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La grammatica della protesta

Torna la protesta, torna il conflitto sociale, torna lo scontro di piazza. Tornano anche i suoi protagonisti: studenti, lavoratori precari, disobbedienti, centri sociali, sindacati di base (in qualche caso insieme a Fiom e Cgil). E torna un vocabolario già conosciuto in altre stagioni: corteo non autorizzato, carica della polizia, assembramento, collettivo, movimento, blocco del traffico, manifestazione spontanea, blocco stradale, e naturalmente incidenti, contusi, feriti, violenza urbana. Con la sola novità dell’hashtag su twitter e delle foto e dei commenti a caldo su facebook.

Una nuova stagione, un nuovo fenomeno sociale? Non tanto. La protesta ha un andamento carsico. I motivi per protestare del resto sono di lungo periodo, non contingenti: perché le condizioni di vita e di lavoro sono peggiorate, perché gli orizzonti che stanno davanti ai giovani in uscita dalla scuola e dall’università sono tutt’altro che rosei (e contemplano in molti casi l’alternativa secca tra il precariato e l’espatrio, tra l’essere un Neet – not in education, employment or training, ovvero né studente né alla ricerca di lavoro – e l’essere out), perché i pensionati fanno sempre più fatica, perché a livello locale, di fronte alla scarsità di risorse, sono i tagli alle politiche sociali – non quelli alla spesa improduttiva e agli sprechi – i primi ad essere attuati (insieme a quelli alla cultura), rendendo sempre più difficile la vita delle persone già più in difficoltà. Il quadro è aggravato dal fatto che, per altri versi, ci sono esempi positivi di imprese che esportano e di margini di profitto che si alzano nei settori trainanti, ma anche potentati di garantiti e corporazioni che non rinunciano ai loro privilegi e alle loro rendite di posizione (la politica, le burocrazie pubbliche e private, ma non solo), rendendo più polarizzato e quindi più odioso il gap tra chi è dentro e chi è fuori, tra chi ce la fa, anche alla grande, e chi non ce la fa più.

Il problema è che, se la protesta ha delle ragioni profonde, non necessariamente gli attori della protesta che riempiono le piazze (limitatamente, peraltro: i numeri non sono più quelli di una volta, come se la rabbia si fosse già trasformata in disillusione) rappresentano quelle ragioni. Le piazze, in questo senso, sono un’illusione ottica: non è il paese, e nemmeno la sua parte meno tutelata, quella che rappresentano. E al loro interno vi sono alleati improbabili, tra loro in disaccordo, con nemici differenti, talora difficili da individuare, figuriamoci da smascherare, e ancor meno da vincere. Si attacca il governo, quello che viene percepito come il potere (non a caso, a Padova, indifferentemente la sede del PD, che rappresenta il potere nazionale, o Bitonci, che rappresenta il potere locale). Mentre la crisi, la recessione, magari attori lontani come gli organismi europei, e per definizione la globalizzazione, li superano ampiamente, e tanto il governo quanto chi protesta nella piazze cercano semmai di tamponare la crisi con le loro azioni e reazioni – naturalmente, sulla base di presupposti diversi, e in direzioni opposte.

E’ inevitabile che in questa situazione passi relativamente in secondo piano il merito delle questioni. Il linguaggio diventa ideologico, di schieramento, di appartenenza. E i simboli contro cui o a difesa di cui ci si schiera diventano più dei simulacri che delle concrete realtà: un’apparenza che non rinvia ad alcunché di reale, e che spesso non ha nulla a che fare con un qualunque identificabile principio di causa ed effetto.

E’ un dato strutturale, questo. Ecco perché la protesta, pur aumentando in intensità, perde spesso in efficacia. Il che la rende in un certo senso più drammatica. Non c’è qualcosa da ottenere, da conquistare: solo qualcosa da cui difendersi, più che da difendere – con poca speranza di riuscirci. Il dialogo mancato tra governo e sindacato è parte di questo problema, ma forse meno di quel che si crede: e anch’esso ha ormai abbandonato il merito delle questioni per riposizionarsi sulla caricaturizzazione reciproca, le allusioni oblique, la personalizzazione del nemico.

Mentre il conflitto civile vero, forse, è un altro, e sta in altre piazze: quello delle periferie di Roma, dello scontro con gli immigrati, delle guerre tra poveri, sempre più diffuse. Una polveriera dal potenziale assai più esplosivo dei conflitti organizzati di piazza da cui siamo partiti.

La protesta contro i simulacri, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 15 novembre 2014, p.1

Ma in piazza non c’era il paese reale, in “Tirreno” Livorno, 15 novembre 2014, p.1

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