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“Appunti dalla crisi italiana” se ne va…

Blog d’autore

Chi Sono

Stefano Allievi

Il 15 novembre 2011 iniziavo l’avventura di questo blog: “Appunti dalla crisi italiana”, che riprendeva il titolo di una mia riflessione in quattro puntate sulla crisi del paese, pubblicata nelle settimane precedenti dal “Mattino”.

Sono passati più di tre anni (l’ultimo post è di fine gennaio 2015) di interventi, colloqui con i lettori, e qualche polemica: che spesso proseguiva su Facebook.

Oggi, con il mio passaggio ad altro giornale, quest’avventura finisce. E ne comincia un’altra. Tra qualche tempo inaugurerò sull’edizione veneta del “Corriere della sera” un nuovo blog, con un taglio diverso.

Intanto, a futura memoria, ho voluto raccogliere qui gli interventi di questi anni, prima che vengano cancellati dalla memoria, lunga ma in realtà fragile, del web, ingoiati da un server.

In fondo non è, per me, poca cosa: con i commenti dei lettori e le mie risposte, raccolte in volume, si tratterebbe di più di 350 pagine di spazio, come mi sono reso conto con qualche angoscia ripercorrendole a ritroso. Quanto tempo…

Alcuni post riprendevano, magari in forma diversa, i miei articoli sui quotidiani regionali del gruppo “Repubblica”, a cominciare dal “Mattino”, con cui ho cominciato. Il blog è poi passato al “Messaggero veneto”, insieme al direttore Monestier, che me lo aveva affidato, per poi tornare sulle pagine web del “Mattino” quando Monestier è passato a dirigere il “Tirreno” di Livorno. Altri rispondevano a un bisogno di intervenire che sui giornali non poteva trovare spazio. Una parte degli interventi a carattere politico è stata pubblicata nel volume “Chi ha ucciso il PD”, pubblicato da Mimesis Edizioni nel 2013. Il resto è qui…

Mi piacerebbe, se ci sarà tempo e modo, recuperare anche gli interventi dei lettori abituali, con i quali il dialogo era diventato una consuetudine, che mi ha consentito talvolta di ripensare le mie argomentazioni e approfondirle, diventando in qualche caso dei nuovi post. Per ora, tuttavia, mi accontento…

Appunti dalla crisi italiana Stefano Allievi

28 gen

Tsipras, Renzi e la sinistra italiana

Le elezioni greche stanno avendo un interessante effetto di ricomposizione sulla sinistra italiana.

L’attore principale (o meglio il gruppo, ampio, di attori) che alla situazione greca si richiama, è un gruppo di politici alla sinistra del governo e del PD (anche se collocato un po’ dentro e un po’ fuori di esso), che si considera l’equivalente italiano di Syriza, il partito guidato da Alexis Tsipras che ha vinto le elezioni greche. Tale gruppo comprende giovani ex-emergenti del PD oggi in netta rottura con esso (da Civati a Fassina), vecchi compagni che hanno appena abbandonato il partito (come Cofferati), il leader di Sel Vendola, e altri che si sono autonominati Brigata Kalimera (manca giusto un subcomandante) e sono andati ad incontrare Tsipras nei giorni scorsi. Tra gli entusiasti ci sono anche gli eterni sconfitti della sinistra radicale (da Ingroia a Ferrero), e ovviamente gli esponenti della Lista Tsipras alla europee, come Barbara Spinelli (e immaginiamo, Curzio Maltese, che ne gode anch’egli i benefici di eletto che avrebbe dovuto dimettersi e non l’ha fatto), mentre in posizione più defilata c’è Cuperlo ed altri, e fuori del mondo partitico c’è un mondo abbastanza ampio di scontenti dell’azione di governo, che comprende il mondo sindacale che si riconosce in Landini e vari movimenti di alternativa più o meno radicale.

Il richiamo al brand di Syriza, oggi vincente, è una tentazione evidentemente molto forte: ma per molti versi la sua versione italiana appare assai meno credibile. Perché lo ‘human factor’ (la convention delle sinistre voluta da Vendola come premessa per arrivare a un nuovo partito o almeno a un nuovo raggruppamento elettorale) assomiglia assai poco a Syriza, e soprattutto – al di là della diversa situazione di Italia e Grecia – manca uno Tsipras in grado di guidare questa ipotetica nuova formazione. Il rischio è quindi di assomigliare più al sequel di precedenti fallimenti, dalla Sinistra Arcobaleno a Rivoluzione Civile di Ingroia (qualcuno se ne ricorda?), fino ai disastri proprio della Lista Tsipras alle europee: nata con alcune figure giornalistiche di spicco che avrebbero dovuto cedere il posto agli eletti politici, e finita con i suddetti giornalisti che si sono tenuti il posto mandando in malora il progetto. Con qualche punto percentuale in più dei precedenti fallimentari progetti (meno è difficile): e altrettanta – cioè scarsa – probabilità di incidere sui destini del paese. Al punto che oggi è un nume tutelare di questa variegata coalizione, come Stefano Rodotà, a lanciare gli strali più feroci contro questo tentativo.

Tra le differenze tra le due situazioni non c’è solo che in Italia non c’è uno Tsipras, ma anche che in Grecia non c’è un Renzi. Ci fosse stato, probabilmente Tsipras avrebbe avuto praterie di voti meno estese a sua disposizione (così come, se ci fosse uno Tsipras in Italia, forse Renzi avrebbe più difficoltà nel raccogliere consenso). Ma se i rispettivi alter ego non ci sono, forse è anche perché, nella differente situazione e anche nelle differenti proposte politiche, ci sono più somiglianze di quanto alcuni – in particolare nella sinistra anti-renziana che oggi vorrebbe monopolizzare in Italia il brand di Syriza – oggi sospettino: e, per certi versi, i due occupano almeno in parte il medesimo spazio politico, o quanto meno intercettano il medesimo desiderio di cambiamento. Non è un caso che Tsipras abbia dichiarato che, come Renzi, vorrebbe “cambiare verso all’Europa”; e che Renzi sia stato il primo capo di governo a telefonargli e a congratularsi con lui. Mentre già da giorni i rispettivi staff sono in contatto per organizzare un incontro bilaterale.

Con Tsipras premier è probabile che l’asse mediterraneo dell’Europa si rafforzi, nel reciproco interesse: cominciando a bilanciare un poco l’asse germanico-scandinavo finora vincente nel determinare le posizioni economiche e le politiche finanziarie dell’Unione Europea. Un’alleanza che potrebbe scompaginare anche le vecchie geometrie ideologiche e le vecchie idiosincrasie della sinistra: persino di quella italiana.

    19 gen

    Quando anche le piccole cose sembrano grandi

    Il Messaggero di Sant’Antonio, la più diffusa e internazionalizzata (conta edizioni in numerose lingue straniere) rivista cattolica al mondo, ha deciso di pubblicare un calendario con le feste religiose, includendovi anche quelle di alcune religioni non cristiane, tra cui l’islam.

    In un certo senso non è una notizia: calendari interreligiosi ne esistono da molti anni, in molti paesi, Italia inclusa, e se ne trovano anche online. A fini culturali, di sensibilizzazione al dialogo e all’accoglienza, ma anche pratici (dato che tali informazioni possono essere utili per scuole, ospedali, e ovunque sia presente un’utenza di differenti religioni), e professionali, per chi lavora e viaggia in paesi con religioni dominanti differenti da quella cristiana, o ha a che fare con popolazioni che provengono da altre aree del mondo.

    Ma è una notizia per il momento in cui accade: proprio quello in cui, a seguito degli omicidi a Charlie Hebdo e nel negozio ebraico di Parigi, in molti spingono nella direzione del rifiuto dell’islam, della demonizzazione di un’intera religione, e addirittura della ritorsione – sia con azioni dimostrative anche violente nelle moschee d’Europa, sia – talvolta persino da parte istituzionale – diffondendo una cultura dell’odio anti-islamico che è speculare all’odio antioccidentale di alcune frange islamiche, anche se meno sanguinosa (e neanche sempre: si pensi alla strage di Utoya del ‘combattente’ Breivik – 77 giovani morti innocenti in nome dell’anti-multiculturalismo e dell’anti-islamismo, con proclami infarciti di citazioni di una letteratura, compresi i libri di Oriana Fallaci, che molti stanno rispolverando in questi giorni. Ed era il 2011, non la preistoria, anche se l’abbiamo già dimenticata).

    In questo senso, la scelta dei frati francescani di Padova, anche se pensata prima dei fatti di Parigi, costituisce una risposta piena di senso sia agli eventi più recenti, sia, più profondamente, a quanto è avvenuto in questi decenni e sta avvenendo nelle nostre città e nelle nostre società.

    Ci siamo pluralizzati: culturalmente e religiosamente. Culturalmente, il processo è più visibile, anche se per vari aspetti più superficiale, e reversibile: vestiamo etnico (soprattutto – ed è significativo – nei momenti informali e casual, quelli in cui siamo più a nostro agio e non dobbiamo indossare una divisa lavorativa), mangiamo cinese o indiano, sushi o tacos o kebab, ascoltando musica islandese o giamaicana, o ballando sul ritmo dei tamburi africani – e gli interessati al genere si intrattengono con prostitute russe o nigeriane – magari mentre esprimiamo opinioni politiche etnocentriche o xenofobe. Religiosamente, il processo è ancora più significativo: perché le religioni sono contenitori simbolici, che producono senso e interpretazioni della vita e del legame sociale, del modo di credere e di comportarsi. Con conseguenze incisive sulla nostra vita. E qui il cambiamento è meno visibile ma più profondo e di lungo periodo.

    Attraverso l’immigrazione, sono presenti tra noi religioni che prima non c’erano. Con numeri significativi: a cominciare dall’islam, dall’ortodossia, dal cristianesimo pentecostale, comunque non cattolico, dai sikh, e tanti altri. Ma c’è anche un pluralismo interno, che non c’entra niente con l’immigrazione e anzi la precede: visibile attraverso gli italiani di nascita che hanno scelto altre religioni, dai testimoni di Geova ai buddisti e neo-buddisti (Soka Gakkai e simili), dai mormoni alle chiese di Dio, e altri ancora; persone insomma che scelgono una qualunque via religiosa diversa da quella in cui sono nati, incluse le religioni portate dagli immigrati. Infine c’è il vasto mondo di chi crede senza appartenere (believing without belonging, dicono gli anglosassoni), o non crede affatto, o crede a intermittenza, a modo suo, facendosi in qualche modo la propria religione: come mostra il vasto mondo new age, fatto più di maestri e di corsi di formazione, di guru e di pratiche mediche alternative, provenienti da uno dei tanti orienti a disposizione, che non di un vero e proprio sistema di credenze e di un ceto sacerdotale stabile.

    Tutto questo è qui per restare. E se il mondo new age è soggetto alle mode del momento, nessuna delle religioni oggi presenti in Europa è in transito. Niente di più saggio, allora, che tenerne conto, favorendo processi di comunicazione, aiutandoci a capire che se tra noi qualcuno festeggia la Pasqua ortodossa, il capodanno cinese o l’Aid al-fitr (la festa di fine ramadan), e magari gli facciamo anche gli auguri, ciò non toglie nulla al nostro Natale (e agli auguri che riceveremo da amici o conoscenti di altre religioni), mentre aumenterà il nostro bagaglio di conoscenze e, magari, la nostra capacità di relazione: in definitiva, il nostro ben-essere.

      12 gen

      Essere o non essere Charlie: questo è il (falso) problema

      Trovo stucchevole la polemica tra chi “Je suis Charlie”, e chi “Je ne suis pas Charlie”, “Je suis Ahmed”, “Je suis nigérien”, etc. Chi ha scritto – ebbene sì: l’ho fatto anch’io – “Je suis Charlie”, l’ha fatto per una spontanea vicinanza e solidarietà alle vittime. Il che non implica sentirsi uguale, avere fatto le stesse cose, condividerne il pensiero o le sue forme, e nemmeno volere fare come loro. Ma è legittimo e giusto: anche se non si è uguali, se non si usa la libertà di espressione alla stessa maniera, magari se si è in totale disaccordo di opinioni. E’ semplicemente umano. Ed è un atteggiamento snobistico chiedere o pretendere purezze inequivocabili, identificazioni totali, o al contrario dissociazioni assolute.

