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Letta-Renzi: una problematica staffetta

La novità dirompente che ha costituito, per il quadro politico, la comparsa di Matteo Renzi, la si vede, prima ancora che nei contenuti, in due aspetti di metodo, estranei alla tradizione politica italiana: la velocità, e la coincidenza tra ribalta e retroscena.
La velocità, innanzitutto. Che è clamorosa, per la nostra stagione democratica. In poco più di un anno, Renzi è passato dall’essere un semisconosciuto sindaco (arrivato contro il volere del proprio partito, ma sull’onda del consenso popolare, anche lì) al controllo ferreo del proprio partito e all’essere il leader più corteggiato, e il solo a cui attribuiscono potenzialità salvifiche persino i suoi avversari interni ed esterni. Certo, anche Berlusconi è arrivato a costituire una nuova forza politica, e a vincere le elezioni, nel 1994, in meno di un anno: ma dietro c’erano le sue immense risorse personali di uomo più ricco d’Italia, e un enorme lavoro preparatorio, affidato ad un gruppo di esperti professionisti. E non c’è stata la scalata ad una forza politica, ma la fondazione di una nuova: un gioco per molti versi nettamente più facile. Renzi invece, quasi da solo, senza alcun patrimonio personale, con pochi e fidati consiglieri, quasi tutti suoi coetanei con il medesimo retroterra (pochi soldi, tanta voglia di cambiare), ha conquistato una forza politica erede di oltre un secolo di storia: che prima l’ha considerato un corpo estraneo (fino alle primarie con Bersani) e poi ha finito per considerarlo il solo in grado di salvare la sua stessa storia – cambiandola. E, in poche settimane, ne ha cambiato lo stile pachidermico di funzionamento, arrivando ad una proposta di nuova legge elettorale di fatto in pochi giorni.
Un altro aspetto del suo modo di affrontare l’avventura politica, atipico rispetto all’italica tradizione, è la coincidenza tra quello che dichiara e quello che cerca di fare. In un paese in cui politici e giornalisti hanno il culto del retroscena, in cui un machiavellismo deteriore fatto di sottili allusioni non sempre distinguibili da grossolane bugie è la prassi condivisa e accettata, in cui si vanno sempre a cercare le ragioni non dichiarate, i motivi nascosti, le ambizioni celate, in cui chi assume cariche pubbliche non è mai perché lo desidera ma perché “mi è stato chiesto”, in cui si dichiara A per fare B, e si vuole allearsi con Tizio per far fuori Caio senza farlo sapere a Sempronio, Renzi ha fatto dell’esplicitazione dei suoi obiettivi una carta vincente, facendola passare per quello che da noi è effettivamente, pur essendo un’ovvietà in altri paesi: un’innovazione clamorosa di stile politico. E questo a cominciare dalle sue ambizioni personali (ha sempre detto che voleva fare il primo ministro per cambiare il paese, ed è diventato segretario del suo partito perché era l’unico modo per farlo), per arrivare ai suoi obiettivi politici e di riforma (che implicano un rifiuto dell’idea stessa di larghe intese, come dimostra la proposta di legge elettorale, che tende ad impedirle). Con il coraggio, e persino la voglia e l’improntitudine di voler sfidare le resistenze, anche a costo dell’impopolarità, talvolta persino cercata come mezzo di rinnovamento sostanziale, nella convinzione che non si va da nessuna parte, e soprattutto non si cambia, se si vuole sempre cercare il consenso di tutti.
Ora gli tocca la sfida più insidiosa. Perché Renzi nasce, come figura politica, per e con la capacità di convogliare il consenso popolare contro apparati, corporazioni e conservatorismi. E nella legittimazione popolare – acquisita sul campo alle primarie e misurata giorno per giorno dai sondaggi, anche al di fuori del partito cui appartiene – sta la forza della sua figura politica, la sua possibilità e la sua capacità di tagliare corto sulle inerzie e le resistenze della politica che ha dominato fino ad ora. Il fatto che sia proprio la palude partitocratica a chiedergli di assumere la carica di primo ministro senza passare dalle elezioni, che pure appare l’unico in grado di vincere, è certamente un modo di indebolirlo e di bruciarlo. Non a caso a insistere di più sono i partiti di opposizione e la sua opposizione interna: ancora una volta in base a un calcolo che appare, nel linguaggio deteriore che ha assunto in Italia, machiavellico, ambiguo, indiretto, tatticistico. Eppure, non per propria volontà ma per incapacità del governo, che ha incalzato finora senza voler sostituire, rischia di essere questo il suo destino. E, nel caso, la sua sfida più grande: convincere il paese senza vincere prima le elezioni. Un’opportunità, certo: ma anche un rischio. Che non pagherebbe solo lui, ma il paese, che gli chiede di incarnare quel cambio di passo che appare il solo, per ora, a poter garantire. E che con il consenso popolare avrebbe avuto maggiore forza a sostenere.

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