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Al di là dell’art. 18: i problemi del sindacato

“Sono un’insegnante della scuola dell’obbligo. Guadagno 1600 euro al mese. Oggi ho sentito le retribuzioni dei commessi della Camera: e che la Cgil considera irricevibili le richieste del governo di porvi un tetto. Domani andrò a riconsegnare la tessera del sindacato”. Fine della citazione.

Ecco, in questo esempio, tratto dal vero, sta la contraddizione principale del sindacato: protettore dei diritti di chi è più garantito, incapace di tutelare chi lo è meno. Difensore di chi in qualche modo è comunque ‘dentro’ il sistema delle garanzie, lontano anni luce da chi ne è fuori: i giovani, le partite Iva, i contratti atipici, i lavori creativi e autonomi, i precari dei McJobs, le professioni una volta dette liberali, le cooperative di servizi, i lavoratori a progetto – il mondo di oggi e di domani, insomma. Non a caso il maggior numero di iscritti il sindacato nel suo complesso – e la Cgil in particolare – li ha tra i pensionati. Senza nulla togliere alle necessità di tutela e di rappresentanza dei pensionati – e dei lavoratori del pubblico impiego, l’altra grande riserva di iscritti ad un sindacato che per sua natura si occupa più di percorsi di carriera che d’altro – non è da questi mondi e da questi ambienti che ci possiamo aspettare l’innovazione, la modernizzazione, il cambiamento, le riforme.

Non a caso il sindacato è diventato lo specialista dei no: perché vive delle garanzie del presente, non delle proiezioni sul futuro e sulle prossime generazioni. Per questo negli anni passati è stato tra gli attori che con maggiore responsabilità hanno prodotto, con la complicità della politica, l’esorbitante aumento della spesa pubblica e la deriva fuori controllo di un inefficiente lavoro pubblico che tutti noi oggi paghiamo. E poi è diventato il principale ostacolo a qualsiasi riforma: fosse per il sindacato, non avremmo avuto alcuna riforma della scuola, della sanità, del pubblico impiego, del lavoro, della pubblica amministrazione… E non solo le riforme al ribasso, le riduzioni di tutele, che si capirebbe: ma tutte quelle che mettono in discussione lo status quo, le inerzie, i diritti acquisiti (di pochi). Col risultato che il compito che meno il sindacato sa fare è proprio quello della rappresentanza degli interessi generali, che pure la tradizione confederale rivendica come propria.

Il sindacato è diventato un grande soggetto conservatore. Che, di per sé, non è una parolaccia: conservare i diritti, per esempio, è cosa buona e giusta. Ma ha finito, anche inconsapevolmente, per farlo a spese di altri, finendo per essere assimilato, agli occhi della pubblica opinione, alle peggiori corporazioni. In questo quadro, la polemica sull’articolo 18 – spesso ideologica da ambo le parti – diventa un dettaglio.

Chi scrive non può essere sospettato di ostilità preconcetta nei confronti del sindacato. Quello di operatore sindacale è stato il mio primo lavoro a tempo pieno, cui ho dato il meglio delle mie energie giovanili e del mio impegno. Lì ho imparato che il sindacato è una grande scuola di democrazia e una straordinaria prassi di solidarietà. Ma lì ne ho conosciuto anche le storture e i limiti: l’incapacità di pensare oltre i propri recinti; l’incomprensione della necessità di valorizzare il merito, la qualità; l’eccesso di ideologismo; la difesa di comportamenti indifendibili; la burocratizzazione; l’intreccio profondo delle carriere sindacali con quelle politiche, che finiva per importare nel primo le storture della seconda (e che ha avuto il suo apice quando due sindacalisti – Marini e Bertinotti – hanno avuto in mano la seconda e la terza carica dello stato: un simbolo di decadenza e di debolezza, non di forza).

Il sindacato provi a riflettere sul perché il suo stesso nome sia diventato un aggettivo percepito come negativo (“avere una mentalità sindacale”, “parlare in sindacalese”, ecc.). E perché sia così inviso alla pubblica opinione: in particolare proprio quella che dice di voler rappresentare – i più deboli e meno garantiti nella scala sociale. E forse potrà cominciare a capire perché, da troppi anni – decenni, ormai – non esercita più quella funzione che gli è propria, che a livello micro (aziendale) e locale spesso svolge ancora (tutelando i più deboli, con sacrifici personali di chi si iscrive e correndo anche dei rischi per chi ci lavora) mentre invece, in termini di rappresentanza generale, ciò non accade più: ed è una perdita per tutti.

Sindacato specialista del “No”, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, “Provincia pavese”, 21 settembre 2014, p.1

Una risposta a Al di là dell’art. 18: i problemi del sindacato

  • Anonimo scrive:

    L’editoriale di Stefano Allievi traccia una diagnosi sconfortante su presente
    e futuro del sindacato in Italia. L’analisi si sofferma sulla rappresentatività
    come garanzia di credibilità del sindacato facendo esclusivamente riferimento
    alla presenza di pensionati fra gli iscritti. E, invece, di questo aspetto , e
    di altri a cominciare dal riconoscimento della personalità giuridica di diritto
    pubblico alle singole oo.ss., si occupa l’art.39 della Costituzione ”
    L’organizzazione sindacale è libera .Ai sindacati non può essere imposto altro
    obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo
    le norme di legge.E` condizione per la registrazione che gli statuti dei
    sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.I sindacati
    registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in
    proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con
    efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il
    contratto si riferisce.” Quando Allievi parla in termini critici di intreccio
    fra politica e sindacato, la mancata emanazione da parte del Parlamento di una
    legge che dia attuazione nel nostro ordinamento ai principi esplicitati nei
    commi successivi al primo (il principio di libertà sindacale è di immediata
    applicazione) è la più nefasta conseguenza di questo deprecabile intreccio.
    Non regolamentati, infatti, i sindacati continuino a esporsi a fondate
    critiche, di cui l’editoriale di Alllievi costituisce un sintetico compendio.
    Il rimedio è tutto nelle mani della politica, che deve rapportarsi nei
    confronti del sindacato in termini costruttivi e non ideologici emanando le
    regole che consentirebbero una gestione democratica e rappresentativa, dando
    voce al corpo sociale degli iscritti. Paradossale è che Renzi e il suo governo,
    mossi da irrefrenabile fervore normativo, non presentino nemmeno un disegno di
    legge di attuazione dell’art. 39, facendo proprie critiche tanto più
    imbarazzanti proprio perché avanzate da chi avrebbe tutti i poteri per avviare
    un’inversione di tendenza

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