      Per cui, sì, ha ragione anche chi “Je suis Ahmed”, il poliziotto francese e musulmano, d’origine araba, di cui si è detto giustamente che è “morto per difendere i diritti di chi lo offendeva continuamente con la sua satira”.

      E, sì, ha anche ragione chi “Je suis nigérien”, e si lamenta che i pochi morti di Parigi contino molto di più delle migliaia di morti in Nigeria.

      E, sì, ha ragione anche chi “Je ne suis pas Charlie” perché non condivide il loro modo di fare e di usare la libertà, e non vuole offendere e nemmeno fare ironia sugli altri.

      Ma è stucchevole questo giochino a fare chi è il più bravo. Incluso in chi fa l’esame del sangue della democraticità e della coerenza dei capi di stato che hanno manifestato solidarietà a Parigi: anche se, è vero, c’erano facce non proprio presentabili. Se si facesse agli altri due milioni di persone che hanno manifestato, o a coloro che sono rimasti a casa e magari pontificano dai social network o dai giornali, non è detto che ne uscirebbero meglio. E allo stesso tempo è stato giusto che fossero lì.

      Certo, dovremmo tutti essere anche in Nigeria. Certo, dovremmo essere anche a fianco di tutti i perseguitati e le vittime del mondo. Dovremmo. Sempre. Ieri e oggi, e non a giorni alterni. E’ giusto: ma probabilmente è chiederci troppo. E’ auspicabile: ma non tutto ciò che è auspicabile si può fare sempre.

      Ma smettiamola almeno col teatrino degli opposti snobismi e delle opposte ipocrisie. Per una volta, limitiamoci, se lo vogliamo, a esprimere la nostra solidarietà.

      Tra i tanti contributi sul tema che ho letto in questi giorni, tra i più ironici ho trovato questi due. Uno intitolato “Jesu is Charlie” (non è un errore di stampa), scritto da un prete in disaccordo con Charlie Hebdo ma che sostiene che se c’è qualcuno che avrebbe il diritto di dire “Je suis Charlie” – e probabilmente l’avrebbe detto – è proprio la persona in questione. L’altro è una vignetta, in cui i tre terroristi arrivano fieri in paradiso vantando i propri meriti, e il padreterno, Allah, risponde loro “Je suis Charlie”.

        25 dic

        Natale ai tempi dell’intercultura

        Come festeggiare il Natale ai tempi dell’intercultura? E come evitare le polemiche natalizie? Per i più non cambia nulla: ma alcuni, di fronte a una importante presenza di bambini, e in generale di popolazioni, di altra cultura e di altra religione, si pongono il problema se il Natale, o almeno quello religioso (quello più autentico, dunque), possa eventualmente costituire una mancanza di rispetto, o un’offesa, per qualcuno. Trovando talvolta soluzioni surreali.

        Diciamolo subito: rinunciare al presepe o alla recita natalizia, sostituire ‘Gesù’ con ‘virtù’ nella canzoncina di Natale, non fare l’albero, non mettere decorazioni (o solo ‘neutre’), sottrarsi persino agli auguri, non ha nessun senso. Così come nessuno di noi si stupirebbe, viaggiando in Israele, di vedere festeggiata, proprio in questo periodo, Chanukkah, nei paesi musulmani l’Aid al-Fitr, e in India il Navaratri hindu o il Vaisakhi sikh, così non ha nessun senso che noi non celebriamo il Natale.

        Poiché il problema si è posto soprattutto in alcune scuole, ricordiamo alcuni dati di fondo. Circolano leggende metropolitane per cui sono i musulmani a non voler celebrare il Natale o a non volere il presepe: è falso. Nella stragrande maggioranza dei casi sono stati insegnanti italiani, spesso non credenti, per eccesso di rispetto delle altre religioni, e qualche volta per polemica nei confronti di quella maggioritaria, a porsi un problema che non c’è e ad anticipare un bisogno inesistente. In alcuni casi il bimbo musulmano – o qualunque altro – farebbe volentieri anche la parte di Gesù (peraltro un venerato profeta dell’islam, di cui il Corano riconosce la nascita verginale e il compimento di miracoli) pur di partecipare alla recita natalizia da cui magari viene incautamente escluso senza neanche chiedergli la sua opinione o quella dei genitori. E se qualcuno non è invece d’accordo, è sufficiente che, discretamente, si assenti: come fanno talvolta anche i non credenti e i credenti di altre religioni minoritarie.

        Il multiculturalismo, o meglio l’intercultura, non si pratica per sottrazione (una pura e semplice assurdità), ma semmai per addizione e, ancor più, per interpenetrazione: costruendo forme di ascolto, di dialogo e di rispetto per le altre religioni e culture, non cancellando le proprie forme simboliche di identità e appartenenza. Naturalmente anche chi strumentalizza la questione in chiave anti-immigrati e anti-musulmani lo fa per questioni tutto tranne che religiose: utilizzando dei simboli religiosi per colpire altre religioni – ciò che suona assai stridente con lo spirito del Natale, e quella famigliola di Nazareth il cui figlio è nato in viaggio, lontano da casa, a Betlemme, riconosciuto tra i primi proprio da dei saggi di altra cultura e religione venuti da oriente seguendo una stella.

        Il rischio è d’altronde che, cancellando le festività e i simboli più propriamente religiosi, resti l’albero ma non il presepe, Babbo Natale ma non Gesù di Nazareth, e nell’anno le uniche festività condivise (peraltro senza problemi, anche da bambini con il più diverso retroterra etnico e culturale) siano il carnevale e halloween: pure esse assai connotate culturalmente, anche se non religiosamente – per cui se non ha senso una non avrebbe senso nemmeno l’altra. Eppure il problema, in questo caso, non se lo pone nessuno. Evitiamo perciò di cadere anche solo nella mascheratura ipocrita, molto anglosassone, di chiamare gli auguri di Natale “season’s greetings”: la ‘stagione’ non darebbe luogo ad alcuna festa, alcun augurio, alcuna vacanza, alcun regalo. Non offendiamo nessuno nel farci gli auguri come siamo abituati a fare. In compenso offendiamo la nostra intelligenza nel non farlo. Per cui: buon Natale, anche a voi che in questa giornata avete dedicato qualche minuto a leggere queste parole…

          21 dic

          Peshawar, Sidney… e noi

          Sono cose diverse: ma vediamo che effetto ci fanno. A Peshawar massacrano oltre centoquaranta persone, in grande maggioranza ragazzi e bambini: un fatto orribile, ma per così dire interno – l’ennesimo episodio di una guerra senza fine tra bande di talebani indottrinati e sanguinari, e un esercito che un po’ li usa e un po’ li combatte senza andare troppo per il sottile. L’occidente non c’entra. Ci fa paura perché c’entra l’islam. E magari ci dimentichiamo che anche le vittime, non solo i carnefici, sono musulmani.
          A Sidney invece muoiono due ostaggi e un sequestratore solitario. Un gesto isolato, da parte di una personalità disturbata e problematica, senza organizzazione, senza progetto. Ma qui un po’ l’occidente c’entra. Per il luogo in cui è accaduto il fatto: lontano, ma vicino culturalmente, a differenza del Pakistan. E per le sue motivazioni. Questo lupo solitario ce l’aveva davvero con l’occidente, e si ispirava allo Stato Islamico, pur non avendo legami con esso: al punto di chiedere alla polizia una bandiera dell’Isis…
          Intuiamo che qui, in qualche modo, siamo coinvolti, come lo sono, involontariamente, le comunità islamiche che in occidente ci vivono.
          Viviamo tutti dentro una guerra, almeno virtuale e culturale, che qualcuno ha dichiarato, e noi no: né gli europei, né i musulmani in corso di europeizzazione. Che deve diventare battaglia culturale aperta, dichiarata, esplicita: tra la civiltà islamica, di cui l’islam è portatore, e i suoi nemici interni, musulmani anch’essi. E tra gli occidentali non musulmani, e questo islam violento e radicale, autodichiaratosi nostro nemico: rappresentato dall’Isis e dai suoi improvvisati emulatori. Ma in alleanza con gli altri musulmani, la grande maggioranza. Senza cadere nella trappola – che è proprio quella che l’Isis e i fanatici di tutto il mondo ci hanno teso, e in cui molti cascano volentieri, magari strumentalizzandola a scopo propagandistico ed elettorale – di considerare nemico e indifferenziato l’islam. Non lo è. E questa è una battaglia che va combattuta insieme. Non è tra l’islam e l’occidente. E’ tra la civiltà, e l’umanità, che si manifesta nella grande maggioranza dell’islam e dell’occidente, e l’inciviltà, la disumanità, la barbarie, che si annida in alcune frange dell’islam; e anche, va detto, altrove. Non sono sullo stesso piano. Non fanno le stesse cose. Hanno interessi diversi. Troppe volte, purtroppo, producono le stesse conseguenze. Contro di esse, siamo tutti alleati.

            29 ott

            Camusso, Picierno e un dibattito inutile

            Susanna Camusso, segretaria della Cgil, dice che Renzi è al governo in nome e per conto dei poteri forti: anzi, messo lì da loro. Nessuno ha niente da ridire. Nemmeno tra gli eletti del PD, di cui Renzi risulta essere segretario, che ora si scandalizzano per un’altra dichiarazione: quella che segue.

            Pina Picierno, deputata del PD, dice che Camusso è eletta con tessere false. Levata di scudi: tutti scandalizzati.

            Il pubblico è abituato a schierarsi in forma di tifo calcistico: pro o contro Camusso, pro o contro Picierno. Così è il dibattito dentro e fuori il PD. E non serve a niente. Propongo un’altra chiave di lettura. Possiamo dire che entrambe hanno detto delle sesquipedali sciocchezze? Sia l’una che l’altra? Aggiungendo che, se la prima non giustifica la seconda, la prima, che è persona autorevole e di assai maggiore esperienza, ha forse maggiori responsabilità nel gettare veleno nella discussione. Perché, diciamolo, la seconda conta molto meno. E soprattutto è solo una deputata, tanto mediatizzata quanto poco rappresentativa. La prima è la leader della principale organizzazione dei lavoratori italiani.

            Aggiungo che, se il livello della discussione è questo, siamo messi male. Della Picierno, alla pubblica opinione probabilmente importa poco: se anche non se ne parlasse, non lascerebbe un vuoto incolmabile, se non in qualche poltrona di talk show. Della Camusso, probabilmente importa un po’ di più: ma non troppo, non mi farei illusioni. Rappresenta una tradizione importante, storica: ma che anch’essa meriterebbe altri livelli di discussione.

            Io capisco e accetto tutto, nella discussione e nella polemica politica: ma non le allusioni oblique. Che tradiscono la voglia non di entrare nel merito, ma di colpire trasversalmente il proprio obiettivo. E le condanno in entrambi i casi.

            Ma forse, per amor di paradosso, aggiungerei qualcosa: nonostante la falsità dei rispettivi assunti, hanno detto entrambe un 5% di verità. La Camusso lo pensa davvero, che Renzi è al soldo del peggiore capitalismo, se si preferisce dei padroni, e trova nei consensi che Renzi raccoglie al di fuori del mondo di riferimento della Cgil e tra gli imprenditori le ragioni per i suoi argomenti. La Picierno forse di sindacato sa poco, ma molti sindacalisti, che sanno come si fanno i congressi, le darebbero in un certo senso ragione. Facciamo pure finta che tessere false non ce ne siano, nei sindacati come nei partiti. Ma tessere pilotate, calcolate all’ingrosso, per appartenenze di categoria, in cambio di un servizio svolto, non foss’altro che la compilazione della dichiarazione dei redditi, quelle molte. E non significano appartenenza. Spesso nemmeno adesione.

            Ma tutto questo è inutile. E la polemica stantia. Renzi è legittimamente capo del governo. E Camusso è legittimamente capo della Cgil. Su entrambe le cose non c’è dubbio. E assumiamo che nessuno dei due sia al soldo di nessun altro.
            Il fatto che la discussione si svolga in questo modo, tra un’intervista e l’altra, finisce per mettere Camusso e Picierno sullo stesso piano. Ci rifletterei: a perderci è la Camusso. E chi non se ne giova, questo è certo, non sono i lavoratori. Che probabilmente, e giustamente, hanno altro a cui pensare. Loro lo sanno, che i loro interessi non si difendono così: demonizzando l’uno o l’altro. Hanno bisogno di risposte, non di insulti o di demagogia: da qualunque parte provengano.

