalizzata a uno scopo di miglioramento.

E’ per questo che la sua protesta va ascoltata con attenzione, accolta come un contributo costruttivo, raccolta e tradotta in decisioni. Rapide. E’ un pezzo di società che non ha ancora rinunciato del tutto a rivolgersi alla politica, per chiederle il suo impegno: ma ad essa chiede una svolta radicale, e a una velocità di decisione e di reazione paragonabile a quella a cui essa stessa vive, nell’aumentata concorrenza in cui l’hanno spinta i processi di globalizzazione. Una velocità, che è anche consapevolezza della gravità della situazione, che ancora, ad altri livelli, non si vede abbastanza.

Chi fa impresa sta in prima linea, in “Messaggero veneto”, 20 febbraio 2014, p.1

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