stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Caro Piero ti scrivo… Lettera aperta a Piero Ruzzante

Caro Piero,

non faccio finta: non siamo mai stati amici. Ma ci conosciamo abbastanza bene, sul campo. Ti lascio, se vorrai leggerle, le riflessioni che mi sono venute in mente leggendo la tua intervista. Come patrimonio di una discussione che ci riguarda tutti.

Ho apprezzato che tu ti sia dimesso dalla segreteria cittadina: sei stato l’unico, dopo la sconfitta. Il gesto è apprezzabile in sé, e te ne va dato atto. E sarà utile anche per innescare una discussione seria: ciò che va a tuo merito. Se sei stato il primo a farlo, è perché, a differenza di altri, sai che la politica ha anche dei tempi che vanno rispettati, e li conosci. Da par tuo, te ne sei fatto interprete.

Le modalità del tuo gesto – le parole che lo accompagnano – mi hanno lasciato invece più di una perplessità. E ugualmente le intenzioni. Di solito ci si dimette per innescare un cambiamento che non si riesce a produrre altrimenti: qui ci si dimette, mi pare, per poter andare avanti come prima, su una linea tracciata da tempo e non messa sufficientemente in discussione.

Tu eri il coordinatore della campagna elettorale di Ivo Rossi, e in quanto tale sei stato il principale ma tutt’altro che l’unico responsabile della sconfitta (che coinvolge anche il candidato, la segreteria provinciale e altre personalità del partito, di diverso orientamento e area politica, per essere chiari): il tuo disegno non era solo tuo, ed era condiviso, seppure con responsabilità e possibilità d’azione diverse, da altri. E’ cosa buona e giusta – e te lo ribadisco: lo apprezzo sinceramente – che tu tragga le conseguenze del ruolo che rivestivi. Ma non sei il solo che dovrebbe farlo.

Tuttavia ti sei dimesso, possiamo dircelo, in maniera polemica. Attribuendo gran parte della responsabilità, di fatto, al candidato sindaco (e, poco elegantemente, invitandolo a farsi da parte); attribuendo responsabilità minori anche al leader nazionale (perché non è venuto a difendere il nostro candidato: come se fosse colpa sua il risultato) e denigrandolo (tra l’altro, nel paragone con lui, azzardando persino una qualche forma di superiorità morale generazionale: mostrando di non aver colto né il punto che ti ha fatto ben osservare Umberto Contarello, né che, complessivamente, si è aperta un’altra stagione nel PD, e che questa stagione è l’inizio della sua rinascita); polemizzando col segretario cittadino (certo, in risposta alle sue, di critiche), senza ricordare che lo avevi di fatto esautorato fino al giorno delle elezioni (al punto di scrivere al suo posto le lettere ai circoli e agli iscritti indicando chi votare); designando quella che secondo te deve essere la leadership futura del partito e con essa la linea politica da seguire; rilanciando infine sulle prossime iniziative.

Il significato della parola dimissioni, a questo punto, mi sfugge. Se uno si dimette, lascia che le responsabilità, la linea, le persone, le decida chi verrà al suo posto: altrimenti tanto valeva restarci, in quel posto. Dimettere, scusa se lo sottolineo, significa “far uscire, lasciar andare, congedare”; dimettersi, significa farlo in proprio: uscire, andarsene, congedarsi. Ed è un verbo nobile.

Ma sfugge anche, del tutto, il significato della parola discontinuità, pure evocata nella tua intervista: come si fa a dire che ce n’è bisogno, ma proporla con le persone di prima a fare le cose di prima? Dicendo che sì, in campagna elettorale si sono sbagliate alcune cose (soprattutto, pare di capire dalle tue parole, il candidato) ma tutto il resto va alla perfezione? Come si fa, in particolare, a rivendicare come rinnovamento l’accordo consociativo – accettato da tutte le parti in causa: avresti ragione a sottolinearlo e va a loro torto – che ha portato al risultato degli ultimi congressi? Mandato giù senza entusiasmo, con tanti mal di pancia, e tante schede bianche degli iscritti, e tanti voti mancanti? Come si fa a non ascoltare il forte malcontento degli iscritti, prima ancora degli elettori, di fronte a questa scelta e dopo, in città e provincia? Come si fa a dire che ha funzionato? Come si fa a dire che le cose, in città e provincia, vanno bene, che il partito è in salute, che il rinnovamento è già fatto?