              09 ott

              I dipendenti delle camere, i diritti acquisiti, le riforme: il paradigma di un paese impossibile

              Non se ne sta parlando più. Ma la vicenda dei dipendenti di Camera e Senato è emblematica di un problema assai più grande che deve affrontare il nostro paese: che c’entra con un sindacalismo conservatore e regressivo, con il ruolo delle corporazioni e delle caste (non solo politiche e partitiche), con le ingiustizie strutturali che affondano il nostro paese, con quelle future legate al mantenimento dei diritti acquisiti, e in definitiva con la possibilità reale di riformare questo benedetto paese. E’ così seria, questa vicenda che riguarda apparentemente così poche persone, che se non si risolverà positivamente, rischia di essere devastante per la credibilità delle istituzioni.
              Riassumiamo i fatti. I 2.400 dipendenti delle camere sono dei superprivilegiati iperpagati. In nome della cosiddetta autodichìa, il diritto di autoamministrarsi e di giudicare da sé i ricorsi che li riguardano, consentito ad alcuni organi dello stato, i privilegi, le garanzie e gli stipendi dei dipendenti sono andati completamente fuori controllo. Per colpa della politica che lo ha consentito, naturalmente. Ora, il primo problema è che l’autodichìa stessa è un istituto che, nel 2014, non ha più alcuna ragione di esistere, e andrebbe abolito. Il secondo è che, in nome di questo principio, proprio chi dovrebbe dare l’esempio alla nazione pretende di violare clamorosamente le leggi che la nazione stessa si dà.
              Il governo Renzi ha infatti posto, molto giustamente, un tetto alle retribuzioni nel pubblico impiego. A seguito di esso, le retribuzioni delle posizioni apicali (come i segretari generali, che ad oggi guadagnano 478 mila euro l’anno: il doppio del presidente della repubblica) si dimezzerebbero a 240 mila. E, di conseguenza, scenderebbero anche, proporzionalmente, quelle degli stenografi del Senato (a 172 mila), dei documentaristi, ragionieri e tecnici (a 166 mila), dei segretari di Montecitorio e dei coadiutori di Palazzo Madama (a 115 mila), dei commessi e altri, barbieri inclusi (a 99 mila – che diviso per 13 mensilità fa pur sempre un ragguardevole stipendio da 7.600 euro al mese). A questo aggiungiamo una serie di altre ingiustificabili prebende, come gli scatti automatici di anzianità ogni due anni, e altro ancora.
              Ebbene, di fronte a questa prospettiva i sindacati dei dipendenti parlamentari (ben 21 sigle, per non farsi mancar nulla, che includono i confederali Cgil, Cisl e Uil) hanno tuonato contro la decisione, che avrebbe evidenti profili di incostituzionalità, e sarebbe caratterizzata da condotte gravemente illegittime. Risultato: rifiutano anche la mediazione proposta dai presidenti della Camera, Boldrini, e del Senato, Grasso – che pure vìola gravemente la legge, visto che al segretario generale, per esempio, aggiungendo le varie immunità, spetterebbero 360 mila euro, e con una gradualità inaccettabile di ben quattro anni per arrivare a regime – e minacciano ricorsi in massa.
              Nessuno discute la professionalità dei dipendenti: ma è chiaro che né la mediazione proposta è accettabile, né è accettabile che si continui col regime dell’autodichìa (che, peraltro, riguarda anche la Corte Costituzionale e andrebbe abolita anche lì, visto che tiene lontano anche il controllo di merito – sulle spese, non a caso – della Corte dei conti). E si debba, puramente e semplicemente, adeguarsi alla legge nazionale, e in tempi rapidi (anche in altri ambiti, peraltro, dal capo della polizia alle magistrature più alte, fino alle società partecipate, dove non pare ci sia questa gran fretta nella rigorosa e inflessibile applicazione della legge).
              La “battaglia delle Camere” è importante anche sul piano dei princìpi, perché tocca la questione dei cosiddetti diritti acquisiti, cui la magistratura si è dimostrata finora molto sensibile: ovvero il fatto che non si possono toccare i diritti legittimamente acquisiti in passato (ad esempio, mettere un tetto ad alcune pensioni), ma solo porre delle modifiche che valgano da ora in poi. Il problema è che questa impostazione produce diseguaglianze mostruose nella società, dove arriveremmo – e in verità già ci siamo – al paradosso che le generazioni che non avranno quasi più tutele dovrebbero pagare le ipertutele di chi è venuto prima di loro. E’ chiaro che in gioco c’è molto di più dei soli stipendi dei dipendenti delle Camere: che pure non è demagogia dire che non sono più giustificabili – né in termini di merito né in termini di principio.

                02 ott

                Art. 18: due diverse filosofie a confronto?

                In un articolo su Repubblica, Nadia Urbinati mette a confronto, a proposito dell’art. 18, quelle che considera due diverse filosofie: una che prevede un intervento del pubblico nel mercato del lavoro (rappresentata dalla minoranza PD), e una che lo lascia in mano al privato (rappresentata dalla sua maggioranza). Per cui, secondo la Urbinati, la novità della discussione di oggi sarebbe che questa differenza di filosofie si sarebbe spostata da uno scontro tra i partigiani dell’intervento del pubblico, rappresentata dalla sinistra, e dei partigiani della sua assenza, rappresentati dalla destra, a uno scontro tutto interno alla sinistra e al PD.
                Il ragionamento appare seducente: ma le cose non stanno esattamente in questo modo. Non si tratta di uno scontro tra due filosofie diverse, una orientata al pubblico e una al privato. Ma di due idee diverse del ruolo del pubblico. E forse, al massimo, di uno scontro tra una filosofia più idealistica (astratta) e una più pragmatista (empirica): entrambe, tuttavia, con una forte dimensione pubblica. E’ solo nel liberismo più spinto, che tutto vorrebbe lasciare alla sola logica del mercato, che si insiste sulla sola dimensione privatistica.
                La domanda da porsi è un’altra. Lo stato (il pubblico) – fatte salve naturalmente tutte le garanzie fondamentali, a cominciare, per quel che riguarda l’art. 18, dal licenziamento discriminatorio, che nessuno mette in discussione – deve intervenire all’interno del rapporto di lavoro, o tutelando il lavoratore in altre forme? per esempio con un welfare che gli consenta di ricevere un salario di supporto in caso di licenziamento, di seguire corsi di riqualificazione professionale, di essere introdotto ad altri possibili lavori, di ottenere assistenza sociale, ecc.? Lo scontro non è tra chi pensa che il pubblico possa intervenire nel mercato del lavoro e chi no (e peraltro, su molti aspetti, è doveroso che intervenga, e nessuno lo mette in discussione: si pensi, tanto per fare un esempio, alla tutela della salute dei lavoratori). Lo scontro, nello specifico, è su quale debba essere l’intervento pubblico, su come debba avvenire e dove. Tutelando il lavoro (quel lavoro) o il lavoratore (nelle conseguenze legate alla perdita del posto di lavoro)? E come si garantisce meglio quel fondante ruolo sociale che la Costituzione, a giusto titolo, attribuisce al lavoro?
                Lo scontro allora non è tra una destra ‘pro-privato’ che si sarebbe semplicemente spostata dai partiti di destra a Matteo Renzi e alla maggioranza del PD, e una sinistra ‘pro-pubblico’ che difenderebbe la dimensione sociale del lavoro. La destra pro-privato e anti-pubblico esiste ancora, è tuttora molto forte, ed è ancora solidamente rappresentata dai partiti di destra. Lo scontro interno al PD è invece uno scontro tra due sinistre, due modi di intendere il ruolo del pubblico. E qui, forse, si può introdurre la dimensione pragmatistica del ragionamento: sul piano del principio sono approcci entrambi condivisibili, anche se diversi tra loro, e non solo per banali sfumature; non sarebbe il caso di vedere, sul piano pratico, quale è quello più efficace, e che da’ risultati migliori? Perché lo scontro, a ben vedere, è tra due modi diversi di intendere l’intervento del pubblico: il problema è capire quale è davvero, all’atto pratico e quindi anche in termini di principio, quello che maggiormente produce diseguaglianze, o universalizza davvero i diritti.

                  29 set

                  Francesco, la lotta alla pedofilia e la nuova chiesa

                  L’arresto in vaticano – clamoroso e senza precedenti – dell’arcivescovo Jozef Wesolowski, ex nunzio apostolico nella Repubblica dominicana, accusato di adescare ragazzini, e di consumare e persino produrre materiale pedopornografico, è un colpo di quelli che si fanno sentire. Fa meno rumore, ma per certi aspetti è persino più importante, la rimozione del vescovo Rogelio Ricardo Livieres Plano, accusato, tra molte altre cose, di aver protetto un prete pedofilo, già allontanato in precedenza da una diocesi della Pennsylvania per abusi su minori. Se il primo era semplicemente indifendibile, comportamenti come la protezione compiacente, la minimizzazione dello scandalo (magari tacitando le vittime con qualche compensazione economica), la sottovalutazione del problema, l’ipocrisia, il doppio linguaggio e la doppia morale, l’incomprensione delle radici profonde di questo male anche in modi d’essere ordinari della chiesa, e comportamenti di fatto omertosi, sono stati diffusissimi: un problema nel problema. Colpire qui vuol dire colpire duramente non solo chi si è coperto dell’infamia della pedofilia, ma di fatto colpire un modello di chiesa negativo, persino antievangelico, e che sotto il pontificato di Bergoglio – nella sua predicazione accorata come nella pedagogia di gesti concreti che l’accompagna – diventa la proposta di un diverso modello di chiesa. Severa con se stessa prima ancora che con gli altri. Che possa essere di esempio. Ma anche più umile, perché si riconosce peccatrice. Più di popolo e meno di potere, più di servizio e meno di comando, più di autorevolezza e meno di autorità. Più attenta alla propria trave che alla pagliuzza altrui. E quindi, per questo, capace davvero di dialogare col mondo: quando capita, di porsi come guida. Sarebbe difficile, senza questi gesti compiuti all’interno. Ecco perché la lotta alla pedofilia nella chiesa diventa anche il segno di una più complessiva battaglia culturale, teologica ed ecclesiale. Che è solo agli inizi.

                    15 set

                    Ordinanze, divieti, degrado: il caso Padova come paradigma culturale

                    La politica delle ordinanze e dei divieti, a Padova, da curiosità politica locale è diventata un caso, anche culturale, nazionale. E poiché i problemi sono gli stessi ovunque, e le soluzioni adottate dalle amministrazioni spesso simili, forse vale la pena di parlarne come se si trattasse di una delle immaginarie “città invisibili” raccontate in un suo libro magistrale da Italo Calvino.

                    In fondo si tratta di un eterno ritorno dell’identico. Tanto che, riflettendoci, mi è tornato alla mente un aforisma di Karl Kraus, che fustigando il moralismo benpensante della Vienna dei primi del ‘900 e le eccessive ingerenze della municipalità nella vita dei cittadini, così sintetizzava: “Le puttane per la strada si comportano così male, che se ne può dedurre il comportamento dei borghesi a casa loro”. Ovvero: che c’è un rapporto tra quanto avviene nelle strade e nelle piazze e quanto avviene nelle case. Ovvero ancora: che gli effetti a valle sono sempre il prodotto di cause a monte. E che, infine, quello che succede in città non è solo il frutto di un comportamento alieno, prodotto da altri.

                    Naturalmente, di fronte a questo profluvio di ordinanze, Padova si è divisa, e questo è un bene, e anche una constatazione di fatto che non sarebbe male tenere a mente: la città – per definizione – è plurale, non omogenea. Da una parte il sindaco Bitonci e l’assessore Saia che mettono in fila una sequela di ordinanze per portare ordine in città: una richiesta che nasce coralmente e trasversalmente dalla città stessa. E dall’altro gli oppositori, soprattutto giovani, che ricorrono all’arma dell’ironia e dello sberleffo: perché alla fine “una risata vi seppellirà”, come auspicava l’anarchico Bakunin.

