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Divorzio breve: una scelta per la famiglia

L’approvazione da parte della Camera della legge sul divorzio breve, con un’inedita e soverchiante maggioranza che include i tre poli politici fondamentali (PD-centrodestra-M5S) e prospetta una rapida approvazione anche al Senato, completa un processo iniziato quarant’anni fa, con l’approvazione della legge sul divorzio. Ed è una svolta simbolica: l’indicatore di un paese le cui leggi sociali fondamentali, cui le norme legali si adeguano, sono basate non solo sull’obbligo ma sul consenso, non sugli impedimenti ma sulla libertà, non su una norma astratta ma su una pratica concreta.

La legge consente che, se il divorzio è consensuale, possa essere sancito entro sei mesi, e se è giudiziale entro un anno, anche in presenza di figli (anche se nella pratica saranno comunque di più, causa l’intasamento dei tribunali civili). Mentre in passato il minimo era tre anni, che potevano diventare nella pratica infiniti (anche cinque, otto, dieci: un tempo intollerabile e insopportabile), in caso di separazione conflittuale. E’ una normativa di civiltà, di modernizzazione, di responsabilizzazione degli individui. Che consente alle coppie che ormai non credono più in se stesse, in cui concretamente è già scoppiata una crisi grave e spesso è già operante un altro legame, di non definirsi più tali, ovvero di prendere atto della realtà. Con essa si prende atto che nessuna separazione già decisa si trasforma miracolosamente in amore ritrovato solo in virtù della durata di un vincolo legale imposto dall’esterno. Al contrario, proprio la durata estenuante del contenzioso spesso acuisce conflittualità artificiose e perverse, di cui pagano il prezzo soprattutto coloro che non hanno responsabilità in esso, cioè i figli. In particolare la norma riduce drasticamente non solo i costi economici, spesso insostenibili soprattutto in caso di separazione giudiziale (tra avvocati che si arricchiscono sulla durata, perizie psicologiche, denunce reciproche), ma soprattutto i costi emotivi e sociali, assai più devastanti: diminuendo il periodo dell’astio reciproco, del conflitto che mira più al danno di quello che diviene l’avversario rispetto al benessere complessivo delle persone coinvolte, meno che mai dei figli. E consente di accelerare, laddove ce ne sono le condizioni, il processo di costituzione di una nuova famiglia, che spesso è una condizione per tutelare il benessere materiale ed emotivo dei figli minori, e se non ci sono, semplicemente, di rifarsi una vita.

Certo, la legge sancisce un modello di famiglia basato sul consenso, sulla soddisfazione reciproca, sulla capacità di rinnovarsi, di trovare al suo interno le ragioni della propria esistenza: e quindi di reversibilità della situazione nel caso in cui queste condizioni non ci siano, e prevalga invece il dissenso, l’insoddisfazione di almeno una delle parti, l’incapacità di reinventarsi, in definitiva di amarsi. Ma non lo incoraggia: si limita a prenderne atto. Ed è questa la sua portata maggiormente innovativa. Il valore viene dato non al vincolo in sé, ma alle sue conseguenze positive: che, se inesistenti, o prevaricate da quelle negative, perde appunto di valore, di senso, e anche socialmente si rivela più un danno e un costo che un vantaggio. Accade agli occhi degli individui: non c’è motivo alcuno perché non debba accadere agli occhi della legge, che è al servizio della società e dei suoi membri, e non il contrario.

Naturalmente, da sola la legge non risolve il problema della durata dei matrimoni e della solidità della famiglia, che si forma per altre vie, ma nemmeno lo acuisce, e ne aiuta una soluzione più rapida in caso di difficoltà grave. Al resto deve pensare la società, con adeguate strutture di supporto, di accompagnamento psicologico, di assistenza sociale, oggi largamente al di sotto delle necessità e dell’investimento di altri paesi con leggi analoghe. Un welfare familiare, insomma, intollerabilmente carente in un paese che invece alla famiglia, senza aiutarla e nemmeno detassarla, fa carico di tutto: dalla riproduzione stessa della società, facendo figli, ai processi di socializzazione primaria, all’attenzione alla devianza giovanile, fino alla cura in solitudine e senza supporti di disabili e anziani. Ma è intervenendo a supporto, non costringendo la famiglia a restare unita a dispetto di tutto, che la società aiuta a risolvere questi problemi.

Divorzio breve, scelta di civiltà, in “Messaggero veneto”, 2 giugno 2014, p.1

La famiglia si fonda sul consenso, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 1 giugno 2014, p.1

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