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Tesseramento e forma partito: che cosa non funziona

La polemica sul tesseramento del PD sta facendo capire alcune dinamiche relative alla trasformazione dei partiti: di tutti i partiti.

Il calo della militanza e dell’iscrizione ai partiti è presente in tutto l’occidente. Riguarda le modalità del fare politica, l’incisività dei partiti stessi, e la loro vita interna. Quanto al PD, il processo è in atto da tempo. Nel 2009 gli iscritti dichiarati risultavano 831 mila, nel 2010 620 mila: un quarto in meno già allora, in un solo anno. Poi la discesa è continuata, in maniera più incisiva: fino ai 100 mila di cui si parla oggi (anche se i dati sono discussi). Inoltre gli iscritti invecchiano, anagraficamente. Segno che c’è un problema di attrattiva rispetto all’elettorato giovanile. Non solo perché i partiti sono giudicati ininteressanti in sé: ma perché le modalità di formazione delle opinioni, e anche di aggregazione e di mobilitazione, passano semplicemente altrove. Internet, ma anche i movimenti sociali non partitici, non sono arrivati invano. Il mondo è cambiato, si vive e lavora e usa il tempo in maniera diversa, ma le riunioni di partito sono le stesse di mezzo secolo fa. Per forza non ci si va più, se non lo si considera un pedaggio da pagare per le proprie personali carriere politiche.

In parte ciò è dovuto al modo di fare politica dei partiti: al tipo di riunioni, alla ritualità (relazione generica e sterminata del segretario, interventi prolissi e ripetitivi dei maggiorenti, spazio al dibattito degli iscritti quando ormai è ora di andarsene…), al modo di affrontare gli argomenti (poco professionale, quasi mai tecnicamente preparato), agli argomenti stessi (delle cose veramente importanti, anche di dibattito sulla linea del partito, si parla altrove – nei gruppi informali o sui social network – assai più che nelle sedi di partito), all’incapacità di arrivare a conclusioni, all’evidenza che le decisioni sono comunque prese altrove, ecc.

Nello specifico del PD c’è un problema in più: la difficile convivenza tra i nativi democratici, avvicinatisi sull’onda dell’entusiasmo legato alla fondazione del PD, e gli iscritti che provenivano dai partiti precedenti. I primi se ne sono andati quasi subito, in molte situazioni, perché malvisti da militanti e apparati di vecchia data e di precedente altra appartenenza, che si muovevano con altre logiche. Logiche che passavano anche per un tesseramento finalizzato al perseguimento di obiettivi di gruppo, di fatto settari: far vincere la propria provenienza, il proprio rappresentante, il proprio candidato. Da qui un tesseramento ‘gonfiato’, anche se non fasullo: di vecchi e meno vecchi militanti tesserati non per partecipare (questo non è mai veramente interessato, almeno dal momento in cui il partito ha perso la funzione pedagogica che ha storicamente avuto fino a metà Novecento), ma per essere chiamati a votare disciplinatamente nei momenti ‘clou’ di scontro tra fazioni, a favore di carriere politiche decise da un ristrettissimo numero di gestori del partito. L’apertura alle primarie, la principale e vera innovazione nella forma partito che il PD ha introdotto, ha fatto il resto: allargando la platea decisionale ai simpatizzanti non iscritti. Di fatto, le principali innovazioni di contenuto e di leadership sono venute da lì, non dalla tradizionale vita interna del partito. E oggi il leader del partito, e il partito stesso, godono di un consenso senza precedenti: a dimostrazione del fatto che il legame tra consenso e numero di iscritti è diventato debole.

La sensazione, in definitiva, è che la politica – anche la politica di partito – si faccia meglio altrove che non nei circoli e nelle sezioni. Lo stesso PD ha visto nascere forme diverse, molto più partecipate ed efficaci, di aggregazione: le ‘Leopolde’ fiorentine, ripetute in moltissime altre realtà locali, i ‘politicamp’ civatiani, i gruppi tematici, i club e le associazioni parallele.

Infine, la stessa idea di iscrizione a un partito è cambiata: più legata al sostegno di uno specifico progetto, o di uno specifico leader, non genericamente di una struttura, e dunque reversibile, non più acritica, temporanea. I partiti oggi non competono più solo tra loro, ciò che favoriva in passato la militanza. Oggi competono con molti altri luoghi di formazione e aggregazione del consenso. Nel contempo, restano degli indispensabili strumenti di formazione delle leadership e di costruzione di progetto sociale. Ma come mezzi, non come fini in sé. Da qui la necessità di trovare nuove modalità organizzative.

I partiti strumenti superati, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 16 ottobre 2014, p. 1

La crisi dei partiti: ora serve la riforma, in “Messaggero veneto”, 7 ottobre 2014, p.1

2 risposte a Tesseramento e forma partito: che cosa non funziona

  • Stefano scrive:

    il tesseramento nel PD (per motivi a me ignoti ma reali) è partito da poche settimane: a settembre, con le feste dell’unità e democratiche in giro per l’italia. io stesso sono stato tesserato dal mio circolo tre settimane fa. le stime che fa la segreteria organizzativa nazionale è di arrivare a 300.000 iscritti a fine anno. non ho idea se siano realistiche. ma per dire che il calo è molto inferiore a quello dichiarato da repubblica e che ha fatto partire il dibattito.
    tuttavia il problema rimane, ed è di lungo periodo. il calo continuerà, nonostante l’aumento dei consensi. perché non c’è più una correlazione diretta tra iscritti e consensi. nemmeno tendenziale. significa che l’aumento di consensi non si traduce necessariamente in iscritti. significa anche che qualche iscritto che non ha digerito la svolta renziana non si è reiscritto. ma significa sicuramente anche che, se è saltata la correlazione diretta, non c’è più interesse a fare iscritti per farli votare per il proprio sottogruppo di appartenenza: per me questo è un miglioramento persino etico e di funzionalità del partito.
    si apre a questo spunto una sfida: come non perdere il patrimonio di conoscenze, di saper fare della politica (più ancora che di militanza), e la funzione primaria di selezione delle leadership, passando per meccanismi diversi, che le primarie hanno reso necessari. c’è ancora spazio per un partito degli iscritti, se esce dalle liturgie che ho descritto, insopportabili ai più. ma c’è anche spazio per un partito-piattaforma, per iniziative di comunicazione e di ascolto che passino per altre vie (oggi il partito non ‘contiene’ più la società, ma solo un suo pezzetto, anche poco rappresentativo, in termini di genere, professioni, età).
    lo dico: non è dal partito degli iscritti, in quanto tale, e come struttura piramidale, come è concepita oggi, che può partire più facilmente l’innovazione, anche se singolarmente molti iscritti possono essere innovatori. oggi anche la legittimazione del leader passa per platee più ampie. credo che le primarie, per il pd, vadano aggiustate in molti casi, come meccanismo, ma siano irreversibili

  • Stefano Bona scrive:

    Stefano,
    ma un PD che perde circa l’80% di iscritti in un anno non è che sia per colpa di internet o dei luoghi della politica. Internet e i luoghi sono gli stessi di un anno fa. Una perdita fisiologica di iscritti è normale per le tue argomentazioni, non l’80%

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