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Politica, simboli, mutamento

Il governo Renzi nasce male, nelle sue forme: congiura di palazzo, scelta dei ministri e dei sottosegretari con troppe conferme e troppi compromessi con gli alleati. Nasce tuttavia con aspettative forti e promesse altisonanti, fondate essenzialmente sull’uomo che lo guida, sulla promessa quasi palingenetica che lo accompagna.

Il contrasto tra l’investimento sul leader, il suo carisma, la sua capacità di innovazione nello stile politico, e la povertà nel cambiamento di stile politico della compagine che lo accompagna, è la contraddizione più forte di questo governo: ed è tanto più nitida e stridente proprio perché le aspettative che Matteo Renzi suscita sono elevatissime, come testimoniano i sondaggi. Tanto da aver ricominciato ad attrarre alla politica, in maniera molto più netta dei suoi predecessori, una consistente fetta di elettorato giovanile, dato normalmente per disperso nell’astensionismo o nel voto antisistema del Movimento 5 Stelle.

Se il governo Renzi riuscisse a fare anche solo la metà delle riforme che ha annunciato, e a mantenere la metà delle promesse che ha fatto e delle aspettative che ha suscitato, sarebbe un governo di svolta storica. Se non ci riuscisse, il contrasto con la personalità del leader lo getterebbe nell’ignominia ancora prima e ancora più radicalmente di quanto accaduto ai suoi predecessori.

Al di là di quello che farà (le riforme andranno giudicate una per una nel merito), va constatato che alcuni cambiamenti simbolici significativi sono già avvenuti. E hanno già cambiato il volto della politica e del paese: in silenzio, quasi impercepiti nelle loro conseguenze profonde, ma inesorabilmente. E’ del tutto evidente, ad esempio, che da ora in poi sarà molto difficile immaginare un governo composto da persone di età media elevata, come siamo abituati da sempre. Così come appare evidente che sarà difficile tornare indietro su una sostanziosa presenza femminile, se non proprio sulla parità di genere. Sesso ed età, genere e generazione, sono due variabili decisive per cogliere le caratteristiche fondamentali di una società e la sua propensione al mutamento. Così come un altro indicatore sensibile è quello della religione. E in questo ambito è accaduta una svolta ancora più significativa, se incrociata con l’abituale geografia politica del paese, che immagina i cristiani collocarsi per lo più a centro-destra. Per la priva volta il segretario del PD, il leader del maggior partito di sinistra del paese, va a messa, e per i cronisti diventa ovvio cercare di incrociarlo anche lì. Sembra banale, ma la cosa più significativa non è che sia accaduto: è che tutto ciò non abbia suscitato reazioni, sia semplicemente diventato ordinario, per i suoi sostenitori come per i suoi oppositori, anche interni. In un certo senso, essere cattolico o non esserlo è diventato normale, e nello stesso tempo non dirimente (cioè qualcosa che non decide necessariamente di altre variabili), anche a sinistra. Nello stesso tempo, è proprio il leader cattolico del partito storico della sinistra italiana a traghettare il PD nella grande famiglia del Partito Socialista Europeo (e non in quella cristiano-democratica, o altrove): diventandone pure vice-presidente e sostenuto da una percentuale schiacciante di consensi interni – assai maggiore di quelle che si sarebbero avute fino a un recentissimo passato, e se il leader non fosse stato cattolico (con il voto contrario del solo Fioroni: l’ultimo giapponese impegnato in una guerra simbolica che si sono dimenticati di dirgli che è finita). Oltre a questo, c’è la rapidità, l’effetto accelerazione, anche questo un mutamento di stile: “Il vostro leader va veloce”, ha detto Martin Schulz, candidato presidente dei socialisti europei, accogliendolo. E velocemente Matteo Renzi annuncia via twitter una rapida approvazione della riforma elettorale.

Ecco, è questa normalità finalmente sdoganata il primo segno, silenzioso ma profondo, di una sostanziale riforma, che non è solo simbolica, del paese: è diventato normale andare al potere ed essere giovani, essere donne, essere o non essere religiosi al di là dei tradizionali schieramenti, ed anche essere veloci e dinamici, persino nell’immota palude romana. Politicamente, certo, non è ancora abbastanza. Socialmente, è una piccola rivoluzione.

Con Renzi qualcosa è (già) cambiato, “Piccolo” Trieste, 5 marzo 2014, p. 1

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