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Il fascino del califfato che noi non capiamo

Quella dell’autoproclamato califfo Al-Baghdadi, delle sue milizie e dello stato islamico che su di esse si fonda è una realtà in rapida e per certi versi stupefacente espansione. L’IS in effetti è il più qualificato erede di al-Qaeda, ma è assai più temibile. Perché quest’ultima era un’organizzazione terroristica: e quindi de-territorializzata, chiusa, con obiettivi mirati, che aveva bisogno di personale specializzato, temeva le infiltrazioni, e in cui era difficile entrare. Mentre il califfato è una realtà territoriale, aperta, che richiama combattenti da tutto il mondo, che proclama di aver realizzato o stare realizzando la società ideale, in cui vige la shari’a, la legge di Dio (come dire il socialismo realizzato, ma con approvazione divina). Ed è questo elemento che sfugge a molti osservatori. Chi parte, dall’Indonesia o dalla Gran Bretagna per andare a combattere sotto le bandiere dell’IS, lo fa per un ideale, per quanto discutibile: come chi partiva nel ’36 per andare a combattere in Spagna nelle brigate internazionali, ad esempio. C’è quindi un elemento di fascino e di seduzione che sfugge a chi non si identifica in esso.

Al-Baghdadi non è Che Guevara. Di lui si conoscono poche apparizioni pubbliche, e non è un combattente. Ma reclama una discendenza dalla famiglia del Profeta Muhammad che, vera o presunta, può attirare alcuni. E non è solo la persona, in fondo, che ha carisma: è il fatto stesso. La proclamazione del califfato in sé, anche se irrituale e rifiutata dalla stragrande maggioranza dei musulmani, è un fattore attrattivo. Finito l’impero ottomano, dagli anni ’20 del secolo scorso non esisteva un rappresentante – per quanto autoproclamato – dell’unitarietà dell’islam, come alla sua origine. Oggi c’è, e copre circa 100.000 kmq (un terzo dell’Italia). Poco, ma simbolicamente è sufficiente: anche perché si è scelto un nemico ambizioso, niente meno che l’occidente e i miscredenti in genere, raccogliendo una sfida popolare nel mondo islamico – specialmente oggi, dopo decenni di semina di una predicazione salafita tradizionalista, per lo più finanziata dai paesi del Golfo che oggi si dichiarano nemici dell’IS ma che l’hanno di fatto incubato, che ha riportato d’attualità molte nozioni e pratiche di un islam del passato, califfato incluso. La sua attrattiva globale, l’audience che ha ottenuto, ma anche il richiamo che esercita su molti, mostra che la sua esistenza è efficace.

Costruire una società giusta, vivere in pienezza i propri ideali, combattere per realizzarli, sono sempre una forte componente di attrattività, soprattutto per le giovani generazioni: insieme al gusto dell’avventura, all’idea di dare una svolta alla propria vita (anche temporanea: non sono pochi coloro che partono per qualche mese, e poi tornano alla loro vita ‘normale’, con qualcosa da raccontare e l’aura dell’avventuriero), alla ricerca di leader e ideali di riferimento, attorno a cui strutturare la propria spesso debole personalità (non è un caso che molti di coloro che sono partiti non fossero affatto profondi conoscitori dell’islam, ma al contrario, spesso, neo-convertiti o musulmani reborn di seconda generazione, con una cultura islamica superficiale) – tanto più se il premio, in caso di morte, è la vita eterna in un paradiso dal forte sapore edonistico. Naturalmente, tutto ciò ha poco o nulla a che fare con la realtà vissuta sul terreno: teste mozzate e mostrate sulle picche, crocifissioni, stupri di massa, bambine vendute come schiave, ostaggi decapitati, donne e bambini sepolti vivi, villaggi bruciati, luoghi di culto, monumenti, croci, cimiteri vandalizzati e distrutti, centinaia di migliaia di profughi e dispersi, pezzi di umanità e di storia millenaria letteralmente cancellati, nel più barbaro dei modi, e una dittatura feroce nei territori dove governa – come in tutte le utopie in cui si è voluto creare l’uomo nuovo, si pensi a Pol Pot.

E’ per questo che il califfato va combattuto sul terreno: auspicabilmente con i paesi musulmani in prima fila, dato che non fa buona pubblicità all’islam. Ma la battaglia più importante si combatterà tra i musulmani stessi, nei paesi islamici e in occidente. Come per il terrorismo degli anni ’70, sarà veramente sconfitto solo quando saranno coloro che si ispirano ai medesimi ideali, ma in maniera radicalmente diversa, ad opporvisi frontalmente e a isolarli. Facendo in modo che i combattenti dell’IS non vengano considerati, come avvenne in una prima fase per i brigatisti rossi, “compagni che sbagliano”, ma per quello che sono – dei pericolosi fanatici, degli utopisti assassini.

Il fascino pericoloso dell’IS, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 1 novembre 2014, p.1

Ecco perché il califfato fa paura, in “Messaggero veneto”, 3 novembre 2014, p.1

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