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Primarie andate: bene. La partita comincia ora

Il risultato è chiaro. Vince Alessandra Moretti, la candidata favorita e per la quale si sono mobilitate maggiormente le strutture del partito. La contendente Simonetta Rubinato contava su un sostegno minoritario fin dal principio, ma è andata meglio di quanto molti si aspettassero: segno che un dibattito interno c’è stato. E il candidato di Italia dei Valori, Antonino Pipitone, come spesso succede ai terzi incomodi, partiva senza alcuna vera chance di concorrere a un risultato scontato.

Lo sfondo è in chiaroscuro. La partecipazione è stata più bassa che in passato, ma meno dei timori della vigilia: comunque prevedibilmente bassa. Prevedibilmente rispetto alla tendenza delle primarie non solo locali, che dopo l’iniziale entusiasmo conoscono un processo fisiologico di stanchezza dell’elettorato: soprattutto se non sono in gioco veri conflitti tra personalità contrastanti e disegni politici contrapposti, come era stato ai tempi dello scontro tra Renzi e Bersani – allora sì una battaglia campale, dove si capiva che erano in gioco due progetti radicalmente diversi, e quindi partecipata. Prevedibilmente rispetto alle primarie in altre regioni dove si sono già svolte. E prevedibilmente rispetto ai timori emersi dal risultato delle ultime elezioni regionali in Emilia Romagna, con una partecipazione scesa al 37% dell’elettorato addirittura nel voto.

A differenza che in Emilia, tuttavia, in Veneto il PD non è il partito pigliatutto, quasi il solo in gara, e questo avrebbe forse dovuto favorire la partecipazione: perché si tratta di scegliere se cambiare rotta oppure no. Ma la regione non è poi così contendibile o così pronta al cambiamento come si racconta: il PD locale resta meno competitivo che altrove e lontano dai fasti nazionali – inoltre la crisi morde, e il traino renziano, non trasportabile sul piano locale, è comunque meno forte anche solo di poche settimane fa. Mentre Zaia sembra per ora convinto di una riconferma senza troppo combattere, anche grazie al recupero del suo partito, la Lega, e al crescere del peso della leadership nazionale di Salvini su tutto il centrodestra – ma anche lui senza trascinare, senza infamia e senza lode.

All’interno del PD è mancata in queste primarie la passione del conflitto vero, in un partito ormai interamente renzianizzato più per mancanza di alternative che per convinzione. La vincitrice, Alessandra Moretti, pur campione di preferenze alle europee, è transitata troppo rapidamente da sponde opposte, e da un’elezione all’altra (politiche, europee e ora regionali) per convincere l’elettorato non militante, quello che si aspetta un cambiamento radicale ma non partecipa alla vita di partito. Simonetta Rubinato, brava amministratrice ma parlamentare a fine mandato, non ha potuto né saputo emergere e collocarsi come alternativa reale, anche perché nella proposta politica e programmatica le differenze si assottigliavano molto. E Antonino Pipitone era semplicemente altra cosa rispetto al PD. Tutto troppo scontato e troppo poco contrastato per spingere a una partecipazione incisiva, in una campagna peraltro mediaticamente stanca.

Adesso parte la sfida vera, quella delle elezioni. Tutta in salita, per il PD: da giocare in attacco. E che quindi potrebbe, a differenza delle primarie, favorire la partecipazione e l’emergere della passione politica, che dà il suo meglio nel conflitto. Restano le primarie come dato. Per quanto meno partecipate, molto meglio di quanto accade laddove non ci sono. Chi guida la coalizione di centrosinistra è ora legittimato a farlo: la leader, adesso, c’è, e potrà farlo vedere. Il problema è se la selezione del personale politico e l’incisività programmatica saranno all’altezza della sfida che attende il Veneto: per ora apparentemente indeciso tra una continuità senza passione, giusto per evitare quello che una parte dell’elettorato percepisce come un salto nel buio (c’è da scommettere che Zaia, al governo da una legislatura in proprio, e da troppo tempo in coalizione con alleati sempre meno appetibili e presentabili, dopo gli scandali del Mose, punterà molto su questo) e un cambio per ora senza il trascinamento di un progetto percebile come radicalmente alternativo. Ma è sulla scommessa di alternative vere che il Veneto si gioca tutto. Da ora dunque è campagna elettorale. E sarà assai più combattuta.

Il problema è conquistare la regione, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 1 dicembre 2014, p.1

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