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Pragmatica della non riforma

Il dibattito sulla riforma del senato, come già quello sulla riforma elettorale, presenta delle dinamiche tipiche dell’attività o dell’inattività politica italiana. C’è chi propone qualcosa per giungere a un risultato, dopo un trentennio di dibattito inconcludente. C’è chi si oppone, ma per ottenere qualcosa: con delle critiche comprensibili, praticabili e sostenibili, a scopo migliorativo e non ostativo. C’è chi si oppone invece per abitudine, diremmo per vocazione: professionalmente, per così dire – perché non sa fare altro, e soprattutto non sa fare, e quindi si guadagna una visibilità criticando il fare altrui. C’è infine chi contropropone: possibilmente qualcosa di irrealizzabile, o che comunque non abbia alcuna maggioranza reale – puro flatus vocis, opinioni, legittime in quanto tali, ma inconcludenti politicamente, e forse inconcludenti programmaticamente, perché servono a schierarsi, non a produrre un risultato.

Come per ogni riforma, ogni proposta è emendabile e migliorabile: ma le sole riforme possibili sono quelle che hanno una presumibile maggioranza alle spalle. Le altre sono appunto opinioni, discussioni: che sono il sale della democrazia, e quindi benvenute e opportune, ma che se non c’è nulla da salare (fuor di metafora: se poi non si fa nulla) diventano mero rumore di fondo. E rischiano di essere semplici esercizi di stile, per giunta di uno stile eccepibile, se improntate alla vis polemica, magari condita, anziché con il sale della discussione, con il peperoncino troppo piccante della demonizzazione aprioristica dell’avversario.

Chi è al governo – ed è una novità, per gli italiani – si pone, con qualche esagerazione linguistica e qualche frettolosa baldanza di troppo, che porta anche ad ingenuità ed errori (ma partendo dalla situazione, che cerca di interpretare, di un paese che è stato fermo troppo a lungo, e non lo sopporta più), dal lato di chi propone: magari sbagliando nei toni o nell’ansia di portare a casa il risultato. Alcuni (pochi) politici, intellettuali e commentatori si sono posti dalla parte di chi si oppone con critiche costruttive, e quindi propone migliorie praticabili. Ma il dibattito ci pare dominato dalle ultime due categorie: quella di chi si oppone per professione e quella di chi contropropone tanto per fare, senza alcuna volontà di arrivare davvero a una riforma. Gli oppositori di professione, i freni a mano tirati di qualunque progetto, sono legione: per interesse personale (chi vorrebbe abolire da sé il proprio stesso lavoro?), per incapacità (a chiacchierare siamo bravi tutti: a fare una riforma e portarla a casa assai meno, come ci ha insegnato il ceto politico di questi decenni), per schieramento aprioristico (quelli contrari perché non mandano giù Renzi come persona e come stile politico, quelli che appartengono a una stagione in cui tirare avanti era sufficiente, i guardiani in buona fede del passato purchessia, i profeti della soluzione perfetta, che come noto non esiste – o meglio ne esistono tante quanti sono i profeti medesimi, e quindi non sarà mai realtà). Ragioni che si mescolano, ad esempio, nell’appello “Verso la svolta autoritaria”, firmato da alcuni noti intellettuali nonché, ironicamente, da due personalità autoritarie come Grillo e Casaleggio. Appello di cui si possono comprendere le ragioni, ma assai meno il tono da ultima trincea, con frasi del tipo: “Il fatto che non sia Berlusconi ma il leader del Pd a prendere in mano il testimone della svolta autoritaria è ancora più grave perché neutralizza l’opinione di opposizione”, quasi che ci trovassimo nel Cile di Pinochet anziché nella moderata Italia di Renzi. Peraltro non accorgendosi – lapsus significativo – che il PD non è all’opposizione, ma al governo.

Magari si potrebbe chiedere ai cittadini la loro opinione in proposito. Forse si scoprirebbe che i più non hanno la percezione di vivere in (o di andare verso) una democrazia plebiscitaria, ma semplicemente di essere compressi e repressi da troppo tempo in una democrazia ingessata, assurdamente improduttiva, follemente costosa, corrotta e drammaticamente mal funzionante. Per cui né il ridimensionamento del senato, né un sistema maggioritario, né il rafforzamento della premiership sono visti come i prodromi di una svolta autoritaria, ma semplicemente come i caratteri necessari di una democrazia funzionante. Si potrà e si dovrà discutere sul come. Ma toni più pacati aiuterebbero a non scambiare per inaudito decisionismo quelle che sono, semplicemente, delle decisioni da prendere. E, sì, anche in fretta. Il paese ha aspettato già troppo.

Riforme, il paese non puà aspettare, in “Messaggero veneto”, 8 aprile 2014, p. 1

Una risposta a Pragmatica della non riforma

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