Come si fa, per esempio (se davvero si vuole onestamente ricominciare coinvolgendo tutti, anche chi non c’è ancora ma potrebbe esserci), a non ammettere che finora il partito è stato gestito da una componente – che a livello nazionale rappresenta l’opposizione: i vincitori di ieri e gli sconfitti di oggi – forte, chiusa, coesa, abile quanto impermeabile? E che l’opposizione, la minoranza – che a livello nazionale si ricollega all’attuale dirigenza – è stata vista come un pericolo e un intruso, è stata sopportata ma non coinvolta, e infine, per sua colpa, nell’impossibilità di incidere o anche solo di sentirsi parte del medesimo progetto, ha finito per passare il tempo a guardarsi l’ombelico e gestire personalismi velleitari? Che, insomma, finora il partito è andato avanti per compartimenti stagni, senza mai interrelarsi davvero, senza contaminarsi reciprocamente, ciò che sarebbe stato la sua ricchezza e la sua forza? Soprattutto, senza aprirsi sufficientemente all’esterno?

Quello che ci sarebbe invece da capire, con un po’ di umiltà, e da parte di tutti, ma proprio tutti, senza distinzioni d’area, è che il problema non è la resa dei conti personale, e nemmeno trovare sul piano personale chi si metta al posto di guida. La sconfitta viene da lontano: è la sconfitta non di una singola persona (in questo senso, nemmeno di Piero Ruzzante), ma di un modello di partito e di un modo di fare politica. Che, senza colpa individuale di nessuno, semplicemente ha concluso il suo ciclo e – se mi si permette la citazione di un padre nobile che di questi tempi citano tutti senza imitarne la chiarezza analitica – ha esaurito la sua spinta propulsiva. Che a suo tempo ha avuto e ha portato a risultati lusinghieri: ma che adesso non c’è più. E’ una stagione passata. Definitivamente. Ed è ora di cominciare a elaborare il lutto, se si vuole andare avanti.

Il problema non è chi ci sarà alla guida del partito, ma cosa farà: perché se farà le stesse cose, con le stesse chiusure interne ed esterne, ha già finito prima ancora di cominciare. E su questo il PD di Padova e provincia (un tutt’uno, come imprinting e reti di relazione) dovrà fare molta strada. Interrogandosi serenamente sui suoi limiti, e accettandoli, per ripartire costruttivamente, aprendo un rapporto con la società e con la città che, palesemente, negli anni si è ridotto ai minimi termini. Non a causa di singole persone: troppo facile. Ma, più profondamente, di un modo di fare politica, pensarla, organizzarla, praticarla che appartiene a un tempo che non è questo. Tutto qui. Questa presa d’atto è una condizione necessaria della ri-partenza. Se questa consapevolezza non c’è, è un problema, prima ancora che politico, culturale, di orizzonte, e assai grave. Non è un lavoro di giorni o settimane, ma di mesi e probabilmente di anni: se non si riconosce che è necessario, non si è capito nulla di questa sconfitta – meritata, e che merita di essere meditata seriamente, perché non ce l’hanno inferta gli avversari, ma i nostri elettori attuali e potenziali.

E’ da lì che bisogna ripartire. Ringraziando te, Piero, per il lavoro svolto in passato, e per esserti messo da parte quando quel lavoro non è più diventato possibile perché semplicemente non ha più senso, perché quella stagione è finita: per sempre.

Se si parte da lì, tutte le risorse che ancora ci sono, sono buone e utili: tu, Piero, con la tua grande esperienza e le tue indubbie capacità, incluso. Ma solo se ci sarà anche una seria valutazione delle risorse che invece non si sono utilizzate, si sono sprecate, si sono lasciate colpevolmente andare via, non si sono ricercate in passato. Dando così il segno vero di una ripartenza: che, in questo momento, mi dispiace, ma ancora non c’è, non si vede.

A scanso di equivoci: tutto vuol significare, questo discorso, tranne pensare che le cose si risolvano cooptando qualche persona che la pensa diversamente. Sarebbe l’errore più grande: e, ancora, vecchia, vecchissima politica. Occorre aprire porte e finestre, coinvolgere iscritti ed elettori, energie e forze che sono presenti intorno a noi, fuori dal nostro piccolo fortino, in cui l’aria è diventata irrespirabile, e dar loro credito e fiducia, accettare le loro scelte future, anche se non le capiremo. Darsi il tempo per fare analisi, discutere, litigare forte, mandarsi a quel paese, anche: ma con parole chiare e oneste, senza dietrologie e messaggi obliqui. Avere il coraggio di mettere in discussione gli equilibri del passato: di resettare tutto, ma proprio tutto. In un cammino che deve essere affrontato insieme, ma con un passo ben diverso da quello del passato: e per andare in altra direzione.

