stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Galan e l’indignazione ’social’

L’arresto di Giancarlo Galan ha provocato una prevedibile ondata di indignazione a comando: tutti a felicitarsi e ad esultare, dai social network ai politici finti amici e ai giornalisti finti nemici del bel tempo che fu, quando Galan rappresentava, anzi era, il potere.

Se ne va ingloriosamente, quello che si faceva chiamare paternamente “il Doge”, e che umilmente si autodescriveva, in un libro intervista degli anni migliori, con le sobrie parole del titolo: “Il Nordest sono io”. Ma che, nei corridoi, era più noto con vezzeggiativi meno benevoli, come il “colosso di Godi” o il “banal grande”, a testimonianza più dei suoi vizi che delle sue virtù.

E tuttavia la sua uscita di scena, pur ricordando, tra estetica estiva in pantaloncini e maglietta e vocabolario colorito (“sono incazzato, e tanto…”), più delle baruffe goldoniane che un drammatico viale del tramonto, è indicativa di un meccanismo sociale che ci coinvolge tutti, più che di un odio particolare e personale. E’ vero, Galan appartiene a una razza oggi odiatissima anche se d’abitudine incensata: quella dei politici. Per giunta, di uno che la sedia non voleva abbandonarla a nessun costo, tanto da voler correre per un quarto mandato da governatore e aver considerato un’umiliazione l’onore di servire la repubblica da ministro. E l’irrisione popolare dei potenti decaduti è un grande classico, che ha avuto tra gli esempi più noti le folle festanti davanti alle ghigliottine degli aristocratici, o i processi pubblici alle elite delle democrazie popolari e dei totalitarismi in genere. O, in anni più recenti, le monetine tirate a Craxi ai tempi di tangentopoli, fuori dall’hotel Raphael. E, volendo, si potrebbe risalire fino alla scelta tra Barabba e Cristo e alla corona di spine, atta a umiliare, peraltro, uno che era solo stato scambiato per un potente, per un re…

Ma l’indignazione assertiva, istantanea, compulsiva, pavloviana quasi, su facebook e su twitter, e nei commenti da bar (i social network di oggi e la socialità quotidiana tradizionale) non colpisce in verità il solo Galan. E nemmeno solo i politici. E’ parte di un meccanismo più generale, tipico della rivendicazione popolare, ma ancora più potente laddove la denuncia è anonima o quasi, e comunque poco costosa e senza conseguenze. Ne troviamo esempi quotidiani, di destra e di sinistra. Nei confronti del capro espiatorio del momento (nomadi, immigrati o altro), ma anche di tutti gli –ismi possibili e immaginabili: dal razzismo al maschilismo, dall’animalismo al localismo, dall’omofobia all’islamofobia. Per non parlare dei più tradizionali schieramenti di guerra (si pensi al conflitto israelo-palestinese, che ne è una fucina particolarmente prolifica), dei nemici politici – anche al di fuori del periodo elettorale, ma con maggiore incidenza durante – o semplicemente calcistici, come nel tifo organizzato: parola che, non a caso, deriva dal greco typhos, che significa febbre, offuscamento, ovvero una malattia, uno stato di alterazione. Tutte forme di fanatismo che ci trasformano appunto in fan acritici anziché in riflessivi sapiens sapiens.

Un meccanismo così diffuso che finisce per farci indignare anche di ciò che non esiste, come in alcune celebri bufale su facebook: ultima quella girata pochi giorni fa, che ritraeva il regista Steven Spielberg in posa di fronte a una presunta preda da lui uccisa in un safari, che poi non era altro che un triceratopo ricostruito ai tempi di Jurassik Park e notoriamente estinto da un pezzo – eppure tutti lì a indignarsi contro il ricco gaudente che per divertimento uccide gli animali innocenti. Tali frottole informatiche sono così frequenti che non c’è probabilmente persona che non ci sia cascata una volta o l’altra, indignandosi per ciò che non esiste. Ma neanche questa è una novità storica: è diverso solo il mezzo usato e la sua pervasività. Che ci dice meno sull’oggetto casuale del contendere, e molto di più sul nostro bisogno di indignarci un tanto al chilo, di sentirci provvisoriamente ‘buoni’ (dicendo cose cattivissime sugli altri, fosse anche un nemico immaginario), di schierarci, foss’anche solo per il tempo di un ‘mi piace’.

Galan e le monetine al tempo di facebook, in “Piccolo” Trieste, 25 luglio 2014, p.1

Leave a Comment