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Le conseguenze del referendum anti-immigrati in Svizzera

Il referendum anti-immigrati approvato di misura in Svizzera, con il 50,3% di voti favorevoli, imponendo l’introduzione di tetti massimi e quote anche per i cittadini comunitari e i richiedenti asilo, pone numerosi problemi che vanno al cuore della convivenza nelle società globalizzate, e democratiche.
Il primo problema è culturale e politico, e forse non è solo interno. Esso segna infatti l’ennesima spaccatura tra i cantoni francofoni, tradizionalmente più aperti ed europeisti (che, insieme alle grandi città come Zurigo, hanno votato contro), e quelli di lingua italiana e tedesca, che hanno invece votato massicciamente a favore (pur essendo italiani e tedeschi, nell’ordine, le due principali comunità immigrate del paese). Un dato che si pone in continuità con il referendum anti-minareti approvato nel 2009, che ha sancito la medesima divisione e prosegue la stessa tendenza, portata avanti dall’UDC, un partito conservatore con venature esplicitamente xenofobe. Il che rende legittima la domanda: in che direzione va la Svizzera? E, se la tendenza è diffusa anche al di fuori (e lo è: anche nel caso dei minareti i sondaggi dell’epoca mostravano quanto una buona metà dell’Europa fosse sulle stesse posizioni, e le avrebbe sostenute se avesse potuto farlo con il voto): dove va l’Europa?
Il secondo ci riguarda anche come italiani, ed è la contrapposizione immigrati contro immigrati. Non è una novità storica. Tradizionalmente, la xenofobia nei confronti dei neo-immigrati è maggiormente presente tra gli immigrati dell’ondata immediatamente precedente, che ne costituisce il principale e diretto concorrente: i due gruppi infatti competono sul mercato del lavoro (non sulla qualità, ma sul prezzo, essendo i primi disposti ad accettare condizioni che i secondi erano già in grado di rifiutare) e su quello delle risorse del welfare. Ciò aiuta a spiegare come mai il cantone dove il referendum ha raggiunto la percentuale più alta, un travolgente 68,17%, sia il Canton Ticino, dove di fatto gli ex-italiani neo-svizzeri hanno votato massicciamente contro i 60.000 frontalieri italiani che vi lavorano.
Ma soprattutto l’esito del referendum evidenzia il problema di definire quale sia il livello giusto per affrontare queste tematiche. Perché da un lato pone un problema di rapporti con l’Europa, che non a caso ha già manifestato preoccupazione attraverso la sua leader più autorevole, la cancelliera Merkel, dato che contraddice gli accordi di libera circolazione con la UE (dove, incidentalmente, la Svizzera vende un terzo delle sue esportazioni), che dovranno essere rinegoziati. E dall’altro mostra quanto la scelta, portata a livello locale (e tanto più quanto più il riferimento è diretto), rischi di portare a posizioni di chiusura a catena, aprendo contraddizioni di principio e di metodo. Di principio, sul fatto che c’è sempre qualcuno più xenofobo o più settentrionale di te, che può importi quello che tu non vorresti per te ma vorresti magari nei confronti degli immigrati che vengono da te – come mostrano le contraddittorie reazioni della Lega Nord, che paga attraverso i frontalieri delle zone in cui è più votata (come le province di Como e Varese) il prezzo delle politiche che essa stessa sostiene nei confronti degli immigrati, portando ad esempio proprio la Svizzera. E di metodo perché consente, con uno strumento schiettamente democratico, come il referendum, di limitare i diritti di minoranze interne come gli immigrati (e ieri i musulmani), ciò che può essere problematicamente anti-democratico (anche se, globalmente, gli immigrati costituiscono il 23,3% della popolazione svizzera e godono di meccanismi di integrazione e di tutela più inclusivi di altri paesi, Italia inclusa – segno che il quadro è più complesso di quel che sembra).
Infine, apre una contraddizione intrinseca alla globalizzazione: laddove il paese della finanza transnazionale, che guadagna – e molto – dalla libera circolazione del denaro, vuole negare la libera circolazione delle persone, incluse quelle dell’Europa a cui appartiene. Una tendenza ampiamente diffusa, ma che meriterebbe di essere discussa in termini sia di principi che di interessi: perché in qualche modo c’è un legame tra la libertà di circolazioni del denaro, delle merci, delle persone e naturalmente delle idee. E porne in questione una – peraltro già limitata ai soli cittadini comunitari – potrebbe porre il problema di rivedere anche le altre.

Il vaso di Pandora della convivenza, in “Piccolo” Trieste, 11 febbraio 2014, p.1

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