Con stima

Stefano

5 risposte a Caro Piero ti scrivo… Lettera aperta a Piero Ruzzante

  • excellent points altogether, you just gained a new reader.

  • stefano scrive:

    Allego qui, per gli interessati, la risposta di Piero Ruzzante: cosa di cui lo ringrazio
    E la mia, alla sua

    Riflessioni su Padova, su Allievi e dintorni
    21 giugno 2014 alle ore 14.14
    Riflessioni su Allievi e dintorni

    Caro Stefano, scusa il ritardo ma sono stato molto impegnato in regione in queste giornate e volevo, anche per gentilezza, rispondere ad alcune delle tue valutazioni.

    Se c’è una cosa sulla quale concordo al 100% con Renzi è la sua totale avversione nei confronti delle ipocrisie. Le cose è bene dirsele in faccia e in maniera diretta. Da oggi inizio a farlo anch’io. Sostieni che non ci conosciamo, o quasi. Non è così. Appena eletto Consigliere regionale, primo nella lista del Pd con oltre 10.000 preferenze, mi hai invitato insieme ad altri prima a cena e poi a pranzo a casa tua. L’oggetto del nostro incontro era ragionare su proposte che tu avanzavi per la segreteria provinciale del Partito Democratico. Ricordi? Mi stavi proponendo un accordo di potere? Non credo, avevi un’idea sul candidato alla segreteria e hai provato a promuoverla. Ero abbastanza d’accordo con te, ma non se ne fece nulla, perché la candidatura di Federico Ossari raccolse più consenso tra le varie anime del PD, esclusa l’opposizione di Francesco Corso.

    Le condivisioni si devono ricercare nella vita democratica di un partito. Ma non limitiamoci a pensieri di corto respiro per cui quando prevalgono le proprie idee la democrazia funziona, se invece prevalgono le idee degli altri la democrazia è negata. Ci conosciamo bene, caro Stefano. Abbiamo perfino provato a fare un tratto di strada insieme. Io non la rinnego, spero neppure tu.

    Nella tua lettera mi contesti di aver indicato la leadership futura. Anche in questo caso ti sbagli, la leadership l’hanno indicata gli elettori con le loro preferenze: oltre 1300 ad Andrea Micalizzi, oltre 1100 ad Umberto Zampieri, più di 900 al segretario dei giovani democratici Enrico Beda, alla sua prima esperienza amministrativa che ha messo in fila assessori di primo e secondo pelo. In politica decidono i cittadini, non c’è altra meritocrazia che conti davvero, tanto meno quella delle correnti. Ancor meno decidiamo io o te. I leader senza voti non esistono, quando si scelgono a prescindere dal consenso si trasformano in atti di arroganza che gli elettori rispediscono al mittente.

    Non ho chiesto e mai mi permetterei di chiedere le dimissioni di Ivo Rossi da consigliere comunale. Il mio ragionamento era più o meno questo: “Caro Ivo, in meno tempo di quanto tu oggi possa credere la città rivaluterà la tua azione amministrativa e il tuo buon governo. E, se lo vorrai, ti premierà con ruoli importanti, come possono essere quelli di parlamentare o ruoli di governo regionale. Tornerai a vincere come Flavio tornò a vincere dopo il ‘99, quindi non ti preoccupare di chi condurrà l’opposizione in Consiglio comunale, perché dopo di te ci sono giovani con idee, capacità e valori come Margherita Colonnello, Massimo Bettin, Meri Scarso, Cristina Piva. Questo il mio ragionamento, molto criticato da diversi ambiti renziani, per qualcuno è stato un reato di lesa maestà, per altri sono un conservatore che pensa ad una prospettiva futura per Ivo, un candidato sconfitto che invece andrebbe messo definitivamente da parte. Provate a mettervi d’accordo. Io ho semplicemente detto quello che penso. Io voglio bene a Ivo, e ho fatto per lui con tutte le energie di cui disponevo quello che nessuno di voi si è offerto di fare (anzi mi sarebbe piaciuto vedervi di più in campagna elettorale). Lo ritengo una risorsa anche per il futuro e sono certo che questo sia un pensiero largamente condiviso.

