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I leader, i partiti, e la nuova politica

A sinistra, non c’è dubbio, è Matteo Renzi a occupare la scena: allargando il suo spazio verso il centro ma anche verso sinistra, in cui rischia di perdere qualche pezzo interno al PD acquisendone altri al di fuori (la compresenza alla Leopolda – non, quindi, a una manifestazione ufficiale del PD, ma della componente del medesimo che si riconosce nel suo leader – di ex di Scelta Civica insieme ad ex di SEL, è stata simbolicamente evidente).

A destra è un altro Matteo, Salvini, a scalpitare, annunciando il suo proposito di “prendersi il centrodestra”, acquisendo intorno alla sua figura sempre nuovi consensi e, progressivamente, il sostegno dei giornali d’area, che si stanno riposizionando in questa direzione.

E’ interessante notare che entrambi raccolgono intorno alla loro persona molti più consensi (nella misura, gigantesca, di almeno una quindicina di punti percentuali in più) rispetto ai partiti che guidano. La fiducia, gli italiani, la danno a loro, non alle forze politiche che guidano.

I partiti si stanno dunque ricomponendo intorno ai loro leader: indebolendo notevolmente la struttura dei partiti medesimi, ormai meno rilevanti (si pensi anche al caso clamoroso del M5S, semplicemente impensabile senza Grillo). Il PD perde tesserati nello stesso momento in cui aumenta i consensi: e come partito è costretto a ristrutturare, diminuendo personale e sedi. Con bilanci in rosso in molte realtà, mentre sono floridi quelli delle fondazioni, che non rispondono ai partiti, ma a singoli dirigenti (inclusa la fondazione che gestisce la Leopolda di Renzi, che, facendo riferimento al leader, è più capace di calamitare donazioni di quanto possa essere un indistinto burocratico partito). La Lega stessa ha appena messo in cassa integrazione tutti i 76 dipendenti di via Bellerio a Milano, la sua sede principale, nello stesso momento in cui Salvini vola nei sondaggi e allarga il suo spazio elettorale nel paese.

Non è un paradosso, e non è nemmeno una novità. Berlusconi è stato il primo a mostrare l’efficacia di questa trasformazione, costruendo in pochi mesi un clamoroso successo elettorale intorno alla sua persona, e a una forza politica, Forza Italia, nata al suo servizio e che dipendeva in tutto da lui, sia organizzativamente che finanziariamente, al punto che per molti anni non ha nemmeno sentito il bisogno di celebrare un congresso o votare una leadership – c’era,  e tanto bastava. Oggi la sua figura è in declino, ma non il modello di partito, e diremmo di politica, che ha anticipato, portando in Italia una tendenza che è di tutto l’occidente (e nemmeno solo di esso): e quindi non anomala, non strana, men che meno antidemocratica.

Del resto anche la democrazia dei partiti è stata a lungo, nonostante la retorica autocelebrativa in cui si è pasciuta, una struttura fortemente oligarchica e notabilare, in cui il potere reale degli iscritti era pressoché nullo, chiamati come erano a ratificare, e neanche sempre, decisioni prese altrove. Per molti versi è stata più un alibi che una realtà: e chi ha esperienza di vita di partito, in particolare negli ultimi decenni, lo sa bene. Ecco perché del declino dei partiti, nonostante il ruolo centrale che a loro affida la costituzione nell’organizzare la rappresentanza, sono ben pochi a sentire la mancanza. Ed ecco perché si afferma la democrazia dei leader. Che in fondo non fa più finta – ipocritamente – di essere ciò che non è, ma si dichiara per quello che è. Cercando il consenso non contro i partiti, ma anche oltre i partiti: dentro, ma anche fuori (l’innovazione delle primarie è servita a questo – anche come minaccia, laddove non si praticano). Non a caso sia Renzi che Salvini hanno prima conquistato i loro rispettivi partiti, poi hanno cercato di allargare i loro consensi anche al di fuori – e nello stesso tempo usano il consenso che hanno all’esterno dei partiti per tenerli a bada e costringerli ad adeguarsi. Di fatto, sono stati i fautori della democrazia dei partiti ad accettarne il declino, se non addirittura a portarli al medesimo, spesso giovandosene (meno iscritti significa meno difficoltà nell’accordarsi tra oligarchi, meno persone da coinvolgere e convincere). Paradossalmente la democrazia dei leader può rivitalizzarli: ma solo a condizione di modificarne radicalmente modalità di funzionamento e meccanismi di selezione della rappresentanza. Quello che troppi non hanno ancora capito.

I due Matteo e i partiti del leader, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 8 novembre 2014, p.1

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