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Renzi e il governo post-partitico

Nasce il governo Renzi. In mezzo alle polemiche, come inevitabile, ma nasce. Con le sue facce nuove, e le sue facce vecchie. Con le discontinuità non solo simboliche, e le continuità deludenti. Con pochi ministri, i più giovani della storia d’Italia, e la presenza femminile più massiccia, la metà. Eppure non sono queste le novità vere.

Questo è il primo governo post-partitico della storia italiana. Inseminato, è vero, con la sfiducia di un partito a un presidente del consiglio espresso dallo stesso partito. Ingravidato, è vero, nella trattativa tra partiti: tutti, peraltro, più o meno nuovi, o perché nati recentissimamente, come NCD di Alfano, o perché trasformati radicalmente nelle ultime settimane, come il PD, che con l’elezione di Renzi non solo ha un diverso segretario, ma non è più lo stesso partito. Partorito, infine, sotto l’egida dell’ultimo garante della democrazia dei partiti, il presidente Napolitano. Nondimeno, è un governo post-partitico, che inaugura una pagina diversa della storia della repubblica, di cui ancora sappiamo pochissimo.

Perché è un governo tutto incentrato intorno al primo ministro: davvero l’unico garante del patto di governo, come mai nella storia italiana, e l’unico dominus della sua durata. Perché è il frutto di un azzardo personale, della scommessa sulle urgenze del paese, sulla percezione di drammaticità, di inesorabilità, di ineluttabilità della crisi, sentite dai cittadini, e molto meno, tuttora, dal ceto politico e dai partiti che lo esprimono. Perché, infine, comunque vada, e qualunque sia la sua durata, il paesaggio politico e partitico del paese ne risentirà in maniera travolgente. Niente sarà più come prima.

Tutto, davvero, si gioca intorno al leader, al suo stile politico, che o riuscirà a trasmetterlo al suo governo, vincendo la sua scommessa, o fallirà, se non ci dovesse riuscire. Anche la sua traiettoria è significativa. Al governo è proiettato un leader dalla carriera fulminante, che ancora un anno fa era percepito come un elemento fastidiosamente eccentrico e minoritario, quasi un corpo estraneo, nel suo stesso partito. Portato a furor di popolo al suo vertice, con la missione di cambiare il paese, non solo il partito. E che, se le cose andassero male, ne farebbe il leader dalla caduta più rapida della storia italiana: fuori gioco, finito, prima ancora dei quarant’anni. Niente a che vedere con le tradizionali carriere partitiche del passato.

L’assunzione di responsabilità di Renzi, nata come una antica congiura di palazzo, che combina il peggio della prima repubblica (la staffetta interna, la crisi extraparlamentare) con quello della seconda (la mancanza di legittimazione popolare, il governo del presidente), potrebbe transitarci nella terza repubblica con due esiti radicalmente opposti, che potrebbero fare del nuovo premier sia il protagonista di una saga, un eroe del bene, sia un usurpatore shakespeariano, un mito negativo.

Gli italiani non hanno probabilmente apprezzato il modo non specchiato con cui è andato al governo, lontano da quello che lui stesso desiderava: è il suo peccato originale. Da cui potrà emendarsi solo col successo, con la riuscita, sua e nostra. Il governo, alla fine, lo giudicheranno, laicamente, dai risultati. Se tra un anno, due, ben prima del 2018, avrà imposto le prime riforme che potranno innescare una cambio di direzione, una risalita dalla china, una spinta propulsiva e positiva, avrà fatto la fortuna sua e nostra. Se dovesse fallire, sarebbe la sua fine. E l’Italia avrebbe perso la sua ennesima, forse l’ultima occasione.

Nato il primo governo post-partitico, in “Mattino” Padova, “Nuova” Venezia, “Tribuna” Treviso, “Corriere delle Alpi”, 24 febbraio 2014, p.1

Una risposta a Renzi e il governo post-partitico

  • Noe scrive:

    ernesto scrive:e io direi anche:da non coodrnfene i termini ecologia e ambientalistmo con i partiti verdi e sinistra ecologia e liberte0 perche8 hanno poco a che fare:)

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