    Sull’analisi che fai del voto, in alcuni casi contraddici i numeri, che dicono il contrario di quanto sostieni. Dici ad esempio che alle elezioni europee il dato di Padova è negativo rispetto al resto del Veneto. Evidentemente hai guardato le percentuali e non i numeri assoluti: il Pd di Padova con 173.486 voti è primo in Veneto, seguito da Venezia con 166.586 voti, quindi Vicenza (dove sicuramente c’è stato un effetto Moretti) con 161.826 voti. Le percentuali del PD sono strettamente connesse al dato dell’affluenza non ti sarà certamente sfuggito: a Padova ha votato il 69,1% degli aventi diritto, nel Veneto il 63%, con punte al ribasso a Belluno (54,3%) e Venezia (59,7%). Quindi più aumentano i votanti (per effetto delle amministrative), più si riduce la percentuale del PD, anche se rimane un dato straordinariamente positivo sia in termini di voti assoluti (Padova prima nel Veneto) sia in termini percentuali (per la prima volta in Veneto da solo il PD con 899.793 voti supera di 30.000 voti la sommatoria dei voti di Lega, Forza Italia, Ncd, Udc Fratelli d’Italia). Per quanto riguarda invece la città di Padova, il Centrosinistra alle Europee, sommando le liste da Tsipras a Scelta Civica, arriva a 54.334 voti (49,1%), alle amministrative il Centrosinistra al primo turno da Daniela Ruffini, a Andrea Colasio raggiunge 52.659 voti (47,45%). Certo, se al primo turno come nel 2009 fossimo stati tutti uniti saremmo stati probabilmente irraggiungibili al ballottaggio. Un’ultima cosa ti farei notare, è impietosa ma le analisi non possono che essere tali: nel 2009 Zanonato prende 4.200 voti in più delle liste che lo appoggiavano, Marin 2.000 voti in meno, portandoci a superare il centro destra che, come coalizione, aveva anche 5 anni fa ma pochi se lo ricordano quasi 5000 voti in più del centro sinistra. Quindi è il valore aggiunto del candidato che ci ha consentito di essere davanti al primo turno e poi di vincere al ballottaggio nel 2009, altrimenti avremmo perso anche allora di ben 5 punti percentuali. Inutile dire che in questa tornata non è andata così: al primo turno Ivo ha preso 500 voti in più rispetto alla sua coalizione(ma in percentuale -0,7%), Bitonci 1543 in più rispetto alla sua coalizione.

    Rimane un dato molto negativo sulle comunali per la lista del Partito Democratico, ma non ho dubbi che, visto che la tua area oggi dirige il partito cittadino con Antonio Bressa, saprete dare una risposta e una spiegazione al deludente dato della città. A Padova il Pd passa dai 35.249 voti delle politiche del 2013 (allora io ero Segretario cittadino), ai 26.700 voti di oggi (8500 voti in meno rispetto ad un anno fa 5.500 voti in meno rispetto alle comunali 2009 e quasi 20.000 in meno rispetto alle europee 2014 e non possono bastare i voti dati alle civiche e a Fiore e Colasio a giustificare questo dato). Basta dare un occhiata alle preferenze per capire chi ha rappresentato un valore aggiunto e chi no, si pensi a Piron che dopo 10 anni di Assessore riesce a prendere gli stessi voti di 5 anni fa, scendendo dal terzo al quinto posto, ma i primi due del 2009 non erano candidati. Altri assessori raddoppiano i loro voti o li aumentano considerevolmente.

    In media hanno funzionato decisamente meglio i candidati alla prima esperienza amministrativa comunale, pensa che se avessimo vinto su 13 eletti 8 erano al loro esordio in Consiglio Comunale.