                    Tutto questo in nome del degrado: che, alla lettera, rimanda a una situazione di incuria, di deterioramento, di abbandono; ma che spesso sottintende anche una sorta di decadimento morale. E del decoro: altra nozione ambigua, che rimanda a un’estetica della dignità e dell’onore, ma anche a un orpello senza funzioni reali, a una decorazione.

                    Ciò che balza all’occhio dell’osservatore un po’ attento, come si diceva, non è la novità della polemica, ma piuttosto la sua disperante ripetitività: siamo sempre lì. Basta leggere i giornali degli anni scorsi. Ma anche, magari, le cronache rinascimentali, che nelle città universitarie mettevano già a confronto i diversi stili di vita di giovani studenti, allora figli di un’agiata aristocrazia, e i cittadini che oggi si definiscono “per bene”. La continuità è soprattutto nel modo di porsi di fronte ai problemi di convivenza tra stili di vita diversi e tra popolazioni diverse della città.

                    Non si tratta solo di un problema politico, di maggioranza al governo della città. Molte delle misure adottate o annunciate dal centrodestra sono in perfetta continuità con le politiche promosse dal centrosinistra. Questo perché il desiderio di ordine è trasversale anche agli schieramenti politici. E il modo più facile – ma anche meno efficace – per perseguirlo è reprimere, anziché coinvolgere le tante diverse cittadinanze in un processo attivo di costruzione di un diverso modo di rapportarsi agli spazi, agli orari, alle abitudini. E lavorare sulle conseguenze, spesso minori, senza minimamente occuparsi delle cause dei processi in atto: intervenendo a valle, dove è più facile e redditizio in termini di visibilità, e mai a monte dei problemi. Ciò che distingue la giunta Bitonci da quella Zanonato e dalla reggenza Rossi non è quindi tanto la diversità nelle scelte operative, ma semmai il fatto che Bitonci e Saia vi aggiungono un “di più” ideologico, che nel furore applicativo arriva ad esiti surreali di accanimento burocratico, che finisce per concretizzarsi in un’ansia regolativa che non può che cozzare, banalmente, contro il reale, laddove intende decidere del modo di sedersi, di mangiare il gelato, di trasportare borse, di riunirsi sull’argine di un canale… E’ questo che ha fatto diventare Padova un caso nazionale, e in qualche modo anche una versione in minore, per fortuna più ridicola che tragica, della Ginevra di Calvino (il riformatore, stavolta): non le singole ordinanze, che in molti casi trovano precedenti locali e paralleli altrove.

                    Crediamo tuttavia che il conflitto sia più profondo: tra modi diversi di concepire la società e la città stessa. Uno omologante, che pensa che i cittadini debbano tutti condividere gli stessi valori, oltre che le stesse norme, e quindi anche una precisa idea di ciò che è bene (pubblico) e ciò che è male (collettivo), e adeguarvisi senza discutere. E uno che prende atto della pluralità e della diversità – anche di interessi e di obiettivi – per farne un punto di partenza di un nuovo e diverso modo di concepire e di coinvolgere le varie tribù metropolitane. Uno che reprime, e l’altro che progetta. Sono entrambi necessari: a tutti noi è capitato di infastidirci dei problemi posti da alcuni, e di desiderare anche un intervento regolativo e repressivo – e se si vìolano le norme deve intervenire la legge, e la polizia. Su questo la giunta al governo ha certamente ricevuto un mandato preciso. Che non la esime, tuttavia, dall’altra metà del compito: che è quello di immaginare anche spazi di convivenza per tutti, e non solo per alcuni (un lavoro che va fatto al momento dell’impostazione delle norme stesse). Senza far vincere solo la pancia della tentazione benpensante della chiusura (di spazi, orari, e in fondo delle menti), ma anche la testa dell’apertura a nuovi possibili. Altrimenti ci si limita a imporre un’ipocrisia (sociale) che rischia di essere solo, come la definiva La Rochefoucauld, “l’omaggio che il vizio rende alla virtù”.

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                      16 ago

                      Il silenzio di fronte ai massacri

                      I massacri perpetrati nei confronti dei cristiani e di altre minoranze religiose in Iraq, sono qualcosa che va oltre il pensabile e l’immaginabile. Teste mozzate e mostrate sulle picche, barbare crocifissioni, stupri di massa, bambine vendute come schiave, donne e bambini sepolti vivi, villaggi bruciati, luoghi di culto, monumenti, croci, cimiteri vandalizzati e distrutti, e infine centinaia di migliaia di profughi e dispersi: sono pezzi di umanità e di storia millenaria letteralmente cancellati, nel più barbaro e feroce dei modi. Tutto questo ad opera dei cosiddetti miliziani dell’Isis, i seguaci di al-Baghdadi, sedicente ‘califfo’ islamico, che vuole costruire sul più primitivo dei terrori uno stato teocratico, basato su rozze e semplificatrici interpretazioni del messaggio religioso islamico.
                      Di fronte a queste distruzioni di massa, quello che colpisce, che inquieta, è l’assordante silenzio in cui le turpi violenze di al-Baghdadi e dei suoi sono state avvolte, per un tempo che è sembrato lunghissimo, nel campo islamico: e, in particolare, da parte delle minoranze musulmane che vivono in Europa. Le uniche, assurde, ultraminoritarie, e tuttavia esistenti manifestazioni che ci sono state in Europa, sono state, paradossalmente, a sostegno dell’Isis, o comunque si chiami ora: da parte di giovani – è l’aspetto più inquietante – di seconda generazione, pronti persino, in qualche caso, ad andare a combattere per il nulla, e lasciarci la pelle, nell’illusione di un martirio, come se gli assassini, i massacratori, i torturatori, potessero essere martiri di qualcosa.
                      Nei paesi coinvolti, a cominciare dallo stesso Iraq, sono spesso le popolazioni musulmane stesse ad aiutare questi poveri derelitti perseguitati: tra questi, molti, inclusi imam e predicatori, sono morti insieme a loro per aver predicato e concretamente testimoniato (questo sì, un martirio) contro gli assassini e a favore delle vittime, con cui convivono pacificamente da millenni. E alcune testimonianze di personaggi pubblici e giornalisti – in paesi dove fare il giornalista è ancora un mestiere non di rado eroico – si sono levate, in vari paesi dell’area, in difesa dei cristiani e delle altre minoranze sotto attacco. Ma è da noi, in Europa, che, sorprendentemente, ben poche voci si sono levate contro quanto sta avvenendo. Anche da parte degli intellettuali e dell’intellighenzia europei non musulmani, peraltro (e anche questo sarà un capitolo da trattare con più attenzione). Forse perché le persecuzioni di cristiani non sono trendy, forse perché le chiese dominanti nei rispettivi paesi stanno antipatiche di default all’intellighenzia laica, il silenzio domina: anche tra i commentatori, nelle università, e ancora di più tra coloro che di mestiere si occupano proprio di islam e musulmani nelle varie aree del mondo.
                      Ma è il silenzio dei musulmani che colpisce di più. Proprio loro, giustamente così sensibili, in quanto coinvolti direttamente, ai diritti delle minoranze religiose in Europa, sono stati, questa volta, incredibilmente silenti e muti – o molto lenti a reagire – di fronte al massacro di intere minoranze religiose nei loro paesi, o in paesi comunque musulmani, dove la persecuzione è perpetrata in nome della stessa loro fede. E dove i perseguitati, per quel che riguarda i cristiani, sono i fratelli nella fede di chi, in Europa, si schiera al loro fianco in difesa dei diritti all’espressione religiosa e ai luoghi di culto dei musulmani in Europa.
                      Non parliamo di singoli credenti: che individualmente – come sappiamo anche per esperienza diretta – hanno denunciato quanto sta avvenendo, e ne parlano con ira e partecipata commozione. Parliamo delle organizzazioni religiose islamiche, incluse quelle delle seconde generazioni, e degli intellettuali, degli imam, dei leader associativi musulmani: salvo poche, pochissime eccezioni, che ben conosciamo e che personalmente ci consolano, ha dominato un fragoroso, rumorosissimo silenzio. Certo, ci sono delle spiegazioni. C’è Gaza: e la umma, la comunità islamica globale, ferita da oramai un settantennio in quelle zone, è concentrata su quelle urla di disperazione. E poi, è vero, c’è la Siria, l’Egitto, l’Iraq stesso, in cui nelle guerre tra fazioni muiono anche molti musulmani. Ma questa incapacità di ascolto di quanto avviene altrove, questa attenzione così rigorosamente selettiva alle proprie disgrazie, nell’incapacità di percepire quelle altrui – persino di compararne le proporzioni e la gravità relativa, che pure è un esercizio sgradevole – è un segnale terribile. Di cui, onestamente, siamo perfino un po’ sorpresi.
                      Ci sono stati anni in cui le comunità islamiche, anche in Italia, sono state capaci di intervento, di mobilitazione, di denuncia dei loro stessi paesi, persino di azione diplomatica a tutela per esempio di italiani rapiti, proprio in Iraq: e sono state parte di un più ampio movimento di iniziative per la pace. Oggi tutto questo non si vede. Si è dovuto aspettare che fosse il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso a chiedere ai musulmani, forse per la prima volta con tanta esplicita forza e con tanto diritto, di prendere una posizione, perché queste posizioni emergessero: fino ad allora, ne è stata enormemente sottovalutata l’importanza. E forse la si sottovaluta ancora, nonostante le posizioni siano poi uscite (in Italia, per esempio, da parte dell’Ucoii): e forse, da parte di qualcuno, più per senso del dovere e dell’opportunità verso l’opinione pubblica che per vera, condivisa, urgente convinzione. Questo ripiegamento, questa chiusura in se stesse delle comunità, delle loro leadership, che svolgono anche e innanzitutto un ruolo educativo, è un pessimo segnale di distanza, se non di mancata integrazione, mandato al paese. E chi, come chi scrive, di rapporti con i musulmani se ne occupa da decenni, l’ha vissuto anche con una certa sorpresa. Certo, il paese non ha fatto molto per integrare, per accogliere i musulmani: in troppe occasioni e per troppi anni, in troppi luoghi, i musulmani hanno vissuto sulla propria pelle la diffidenza e qualche volta l’ostilità. Ma il segnale mandato – anzi, non mandato – in questo periodo non potrà non pesare.
                      Poi, certo, ci sono ben altri silenzi, su cui dovremo riflettere. Dell’intellighenzia europea, e l’abbiamo detto. Dei governi nazionali. Dell’Europa stessa, in quanto istitutuzione. Su tutti questi silenzi, uno alla volta, occorrerà riflettere. Con serietà. Perché anche i silenzi parlano.

                        01 ago

                        Il (non)senso dell’ostruzionismo

                        L’ostruzionismo, oggi, è la morte della politica, non la testimonianza della sua più nobile trincea. Il fatto che sia perseguito in buona fede, con ispirate intenzioni, e persino con buone ragioni di sostanza, non cambia i termini del problema. E, forse, è persino un’aggravante.

                        E’ un metodo che mostra l’opposto di quello che dichiarano coloro che lo praticano: che il merito non conta (il contenuto degli emendamenti è volutamente risibile e irridente, e non vuole portare a nulla: sono scritti per essere bocciati). Lo dimostra il fatto che, se un emendamento passa, magari grazie al voto segreto e al voto di qualche membro della maggioranza con la minoranza, l’esultanza dell’opposizione è tutta e solo perché il governo è stato battuto: ma del contenuto non interessa nulla a nessuno.

                        Giorni, settimane di discussioni in questi termini producono un solo risultato. Che la distanza tra il Palazzo e il Paese, tra i rappresentanti e i rappresentati, aumenta: inesorabile… La distanza dalla e quasi l’avversione per la politica pure.

                        E tutto ciò accade nell’inconsapevolezza di chi questa distanza, questo rigetto, produce. Che è a sua volta la prova di questa distanza.

