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Il nerd che giocava al terrorista

L’apoteosi del nerd: un termine americano per definire quei primi della classe, smanettoni tecnologici o geniali in qualche oscura attività intellettuale, ma asociali, incapaci di relazione, timidi. Questo sembra di primo acchito, stando alle accuse, Furkan Semih Dundar, lo studente turco venticinquenne, vincitore di un dottorato in fisica (primo all’esame orale, terzo su 110 candidati) presso la selettiva Normale Superiore di Pisa, esperto di buchi neri e di astrofisica, ma che giocava a immaginarsi impavido guerriero e martire della causa islamica. Perché il tempo libero dalle sue attività di studio lo passava solo nella sua stanza, a contattare siti jihadisti e scrivere a questure e istituzioni e all’immancabile ambasciata americana, minacciando di farsi saltare in aria in un attentato.

Furkan è stato espulso, e probabilmente non farà più danni. Ha due possibilità davanti a sé: riflettere – ne ha la capacità – dopo la botta presa, avendo dovuto rinunciare, almeno per ora, ai suoi progetti di realizzazione nel mondo della scienza, che vantavano ottime premesse; o sognare infantilmente di vendicarsi, stavolta per un fatto concreto e personale, e non per un’astratta adesione alla causa islamista. Crediamo opterà per la prima soluzione. Furkan non è un terrorista: l’accusa che gli è stata mossa è solo quella di “procurato allarme”. Come per i ragazzini che telefonano a scuola dicendo che c’è una bomba, nella speranza di saltare il compito in classe per cui non sono preparati. Niente di grave, quindi. Ma molto di serio. Di cui non si deve nemmeno dare la colpa all’isteria, peraltro comprensibile, seguita ai fatti di Parigi, dato che tutto è avvenuto prima: tanto l’indagine quanto l’espulsione.

Un paio di riflessioni però è il caso di farle. La prima riguarda lui, ma anche quei molti, troppi, che hanno preso la causa islamista o la vicenda del califfato come possibile bandiera in cui identificarsi, anche senza che nessuno concretamente glielo chieda, e quindi senza bisogno di reclutatori, su cui molto si favoleggia ma poco si sa. Perché da’ il gusto dell’avventura: come sognare di fare il ribelle o di entrare nella legione straniera. E perché ideologicamente attrattiva: perché il califfato è un orrido totalitarismo, paragonabile alla Cambogia di Pol Pot, amministrato da un gruppo di assassini moralisti (come sappiamo più dalle esecuzioni pubbliche barbare e quotidiane di donne e bambini, di omosessuali o di presunti altri violatori della legge e della morale, musulmani anche loro peraltro, che non dalla macellazione rituale degli ostaggi); ma si propone anche come una causa per la quale combattere, come un ordine sociale in costruzione, che vuole creare una società giusta, fondata sulla shari’a, la legge religiosa, per la quale magari anche morire, adeguatamente ricompensati in un paradiso a misura di uomini (e intendo proprio maschi). Ecco, Furkan un po’ assomiglia a questi militanti improvvisati. Ha una biografia molto simile a quella di molti militanti islamisti descritti già nelle ricerche di vent’anni fa: specializzati in materie scientifiche e non umanistiche; con una conoscenza dell’islam da autodidatti, e spesso mediocre (un combattente partito dall’Inghilterra e morto in Siria aveva ordinato poche settimane prima, su Amazon, un libro dal titolo “Islam for dummies”, l’islam per idioti, o per principianti); con uno stile di vita e di consumi occidentale, e un passato da non praticante (anche il nostro studente turco si dice grato all’Italia “per i buoni vini, i liquori al mirtillo e il limoncello”).

La seconda riflessione è per noi. Con Furkan è andata bene. E’ stato facile prenderlo e liberarsene, e questo forse lo aiuterà a diventare adulto. Ma altri sono più pericolosi. E dobbiamo capire che è un terrorismo diverso da quello che siamo portati ad immaginare. Fatto spesso di militanti improvvisati e autoproclamati. Per spiegare i quali non c’entra Schengen e non c’entrano i barconi di immigrati, non c’entra il tradizionalismo retrogrado e non c’entrano le moschee, ma non c’entra neanche la geopolitica o il conflitto mediorientale. Che nasce e si sviluppa con altre logiche, sia in Europa che nei paesi musulmani, in contesti religiosi o laici e secolarizzati. Ciò che lo rende più pervasivo e imprevedibile. Ma anche, in prospettiva, forse più facile da sconfiggere.

Smanettoni col mito del ribelle, in “Il Tirreno”, 22 gennaio 2015, p.1

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