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“Un forte rumore di niente”. Il silenzio del PD padovano

A parte qualche intervista ogni tanto, non un cenno, non un rumore. A più di una settimana dal suo disastroso risultato elettorale, il Partito Democratico di Padova e provincia non emette suono. Polemiche, qualcuna: a colpi di intervista, appunto. Ma nessuna traccia di riflessioni, ripensamenti, ascolto delle ragioni della sconfitta, o almeno l’iniziativa di chiedere scusa al proprio stesso elettorato, per averlo costretto a non votarlo, mettendo la croce sul suo simbolo solo sulla scheda delle europee, ma non su quella delle comunali. E per averlo costretto, al ballottaggio, a sostenere Bitonci o nemmeno lui, astenendosi dal voto.

Scomparso il candidato sindaco, di cui non si segnalano dichiarazioni: e si può capire. Scomparse soprattutto le segreterie del partito, cittadino e provinciale, che l’hanno condotto al disastro: e si capisce meno. Qualche circolo che si è riunito al suo interno. Ma nessuna assemblea pubblica di confronto: anche solo per consentire al malcontento di sfogarsi, che sarebbe comunque un servizio agli elettori. Si sente solo, per dirla con una bella canzone di De Gregori, “un forte rumore di niente”.

Maggioranza e opposizione interna, unite nel silenzio. Nessuno che reagisca. Nessuno che chieda pubblicamente di interrogarsi. Nessuno, nemmeno, che chieda seriamente, magari collettivamente, l’azzeramento dei vertici, le loro dimissioni, che non sarebbe neanche tanto strano o inusuale, in questi casi. E uno solo, che non vuole tuttavia coinvolgere gli altri (anzi, che agisce individualmente per evitarlo), che prende l’iniziativa di dimettersi in proprio. Lo scopo insomma non è provocare l’effetto Livorno, ma precisamente scongiurarlo. Il perché, è facile da capire: non si ha nessuna intenzione di cambiare.

Resta qualche mugugno isolato. Qualche vaga protesta su facebook. Qualche tweet polemico tra l’uno o l’altro dei protagonisti della sconfitta. Un paio di interviste sui giornali, lontani dal confronto pubblico e diretto. E per il resto, un assordante silenzio.

O meglio, ad ascoltare più da vicino, qualche rumore sordo, attutito, si sente. Ma non sono leader che si organizzano, truppe che si raccolgono, il rumore della battaglia per il riscatto che si avvicina. E’ solo il rinserrarsi dei ranghi, il chiudersi a riccio: per attaccare il nemico? No, per difendere ciascuno le proprie posizioni. Un atteggiamento condiviso da tutto il partito: senza differenze generazionali, tanto evocate. E senza grosse differenze di posizione politica. Il ‘nuovo’, se così si può dire, è silente quanto il ‘vecchio’, e altrettanto restìo all’azione. L’establishment insomma se ne sta lì a difendere il fortino delle proprie posizioni, sempre più erose dai venti di cambiamento imposti da un elettorato cui peraltro nessuno guarda, che nessuno ascolta, cui nessuno risponde.

Non rivoluzioni interne, e niente ricambio a nessun livello. Al massimo qualche insulto attutito tra tifoserie contrapposte. Molte manovre difensive, questo sì: scavo di trincee, accumularsi di sacchi di sabbia e cavalli di Frisia. Qualche vaga manovra d’aggiramento, solitaria, nella speranza di assestare un colpo alle spalle di un nemico personale. Nessuno, proprio nessuno, che pensi a manovre d’attacco frontali, aperte, pubbliche, che chiamino al consenso esterno anziché solleticare il dissenso interno, per scardinare un sistema che ha portato a un palese fallimento. Un po’ di ritocco generazionale, un minimo di cosmesi di genere, e nient’altro: cambiare poco, pochissimo, all’esterno, perché nulla cambi all’interno.

Si cercano (di nuovo: e in questo caso lo si può ben dire, perseverare è diabolico) soluzioni eternamente unitarie, mediazioni senza coraggio, accordi consociativi al ribasso. Si attende l’intervento di Roma perché, di fatto, si è incapaci di agire da soli. Senza capire che di tatticismi si può morire.

Manca un messaggio forte all’elettorato democratico: quello che avrebbe voluto sostenere il PD, e l’ha fatto alle europee, ma non in città (il famoso 16% di differenza tra il voto europeo e quello comunale). E quello che l’ha fatto anche in città, ma controvoglia, per disperazione. Questo elettorato, che è quello cui occorrerebbe naturalmente rivolgersi per dare un segnale, non sente squilli di tromba, non vede agitarsi bandiere di riscossa, non trova leader innovatori da seguire. Solo un letargico silenzio – a parte qualche polemica interna – che è la fotografia di un partito non solo sconfitto, ma esangue, privo di vitalità.

Eppure la ricetta sarebbe semplice, a portata di mano. Grosso modo, è quello che farebbe chiunque, in casa propria. Se l’aria è malsana, bisogna aprire le finestre, e far entrare aria nuova. Se gli amministratori non sono capaci di gestire il condominio, e non fanno nemmeno la manutenzione ordinaria, al punto che la casa rischia di perdere ulteriormente pezzi, bisogna cambiarli, e affidarlo ad altri. Se si vuole che gli appartamenti siano tutti abitati, e da gente motivata, bisogna attirare persone nuove, non respingerle. Molta gente, fuori dal fortino, non aspetta che un segno. Non darglielo è suicida. La scommessa del rinnovamento, al di là delle parole, sta qui.

Una risposta a “Un forte rumore di niente”. Il silenzio del PD padovano

  • paolo scrive:

    i leader non si inventano, non si improvvisano. Quelli che hanno guidato il pd e, prima, i partiti dei ds e della margherita, hanno creato un’egemonia lunga un ventennio. il racambio, in una città come padova, è perfino fisiologico e la sconfitta probabilmente inevitabile. vedremo se ci sarà qualcuno in grado di sostituirli degnamente. Piero Ruzzante, fossi in voi dei Pd, me lo terrei stretto.

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