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Sidney, Peshawar e altrove: vecchi e nuovi terrorismi

Non c’è correlazione: ma la coincidenza fa riflettere. Il massacro in Pakistan di oltre centoquaranta persone, in grande maggioranza ragazzi e bambini, per quanto orribile, è per così dire un fatto interno di cronaca locale: l’ennesimo episodio di una guerra senza fine tra bande di talebani indottrinati e sanguinari, e un esercito che un po’ li usa e un po’ li combatte senza andare troppo per il sottile. Una mostruosità, ma con legami relativamente modesti con l’evoluzione dell’islam globale.

Il sequestro degli avventori di un caffè di Sidney, finito con la morte di due ostaggi e del sequestratore, anche questo in nome dell’islam, appartiene a una categoria diversa. Un gesto isolato, da parte di una personalità disturbata e problematica, senza organizzazione, senza progetto. E tuttavia il legame con quanto succede altrove, nel mondo dell’islam, è più marcato. Perché questo cane sciolto, questo combattente improvvisato, pur non mandato, non reclutato, non inviato, si ispira comunque alle gesta dello stato islamico, del califfato, dell’Isis – di cui, nemmeno possedendola in proprio, tanto era lontano da esso, aveva chiesto una bandiera alla polizia australiana.

In comune hanno poco. Il fanatismo cieco, in primo luogo. Di cui è complicato cercare le ragioni. Perché è impossibile trovarle, quando si arriva ad ammazzare bambini a caso, o a raggruppare degli ostaggi anch’essi casualmente. E’ la logica del terrorismo, certo: che colpisce vittime innocenti. Perché, tanto, non c’è ragione. Perché il fanatismo, come è stato detto, è “raddoppiare gli sforzi quando si è dimenticato lo scopo”. Servire un’idea astratta, fredda, senza più davvero sapere perché, per ottenere che cosa. Ma li lega anche altro. Incluso il fatto di essere tessere di uno stesso domino: che non significa effetti della stessa strategia. E’ il domino che unisce, anche senza che lo vogliano, i vari islam. Ma anche i paesi in cui l’islam è presente, come maggioranza o come minoranza. Perché il mondo è globale. E ogni cosa ha conseguenze globali. Anche da noi, in Europa, per esempio. Agli antipodi geografici rispetto all’Australia, e agli antipodi culturali, civili, economici e sociali rispetto al Pakistan.

E’ globale il timore di collegamenti tra fatti diversi. Perché, è vero, non c’è strategia comune, tra attori peraltro fortemente diversificati, persino estranei tra loro, e in fondo reciprocamente disinteressati. Ma c’è un’aria diffusa che consente lo svilupparsi di tendenze radicali, estremiste, che – più che vedere – costruisce e inventa nemici, e li colpisce, senza altre giustificazioni. Un’aria che ha bisogno di essere contrastata, e lo è, all’interno dei paesi musulmani e nel mondo islamico nel suo complesso, tra i musulmani di tutto il mondo: perché danneggia in primo luogo proprio loro (le vittime del Pakistan condividono con i loro aggressori la stessa religione, ma non la stessa visione della medesima). Ma che deve diventare battaglia culturale aperta, dichiarata, esplicita: tra la civiltà islamica, di cui l’islam è portatore, e i suoi nemici interni, musulmani anch’essi. Ma c’è un’altra operazione di contrasto che va fatta, un’altra battaglia culturale da combattere: e non si svolge all’interno dell’islam. E’ quella che riguarda e coinvolge l’occidente in quanto tale: considerato nemico da un pezzo di islam, quello rappresentato dall’Isis e dai suoi improvvisati emulatori, ma anche da fasce più larghe, non di rado con molte ragioni storiche e geopolitiche, che nulla tuttavia possono giustificare. E che però non deve cadere nella trappola – che è proprio quella che l’Isis e i fanatici di tutto il mondo gli hanno teso – di considerare nemico e indifferenziato l’islam. Non lo è. E questa è una battaglia che va combattuta insieme. Non è tra l’islam e l’occidente. E’ tra la civiltà, e l’umanità, che si manifesta nella grande maggioranza dell’islam e dell’occidente, e l’inciviltà, la disumanità, la barbarie, che si annida in alcune frange dell’islam; e anche, va detto, altrove. Non sono sullo stesso piano. Non fanno le stesse cose. Hanno interessi diversi. Troppe volte, purtroppo, producono le stesse conseguenze. Contro di esse, siamo tutti alleati.

I nuovi terrorismi globali, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 18 dicembre 2014, p.1

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