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Chi e perché frena sulle riforme

Il dibattito sulle riforme, proprio adesso che è alla stretta finale, rischia di incagliarsi. Per motivi nobili: il tentativo di proporre una riforma migliore. E per motivi meno nobili: incluso quello, politicamente legittimo, di far fallire i progetti del governo, o guadagnarsi una qualche forma di visibilità rispetto ai partiti maggiori o spazi di agibilità nei partiti maggiori di cui si è minoranza.

Ma facciamo un passo indietro. Perché si vogliono fare le riforme? Perché, a un certo punto, diventano necessarie, anzi indispensabili? Ri-formare significa dare una forma nuova: per dare spazio a un contenuto che nella forma vecchia non riesce più a starci. E’ il caso della riforma elettorale, e di quella, correlata, del senato. Il contenuto è quello di una democrazia rappresentativa, funzionale ed efficiente. La forma, quella con cui siamo stati costretti a votare nelle ultime tre tornate elettorali, palesemente non la garantisce: tanto che è stata dichiarata incostituzionale in molte sue parti nel 2013, e ha prodotto dal lato della domanda disaffezione nei confronti della politica e astensionismo, e dal lato dell’offerta governi deboli, maggioranze problematiche, e un ceto di eletti (di nominati) per molti versi impresentabile.

Per questo la riforma elettorale, che in tempi di grave crisi economica dovrebbe essere considerata in fondo secondaria, è invece vissuta come cruciale, non solo da parte della classe politica, ma anche dei cittadini: che la ritengono (insieme a molte altre che dovranno accompagnarla e seguirla: fisco, giustizia, lavoro, ecc.) prioritaria. Perché tutti abbiamo la consapevolezza che se non riparte la politica non riparte il paese. Che se la politica non è capace di una svolta, di autoriformarsi, a maggior ragione non avrà né la forza né l’autorevolezza né la capacità per riformare gli altri settori dello stato. E’ per questo che le riforme elettorali e istituzionali hanno una così importante valenza simbolica, e la loro approvazione rapida è un segnale tanto atteso. Se non c’è questo, diventa difficile credere agli altri. Ed è per questo, infine, che il premier Renzi insiste così tanto: su di esse non si gioca solo l’autorevolezza del governo, ma la sopravvivenza stessa del paese. E la sua credibilità anche internazionale: esiste uno spread della reputazione che non è meno importante di quello tra i titoli di stato, e in termini di Pil può essere persino più incisivo e rilevante.

E’ sulla base di questa promessa di auto-riforma della politica e di riforma del paese che il governo, e il premier, godono tuttora di un consenso senza precedenti. Perché sono vissuti come l’ultima spiaggia, e un’alternativa secca: o il punto di svolta o il punto di non ritorno. E questo nonostante i ritardi già accumulati rispetto alle promesse fatte. I cittadini, in fondo, già sapevano che certe tempistiche (una riforma al mese…), in un paese abituato a riforme di gestazione ventennale e magari abortite all’ultimo, non erano sostenibili: ma hanno ancora fiducia nel fatto che chi le ha annunciate le voglia davvero realizzare, perché davvero, attraverso di esse, lega il suo destino a quello del paese. Le riforme approvate sarebbero il segnale reale che riformare, finalmente, si può: per giunta coinvolgendo l’opposizione, e non solo a colpi di maggioranza, come si fece con la legge Calderoli del 2005. Dando quindi una prospettiva di unità e di nuovo inizio, di vera e propria ricostruzione, al paese: che ne ha bisogno oggi non meno che nella fase della ricostruzione post-bellica.

Ecco, chi è contro la riforma elettorale e istituzionale, in alcuni casi in buona fede, in altri sapendolo perfettamente, rischia di bloccare questo intero processo riformatore: uno dei pochi circoli virtuosi imbroccati da una politica abituata a quelli viziosi e viziati dell’immobilismo, dell’incapacità e dell’impossibilità di decidere. Certo, ogni riforma è emendabile e migliorabile: ed è per questo che le riforme potenziali sono tante quante coloro che ci riflettono sopra. Ma l’unica riforma veramente possibile, alla fine, e dunque l’unica riforma reale, è quella che ha i voti per essere approvata. E questo non andrebbe dimenticato. La discussione, è vero, è il sale della democrazia. Ma troppo sale rende il cibo immangiabile. E tutti noi preferiremmo una pasta troppo al dente o troppo cotta, o un condimento non all’altezza, che nessun pranzo in tempo utile per evitare che l’affamato muoia di inedia.

Chi e perché frena sulle riforme, “Piccolo” Trieste, 7 luglio 2014, p.1

Lo stato da cambiare in fretta, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 9 luglio 2014, p.1

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