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La carica alla carica: vizi e virtù della partecipazione alla politica

“Tutti i gusti più uno”. Come le straordinarie caramelle di Harry Potter. Capaci di dare a ciascuno l’illusione di trovare e assaporare il proprio gusto preferito: più uno, appunto.

La carica di aspiranti sindaci e consiglieri comunali che si presenta a questa tornata amministrativa (ma vale a maggior ragione per i candidati alle elezioni europee, come in altri casi a quelle politiche), mostra un paese fortemente ambivalente rispetto alla politica. Da un lato non nasconde il disprezzo che nutre nei suoi confronti: prova ne sia che le cariche elettive, dal parlamento in giù, sono in calo costante e tendenziale di apprezzamento, e ridotte ai minimi storici di fiducia (il parlamento è sotto il 5%; va un po’ meglio per le cariche politiche locali, considerate più vicine alla propria situazione personale, e dunque più incisive e decisive sulla propria vita). Dall’altro mostra una sproporzionata voglia di partecipare a quella stessa politica che si disprezza. Che sarebbe un buon segno, se significasse desiderio di migliorarla: e in alcuni casi virtuosi effettivamente è così. Lo si vede, per quel che riguarda i partiti tradizionali (quelli rimasti…), nell’emergere di candidature fuori apparato, talvolta imposte dal basso, con più giovani, e con più donne (anche se talvolta più imposte a viva forza che realmente e convintamente sostenute); ma lo si vede anche in alcuni segmenti di movimenti, talvolta residui di movimenti assai più antichi (ambientalista, pacifista e femminista, ad esempio), e in alcune civiche, non di rado fortemente partecipate, con luoghi e momenti di coinvolgimento significativi anche a livello di discussione ed elaborazione di programma. E lo si vede nella domanda, fortemente presente, di maggiore pulizia ed efficienza della politica tutta, di meno parole e più fatti, di fastidio crescente per la retorica vuota del bene comune, o peggio di quel vuoto della politica che non fa nulla (o poco, o ipocritamente) per nascondere un palese interesse privato nel voler interpretare la cosa pubblica e il bene collettivo.

Tuttavia, nel moltiplicarsi delle liste, nello scalpitare dei candidati, sembra di leggere anche altro, che ha più a che fare con i vizi che non con le virtù (specie quelle pubbliche, così rare) del paese. Più con l’eterno ritorno del medesimo che non con l’innovazione, il salto di qualità, il ricambio. Più con i difetti antropologici congeniti – questi sì, democraticamente diffusi – che con i pregi della qualità e del merito. E’ quanto sembra di vedere in molte candidature del tutto improbabili, in tante fiere della vanità, nell’idea diffusa che per fare politica non sono richieste competenze specifiche, e quindi ciascuno può legittimamente aspirare a partecipare a un gioco del quale sembra siano sconosciute, o irrilevanti, le regole. E questo a qualunque livello, per cui un amministratore locale si sente legittimato ad essere anche un parlamentare europeo, e un parlamentare nazionale un leader locale, o viceversa, con poco interesse ai contenuti specifici dei rispettivi mestieri, come se fossero indifferenti e presupponessero le stesse conoscenze. Ma lo si vede anche nella ricerca di quel modesto quarto d’ora (talvolta molto meno) di visibilità, più che di celebrità, che è nella maggior parte dei casi il solo compenso di una presenza in lista. Come scriveva Nicola Chiaromonte mezzo secolo fa a proposito di più forti contrasti politici ai primordi della repubblica: “Gli attori sono innumerevoli, la scena è data una volta per tutte. C’è posto per il Fanatico, e per il Cinico. Solo chi vuol essere se stesso ne resta escluso: l’eretico. O no?”.

L’interesse stesso per la politica, in fondo, riguarda quantità relativamente modeste di addetti ai lavori e di appassionati, inversamente proporzionale al numero di candidati e per nulla riflesse dallo spazio sproporzionato che la politica ha sui media italiani, locali come nazionali. Ed è fatto più di interesse ai personalismi, alle dietrologie, ai complotti veri o presunti, che di passione per i contenuti, i progetti, i programmi. Sembra interessino più le persone che le idee, il ‘chi’ piuttosto che il ‘che cosa’. Soprattutto, nella carica a ottenere una carica, sembra prevalere l’idea di politica come privilegio anziché come servizio. La differenza che c’è, come ricordava Max Weber, tra chi vive della politica e di chi vive per la politica. Fanno tutti politica: ma non allo stesso modo.

La carica a ottenere una carica, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 29 aprile 2014, p.1 (anche “Gazzetta di Reggio”, 30 aprile)

Vizi e virtù alla fiera dei candidati, “Messaggero veneto”, 29 aprile 2014, p.1

Voto europeo: la carica dei candidati, “Piccolo” Trieste, 29 aprile 2014, p.1

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