                          25 lug

                          Galan e l’indignazione al tempo di facebook

                          L’arresto di Giancarlo Galan ha provocato una prevedibile ondata di indignazione a comando: tutti a felicitarsi e ad esultare, dai social network ai politici finti amici e ai giornalisti finti nemici del bel tempo che fu, quando Galan rappresentava, anzi era, il potere.
                          Se ne va ingloriosamente, quello che si faceva chiamare paternamente “il Doge”, e che umilmente si autodescriveva, in un libro intervista degli anni migliori, con le sobrie parole del titolo: “Il Nordest sono io”. Ma che, nei corridoi, era più noto con vezzeggiativi meno benevoli, come il “colosso di Godi” o il “banal grande”, a testimonianza più dei suoi vizi che delle sue virtù.
                          E tuttavia la sua uscita di scena, pur ricordando, tra estetica estiva in pantaloncini e maglietta e vocabolario colorito (“sono incazzato, e tanto…”), tra ingessature sospette e medici compiacenti, più delle baruffe goldoniane che un drammatico viale del tramonto, è indicativa di un meccanismo sociale che ci coinvolge tutti, più che di un odio particolare e personale. E’ vero, Galan appartiene a una razza oggi odiatissima anche se d’abitudine incensata: quella dei politici. Per giunta, di uno che la sedia non voleva abbandonarla a nessun costo, tanto da voler correre per un quarto mandato da governatore e aver considerato un’umiliazione l’onore di servire la repubblica da ministro. E l’irrisione popolare dei potenti decaduti è un grande classico, che ha avuto tra gli esempi più noti le folle festanti davanti alle ghigliottine degli aristocratici, o i processi pubblici alle elite delle democrazie popolari e dei totalitarismi in genere. O, in anni più recenti, le monetine tirate a Craxi ai tempi di tangentopoli, fuori dall’hotel Raphael. E, volendo, si potrebbe risalire fino alla scelta tra Barabba e Cristo e alla corona di spine, atta a umiliare, peraltro, uno che era solo stato scambiato per un potente, per un re…
                          Ma l’indignazione assertiva, istantanea, compulsiva, pavloviana quasi, su facebook e su twitter, e nei commenti da bar (i social network di oggi e la socialità quotidiana tradizionale) non colpisce in verità il solo Galan. E nemmeno solo i politici. E’ parte di un meccanismo più generale, tipico della rivendicazione popolare, ma ancora più potente laddove la denuncia è anonima o quasi, e comunque poco costosa e senza conseguenze. Ne troviamo esempi quotidiani, di destra e di sinistra. Nei confronti del capro espiatorio del momento (nomadi, immigrati o altro), ma anche di tutti gli –ismi possibili e immaginabili, che a seconda delle nostre idee siamo lesti a denunciare: dal razzismo al maschilismo, dall’animalismo al localismo, dall’omofobia all’islamofobia. Per non parlare dei più tradizionali schieramenti di guerra (si pensi al conflitto israelo-palestinese, che ne è una fucina particolarmente prolifica), dei nemici politici – anche al di fuori del periodo elettorale, ma con maggiore incidenza durante – o semplicemente calcistici, come nel tifo organizzato: parola che, non a caso, deriva dal greco typhos, che significa febbre, offuscamento, ovvero una malattia, uno stato di alterazione. Tutte forme di fanatismo che ci trasformano appunto in fan acritici anziché in riflessivi sapiens sapiens.
                          Un meccanismo così diffuso che finisce per farci indignare anche di ciò che non esiste, come in alcune celebri bufale su facebook: ultima quella girata pochi giorni fa, che ritraeva il regista Steven Spielberg in posa di fronte a una presunta preda da lui uccisa in un safari, che poi non era altro che un triceratopo ricostruito ai tempi di Jurassik Park e notoriamente estinto da un pezzo – eppure tutti lì a indignarsi contro il ricco gaudente che per divertimento uccide gli animali innocenti. Tali frottole informatiche sono così frequenti che non c’è probabilmente persona che non ci sia cascata una volta o l’altra, indignandosi per ciò che non esiste. Ma neanche questa è una novità storica: è diverso solo il mezzo usato e la sua pervasività. Che ci dice meno sull’oggetto casuale del contendere, e molto di più sul nostro bisogno di indignarci un tanto al chilo, di sentirci provvisoriamente ‘buoni’ (dicendo cose cattivissime sugli altri, fosse anche un nemico immaginario), di schierarci, foss’anche solo per il tempo di un ‘mi piace’. Contro qualcuno, di preferenza. Più di rado, a beneficio di qualcosa.

                            08 lug

                            Chi e perché frena sulle riforme

                            Il dibattito sulle riforme, proprio adesso che è alla stretta finale, rischia di incagliarsi. Per motivi nobili: il tentativo di proporre una riforma migliore. E per motivi meno nobili: incluso quello, politicamente legittimo, di far fallire i progetti del governo, o guadagnarsi una qualche forma di visibilità rispetto ai partiti maggiori o spazi di agibilità nei partiti maggiori di cui si è minoranza.
                            Ma facciamo un passo indietro. Perché si vogliono fare le riforme? Perché, a un certo punto, diventano necessarie, anzi indispensabili? Ri-formare significa dare una forma nuova: per dare spazio a un contenuto che nella forma vecchia non riesce più a starci. E’ il caso della riforma elettorale, e di quella, correlata, del senato. Il contenuto è quello di una democrazia rappresentativa, funzionale ed efficiente. La forma, quella con cui siamo stati costretti a votare nelle ultime tre tornate elettorali, palesemente non la garantisce: tanto che è stata dichiarata incostituzionale in molte sue parti nel 2013, e ha prodotto dal lato della domanda disaffezione nei confronti della politica e astensionismo, e dal lato dell’offerta governi deboli, maggioranze problematiche, e un ceto di eletti (di nominati) per molti versi impresentabile.
                            Per questo la riforma elettorale, che in tempi di grave crisi economica dovrebbe essere considerata in fondo secondaria, è invece vissuta come cruciale, non solo da parte della classe politica, ma anche dei cittadini: che la ritengono (insieme a molte altre che dovranno accompagnarla e seguirla: fisco, giustizia, lavoro, ecc.) prioritaria. Perché tutti abbiamo la consapevolezza che se non riparte la politica non riparte il paese. Che se la politica non è capace di una svolta, di autoriformarsi, a maggior ragione non avrà né la forza né l’autorevolezza né la capacità per riformare gli altri settori dello stato. E’ per questo che le riforme elettorali e istituzionali hanno una così importante valenza simbolica, e la loro approvazione rapida è un segnale tanto atteso. Se non c’è questo, diventa difficile credere agli altri. Ed è per questo, infine, che il premier Renzi insiste così tanto: su di esse non si gioca solo l’autorevolezza del governo, ma la sopravvivenza stessa del paese. E la sua credibilità anche internazionale: esiste uno spread della reputazione che non è meno importante di quello tra i titoli di stato, e in termini di Pil può essere persino più incisivo e rilevante.
                            E’ sulla base di questa promessa di auto-riforma della politica e di riforma del paese che il governo, e il premier, godono tuttora di un consenso senza precedenti. Perché sono vissuti come l’ultima spiaggia, e un’alternativa secca: o il punto di svolta o il punto di non ritorno. E questo nonostante i ritardi già accumulati rispetto alle promesse fatte. I cittadini, in fondo, già sapevano che certe tempistiche (una riforma al mese…), in un paese abituato a riforme di gestazione ventennale e magari abortite all’ultimo, non erano sostenibili: ma hanno ancora fiducia nel fatto che chi le ha annunciate le voglia davvero realizzare, perché davvero, attraverso di esse, lega il suo destino a quello del paese. Le riforme approvate sarebbero il segnale reale che riformare, finalmente, si può: per giunta coinvolgendo l’opposizione, e non solo a colpi di maggioranza, come si fece con la legge Calderoli del 2005. Dando quindi una prospettiva di unità e di nuovo inizio, di vera e propria ricostruzione, al paese: che ne ha bisogno oggi non meno che nella fase della ricostruzione post-bellica.
                            Ecco, chi è contro la riforma elettorale e istituzionale, in alcuni casi in buona fede, in altri sapendolo perfettamente, rischia di bloccare questo intero processo riformatore: uno dei pochi circoli virtuosi imbroccati da una politica abituata a quelli viziosi e viziati dell’immobilismo, dell’incapacità e dell’impossibilità di decidere. Certo, ogni riforma è emendabile e migliorabile: ed è per questo che le riforme potenziali sono tante quante coloro che ci riflettono sopra. Ma l’unica riforma veramente possibile, alla fine, e dunque l’unica riforma reale, è quella che ha i voti per essere approvata. E questo non andrebbe dimenticato. La discussione, è vero, è il sale della democrazia. Ma troppo sale rende il cibo immangiabile. E tutti noi preferiremmo una pasta troppo al dente o troppo cotta, o un condimento non all’altezza, che nessun pranzo in tempo utile per evitare che l’affamato muoia di inedia.

                              04 lug

                              Gay: l’ora dei diritti

                              Le lotte per i diritti civili hanno spesso segnato il mutamento culturale, prima ancora che sociale e politico, che ha attraversato il paese. Dai tempi dei referendum sul divorzio e poi sull’aborto, le discussioni appassionate su quelle che la politica si ostinava a considerare questioni minori, che “non interessano alla gente”, hanno mostrato un paese molto diverso da quello che la politica rappresentava o immaginava. Oggi, in tempi di social network e di comunicazione velocizzata e diffusa, la politica non può non tenere conto di questi mutamenti profondi nel corpo sociale, e in quella che potremmo chiamare la sua coscienza collettiva.
                              I diritti degli omosessuali, oggi, costituiscono una di queste frontiere del cambiamento. L’apertura di Berlusconi e di molto centrodestra sul tema è lì a testimoniarlo: la richiesta sale prepotentemente dal basso, e la politica, anche quella che in passato ha preferito ammiccare nelle direzione opposta, è costretta a prenderne atto. Il tema non è più appannaggio di una sola corrente politica, men che meno di un partito: ma, ormai, del tutto trasversale.
                              Il momento è quindi più che favorevole per affrontare il tema esplicitamente, ed anche legislativamente. Il Partito Democratico è da tempo su queste posizioni, e con esso tutti i partiti di sinistra. Matteo Renzi si è dichiarato molto esplicitamente in favore di un qualche tipo di civil partnership riconosciuta, che equipari di fatto e garantisca tutti i principali diritti (visita, successione, subentro, ecc.) legati al matrimonio, lasciando a una riflessione successiva, ma non chiudendo sul tema, per quanto attiene il problema, più spinoso, delle adozioni. La destra già da molto tempo è divisa al suo interna, tra un’ala liberal favorevole ai diritti dei gay (sulla scia del conservatore Cameron, ad esempio), e un’ala, maggioritaria finora nella sua leadership, più propensa ad un’omofobia da caserma o ad una, più sottile, di impronta clericale. Il problema è che a questa destra è crollato il terreno sotto i piedi. La Chiesa, da tempo, e più prepotentemente sotto la guida di papa Francesco, sta facendo una seria riflessione sulla questione dell’omosessualità: distinguendo la questione astratta dal problema concreto dei molti omosessuali (credenti o meno) che chiedono un riconoscimento ed una accettazione della propria diversità, e favorendo una cauta, discreta apertura. E perfino gli eserciti sono stati progressivamente costretti ad affrontare ed accettare esplicitamente al proprio interno la questione della diversità sessuale. Il tema è già presente da tempo in politica, dove leader nazionali e sindaci molto popolari sono dichiaratamente omosessuali, ma votati tranquillamente anche dall’elettorato eterosessuale. E infine nella scuola, nella società, tra i giovani e non solo, i sondaggi mostrano una diffusa apertura sulla questione, con numeri ormai incontestabili, e trasversali sia alle appartenenze politiche che a quelle religiose.
                              Ecco perché oggi una larga maggioranza trasversale troverebbe un compito facile nel praticare una coraggiosa politica dei diritti. Che a livello locale è già testimoniata non solo dalla partecipazione simbolica di sempre più sindaci ai gay pride, e di concessione del patrocinio a iniziative in favore dei diritti degli omosessuali e contro l’omofobia, ma concretamente da pratiche amministrative che tendono a favorire ed equiparare – e comunque a includere – anche attraverso appositi registri locali, coppie ‘regolari’ e coppie di fatto, etero od omosessuali: negli ospedali, nelle scuole, nella concessione di alloggi, nelle pratiche cimiteriali, ecc.
                              Resta, certo, una forte componente omofoba nel paese: testimoniata da insulti ed aggressioni, e più in generale da un atteggiamento popolare, anche giovanile, che trova ancora molte giustificazioni e complicità e comprensioni. Ma sempre meno legittimato dalle istituzioni, incluse quelle educative e religiose, e oggi anche politiche: un aspetto fondamentale di una battaglia che non può essere che culturale e di lungo periodo.