    Su Antonio Bressa credo di essere stato molto chiaro: sul piano umano non ho apprezzato che chi ha lavorato gomito a gomito con me per tre mesi e condiviso tutte le scelte, il giorno dopo scriva che le responsabilità della sconfitta sono da ricercare nel candidato Ivo Rossi (suo riferimento politico fino al giorno prima) e nel sottoscritto. Non è una questione politica, è una questione di stile e di rispetto, che non sono poca cosa. Detto questo, mi sono assunto io le responsabilità della sconfitta e non ho mai chiesto le sue dimissioni. Credo che sia Antonio che Massimo Bettin, forte di un risultato che ci consente in questa tornata elettorale di governare in provincia di Padova in 26 comuni di cui 11 comuni sottratti a Lega e destra e 3 li abbiamo invece persi, debbano condurre questa fase nuova, e sono certo sapranno tenere aperte le porte e le finestre del PD padovano. Per quanto mi riguarda le ho tenute spalancate, al punto che due ragazzi, di 29 e 28 anni, guidano oggi anche grazie alla nostra azione il più importante partito della città.

    Per quanto riguarda Renzi, mi attribuisci cose che non hanno nulla a che fare con il mio pensiero. Oltretutto a chi non fosse ancora chiaro a livello nazionale Matteo Renzi in maniera molto più intelligente e aperta di alcuni suoi predicatori locali sta aprendo una fase unitaria nella gestione della sua segreteria esattamente come abbiamo già prima di lui fatto a Padova e nel Veneto con l’elezione condivisa di Roger De Menech. Condivido molte delle cose che sta facendo il Presidente del Consiglio e ricordo che quando nei congressi sostenevo che bisognava tassare le rendite improduttive e detassare il lavoro per rilaciare l’economia e l’occupazione, tu Stefano mi spiegavi che proponevo ricette da old labour party. Sono contento che Renzi le abbia invece applicate alla lettera e abbia fatto di questa scelta (quello che altri leader della sinistra hanno invece tardato a fare) la cifra della vittoria alle elezioni europee.

    Sull’assenza del nostro leader al secondo turno, ho detto quello che ho visto con i miei occhi: un volantino della destra al ballottaggio con foto di Ivo Rossi e Matteo Renzi e la frase: domandatevi perché non è venuto. Matteo Renzi è anche il mio segretario, l’ho invitato a Padova dopo la sua sconfitta alle primarie in un mitico comizio il 15 febbraio 2013 in una gelata ma strapiena Piazza delle Erbe prima delle elezioni politiche, perché riconoscevo già allora i suoi meriti e il valore aggiunto che rappresentava. Credo che Ivo e, soprattutto, i volontari che hanno condotto una difficilissima campagna elettorale meritassero un suo passaggio in città. Ci avrebbe fatto vincere? non credo, non lo so, ma almeno avremmo avuto un po’ di spinta in più e avremmo impedito speculazioni sulla sua assenza da parte della Destra. Un grande leader (e non ci sono dubbi che lo sia) ci mette la faccia anche quando si perde, non solo quando il vento gonfia le vele. Io, nel mio piccolo, l’ho sempre fatto e anche questo era il tema dell’intervista. Spiegare ai più giovani che si può vincere o si può perdere, ma non ci si deve vergognare se si sa di avere dato il massimo. Se lo sapremo fare insieme, prima riprenderemo la strada della riscossa. In moltissimi mi hanno chiesto di ritirare le dimissioni dalla direzione cittadina, ma resto convinto del mio gesto e non torno indietro. Perché vedi Stefano, in Italia c’è sempre uno sport particolarmente praticato: spiegare il giorno dopo le mille ragioni della sconfitta, trovare qualcuno che se ne assume la responsabilità è invece molto più raro. Fin da ragazzo ho sempre avuto una pessima abitudine: partire dalla domanda (che tu non ti sei neppure posto): “che cosa ho sbagliato? quali sono le mie responsabilità?” e lasciare in secondo piano le responsabilità degli altri. E’ una diversa visione del mondo, che ti fa stare molto peggio ma che ti consente anche, ogni mattina di guardarti allo specchio e di sorriderti.

    Queste sono alcune delle riflessioni che mi sento di fare e che voglio con te condividere. Spero la prossima volta potremmo iniziare a parlare di quale è il modello di partito che vorremmo costruire e quale dovrà essere il profilo del nostro stare all’opposizione per i prossimi 5 anni, temi sui quali – al di là delle frasi fatte – non hai detto una parola e che invece sono molto più interessanti per chi ha la pazienza di seguire le nostre riflessioni.

