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I frati e l’islam: perché ha senso un calendario interreligioso

Il Messaggero di Sant’Antonio, la più diffusa e internazionalizzata (conta edizioni in numerose lingue straniere) rivista cattolica al mondo, ha deciso di pubblicare un calendario con le feste religiose, includendovi anche quelle di alcune religioni non cristiane, tra cui l’islam.

In un certo senso non è una notizia: calendari interreligiosi ne esistono da molti anni, in molti paesi, Italia inclusa, e se ne trovano anche online. A fini culturali, di sensibilizzazione al dialogo e all’accoglienza, ma anche pratici (dato che tali informazioni possono essere utili per scuole, ospedali, e ovunque sia presente un’utenza di differenti religioni), e professionali, per chi lavora e viaggia in paesi con religioni dominanti differenti da quella cristiana, o ha a che fare con popolazioni che provengono da altre aree del mondo.

Ma è una notizia per il momento in cui accade: proprio quello in cui, a seguito degli omicidi a Charlie Hebdo e nel negozio ebraico di Parigi, in molti spingono nella direzione del rifiuto dell’islam, della demonizzazione di un’intera religione, e addirittura della ritorsione – sia con azioni dimostrative anche violente nelle moschee d’Europa, sia – talvolta persino da parte istituzionale – diffondendo una cultura dell’odio anti-islamico che è speculare all’odio antioccidentale di alcune frange islamiche, anche se meno sanguinosa (e neanche sempre: si pensi alla strage di Utoya del ‘combattente’ Breivik – 77 giovani morti innocenti in nome dell’anti-multiculturalismo e dell’anti-islamismo, con proclami infarciti di citazioni di una letteratura, compresi i libri di Oriana Fallaci, che molti stanno rispolverando in questi giorni. Ed era il 2011, non la preistoria, anche se l’abbiamo già dimenticata).

In questo senso, la scelta dei frati francescani di Padova, anche se pensata prima dei fatti di Parigi, costituisce una risposta piena di senso sia agli eventi più recenti, sia, più profondamente, a quanto è avvenuto in questi decenni e sta avvenendo nelle nostre città e nelle nostre società.

Ci siamo pluralizzati: culturalmente e religiosamente. Culturalmente, il processo è più visibile, anche se per vari aspetti più superficiale, e reversibile: vestiamo etnico (soprattutto – ed è significativo – nei momenti informali e casual, quelli in cui siamo più a nostro agio e non dobbiamo indossare una divisa lavorativa), mangiamo cinese o indiano, sushi o tacos o kebab, ascoltando musica islandese o giamaicana, o ballando sul ritmo dei tamburi africani – e gli interessati al genere si intrattengono con prostitute russe o nigeriane – magari mentre esprimiamo opinioni politiche etnocentriche o xenofobe. Religiosamente, il processo è ancora più significativo: perché le religioni sono contenitori simbolici, che producono senso e interpretazioni della vita e del legame sociale, del modo di credere e di comportarsi. Con conseguenze incisive sulla nostra vita. E qui il cambiamento è meno visibile ma più profondo e di lungo periodo.

Attraverso l’immigrazione, sono presenti tra noi religioni che prima non c’erano. Con numeri significativi: a cominciare dall’islam, dall’ortodossia, dal cristianesimo pentecostale, comunque non cattolico, dai sikh, e tanti altri. Ma c’è anche un pluralismo interno, che non c’entra niente con l’immigrazione e anzi la precede: visibile attraverso gli italiani di nascita che hanno scelto altre religioni, dai testimoni di Geova ai buddisti e neo-buddisti (Soka Gakkai e simili), dai mormoni alle chiese di Dio, e altri ancora; persone insomma che scelgono una qualunque via religiosa diversa da quella in cui sono nati, incluse le religioni portate dagli immigrati. Infine c’è il vasto mondo di chi crede senza appartenere (believing without belonging, dicono gli anglosassoni), o non crede affatto, o crede a intermittenza, a modo suo, facendosi in qualche modo la propria religione: come mostra il vasto mondo new age, fatto più di maestri e di corsi di formazione, di guru e di pratiche mediche alternative, provenienti da uno dei tanti orienti a disposizione, che non di un vero e proprio sistema di credenze e di un ceto sacerdotale stabile.

Tutto questo è qui per restare. E se il mondo new age è soggetto alle mode del momento, nessuna delle religioni oggi presenti in Europa è in transito. Niente di più saggio, allora, che tenerne conto, favorendo processi di comunicazione, aiutandoci a capire che se tra noi qualcuno festeggia la Pasqua ortodossa, il capodanno cinese o l’Aid al-fitr (la festa di fine ramadan), e magari gli facciamo anche gli auguri, ciò non toglie nulla al nostro Natale (e agli auguri che riceveremo da amici o conoscenti di altre religioni), mentre aumenterà il nostro bagaglio di conoscenze e, magari, la nostra capacità di relazione: in definitiva, il nostro ben-essere.

Il coraggio dei frati del santo, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 19 gennaio 2015, p.1

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