                                20 giu

                                Riforme: maggioranze a geometria variabile?

                                Interlocutori più diversi, accomunati solo da una coerente inaffidabilità e dalla reciproca irriducibilità, era difficile immaginarli. Eppure Matteo Renzi si trova oggi a dover discutere dell’impalcatura costituzionale, e in particolare, oggi, della riforma elettorale, con gli alleati più improbabili: Silvio Berlusconi e Beppe Grillo.
                                Silvio Berlusconi è stato partner di Renzi fin dall’inizio del cammino delle riforme, e non poteva essere altrimenti: Renzi era il capo del governo che voleva a tutti i costi portare a casa il risultato (rispondendo a una domanda fortemente presente nel paese, conscio che tra ben altre priorità economiche e sociali, non si esce da un sistema bloccato senza sbloccare le leggi che lo condannano all’eterno ripetersi dell’uguale: l’ingovernabilità); Berlusconi era il capo indiscusso della principale opposizione, interessato per definizione a stare al tavolo delle riforme, pena l’irrilevanza. Il loro incontro, il loro patto, era ed è ancora la principale garanzia che la riforma (sia quella elettorale che quella del senato) vada veramente in porto. Gli equilibri numerici in parlamento sono ancora quelli consegnatici dalle elezioni politiche, ma la situazione è notevolmente mutata dopo le elezioni europee: Renzi guida un partito politicamente al quaranta per cento, una maggioranza schiacciante nel paese, e ha ancora il vento in poppa del consenso, dei sondaggi, della popolarità, e di un’azione riformatrice accentuata, su molti piani e tavoli diversi. Berlusconi, fortemente ridimensionato dal risultato elettorale europeo, è invece ulteriormente indebolito dai processi che lo attanagliano, da una certa percepibile stanchezza anche fisica, e da una corte in preda a una guerra per bande e a fibrillazioni personalistiche che non stanno portando il suo disegno, ammesso che ce ne sia uno condiviso, da nessuna parte.
                                Beppe Grillo, finora un interlocutore autoesclusosi dalla partita delle riforme, nell’illusione di poterle fare da solo una volta conquistata un’impensabile maggioranza assoluta, è entrato in campo solo adesso: non si sa quanto strumentalmente, se per ottenere un risultato o sparigliare semplicemente le carte portando disordine e perdite di tempo in campo avverso. La seconda ipotesi appare ad oggi più probabile. Grillo sembra sempre più spesso il protagonista della favola di Pierino e il lupo: dice che vuole esserci, ma poi non c’è nei fatti, preferendo la visibilità di quello che fa saltare il tavolo, e alla lunga diventa difficile credergli. Più di tutti però è stato l’interlocutore punito dal risultato elettorale europeo: non per il risultato in sé, ma per avere trasformato il voto in una specie di referendum su se stesso, in cui prevedeva la sua vittoria schiacciante, come arma per buttare giù non solo il tavolo istituzionale, ma il governo. Questo scenario è stato cancellato dal voto, che ha mostrato come gli italiani preferiscano decisamente un orizzonte riformatore realistico, e siano lontani da qualsiasi avventurismo istituzionale. Insieme, il risultato europeo, il progressivo isolamento nella pubblica opinione, nonché la sempre più percepibile insofferenza nei confronti delle scelte solitarie del leader, sta portando una parte degli eletti a cinque stelle sempre più vicini al distacco e all’abbandono: stanchi di vedere la loro azione congelata, vorrebbero diventare attori di un disegno riformatore che conti anche sul loro contributo. Insomma, Grillo sente sul collo il fiato dei suoi, e il rischio di implosione del M5S. Esserci comincia dunque a diventare una necessità.
                                La partita di Renzi non è facile. Ma anche il premier ha mostrato di saper sparigliare le carte, e chi volesse usarlo strumentalmente rischia di essere a sua volta strumentalizzato. Certo non ha alcuna intenzione di abbandonare il pur indebolito Berlusconi per abbracciare un interlocutore assai più instabile: anzi, la debolezza del leader di Forza Italia è in questo caso una garanzia della forza del PD. Il recupero del dissenso interno, e la volontà di entrare nella partita anche della Lega, consentono inoltre opzioni finora inimmaginate: inclusa quella di costruire maggioranze a geometria variabile, a seconda della riforma in questione. Con il consenso sostanziale di tutti, interessati ciascuno ad intestarsi pro quota almeno una delle riforme in atto. E, in caso di insuccesso, di veti contrapposti, potrebbe essere Renzi a sparigliare definitivamente minacciando di andare ad elezioni. In questo momento, quello che corre meno rischi è dopotutto proprio lui.

                                  06 giu

                                  Voto europeo: chi vota cosa, e perché

                                  L’analisi dei dati del voto europeo prodotta da Ipsos, una delle più note società di sondaggi (e stavolta ci si può fidare di più, trattandosi non di proiezioni ma di analisi ex-post…), fotografa un cambiamento nel comportamento dell’elettorato italiano tanto rapido nella sua velocità quanto impressionante nelle sue dimensioni. Lo si vede in particolare analizzando le performances dei due principali attori politici presentatisi alle elezioni, quelli che nelle previsioni erano dati come i due mattatori in campo: il Partito Democratico, misurato nella sua capacità attrattiva, e il Movimento 5 Stelle, analizzato nella diffusa perdita di consensi (mentre il polo di centrodestra, che alle scorse elezioni pesava pressappoco per un quarto dell’elettorato, ed insieme a PD e M5S era uno dei tre soggetti alla pari, tanto che qualcuno parlava allora di tripolarismo, grosso modo mantiene i suoi elettori inglobando i centristi, ma conosce quasi solo travasi interni alle sue varie componenti, senza perdite vistose ma nemmeno capacità attrattiva all’esterno).
                                  Significativi, innanzitutto, i flussi di voto, cioè i passaggi da un partito all’altro: che mostrano uno spostamento netto di voti verso il PD, da parte soprattutto del M5S (circa un milione di voti, mentre altri due milioni di elettori grillini non sono andati a votare) e di Scelta Civica (circa 1 milione e 300mila voti), di fatto inglobata nel nuovo PD. Mentre quasi mezzo milione di voti è arrivato da formazioni a sinistra del PD, e altrettanti sono arrivati dal centrodestra (ma anche circa 190mila dall’UDC e 125mila dalla Lega), a testimonianza di una capacità attrattiva trasversale, che rende giustizia di troppe facili analisi apparse nei giorni successivi al voto (un PD ‘democristianizzato’, ad esempio, o che si sostituisce alla DC: una lettura superficiale e astorica, che non rende conto delle diversità di quadro politico, e del cambiamento avvenuto nella società italiana).
                                  Ma ancora più interessante è l’analisi del voto basata sul dato generazionale. Il PD era in passato il partito più vetusto: che solo tra gli over 65 risultava particolarmente attrattivo. Questo processo si è ulteriormente rafforzato: più della metà degli elettori anziani ha votato PD. D’altro canto però, invertendo una tendenza che sembrava inesorabile, il PD è diventato il primo partito anche al polo opposto, tra i giovanissimi: il 35,5 % degli under 24 ha votato democratico, contro solo il 25,4% di elettori pentastellati, mentre è solo nella fascia tra i 35 e i 44 anni che il PD viene superato, seppure di misura, dagli elettori del M5S.
                                  Per quanto concerne la fascia occupazionale, molte carte si sono rimescolate. Alle scorse elezioni il PD era primo solo nel pubblico impiego. Oggi è il primo partito anche tra imprenditori, professionisti e dirigenti, ma anche tra operai e studenti, nonché tra le casalinghe, il cui voto era in passato maggioritariamente di centrodestra. E’ invece tra artigiani e commercianti da un lato (di misura), e disoccupati dall’altro, che prevale il voto al M5S, a testimonianza di una difficile penetrazione del PD nelle fasce meno garantite del sistema.
                                  Al di là dell’analisi politica del voto, di cui già molto si è già detto (in sintesi: un’apertura di credito al governo e alle sue intenzioni riformatrici – un voto ‘in prestito’, per così dire – ma non una cambiale in bianco), la fotografia degli andamenti del voto e dei flussi elettorali ci mostra un elettorato sempre più instabile. Per questo non è possibile trasformare questi dati in tendenze, ed è conveniente calmierare gli entusiasmi degli uni come le delusioni degli altri: la mobilità del voto infatti non è più un fatto contingente, ma è diventata un dato strutturale, parte di un comportamento elettorale che non sarà mai più quello del passato, in cui prevaleva il voto d’appartenenza su quello d’opinione. Si tratta di un voto consapevole (gli indecisi e i delusi non ci vanno nemmeno, a votare), ma non ideologico, e perciò volubile.
                                  E’ la fine di un’era politica, caratterizzata da soggetti stabili e con un elettorato facilmente determinabile: oggi abbiamo a che fare con un elettorato post-ideologico, pragmatico, instabile, ma non passivo, e al contrario interessato alla cosa pubblica, di cui tiene a determinare le sorti. Forse, davvero, la prima e la seconda repubblica finiscono qui.

                                    02 giu

                                    Divorzio breve: era ora

                                    L’approvazione da parte della Camera della legge sul divorzio breve completa il processo iniziato quarant’anni fa, con l’approvazione della legge sul divorzio: rendendolo più facilmente attuabile, e con meno ostacoli, frapposti all’epoca dal contesto di forte contrapposizione tra laici e cattolici.
                                    La legge consente che, se il divorzio è consensuale, possa essere sancito entro sei mesi, e se è giudiziale entro un anno, anche in presenza di figli (anche se nella pratica saranno comunque di più, causa l’intasamento dei tribunali civili). Mentre in passato il minimo era tre anni, che potevano diventare nella pratica infiniti (anche cinque, otto, dieci: un tempo intollerabile e insopportabile), in caso di separazione conflittuale. E’ una normativa di civiltà, di modernizzazione, di responsabilizzazione degli individui. Che consente alle coppie che ormai non credono più in se stesse, in cui concretamente è già scoppiata una crisi grave e spesso è già operante un altro legame, di non definirsi più tali, ovvero di prendere atto della realtà. Con essa si prende atto che nessuna separazione già decisa si trasforma miracolosamente in amore ritrovato solo in virtù della durata di un vincolo legale imposto dall’esterno. Al contrario, proprio la durata estenuante del contenzioso spesso acuisce conflittualità artificiose e perverse, di cui pagano il prezzo soprattutto coloro che non hanno responsabilità in esso, cioè i figli. In particolare la norma riduce drasticamente non solo i costi economici, spesso insostenibili soprattutto in caso di separazione giudiziale (tra avvocati che si arricchiscono sulla durata, perizie psicologiche, denunce reciproche), ma soprattutto i costi emotivi e sociali, assai più devastanti: diminuendo il periodo dell’astio reciproco, del conflitto che mira più al danno di quello che diviene l’avversario rispetto al benessere complessivo delle persone coinvolte, meno che mai dei figli. E consente di accelerare, laddove ce ne sono le condizioni, il processo di costituzione di una nuova famiglia, che spesso è una condizione per tutelare il benessere materiale ed emotivo dei figli minori, e se non ci sono, semplicemente, di rifarsi una vita.
                                    La legge sancisce un modello di famiglia basato sul consenso, sulla soddisfazione reciproca, sulla capacità di rinnovarsi, di trovare al suo interno le ragioni della propria esistenza: e quindi di reversibilità della situazione nel caso in cui queste condizioni non ci siano, e prevalga invece il dissenso, l’insoddisfazione di almeno una delle parti, l’incapacità di reinventarsi, in definitiva di amarsi. Ma non lo incoraggia: si limita a prenderne atto. Ed è questa la sua portata maggiormente innovativa. Il valore viene dato non al vincolo in sé, ma alle sue conseguenze positive: che, se inesistenti, o prevaricate da quelle negative, perde appunto di valore, di senso, e anche socialmente si rivela più un danno e un costo che un vantaggio.
                                    Naturalmente, da sola la legge non risolve il problema della durata dei matrimoni e della solidità della famiglia, che si forma per altre vie, ma nemmeno lo acuisce, e ne aiuta una soluzione più rapida in caso di difficoltà grave. Al resto deve pensare la società, con adeguate strutture di supporto, di accompagnamento psicologico, di assistenza sociale, oggi largamente al di sotto delle necessità e dell’investimento di altri paesi con leggi analoghe. Un welfare familiare, insomma, intollerabilmente carente in un paese che invece alla famiglia, senza aiutarla e nemmeno detassarla, fa carico di tutto: dalla riproduzione stessa della società, facendo figli, ai processi di socializzazione primaria, all’attenzione alla devianza giovanile, fino alla cura in solitudine e senza supporti di disabili e anziani. Ma è intervenendo a supporto, non costringendo la famiglia a restare unita a dispetto di tutto, che la società aiuta a risolvere questi problemi.

