stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Morire di satira

Ancora oggi. Nel 2015. Nel cuore dell’Europa. Si può morire così: di satira. Come i buffoni di corte, quando il re si stancava di loro. Come chi fa dell’ironia nei confronti di tutti i regimi, quando questi decidono che è il momento: un comico si può facilmente trasformare in eretico, e un eretico in vittima sacrificale. Prendere in giro i potenti è sempre pericoloso: figurarsi l’onnipotente, quando ci sono delle persone che si arrogano il diritto di prenderne il posto, come se egli non fosse che un impotente bisognoso di aiuto.

Ci sarà anche stavolta – c’è già – chi farà qualche distinguo inaccettabile. Chi dirà: in fondo, se la sono cercata, hanno esagerato. No, non se la sono cercata, e non hanno esagerato i giornalisti di Charlie Hebdo. E i pezzi che hanno scritto, e le vignette che hanno pubblicato, non meritano e non giustificano 12 morti (il direttore, ma anche vignettisti, giornalisti e poliziotti di guardia – uno dei quali, vale la pena ricordarlo, si chiamava Ahmed, e serviva da poliziotto il suo paese), molti feriti, di cui alcuni gravi, e un colpo tremendo inferto alla libertà di parola e di opinione di tutti noi, non solo alla libertà di stampa.

Il direttore e gli altri tre vignettisti uccisi sono vittime sacrificali di un oltranzismo fanatico senza giustificazioni, che si è trasformato in questo caso in terrorismo. Gli assalitori, purtroppo per ora riusciti a fuggire, gridando “Allah è grande”, hanno detto di avere “vendicato il Profeta”. Non è così, naturalmente: il Profeta Muhammad l’hanno offeso loro, assai più dei giornalisti satirici in questione. E hanno reso Dio piccolo piccolo: niente più che una scusa al loro servizio – un servo da utilizzare, invece che un onnipotente da venerare.

Hanno anche detto di essere di al-Qaeda. E’ possibile invece che non siano affiliati veri e propri di nessuna organizzazione transnazionale, ma attentatori fai da te, autoctoni. Il che li rende ancora più pericolosi, e un segnale che qualcosa di serio e di grave sta accadendo. Il terrorismo globale ha le sue logiche, seppure perverse. Le gesta eclatanti dei cani sciolti fanatizzati sono qualcosa da cui è molto più difficile difendersi. Perché non ha ragioni comprensibili. E perché è più pervasivo, meno individuabile.

C’è da sperare che tutti capiscano la lezione. La satira, è vero, può essere pesante, talvolta volgare. Ma è il prezzo da pagare, in positivo, per una autentica libertà di critica, di espressione, di opinione: è come la frontiera esterna, che difende anche chi sta molto più all’interno, e si limita ad esprimere le proprie idee con aristocratico garbo. Se si opera un varco alla frontiera, a rischio sono le opinioni di tutti: musulmani inclusi, peraltro. Ed è quello che anche i musulmani in Europa devono comprendere. Dopo il caso Rushdie, l’assassinio del regista Theo van Gogh, la vicenda delle vignette danesi, le minacce allo stesso Charlie Hebdo, che non è la prima volta che finisce sotto il fuoco degli oltranzisti islamici (letteralmente: nel 2011 un incendio ne distrusse la redazione, dopo che pubblicò un’edizione ironicamente intitolata Charia Hebdo), la questione della libertà di espressione e di opinione è ineludibile. Per l’occidente, per l’Europa, è un valore di riferimento imprescindibile, una condizione della sua stessa esistenza come risultato storico di un processo di civilizzazione: non può essere fraintesa né negata senza lasciare spazio ai peggiori fantasmi. Nello stesso tempo, se per l’Europa è un valore universale, è anche vero che la sua violazione è individuale: e non può e non deve essere attribuita ai musulmani in quanto tali, a tutti meno ancora – in questo senso la mano libera all’islamofobia politica e culturale sarebbe un regalo fatto ai terroristi, che è proprio questa logica di scontro che vogliono imporre.

Suona amara e profetica, purtroppo, la vignetta pubblicata proprio da Charlie Hebdo nei giorni scorsi: “Ancora nessun attentato in Francia”, vi si leggeva, mentre un terrorista islamico rispondeva: “Aspettate. Abbiamo tempo fino a fine gennaio per farci gli auguri”. Ma noi preferiamo ricordare Stéphane Charbonnier, il direttore del giornale, assassinato nell’agguato, con le parole che ha rilasciato in un’intervista, quando già viveva sotto protezione, dopo aver ricevuto molte minacce di morte: «Non ho paura delle rappresaglie. Non ho figli, non ho una moglie, non ho un’auto, non ho debiti. Forse potrà suonare un po’ pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio».

Allah come scusa, in Il Tirreno, 8 gennaio 2015, p.1

Leave a Comment