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Senato e riforme: l’abisso tra il palazzo e il paese

Ascoltando in questi giorni di dibattito sulle riforme, l’immagine che emerge con più evidenza è quella di una distanza abissale, in crescita ulteriore. La distanza abissale che provano i cittadini schiacciati dalla crisi o semplicemente adusi al loro ordinario mestiere, senza lamenti e senza rancori: che non capiscono, non possono capire, il senso di ottomila risibili emendamenti ad un testo, quando ne basterebbero quattro ma sensati, su cui costruire, come legittimo ed utile, una seria battaglia politica e di principio, per poi accettare, come è nelle regole del gioco, di vincere o di perdere. E’ una farsa che i cittadini comuni non si possono permettere: e che vanno ad aggiungere alla lunga lista di privilegi che attribuiscono alla casta. Loro i problemi, in famiglia o al lavoro, devono risolverli con altri metodi: l’ostruzionismo non se lo possono permettere, non vedendone il senso, che è solo quello della noia e del rinvio. E si immaginano – come dar loro torto – che così dovrebbe fare, a maggior ragione, chi ha il dovere di governare il paese. E poi c’è la distanza abissale, impercepita proprio là dove viene prodotta, dei senatori dal mondo esterno: tra l’emiciclo di Palazzo Madama (oggi l’icona di quello che Pasolini chiamava, semplicemente, il Palazzo) e il paese. Quello che appare con tutta evidenza è che la cittadinanza non capisce più nemmeno il senso di questa istituzione: e che i senatori nemmeno se ne rendono conto. Proprio quelli che più strenuamente dicono di battersi per la dignità e le prerogative del Senato, lo stanno affossando con le loro stesse mani. E, quello che è peggio, nell’assoluta inconsapevolezza: la più deprecabile, la più colpevole forma di innocenza.

Ci sono stati errori, forzature, gravi cadute di stile, accuse ingiustificate e gratuite, da tutte le parti. Ma quello che nel Palazzo, in quel Palazzo, si sta sottovalutando drammaticamente, è la rabbia, per ora solo impotente, del paese. E’ lo stesso paese che pochi mesi fa ha dato un’apertura di credito fortissima a chi ha promesso di riformare il paese, e l’ha confermata alle elezioni europee. Ma è stata un’apertura di credito disperata più che ottimista: di chi ha visto l’ultima spiaggia, e si affida all’unico nocchiero disponibile e credibile, ma continua a temere il naufragio – e che potrebbe presto finire. Il fatto che ci si impantani subito, proprio adesso che la politica dovrebbe dimostrare di saper riformare se stessa per poi riformare credibilmente il paese, è un segnale drammatico, che va molto al di là di quanto si sta discutendo in Senato. Una cosa è certa: in questi giorni, in queste settimane, è aumentato, e di molto, il rifiuto della politica, l’incapacità persino di sopportarla. E crediamo che oggi la maggioranza dei cittadini accetterebbe qualsiasi riforma, ma proprio qualsiasi, in una crescente indifferenza al suo contenuto, purché vada nel senso del depotenziamento del Senato, o magari della sua morte – ciò che non è, naturalmente, un risultato positivo. I più plaudirebbero d’entusiasmo, pur di vedere la politica voltare pagina e occuparsi d’altro: dei cittadini, per l’appunto, che dovrebbero essere i destinatari e il senso ultimo della politica.

Gli ostruzionisti, bloccando i lavori parlamentari, stanno regalando una popolarità, a chi vuole riformare la politica, persino malsana, tanto rischia di perdere di vista i contenuti, che essi vorrebbero invece porre in evidenza con la loro battaglia. E legittimano platealmente ogni possibile contromisura regolamentare. Persino peggio, forse, le piccole furbizie delle imboscate, del votare all’ultimo con l’opposizione se appena c’è un voto segreto, e poi gioire non per il contenuto, che non interessa alcuno, ma solo perché il governo è stato battuto e gli si è creato un ostacolo. In questa partita non ci sono santi né eroi da nessuna parte: ma, almeno, che non ci sia chi si atteggia a martire per accusare l’altro di persecuzione. Lo spettacolo resta comunque indecente: perché è drammatico, nel momento in cui il paese ha bisogno di una scossa e di un esempio, che il centro stesso della politica sia diventato l’icona dell’immobilità.

L’ostruzionismo è, in questa fase, la morte della politica, non la testimonianza della sua più nobile trincea. Il fatto che sia perseguito in buona fede, con ispirate intenzioni, e persino con buone ragioni di sostanza, non cambia i termini del problema. E, forse, è persino un’aggravante.

L’abisso tra palazzo e paese, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 1 agosto 2014, p. 1

(in versione diversa, anche come Distanza abissale dalla realtà, in “Piccolo” Trieste, 31 luglio 2014, p.1)

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