                                      29 mag

                                      Dopo le elezioni. Per l’Italia, un inedito ruolo europeo

                                      Alla luce del vertice di Bruxelles, cui Renzi ha partecipato, è utile richiamare alcuni dati concernenti quello che era, dopo tutto, un voto europeo.
                                      Complessivamente, vince il centro-destra: con un rafforzamento consistente della destra radicale. E’ un segnale di cui è impossibile non tenere conto. Il popolare Juncker, senza certezze, è in pole position per la presidenza della Commissione Europea: ma dovrà concordare molto con il socialista Schulz. Il che fa pensare ad un’Europa meno tecnocratica, più moderata (anche nel suo essere ‘europeista’, dato il successo dei partiti anti-europei), ma nonostante tutto un po’ meno finanziaria e un po’ più sociale. Perché l’Europa delle banche (anche se la Banca centrale europea di Draghi è tra i soggetti che più hanno fatto per salvare l’Europa di tutti, non solo quella della finanza) è un nemico anche della destra radicale (aggettivo che preferiamo a populista, troppo generico, vagamente dispregiativo, e pochissimo esplicativo). Possiamo aspettarci quindi una riflessione sul significato di Europa, e alcuni necessari riequilibri: anche alla luce del successo di Syriza in Grecia (il paese che maggiormente ha pagato le indicazioni tecnocratiche della troika europea), e della presenza della Lista Tsipras in Europa. In questo dato, paradossalmente, sta un possibile obiettivo comune tra destre radicali e sinistra, moderata e non: questa Europa non piace più, o non abbastanza. E il calo ulteriore della partecipazione al voto lo dimostra ancora più dei risultati delle varie forze politiche.
                                      Le destre radicali, fortemente xenofobe, crescono. In alcuni casi clamorosi stravincono. Come nella Francia della vittoria della Le Pen, oggi inaspettatamente primo partito di Francia, e nella Gran Bretagna del successo di Farage, che Grillo (ma non si diceva il vero erede di Berlinguer?) si è affrettato a incontrare (ovviamente senza consultare la rete, e creando molti mal di pancia tra i suoi). Si tratta di risultati molto significativi, destinati a contare nell’Europa di domani, proprio perché avvengono in paesi trainanti della civilizzazione europea e dell’Europa dei diritti – non in Ungheria o Bulgaria – e tra loro diversissimi: la tradizionalmente euroscettica Gran Bretagna e la tradizionalmente filo-europeista Francia, in passato addirittura un traino del potere europeo, in tandem con la Germania, nell’ormai archiviato asse franco-tedesco.
                                      Cambiano quindi gli equilibri complessivi dell’Europa. La Germania ne resta al centro, non solo per il peso economico e demografico, ma proprio per il suo risultato elettorale, stabile, e corrispondente alle correnti maggioritarie in Europa. Cala il peso di partner tradizionali, come la Francia. E sale di molto, in un certo senso inaspettatamente, data la sua situazione economica, quello dell’Italia, che torna al centro degli equilibri europei. E questo grazie alla performance del Partito Democratico (e al contenimento dell’antieuropeismo a 5 stelle): che fa del PD il principale partito europeo del fronte progressista e socialdemocratico, e il partito di governo che ha ottenuto i consensi maggiori.
                                      L’aspetto più importante è che non riguarda tanto l’ascesa al vertice europeo di Renzi come persona, ma della clamorosa vittoria della sua proposta politica. Da oggi, in Europa, nel fronte di centro-sinistra, si guarda all’Italia come possibile modello politico vincente. E questo è un risultato certamente imprevisto e forse imprevedibile fino a poco tempo fa: il cattolico pragmatico e post-ideologico che ha portato senza indugi il PD nel Partito Socialista Europeo, superando anni di litigi interni e indecisioni, si ritrova di fatto oggi ad esserne uno dei leader più autorevoli, e quello con alle spalle il maggiore successo. In grado quindi di spingere per un’Europa diversa, sulla base delle ricette che propone per un’Italia diversa. Non c’è dubbio quindi che, con queste elezioni, si apre per Renzi un ruolo europeo che lui stesso, probabilmente, non avrebbe immaginato, all’inizio della sua avventura politica. E per l’Italia un ritorno di influenza nelle scelte che contano del continente: come era all’inizio dell’avventura europea – sancita dopo tutto con i Trattati di Roma, che sancivano la costituzione della Comunità Economica Europea – ma come non era più da molto tempo.

                                        26 mag

                                        Prime riflessioni sul voto europeo

                                        Il PD stravince. Un risultato che nessuno avrebbe immaginato. Non c’è dubbio che, se segretario fosse stato Bersani o Cuperlo (o Letta, o Civati…), non sarebbe andata così. Perché non ha vinto la persona Matteo Renzi (che pure, certamente, ha contato): ma ha vinto la proposta politica di Matteo Renzi, e una linea d’azione metodologicamente e contenutisticamente molto diversa da quella incarnata dai suoi predecessori e avversari interni. Una proposta che oggi fa del PD – inaspettatamente, nell’opinione dei più – il principale partito del PSE e della sinistra europea, e un modello da seguire anche per altri. E’ una proposta per un’Europa diversa, a cui il PD può dare un’enorme contributo. C’è materia di riflessione per tutti: non si tratta più della scelta di un leader per uscire da una stagione politica deludente e da una contingenza economica disperante, ma del sostegno popolare a una linea politica riformista e progressista, ma post-ideologica, o meglio che ha abbandonato le certezze ideologiche e le basi di consenso tradizionali.

                                        Il Movimento 5 Stelle, l’antagonista cui il PD avrebbe dovuto contendere il risultato sul filo di lana, è doppiato nel voto. Politicamente è un segnale enorme: l’Italia vuole la proposta e non l’incertezza, non l’azzardo, e lo dice a gran voce. Ma mostra anche un forte e persistente – e più che legittimo – segnale di protesta. E’ vero, l’Italia vuole provare a uscire dall’attuale situazione con le riforme, ma è pronta a incalzare un governo che non dovesse farle.

                                        Forza Italia crolla. Ma la sorpresa, dopo tutto, è nella sua relativa tenuta. Con un leader azzoppato e una struttura di partito debolissima, comunque un elettore su sei, forse in mancanza di una destra efficace e seria, continua a dare il proprio consenso a Berlusconi. Segno di un radicamento anche problematico e ambiguo – non a caso le sue percentuali maggiori sono al sud – ma per niente trascurabile. Un’avventura che non è affatto finita. Assisteremo ad altre trasformazioni. Ma è finita la sua egemonia, culturale prima ancora che politica. E questa, sì, è una svolta.

                                        Il Nuovo Centro Destra di Alfano si ferma al 4%: un decimo del suo alleato di governo, il PD. Un dato che rafforza enormemente il governo rafforzando il suo leader e la sua impronta riformista, diminuendo la possibilità di esporlo a ricatti. E prospetta ricomposizioni nel centro-destra. Ma intanto governare si deve, e NCD dovrà impegnarsi a farlo, senza forzature e senza arroganze da ruggito del topo. Non è più aria, non è più il tempo.

                                        La sinistra della Lista Tsipras si attesta poco sotto, e in un certo senso compensa a sinistra il risultato di NCD. Ma è meno di quanto la sinistra a sinistra del PD avesse, come consenso, nel recente passato: e qui, anche qui, c’è un problema di linea politica che andrà meditato. Bene la richiesta di un’altra Europa. Ma da costruire con altri.

                                        La Lega va meglio di quanto molti si aspettassero, e recupera un ruolo e un peso: più per ragioni interne che per il traino dell’effetto Le Pen. Questo significa che, soprattutto al nord, si dovrà continuare a fare i conti con un’irrisolta questione settentrionale, di cui la Lega resta se non altro il pungolo. Conti che dovranno fare anche gli altri partiti. Incluso, e per primo, il vincitore di queste elezioni, e la sua rappresentanza politica. Questo, se vuole provare a convincere il nord, e in particolare il nord-est, che è degno della sua fiducia.

                                        Il resto, sono resti, appunto. Fratelli d’Italia se la cavicchia vantando l’aumento di voti (ma siamo comunque in zona marginale). Scelta Civica (oggi Scelta Europea) muore nell’inutilità del suo apporto, in fondo fatto proprio da Renzi, e nell’irrilevanza della sua leadership, a cominciare dal suo padre fondatore, Monti, oggi rapidamente scomparso, in una folgorante carriera politica, nata e morta forse davvero troppo in fretta. I Verdi dimostrano la loro insipienza e inesistenza politica: un caso tutto italiano, data la popolarità, oggi più di ieri, dei temi ambientali. E un segno che questi sono entrati ormai nella politica mainstream: per cui dei verdi, di questi piccoli verdi ideologici, soprattutto, non si sente proprio alcun bisogno.

                                          24 mag

                                          Le incertezze del voto europeo

                                          Le elezioni europee di domenica si preannunciano più incerte che mai. I sondaggi, come sempre diversi tra loro a seconda del committente e dei suoi interessi, presentano forbici fortemente diversificate: non solo nell’indicare la distanza tra i partiti, ma addirittura nell’indicare i partiti vincenti. E questo vale sia per i sondaggi occulti (commissionati ma non diffusi), sia per quelli pubblici commissionati altrove, visto che in Italia, per una legge ipocrita e inutile, non si possono diffondere a ridosso delle elezioni.
                                          Fortemente incerto è il dato sull’astensionismo: quello riguardante non chi non ha ancora deciso cosa o chi votare, ma chi non sa nemmeno se andare a votare. Si prevede sia in crescita significativa, ma è difficilmente quantificabile. Come difficilmente quantificabile è il voto degli indecisi: una tendenza in aumento che, secondo alcuni studiosi, porta almeno un dieci per cento dell’elettorato a decidere cosa votare nelle ultime quarantotto ore, e almeno un cinque per cento a deciderlo direttamente in cabina elettorale.
                                          In più, è difficilmente misurabile l’effetto ‘election day’, ovvero il fatto che si voti contemporaneamente per le elezioni europee e, in molte realtà, per le elezioni amministrative. In questi casi vi sarà oltretutto un effetto distorcente del voto. Le elezioni locali sono di norma più partecipate: e di fatto, laddove si vota localmente, si parla molto di più di questioni locali che di Europa. D’altro canto, i partiti che parlano più di Europa sono quelli contrari ad essa, o magari addirittura favorevoli all’uscita dall’euro: come la Lega o, in maniera più ambigua, il Movimento 5 Stelle. In particolare, proprio la lista di Beppe Grillo si affida a dei messaggi fortemente antieuropei, ma con una valenza e una valutazione degli esiti politici giocata tutta in chiave di politica interna: di fatto, il partito che più di tutti considera le europee un voto politico nazionale è proprio il M5S. Di conseguenza l’effetto distorcente del voto in più elezioni avrà un significato molto diverso. Per tutti gli altri partiti, il voto amministrativo farà da traino al voto europeo: ovvero le persone, andando a votare per le elezioni locali, voteranno anche per le europee – anche quelle che altrimenti non si sarebbero recate ai seggi. Mentre per il M5S avverrà l’esatto contrario: pur avendo una rappresentanza locale spesso di modesto valore, e non di rado assai poco visibile e sconosciuta agli elettori, beneficerà a livello locale del traino (anti)europeo di Beppe Grillo. Per cui, chi andrà alle urne per dare il proprio voto europeo al M5S, non è escluso che, pur non conoscendo nemmeno i suoi rappresentanti locali, dia al proprio voto locale alla stessa lista.
                                          Infine, alcune variabili minori – come l’introduzione della preferenza di genere – potrebbero indurre qualche modificazione nelle propensioni di voto: non a caso alcuni partiti, come il PD, hanno scelto tutti capolista donne. Ma trattandosi di un fenomeno nuovo, è impossibile prevedere quale effetto possa avere, e se ne abbia uno significativo.
                                          Tutte queste ragioni, di indecisione, di incertezza, di imprevedibilità, già misurabili nei sondaggi, e che li rendono evanescenti (sono sempre di più i ‘non so, non rispondo’ nei campioni di indagine), troveranno la loro espressione nel risultato elettorale finale. Con una conseguenza anche politica: la difficile traduzione di risultati aleatori in indicazioni politiche concrete, ovvero in tendenze stabili. Non siamo più nell’epoca in cui variazioni anche modeste nelle percentuali di voto potevano dare conto di modificazioni relativamente stabili di opinione, e di nuove tendenze presenti nell’elettorato. Oggi il voto, divenuto, più che mobile, fluttuante, e con un peso decisivo del voto di opinione, diremmo persino umorale, rispetto a quello di appartenenza, ormai in via di sparizione, può dare solo indicazioni di breve termine, e per giunta reversibili. Niente di ineluttabile. Niente di definitivo. Viviamo nella presentificazione degli orizzonti, ormai: e lo esprimiamo anche nel voto. Non stupisce che anche i politici facciano fatica a capire le indicazioni che diamo loro.

