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Il sindaco Bitonci e la reciprocità

La reciprocità è una parola che, a proposito di islam, viene spesso evocata. Nei giorni scorsi ne ha parlato il sindaco Bitonci, giustificando con essa il suo rifiuto di ricevere il console marocchino a Verona (dimenticando che i diplomatici sono stati inventati per parlarsi, e per risolvere conflitti, non per crearne), che voleva parlargli delle necessità religiose dei suoi compatrioti oggi nostri concittadini.

Quello della reciprocità è un concetto interessante, ma giuridicamente problematico e politicamente scivoloso. A rigore, dovremmo volerla e pretenderla nel meglio, non nel peggio: per ottenere più benefici, non per offrirne di meno. Le sue origini hanno infatti a che fare con la libertà reciproca di intraprendere e commerciare. Essa è peraltro applicabile tra stati, ma non tra religioni. Per capirci: se in Arabia Saudita, per fare un esempio, non sono garantiti i diritti religiosi dei non musulmani, potremmo, per ritorsione, non garantirli ai sauditi. Ma non ha evidentemente alcun senso addossare la responsabilità di tali scelte ad un altro stato musulmano, se questo non le persegue: ed è precisamente il caso del Marocco, dove vi sono luoghi di culto cristiani e di altre religioni. Sarebbe un po’ come se un paese arabo addossasse agli svedesi le conseguenze di un comportamento degli italiani – tutti cristiani, in fondo.  Infine, forse è il caso di ricordare che della parola reciprocità nei Vangeli non c’è traccia. E quando si trattò di decidere se costruire una grande moschea a Roma, peraltro con i soldi dell’Arabia Saudita, il Vaticano diede il suo esplicito assenso: per dare l’esempio e semmai usare l’argomento in termini di moral suasion nei confronti dei paesi musulmani, a tutela dei diritti delle minoranze cristiane.

Il caso vuole che pochi giorni dopo le dichiarazioni del sindaco mi sia recato in Marocco con i colleghi Enzo Pace e Khalid Rhazzali. Per partecipare a un confronto tra studiosi e per investigare le possibili basi di un accordo, sui temi di cui mi occupo anche attraverso il master sull’islam in Europa che dirigo, tra l’Università di Padova e l’Università Internazionale di Rabat: un campus invidiabile, architettonicamente all’avanguardia, ecosostenibile, con servizi agli studenti che ci sogniamo (anche in termini di accoglienza, attività sportive, ecc.), dove insegnano docenti da tutto il mondo, con tasse universitarie elevate per gli standard del paese (oltre 6000 euro l’anno), ma con una politica molto favorevole di borse di studio per studenti meritevoli ma privi di disponibilità economiche.

Torniamo alle questioni religiose da cui siamo partiti. Durante il mio soggiorno sono andato a messa nella cattedrale: un sacerdote di colore, una presenza di fedeli variegata, con una maggioranza di immigrati dall’Africa subsahariana, ma anche francesi discendenti dei colonizzatori, arabi cristiani, nonché turisti e viaggiatori di passaggio. In questo caso, per rispettare la reciprocità, dovremmo collocare una grande moschea moderna in centro città, dalle parti di piazza delle Erbe. Ma non è tutto. Le chiese sono presenti nelle varie diocesi in cui è diviso il paese, vi è un’innovativa facoltà di teologia ecumenica, in collaborazione con le chiese protestanti, la libertà religiosa è garantita e protetta, e fervono le attività culturali. Naturalmente il mondo islamico non è tutto così. All’estremo opposto ci sono i macellai dello Stato islamico di Siria e Iraq, il cosiddetto califfato. In mezzo, tra il bianco e il nero, tutte le varie tonalità di grigio che possiamo immaginare. Ma proprio per questo, se ci consideriamo civili e pensanti, dovremmo cominciare a distinguere e differenziare: favorendo la diffusione del meglio, piuttosto che sanzionando il peggio anche laddove non c’è.

Per concludere sull’importanza delle storie legate all’immigrazione, dei loro sviluppi imprevisti, che spesso non ci immaginiamo, e su cui dovremmo invece riflettere, mettendo da parte un po’ dei nostri pregiudizi. Il primo giorno, con i miei colleghi dell’università, sono stato ospite di Jalil: un passato di gestore di uno dei primi negozi di kebab di Padova (un altro bersaglio abituale del sindaco), che frequentavo da utente nel periodo in cui abitavo lì vicino, oggi imprenditore di successo a Rabat nel campo dell’edilizia. Jalil per qualche tempo ha gestito il kebab di cui sopra con suo cugino Khalid – sì, il mio collega: allora studente, in seguito dottorando dell’università di Padova, oggi docente in un’università svizzera. Ecco. E’ questa la reciprocità su cui vorremmo far riflettere. Quella dell’ospitalità reciproca, non del mutuo rifiuto; dell’apertura, non della chiusura.

La vera reciprocità è quella dell’apertura e non del rifiuto, in “Mattino” Padova, 9 dicembre 2014, p. 15

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