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Renzi, la generazione Obama e la questione generazionale

Nello scambio di cortesie tra Obama e Renzi è presente anche una questione generazionale più profonda, che tocca anche i ventenni e i trentenni di oggi. Obama ha riconosciuto il piglio giovanilista di Renzi, salutandolo con un gioviale “ciao Matteo”, valutando positivamente la nuova generazione di leader al potere in Italia, attribuendo al premier italiano “lot of energy” e la capacità di portare il paese al cambiamento. Renzi, con evidente entusiasmo ed emozione effettivamente giovanile, ha confessato di appartenere a “quella nuova generazione democrat (ma non solo, aggiungiamo) cresciuta negli anni della tua avventura politica”: la generazione che ha creduto possibile portare al potere non la fantasia, come si immaginava negli anni ’70, ma almeno un po’ di freschezza, una nuova cultura delle riforme, un diverso uso del potere e soprattutto la possibilità reale di accedere ad esso per cambiare le cose. Come testimoniato proprio dalla parabola di Obama, il giovane avvocato nato nelle periferiche Hawaii, figlio di una coppia mista, con un padre africano, arrivato ancora giovane alla Presidenza degli Stati Uniti, primo inquilino di colore alla Casa Bianca: una perfetta incarnazione tanto del sogno americano del self made man che di un ricambio generazionale atteso anche altrove, e più forte che ovunque in quel gerontoluogo che è tuttora l’Italia.

C’entra, tutto questo, con la situazione dei giovani di oggi, con le loro fantasie e le loro aspirazioni? Sì e no. La generazione Obama (quella che ha visto la sua ascesa da lontano, ancora adolescente, magari), quella che Renzi chiama spesso la generazione Erasmus, perché figlia anche degli scambi, della mobilità, della connessione, della globalizzazione, si trova in una situazione assai ambivalente. Vive tra la realizzazione precoce di molti sogni (quelli legati al consumo, per chi può, l’emancipazione digitale, quella del corpo, magari) e la difficoltà di realizzazione, e forse anche di immaginazione, di altre fantasie, di più lungo periodo. Tra l’invenzione di start up di successo e l’umiliazione della sottoccupazione e dei McJobs. Tra il successo esponenziale di alcuni e l’affanno di troppi, che produce un accrescersi vistoso della forbice delle diseguaglianze: anche tra generazioni garantite e generazioni che non lo sono più. Tra la capacità di alcuni di cogliere nel dinamismo globale l’opportunità di liberare energie e farle fruttare, e l’instabilità senza prospettive di altri, tra una partita Iva impoverita e un precariato diffuso, entrambi sconosciuti a sindacati e altri attori sociali collettivi, che magari pretendono di parlare in loro nome. Sospesi tra una generazione di adulti che ha desiderato di esserlo il meno possibile, praticando una obliqua gioventù perenne, anche nella propria irresponsabilità, e la difficoltà pratica di diventare pienamente adulti a loro volta, anche nella paternità e nella maternità. Figli del paese più vecchio del mondo, dopo il Giappone: e quindi presi tra l’incudine di risorse scarse e un lavoro che non c’è e il martello del rischio di dover mantenere una valanga di adulti che hanno privilegi che loro, i giovani, non potranno neanche sognarsi. Prigionieri di una scuola che non è più fabbrica del consenso, ma è diventata troppo spesso fabbrica del nonsenso: inutile per la produzione e incerta sulla trasmissione di un nuovo sapere. Intrappolati, dopo la scuola, in una decade dell’inutilità, in cui spende gli anni e le energie migliori tra uno stage e un lavoro temporaneo, un apprendistato o un corso tanto per occupare il tempo, senza la certezza di essere traghettata in un universo, se non della stabilità, ormai scomparsa, di una ragionevole certezza che le proprie energie saranno utili e utilizzate. Infine, umiliata dal confronto con paesi dove essere giovani non è una condanna e il talento può essere giocato e vincere, e costretti a nuova emigrazione – intellettuale e di energie disponibili – che li sta coinvolgendo a ritmi sempre crescenti in percorsi che non prevedono il ritorno.

Ecco, la generazione Obama, che Renzi incarna con successo, deve riuscire a parlare con atti concreti a questa generazione di giovani italiani, se vuole risultare credibile. La loro semplice presenza è già un passo avanti, almeno simbolico. Adesso si attende non la presa in carico dei loro problemi, ma l’apertura alle loro potenzialità e alle loro migliori energie.

Scommettere sul futuro dei giovani, in “Messaggero Veneto”, 1 aprile 2014, p.1

Non basta essere giovani, bisogna agire, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 1 aprile 2014, p.1

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