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Polizia, violenza, applausi: sul caso Aldrovandi

Gli applausi del Sindacato Autonomo di Polizia agli agenti condannati per il caso Aldrovandi (il pestaggio a morte di un giovane studente ferrarese, che li ha portati alla condanna per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi) è stato giustamente stigmatizzato, e ha colpito molto l’opinione pubblica e le istituzioni: a cominciare dal capo dello stato Napolitano e dal presidente del consiglio Renzi, che si sono premurati di solidarizzare con la famiglia.

Si è trattato di un applauso istituzionalmente inaccettabile (la polizia ha lo scopo di tutelare i cittadini), e vergognoso nei confronti della famiglia, già oltraggiata in passato da alcuni indecorosi supporter degli agenti proprio sotto la propria casa, con manifestazioni indegne. L’applauso in sé va dunque condannato, senza titubanze: anche il segretario del Sap ha dovuto fare retromarcia, in una lettera al presidente della repubblica. E tuttavia va notato che, più che di una legittimazione della violenza, si è trattato di un applauso corporativo, di solidarietà tra i membri di un corpo dello stato, per giunta sottoposto a molti stress: ugualmente inaccettabile, e tuttavia frequente. Accade anche tra le corporazioni non istituzionali: ricordiamo, per esempio, gli altrettanto vergognosi e forse moralmente più scandalosi applausi dell’assemblea di Confindustria al management della Thyssen, dopo la condanna ricevuta per la morte di sette operai: una strage sul lavoro, più che un incidente sul lavoro, per cui quello stesso management portava responsabilità dirette. O gli applausi ripetuti e frequenti, a Montecitorio come a Palazzo Madama, ad indagati e inquisiti illustri, e a loro solidarietà. Tra medici e avvocati, calciatori o magistrati, nelle loro rispettive assise, potremmo trovare esempi simili o potrebbero avvenire: è un aspetto sgradevolmente sindacale della solidarietà tra persone che svolgono la stessa professione e corrono rischi simili.

Certo, nel caso della polizia, c’è qualcosa che turba maggiormente: perché la polizia è il corpo che più direttamente si pone al servizio dei cittadini, proprio nel momento in cui la loro sicurezza è violata, e dunque nei momenti critici, e in cui più immediatamente c’è bisogno di aiuto. Proprio per questo il senso di responsabilità deve essere maggiore: e, va detto, normalmente lo è (in questo caso è stato dimostrato anche da molti agenti e dai loro superiori, che si sono dissociati dal gesto, e più in generale operano tutti i giorni rispettando le leggi). Va ricordato tuttavia che, a differenza di altre istituzioni, tutto si tratta fuorché di privilegiati (tranne che nei suoi vertici) – i poliziotti servono lo stato correndo grossi rischi e ricevendo poco in cambio, in termini di remunerazione come di considerazione, ciò che, senza giustificarlo, può contribuire a spiegarne lo stato di stress e di sconforto. Infine, diciamolo: l’indignazione facile delle opposte partigianerie non aiuta a comprendere le cose, e anzi contribuisce a esacerbare il confronto di opinioni, trasformandolo in una questione di tifo calcistico, di schieramento a prescindere dai contenuti. Accade per i politici presenti all’incontro del Sap, o comunque abituali sostenitori di legge e ordine, che si sono affrettati a schierarsi con i poliziotti, squadernando una facile e assai pelosa solidarietà (dopo tutto, votano anche loro, e soprattutto votano milioni di persone che vivono situazioni di insicurezza su cui questi stessi politici costruiscono le loro carriere). Ma accade per l’indignazione di molti, inclusi ambienti corrivi ai violenti d’altro genere (per esempio a quelli che provocano disordini nelle manifestazioni in cui i poliziotti rischiano la vita per tutelare un ordine pubblico che è anche nostro, perché è un bene di tutti): che usano il caso per attaccare comunque la polizia, a prescindere.

Uno stato di diritto ha bisogno della certezza che innanzitutto le proprie istituzioni siano al servizio della legge, e non usino il proprio potere per autotutelarsi, o per commettere reati gravi (come avvenne al G8 di Genova, per dire), ma nemmeno per difendersi con depistaggi, come avvenuto anche nel caso Aldrovandi e troppe volte nella storia italiana. Ma ha anche bisogno che il diritto alla sicurezza collettiva sia adeguatamente tutelato, tutelando innanzitutto chi se ne occupa, purché resti nei limiti della legge. Sono due facce della stessa medaglia. Entrambe vanno perseguite con la stessa fermezza. Senza applausi. E con più azioni. La condanna dei poliziotti che hanno ucciso Aldrovandi è dopo tutto la prova che il patto sociale a fondamento dello stato di diritto, in questo caso, ha funzionato. Basta così.

La sicurezza e lo stato di diritto, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere della Alpi”, 4 maggio 2014, p.1

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