    Fraterni saluti (tornerei a questo antico ma profondo saluto tra chi vuole condividere il pane quotidiano visto il livello dello scontro al quale quotidianamente assistiamo su social e giornali nel partito padovano….o si riparte dalla consapevolezza di essere parte della stessa comunità o tutto sarà più difficile) pertanto caro Stefano

    Fraterni saluti

    Piero

    PS poichè in questi giorni sono trascorsi 10 anni dalla prematura morte del presidente dell’Arci nazionale il padovano Tom Benetollo, con il quale avevamo fatto un pezzo di strada insieme nella FGCI padovana vorrei qui ricordarlo con una sua frase che forse ci può illuminare nell’attraversamento del deserto nei prossimi 5 anni.

    “In questa notte scura, qualcuno di noi, nel suo piccolo, è come quei “lampadieri” che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all’indietro, appoggiata sulla spalla, con il lume in cima. Così, il “lampadiere” vede poco davanti a sé, ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo o narcisismo, ma per sentirsi dalla parte buona della vita. Per quello che si è. Credi.”

    TOM BENETOLLO
    Mi piaceMi piace · · Condividi

    Piace a Massimo Bettin, Lorena Zaggia, Luigi Perissinotto e altri 50.
    4 condivisioni

    Caro Piero,

    ti ringrazio, innanzitutto, per la risposta. La mia presa di posizione non era generica, ma indirizzata soprattutto a te, dopo aver letto l’intervista che hai rilasciato (e infatti avevo taggato solo te). Inizialmente l’avevo pensata, come faccio di solito, come un commento impersonale. Poi mi è sembrato giusto rivolgermi direttamente a te, che ne eri involontariamente all’origine.

    Mi permetto in proposito innanzitutto un chiarimento, perché ha indotto in te un equivoco. Non ho mai scritto che non ci conosciamo: che senso avrebbe? Ho scritto che non siamo amici, nel senso profondo del termine, che è vero: un amico è qualcuno con cui condividi le esperienze più profonde, intime e personali per un lungo lasso di tempo. Era solo per dire che nulla mi legittimava a scriverti confidenzialmente… Ma sentivo di farlo lo stesso, perché apparteniamo allo stesso partito. Tutto qui.

    Mi fa piacere peraltro che rievochi quella volta che, con altri dirigenti del partito, sei venuto a casa mia a discutere di politica. Per me era stato un momento bello: perché dei dirigenti che stimavo andavano a casa di un iscritto senza cariche per discutere di un ragionamento politico e di una proposta (che non mi riguardava personalmente, cosa di cui sono lieto). Il segno, per me, allora, di quel partito comunità che sognavo e di cui anche tu parli spesso: che, da allora, come molti altri, ho vissuto di rado. Come sai, da allora, ed è passato qualche anno, il mio telefono, da parte tua, non ha più squillato; e il tuo, da parte mia, solo una volta, per chiederti un commento ai dati elettorali regionali (quelli delle elezioni in cui sei stato trionfalmente eletto, come ricordi: peraltro, anche con la mia, di preferenza) per un articolo che ho scritto. Poi, ci siamo incontrati solo alle riunioni, e come leali avversari interni: quando tu andavi in giro a presentare la mozione Cuperlo e io quella Renzi, ad esempio, e politicamente ce le davamo di santa ragione, nel rispetto personale.

