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Sul caso Mineo

Lo dico: io questa cosa della povera vittima sacrificata all’orco cattivo, nel caso Mineo e c., proprio non la vedo.

Vedo una forte e legittima contrapposizione politica, questo sì. Diventata però, col passare del tempo, una contrapposizione ideologica molto caricata di altri significati (al di là del merito, quindi).

Nello specifico, mi pare che la libertà di opinione e di dissenso c’entrino poco o nulla. Altrimenti la divisione per schieramenti non sarebbe quella che è: un gruppo preciso del partito vs la dirigenza del partito.

Sul metodo politico, e anche su come si sta ‘vendendo’ la vicenda in termini comunicativi da parte delle vittime presunte, e perché (il perché vero, che col merito c’entra poco, mi pare), ci sarebbe molto da dire. Ma è più utile, per ora, e con calma, sommessamente, pacatamente, occuparsi del merito.

Sul merito, non ho i titoli del costituzionalista. Rubo perciò alcuni degli argomenti a chi ce li ha (e che ne ha scritto prima, a proposito di un altro caso simile: la fonte è l’Huffington Post, il blog di Salvatore Curreri, professore di Istituzioni di diritto pubblico, e si riferiva al caso Mauro. Peraltro ne ho lette di molto simili, da parte di altri docenti e costituzionalisti. E anche di persone dotate di banale buon senso istituzionale). A naso, mi convincono molto. E mi fanno pensare che questa vicenda è diventata quello che non è.

“Eppure basterebbe andarsi a leggere il regolamento del Senato per comprendere che tutto quanto accaduto non solo è pienamente legittimo ma risponde pienamente al dettato costituzionale. Ad inizio legislatura, infatti, non sono i senatori a scegliere a quale commissione parlamentare appartenere. Sono piuttosto i gruppi parlamentari che, dandone comunicazione alla Presidenza del Senato, provvedono a designare i propri rappresentanti nelle singole commissioni permanenti (art. 21.1 reg. Sen.).

Si è membri di una commissione, dunque, non per libera scelta di ogni singolo parlamentare, ma perché si è designati dal gruppo parlamentare d’appartenenza e di cui si è in commissione, come dice il regolamento, rappresentanti, espressione che vale ad evidenziare il forte legame che intercorre tra parlamentare e gruppo d’appartenenza.

(…)

Diversamente, si correrebbe il rischio che la maggioranza in Aula sia minoranza in commissione e viceversa. Lo stesso si può dire per i rapporti tra maggioranza e minoranza all’interno di ciascun gruppo parlamentare.

Il regolamento tutela tale corrispondenza proporzionale tra Aula e commissione in due modi: da un lato permettendo ai senatori che non appartengono ad una commissione di partecipare comunque alle sue sedute, ma privandoli del diritto di voto; dall’altro lato, consentendo ai gruppi “per un determinato disegno di legge o per una singola seduta, di sostituire i propri rappresentanti in una commissione, previa comunicazione scritta al presidente della commissione stessa” (art. 31.2 reg. Sen.).

(…)

Il confronto in commissione è confronto non tra singoli parlamentari ma tra rappresentanti dei gruppi (e non a caso, come detto, il regolamento qualifica così i componenti delle commissioni). Il che non significa reprimere il dissenso ma evitare che, per circostanze fortuite (il fatto ad esempio che i senatori dissenzienti nel gruppo si ritrovino in maggioranza in commissione) questo possa pesare politicamente di più in commissione di quanto effettivamente valga in Assemblea, con la conseguenza che si possa respingere in sede referente un progetto che invece riscuote il consenso della maggioranza del gruppo in Assemblea.

Il dissenso avrà legittimamente tempo e modo di esprimersi nella sede più consona e prestigiosa, e cioè in Aula. Sarà lì che si capirà se esso effettivamente sarà maggioranza o no. Non in commissione.”

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