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Il Tfr anticipato: come cambia il nostro rapporto con il presente. Ed il futuro

La proposta del governo di consentire l’anticipazione del Tfr ha una serie di conseguenze economiche rilevanti. Ma le conseguenze economiche della proposta sono per certi versi meno significative delle sue conseguenze sociali e culturali. In gioco c’è altro. Per esempio, come è cambiato il nostro rapporto con il futuro. E il presente. E il lavoro.

La proposta del governo di consentire l’anticipazione del Tfr, il trattamento di fine rapporto più popolarmente noto come liquidazione, o di parte di esso (si parla della metà), in busta paga, ha una serie di conseguenze economiche rilevanti. La prima e più evidente è l’immissione nel sistema di una liquidità che, se l’anticipazione fosse totale e accettata da tutti, secondo alcune stime sarebbe pari al 5% del monte retribuzioni e al 2,6% dei consumi. Una iniezione preziosissima in situazione di crisi economica, per favorire i consumi e indirettamente la ripresa. Sarà da vedere se l’adesione da parte dei lavoratori sarà obbligatoria o meno, e in che percentuale sarà proposta. Le perplessità delle imprese, soprattutto medie e piccole, costrette ad anticipare liquidità che notoriamente è anche una forma di autofinanziamento, potrebbero essere superate da qualche forma di sostegno bancario, già allo studio.

Ma le conseguenze economiche della proposta sono per certi versi meno significative delle sue conseguenze sociali e culturali. Cosa cambia infatti? Innanzitutto, si tratta di una presa d’atto. Oggi più di ieri le persone preferiscono una liquidità immediata a una liquidità futura, l’uovo oggi rispetto alla gallina domani, “pochi, maledetti e subito” rispetto a molti (ma, in realtà, gli stessi: solo conferiti in una sola volta), più o meno benedetti, e domani. Si tratta di una svolta culturale. Figlia di salari troppo bassi, certo: per i quali un’integrazione che in molti casi sarebbe superiore agli 80 euro in busta paga già introdotti dal governo per i redditi più bassi, sarebbe preziosa e significativa. Ma figlia anche, e probabilmente anche di più, di un diverso modo di intendere il presente, e di aspettative diverse sul futuro.

In passato il lavoro era una garanzia, e un investimento di lungo termine, di prospettiva. Oggi è piuttosto un’opportunità, spesso di breve o al massimo di medio termine, e un’occasione, ma soprattutto un investimento sul presente, che cambia il tuo destino nell’immediato. E’ una tendenza di tutto l’occidente sviluppato: i lavori si cambiano già oggi più spesso che in passato (e i Tfr man mano acquisiti, se il lavoro era in regola, sono quindi già oggi spezzettati, non un tutt’uno che si acquisisce al momento della pensione), e la tendenza all’investimento sul futuro è radicalmente diminuita. Lo dimostra il fatto che la propensione al risparmio è fortemente diminuita rispetto alle generazioni precedenti: i nonni risparmiamo meno per i loro figli e nipoti, e sempre più preferiscono spendersi in prima persona i loro gruzzoletti e le loro pensioni per la loro vita e il loro piacere – perché la loro vita si è allungata notevolmente, e ha bisogno di risorse, ma anche perché sono aumentate le esigenze, e la propensione a soddisfare i propri desideri, senza lasciarli a un indifferenziato futuro, o a una ipotetica vita dopo la morte, o ad altro. Per buttarla nel concreto: è sì vero che, grazie al calo demografico, sempre più figli unici ereditano potenzialmente da quattro nonni e due genitori; ma sia i nonni che, ancor più, i genitori, hanno sempre più spese da affrontare (incluso a seguito delle trasformazioni dei modelli familiari, con separazioni, divorzi e complessificazioni correlate: anche questo il segno di un diminuito investimento sul futuro) e sono essi stessi sempre più orientati a vivere la propria vita in pienezza, e quindi spendendo di più e accantonando assai meno per i loro eredi. D’altro canto figli e soprattutto nipoti vivono in un presente in qualche modo astoricizzato, dove il passato, le radici, il “da dove si viene”, contano meno, e il futuro, “dove si va”, è qualcosa da costruirsi giorno per giorno, con strategie differenziate a seconda dei luoghi, dei momenti e delle occasioni, non di determinato e determinabile – perché, come diceva già Lord Keynes, “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Non a caso, nel gergo sociologico, si parla di un immane processo di presentificazione degli orizzonti – la vita viene vissuta nel qui ed ora, e la riflessione sul futuro, sul dopo, tanto più sul dopo la propria morte, e quindi anche sull’eredità che si lascerà, sempre più allontanata, negata, rimossa o semplicemente considerata irrilevante o ininteressante.

Ecco, la proposta di anticipazione del Tfr, e le pochissime obiezioni e ostacoli che ha incontrato, ci dice soprattutto questo.

L’interesse per il Tfr anticipato, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 3 ottobre 2014, p.1

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