    Non ritorno sulla questione del commento ai dati. L’ho già fatto nei miei articoli sul “Mattino” e negli interventi sul blog, incluso quello indirizzato a te. Mi interessa il rilievo interpretativo fondamentale. Si tende a dire che a Padova abbiamo perso per le responsabilità soprattutto del candidato (ricordando meno spesso – come sai bene – che molti altri erano stati sondati e sottoposti a sondaggio dal partito, e nessuno godeva in città di livelli di consenso nemmeno paragonabili a quelli di Ivo: che, quindi, era il candidato migliore nelle condizioni date). Ho la sensazione che questo serva a scaricare il partito delle sue responsabilità. Io su questo non sono per nulla d’accordo. Te la dico semplice, come la penso: ci sono stati in questi anni e decenni cambiamenti sociali, economici e culturali giganteschi. Ma il modello organizzativo del partito è sempre lo stesso, sempre drammaticamente uguale. Quando andiamo nei circoli, sia tu che io vediamo le stesse cose: un genere largamente maggioritario, quasi una sola generazione (la più anziana), quasi un solo settore professionale (pensionati e pubblico impiego, con troppo poche eccezioni – assenti tra gli imprenditori e quasi assenti tra i ceti professionali, nel mondo del lavoro subordinato eravamo fino a ieri persino elettoralmente quarti, dopo FI, M5S e Lega, e siamo inesistenti tra le giovani partite Iva), molta demotivazione, e molte assenze (le più difficili da percepire: quelli che c’erano ma non ci sono più perché se ne sono già andati via, delusi). Il partito a Padova sembra chiudersi, e non solo perché perde iscritti, cosa che accade anche altrove. A livello nazionale aumenta i consensi perché ha cambiato non solo leadership (non basta), ma stile politico e linea politica: ed è per questo che vince. Qui, mi spiace, e non lo dice solo Stefano Allievi, e non è colpa solo di Piero Ruzzante – e, pro quota, nella diversità di responsabilità, anche di Stefano Allievi, certo – non è stato così. O almeno, fuori di qui non ne se ne ha la percezione, e probabilmente c’è un motivo. Peraltro, non ne faccio nemmeno una questione di diversificare cittadino e provinciale, cuperliani civatiani e renziani, maggioranza e minoranza: perché tutti sono figli delle stesse reti di relazione e dello stesso accordo di vertice che li ha portati ad occupare le posizioni che occupano. E’ per questo che, anche se anagraficamente più giovani, non possono produrre alcun cambiamento sostanziale. Raccontarci che noi il rinnovamento l’abbiamo già fatto, da questo punto di vista, è un mantra consolatorio, ma non corrisponde alla realtà: se fosse così, ci avrebbero votato.

    Dici che non propongo soluzioni. Non è così, se ti prendi la pena di leggere le molte, forse troppe cose che ho scritto, nel mio sito, nel mio libro sul PD (pieno di suggerimenti pratici, concreti e applicabili anche a livello locale, non solo di analisi e di critiche), e le cose che ho provato a dire in innumerevoli incontri (anche personali, in questo periodo, in cui ho cercato di parlare con un sacco di dirigenti e di persone, dentro, ai margini o fuori dal PD, e innanzitutto con alcune di quelle con cui sono andato meno politicamente d’accordo in questi anni, per cercare di trovare una via d’uscita che desse una prospettiva costruttiva e con un po’ di speranza, senza riuscirci). Ma ti faccio un altro esempio, per cercare di farti capire cosa intendo. Con alcuni colleghi e colleghe ho progettato in questi mesi un nuovo corso di laurea magistrale, che partirà nel prossimo anno accademico. Per disegnarlo, abbiamo riflettuto soprattutto sulle molte manchevolezze, difficoltà, limiti, problemi, incapacità, assenze (anche nel rapporto con gli studenti, il mondo del lavoro, la società) del corso precedente, che andrà a sostituire, e che peraltro io presiedo da pochi mesi (avevo accettato l’elezione solo a patto di modificarlo radicalmente, appunto). La cosa è stata anche dolorosa, perché le scelte del passato erano figlie di persone che le hanno compiute. Alla fine, abbiamo convenuto abbastanza sulla diagnosi (con alcuni dissensi e resistenze, come logico): e a quel punto abbiamo cercato di costruire la terapia, cioè un nuovo corso di laurea – la soluzione, appunto. Non so se ci siamo riusciti: lo scopriremo solo tra qualche mese. Ma ci abbiamo provato. Ecco, credo che purtroppo, nel PD padovano, siamo ancora molto lontani da questo. Dobbiamo ancora fare una seria diagnosi della sconfitta (cioè dei problemi di lungo periodo, delle assenze, dei problemi, dei limiti, delle difficoltà, delle manchevolezze, delle incapacità anche personali), e soprattutto siamo lungi dal condividerla. Ognuno parte dalla sua situazione (dal suo insegnamento, per rimanere nella metafora che ti ho proposto) in una logica autoassolutoria, personale o di area (chi ha vinto, pur nella sconfitta complessiva, per dire quanto è bravo; chi ha perso, vittimisticamente, per dire che è colpa degli altri e non vedere le sue, di colpe). Per questo siamo lontani dall’avere trovato delle soluzioni vere.

