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Ora che è finita…

Ora che è finita, possiamo cominciare qualche ragionamento su cosa ci ha insegnato, nella sua tragicità, la vicenda cominciata con la strage nella sede di Charlie Hebdo.

Ci ha ricordato che la nostra libertà, che si esplicita nei nostri diritti (di opinione, di espressione, e anche di satira) è un bene prezioso ma fragile. Fragile, perché un colpo di fucile è sempre più forte di una matita: anche se solo nel breve termine, perché nel lungo periodo chi ha imbracciato matite resterà nel ricordo più a lungo di chi ha imbracciato fucili e ne ha spezzato le vite. Ma prezioso. E l’emozione che quasi tutti abbiamo provato, la mobilitazione spontanea e popolare di tanti cittadini e cittadine europei, la vicinanza che tanti hanno sentito nei confronti delle vittime, il dolore che molti hanno provato come fosse cosa propria, sono lì a testimoniarlo. E’ importante, la nostra libertà. Per questo è stato così importante vedere atei, musulmani, cristiani, e tanti altri, di differenti opinioni religiose e politiche, nelle piazze d’Europa. Perché l’unione, il senso di comunità, di sfida alla morte con la vita, è una sensazione anche fisica, un bene corporale e materiale prima ancora che spirituale: che è vivo solo se è sentito e praticato nella carne. Ed è per la stessa ragione che è preoccupante vedere chi invece è disinteressato, lontano, distaccato: o critico, polemico – o magari giustificazionista, se non dell’atto, delle sue motivazioni. Ci sarà materia di riflessione, su questo. Per tutti. Tutti insieme.

Ci ha ricordato che la violenza è tanto più pericolosa e ingiustificabile quanto più si appoggia su ragioni nobili, su valori alti: così alti, talvolta, da collocarsi nell’alto dei cieli. Religione, tradizione, sacro, ma anche dignità, patria, nazione, libertà, democrazia. E come tale, la violenza è sempre contraddittoria con tutti questi valori. Il fine non giustifica i mezzi, ma al contrario li discrimina: se il mezzo è malvagio, nessun fine positivo se ne potrà ricavare. Lo sappiamo, ma lo dimentichiamo troppo spesso, finendo per cercare quasi sempre le scorciatoie – apparentemente più facili ma devastanti e controproducenti nei loro risultati – della violenza, del terrorismo, della guerra. Per questo ci teniamo a ricordarlo ai troppi esagitati che usano oggi questa parola con troppa disinvoltura: non siamo in guerra – né santa, né di altro tipo. E non vogliamo entrarci. E’ il fatto che troppi lo credano, e che alcuni passino all’azione, il problema. Ed anche su questo avremo di che riflettere, nei prossimi giorni, mesi ed anni.

Ci ha ricordato che questi beni preziosi per cui tanto ci battiamo, e che talvolta ci ricordiamo che sono preziosi solo quando qualcuno ce li porta via (la vita, innanzitutto, ma anche la libertà, la dignità, i diritti), presuppongono e implicano una responsabilità: quella di usarli per il meglio. Per costruire, e non per distruggere. Per costruire le condizioni di una convivenza reciprocamente inclusiva, non per separare e separarsi. Per costruire ponti, non muri. Per cominciare dall’incontrare persone, e non dal fare scontrare idee e ideologie. E’ un interrogativo che riguarda tutti: ma in particolare uomini e donne di religione, intellettuali, politici – chi ha a che fare con la ricerca di senso, o con la necessità o il bisogno di produrlo. Che messaggi mandiamo? Che società vogliamo, veramente? Siamo onesti, in questo?

Ci ha ricordato che l’Europa è cambiata, ma non abbiamo fatto abbastanza né per capirlo né per trovare soluzioni ai nuovi problemi che questo cambiamento ha prodotto. Che il pluralismo culturale e religioso è enormemente aumentato, che le migrazioni e la mobilità di massa hanno creato una società parzialmente deterritorializzata, in cui le fedeltà e le identità collettive, i “noi”, si costruiscono in maniera diversa, che la globalizzazione delle economie, delle culture e delle possibilità di connessione e di comunicazione ci ha resi diversi, allo stesso tempo più permeabili e più diffidenti, più aperti di fatto e più chiusi, talvolta, nelle nostre precomprensioni del mondo. E da qui dobbiamo partire. E’ un cambiamento allo stesso tempo epocale e sottovalutato: cui dedichiamo assai poco delle nostre attenzioni e delle nostre riflessioni, pur vivendone intensamente le conseguenze nella nostra quotidianità, mentre invece dovrebbe essere il nostro problema principale – dal punto di vista culturale, sociale e politico. Le nostre società non sono e non saranno mai più le stesse: ma cosa facciamo tutti quanti, autoctoni e immigrati, religiosi o irreligiosi, per capire cosa questo significa, e come costruire un indispensabile legame sociale in una situazione così grandemente mutata? Sembrano questioni lontane dall’eccidio di Parigi: un fatto in fondo semplice, su cui è facile schierarsi, e sentirsi dalla parte del giusto. E invece ne sono il centro: e sono maledettamente complicate.

La nostra società è cambiata, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 13 gennaio 2015, p.1

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