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Il suicidio di un prete (parte seconda: le reazioni)

Ne avevamo già parlato qui: http://www.stefanoallievi.it/2014/10/un-atto-di-pedofilia-un-prete-suicida-e-tante-domande-senza-risposta/

Oggi tocca ritornarci sopra: perché, dopo, è stato tutto un susseguirsi di polemiche. Il comunicato della Diocesi, il vescovo che va a dire messa alla parrocchia del prete suicida, i fedeli che lo boicottano uscendo di chiesa, l’intervista di un intellettuale di lingua slovena, Boris Pahor che lo accusa, l’elemento etnico e linguistico che emerge come ulteriore elemento di incomprensione, i fedeli che annunciano una fiaccolata di protesta poi trasformata prudentemente in assemblea, le interviste ai protagonisti del passato, i discorsi pubblici, le reazioni a caldo, e altro ancora.

Tutto questo, quando ci sarebbe forse stato bisogno d’altro. Da qui la richiesta di un’ulteriore intervento. Questo:

Parlare di un suicidio, e delle sue conseguenze, è sempre difficile. Un precedente intervento su questo caso l’avevamo chiuso invocando pace e rispetto per tutti: “ma la pace non c’è” (Ezechiele 13,10, in un’invettiva contro i falsi profeti). Rispetto, forse, nemmeno. Ed è quello che colpisce di più.

Il suicidio di don Suard è una vicenda umana dolorosa, insondabile, e proprio per questo occorre aprirsi a una comprensione priva di giudizio. Qualunque cosa abbia voluto significare: se ammissione e riconoscimento di una colpa, o vergogna, o desiderio di riscatto, o ricerca di perdono, o incapacità e debolezza nell’andare avanti, o al contrario la forza di andare incontro a un proprio destino liberamente scelto, accettazione di sé o rifiuto di sé, chiarezza di percorso o oscurità dell’animo. Qualunque cosa significhi, un suicidio merita rispetto e chiama pace sul cuore e sul ricordo di chi lo sceglie come estremo rimedio. Ma così non è stato.

Anche la scelta, da parte della vittima dell’atto di pedofilia di tredici anni prima, di denunciare, in più occasioni, prima sommessamente, poi più esplicitamente a seguito del silenzio e vorremmo dire dell’ignavia iniziale, avrebbe dovuto meritare pace e rispetto. Pace, per il desiderio di pacificazione interiore che implica, comunque formulato e giustificato. E rispetto per il dolore provato. Ma così non è stato.

Nella vicenda successiva al suicidio si è visto di tutto – tranne la ricerca di pace e rispetto. Da molte delle parti coinvolte.

Da parte di un vescovo a cui l’ansia di giustizia ha fatto forse velo alla pietas, e il bisogno di mostrare un cambiamento di atteggiamento della Chiesa di fronte alla gravità di delitti troppo spesso, in passato, impuniti e ipocritamente nascosti, ha fatto velo al suo ruolo pastorale, financo paterno. Ma i padri, anche per la psicanalisi, rappresentano questo, la legge, anche nelle sue durezze, prima ancora che la comprensione del cuore. E spesso devono scegliere la prima a dispetto della seconda, anziché temperare l’una con l’altra.

Da parte degli altri protagonisti ecclesiali della vicenda passata: tutti troppo autoindulgenti, troppo tentati di giustificare l’inazione passata, evocando loschi interessi, alludendo a complotti, invocando dietrologie oscure. Un esercizio facile e popolare, e allo stesso tempo triste, persino un po’ sordido: anche quando l’argomento si presta e gli elementi ci sono.

Da parte di chi ha voluto strumentalizzare la vicenda in chiave politica, di politica ecclesiale, o etnica, utilizzandola per altri scopi, rivendicandola come uno strumento di lotta più che come un momento di meditazione, di riflessione, di accettazione di sé e degli altri.

In tutto questo è mancata una cosa, ma fondamentale: la misericordia, per gli uni e per gli altri protagonisti, in fondo involontari, di questa vicenda. Ci sentiamo di nominarla di nuovo, insieme alla pace e al rispetto, come ingrediente fondamentale, di base, della convivenza civile, tanto più in ambito religioso. E se di questo non si è capaci, che almeno si scelga il silenzio. La più onesta delle virtù, in molti casi. Perché “un buon discorso è d’argento, il silenzio è oro puro”, come diceva sant’Efrem il Siro. E il “taci per avere qualcosa da dire che meriti di essere ascoltato” di Lanza del Vasto è la premessa di ogni buona e saggia comunicazione.

Forse abbiamo avuto un po’ tutti troppa fretta di parlare, di spiegare, di accusare. Ma siamo ancora in tempo per recuperare un po’ di sano, sobrio, rispettoso silenzio. “Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” ha scritto laicamente Wittgenstein. Possiamo applicare profittevolmente questa sentenza anche al caso in questione.

Il bisogno di meditare in silenzio, in “Piccolo” Trieste, 4 novembre 2014, p.1

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