    Infine, e ci tengo (e la cosa è legata al punto precedente): ti ho scritto a titolo personale. Non a nome di una supposta area Renzi che non ho consultato e che, come ho scritto lealmente, ha dimostrato una notevole inconsistenza e incapacità di produrre idee e leadership (sono tra i critici più duri di un insieme che, peraltro, non è mai stato un gruppo. E sono ben consapevole che di Renzi non ce ne sono molti, in giro: e certamente a Padova non ce n’è nessuno). Il che, tuttavia, non significa che altre aree abbiano operato per costruire un partito inclusivo, aperto, accogliente, capace di attrarre talenti, ecc. Tutto questo a mio parere non succede da anni, purtroppo. E quello che abbiamo davanti ne è il logico e conseguente risultato. Per questo dobbiamo uscire dalla logica delle mozioni: ma con fatti, non a parole (e nemmeno cooptando persone, che è il metodo peggiore), perché a parole lo dicono tutti. Solo che poi ci si continua a riprodurre come prima, nelle stesse stanze e con le stesse persone…

    Ora si tratta di ricostruire: su questo almeno siamo d’accordo. Solo che per farlo, bisogna vedere i segni di una diagnosi realistica. Io ancora non li vedo: non li ho visti nemmeno sabato, al cittadino. Ma non dispero…

    Rilancio sui saluti. Non ho problemi – anzi – a considerarmi tuo compagno: una parola (da cum-panis, quelli condividono il pane insieme) che mi è sempre piaciuta. Da quella volta a casa mia io e te non l’abbiamo più praticata. Magari, alla prossima festa, possiamo ricominciare…
    Anche fraterni, comunque, va bene

    Ciao

    Stefano

  • stefano scrive:

    Certo che il candidato ha le sue responsabilità. Ma non credo che la sconfitta sia tutta lì. Gli elettori non hanno votato nemmeno il partito: il 16% in meno alle comunali rispetto alle europee. E’ un modello di partito che è stato sconfitto. Più ancora, un’idea di politica. Che, come ho provato a scrivere, ha concluso il suo ciclo, ma non se ne è accorta. Tira un’aria diversa nel paese, e nel PD nazionale, rispetto a quello padovano. Qualcuno se ne dovrà accorgere, prima o poi. Finora non è successo. Infine: ho molto da dire sul modo di pensare e di ‘fare’ il partito di Piero, sul modo di selezionare i giovani, per esempio, e ci siamo scontrati direttamente, ma sempre lealmente, alle primarie, quando io andavo a presentare la mozione Renzi, sapendo che a Padova avrebbe perso, e lui quella Cuperlo (anche questa una visione di politica e di partito, a mio parere, sconfitta perché passata, non passata perché sconfitta). Ma non ho alcuna critica da fare sulle capacità di Piero, che anzi gli riconosco anche pubblicamente nel post. Poi, lo dico, Piero non ha la responsabilità principale: che è di un intero gruppo dirigente. Io allargo, non restringo, il problema…

  • giuseppe scrive:

    “Tu eri il coordinatore della campagna elettorale di Ivo Rossi, e in quanto tale sei stato il principale ma tutt’altro che l’unico responsabile della sconfitta (che coinvolge anche il candidato, la segreteria provinciale e altre personalità del partito, di diverso orientamento e area politica, per essere chiari)”. Dunque, partiamo dai fondamentali: per aprire una discussione seria bisogna essere seri, se invece si parte con la frase citata non si è seri. dunque il responsabile della sconfitta non è il candidato, ma il coordinatore della campagna e, anche il candidato. Non funziona così, gentile professore. Quando Zanonato ha perso nel ‘99 è stato lui il responsabile della sconfitta e nessun a cercato alibi che so’ dicendo colpa di giaretta. In più non si considera che Piero Ruzzante, ogni volta che si è presentato ad una elezione ha vinto, che fosse in comune, che fosse il parlamento, che fosse in regione. Questa volta il candidato sindaco poteva essere lui, ma si è fatto da parte e si è messo al servizio, provando ad animare una campagna elettorale in condizioni difficilissime. La generosità si traforma in responsabilità principale della sconfitta. Ma le pare serio professor Allievi?

  • paolo scrive:

    i leader non si inventano, non si improvvisano. Quelli che hanno guidato il pd e, prima, i partiti dei ds e della margherita, hanno creato un’egemonia lunga un ventennio. il racambio, in una città come padova, è perfino fisiologico e la sconfitta probabilmente inevitabile. vedremo se ci sarà qualcuno in grado di sostituirli degnamente. Piero Ruzzante, fossi in voi dei Pd, me lo terrei stretto.

Leave a Comment