                                            22 mag

                                            Perché e come votare alle europee

                                            I sondaggi sono unanimi: e prevedono (non occorre essere un genio della statistica applicata alla politica, per annusare l’aria che tira) un aumento dell’astensionismo. E c’è da domandarsi perché abbiamo votato quando era meno utile (gli italiani hanno da sempre avuto le percentuali più alte di voto alle europee, anche se poi erano e sono tra quelli che applicano meno le direttive europee: europeisti a parole…), e invece perché, adesso che serve, voteremo di meno.

                                            L’Europa infatti, con tutti i suoi limiti di visione e di capacità d’azione coordinata, ha assunto un ruolo sempre più decisivo nel nostro immaginario, così come nelle nostre pratiche sociali, e concretamente nella nostra vita quotidiana di individui e di soggetti economici, nel bene come nel male. E sarà chiamata sempre più a un ruolo politico effettivo, non più solo simbolico, o economico-finanziario. Non solo l’euro è una realtà: lo sono anche le istituzioni europee e molte forme di riconoscimento e tutela dei diritti anche individuali (pensiamo alla corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo), nonché di effettiva cittadinanza europea, dalla libera circolazione al riconoscimento di molti diritti fondamentali o, banalmente, dei titoli di studio. Insomma, siamo già molto più europei di quello vorremmo e spesso di quello che sappiamo.
                                            Per questo motivo è bene darci qualche criterio per esprimere il nostro voto. E, qualunque partito vogliate votare, ve ne proponiamo alcuni.

                                            Primo. Per la prima volta quest’anno si eleggerà direttamente anche il presidente della commissione europea: che non sarà più, quindi, deciso dai governi. I candidati sono già designati, e li determineremo con il nostro voto. Se voteremo per un partito che fa parte dei popolari europei (Forza Italia o NCD), voteremo automaticamente per il lussemburghese Jean Claude Junker. Se voteremo per un partito che si riconosce nelle famiglia socialista (come il Partito Democratico), voteremo automaticamente per il tedesco Martin Schulz. E così per i candidati minori. Ma non voteremo un’appartenenza nazionale, bensì progetti politici assai differenti tra loro, che determineranno in modo radicalmente diverso le nostre vite. Per questo vale la pena dedicare un po’ del nostro tempo ad informarsi sulle biografie dei candidati presidente e i loro programmi. Davvero, non sono la stessa cosa. E chi voterà per partiti che non hanno effettuato alcuna scelta (come il Movimento 5 Stelle), sappia almeno cheil suo voto, su questo, sarà irrilevante.

                                            Secondo. Alle europee non si vota per il proprio territorio. Già alle politiche vige il divieto di mandato imperativo: anche se sappiamo bene che un parlamentare è comunque in grado di dirottare qualche risorsa verso la propria città. Alle europee non è così. Interlocutori privilegiati dell’Europa, oltre agli stati, sono semmai le regioni, cui spettano ampie competenze di promozione di progetti e di spesa, o le città che cooperano in network sulla base di progetti europei (le smart cities o le città interculturali, ad esempio). E’ inutile e provinciale votare un candidato perché è della vostra città. Se lo conoscete e lo stimate, ha senso che gli diate la vostra preferenza. Ma se è solo perché è quello che in linea d’aria abita più vicino a casa vostra, lasciate perdere e cambiate criterio di scelta: non ve ne verrà niente, in ogni caso.

                                            Terzo. In Europa contano le professionalità, i dossier di cui ci si occuperà e le capacità per farlo. E’ meno importante che si abbia una lunga carriera politica alle spalle (locale o nazionale che sia): è più rilevante che si sappia di cosa ci si vuole occupare, e come. Una competenza significativa, politica o meno, in un dato settore, e magari una buona conoscenza di almeno un paio di lingue straniere, per favorire le relazioni personali e la comprensione immediata di testi e documenti, è molto più importante di una storia pregressa anche lunga di cariche ed onori. L’Europa non è una discarica di carriere per le quali non c’è più spazio a livello nazionale, o una prebenda di prestigio da offrire a questo o quel cortigiano, anche se troppo spesso i partiti l’hanno usata in questo modo. Di questa scelleratezza stiamo pagando, senza avvedercene, un prezzo enorme. E’ ora di voltare pagina.

                                            Quarto. Sperimenteremo anche un nuovo sistema di voto, con le preferenze di genere. Potremo esprimere fino a tre preferenze, purché una sia di genere diverso dalle altre due, pena la sua invalidità. E’ un modo soft, che ci pare saggio, di incoraggiare la presenza paritaria dei generi senza forzarla. Anche in questo caso, vale la pena cercare di capire chi sono i candidati del nostro collegio, e usarla, la preferenza di genere. Avremo aiutato, con questo, anche la politica italiana.

                                              06 mag

                                              L’imbarazzo del ‘like’ elettorale

                                              Ho diversi amici e diverse amiche candidati. Per giunta, in diverse liste. Contrapposte, e provvisoriamente o strutturalmente nemiche. Da quando è cominciata la campagna elettorale, a me come ad altri si pongono una serie di dubbi e di imbarazzi di galateo politico da social network.

                                              Se clicco ‘mi piace’ sul post di un/a candidato/a, gli altri penseranno che lo/la voto (e quindi voti per quel partito). Se non lo metto, si penserà che voto per un altro/a. Se lo metto a uno/a che non è il mio candidato/a, il/la mio/a candidato/a si potrebbe offendere. E se non ho ancora un/a candidato/a, le mie scelte faranno pensare che lo/a abbia. Ugualmente, se polemizzo con un/a candidato/a, si penserà che lo faccio per fargli/le propaganda in negativo (mi è già successo, mi è già stato rimproverato). Oltre tutto, può essere che si voti per uno/a solo/a (o due, se di genere diverso) candidato/a, ma se ne stimino altri: per giunta, ugualmente, persino di liste diverse.

                                              La prima soluzione, assai diffusa, è schierarsi: esplicitamente o implicitamente. Mi astengo dai like a persone (e quindi partiti) che non voto, anche se le stimo, e al di fuori dalla campagna elettorale li avrei dati. E li do’ solo a chi sostengo: soluzione aperta, onesta, ma che fa assomigliare la campagna elettorale più al tifo calcistico (lontano dai contenuti e dal ragionamento, quindi) che a un comportamento razionale. Molti si sentono a proprio agio, per altri è innaturale.

                                              La seconda soluzione è di non mettere dei ‘like’: disimpegnarsi, dimettersi dal rischio dell’ambiguità, per non mettere il proprio nome, anche involontariamente, al servizio altrui, persona o partito che sia.

                                              La terza soluzione è fregarsene.

                                              Personalmente? Finora mi ero autolimitato, con poche eccezioni non impegnative: anche se non ho problemi a dire per chi voto. Ma ci ho riflettuto, e mi è sembrato stupido. Da oggi mi dichiaro libero. Li metterò dove voglio, e un po’ anche a casaccio, come prima.

                                                12 mar

                                                Droghe leggere: cambiare approccio

                                                La scelta del governo Renzi di non impugnare la legge della regione Abruzzo sull’uso della cannabis per fini terapeutici (come aveva invece fatto il governo Monti con la precedente legge regionale del Veneto, ad esempio), costituisce – insieme alla recentissima sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale e annullato la legge Fini-Giovanardi, nella parte che equipara le droghe leggere alle droghe pesanti – una significativa rivoluzione culturale.

                                                Entrambi i provvedimenti vanno infatti nella direzione dell’apertura e della depenalizzazione. Della prima decisione beneficeranno i malati, soprattutto cronici, che non dovranno essere più costretti a imbarazzanti e costosi sotterfugi e a un’illiceità sostanziale. Della necessaria riforma che la Consulta impone, beneficeremo invece tutti quanti. La legge Fini-Giovanardi, infatti, ha avuto per effetto di criminalizzare un comportamento e una generazione, di fatto trasformando il possesso e lo spaccio di piccole quantità di droghe leggere ad un crimine penale grave, che ha portato in carcere decine di migliaia di giovani, rovinandoli assai più di quanto avrebbe potuto fare la droga stessa, intasando i tribunali – in un paese dalla giustizia cronicamente lenta – di processi inutili, e occupando una percentuale cospicua di posti nelle carceri, rendendole invivibili e portando l’Italia sul banco degli imputati della Corte Europea, al prezzo di costose sanzioni e di un’inciviltà giuridica sostanziale.

                                                Non c’è dubbio che il consumo di droghe, leggere o pesanti che siano, sia un comportamento da combattere. Le dipendenze, tutte, incluse quelle legali – dal tabacco, all’alcol al gioco d’azzardo, che hanno spesso costi ed effetti più gravi, anche se non sono considerate reato e producono buoni ritorni nelle casse dello stato – sono moralmente problematiche e socialmente costose. Ma non c’è dubbio nemmeno che punire chi spaccia marijuana o hashish con una pena da sei a venti anni (mentre prima, per le droghe leggere, era fino a sei anni) sia un’offesa al buon senso prima ancora che alla giustizia. Si calcolano intorno ai diecimila i detenuti che potrebbero beneficiare della distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, nel senso indicato dalla Corte: un provvedimento che, da solo, svuoterebbe le carceri più di qualunque indulto, e con maggiore sensatezza, visto che il 40% dei detenuti e la metà degli stranieri sono in carcere per reati legati alla droga, e oltre il 20% dei detenuti è tossicodipendente, e potrebbe verosimilmente curarsi meglio altrove.

                                                La Fini-Giovanardi, del resto, approvata nel 2006, andava in controtendenza con le riflessioni avviate a livello di Nazioni Unite, sull’inefficacia delle politiche di mera repressione, e con le legislazioni introdotte da vari paesi: indirizzatesi verso una depenalizzazione sostanziale di quanto gira intorno al consumo di droghe leggere, e sperimentando talvolta forme di legalizzazione. Si rende quindi necessario un ripensamento della normativa, e più in generale delle politiche sulle droghe, della penalizzazione e della detenzione come rimedio ai danni che provocano, sia in termini di efficacia individuale e sociale, che come strumento di lotta al crimine organizzato: coinvolgendo la pubblica opinione, poiché è un tema molto sentito dagli individui e dalle famiglie, prima ancora che dalle istituzioni. In maniera laica, senza crociate culturali, nell’uno e nell’altro senso: pensando a un’idea alta di giustizia, e anche di società, di comportamenti accettabili o meno. Non si può tuttavia evitare un bilancio dell’attuale impianto legislativo e culturale, pesato su troppi ragazzi: minacciati gravemente per un ‘reato senza vittime’ che nella consapevolezza dei più è inesistente, sottoposti talvolta all’inutile pesantezza della legge e dei suoi esecutori (che avrebbero potuto essere impiegati più utilmente in altro modo, con maggiore beneficio per la sicurezza pubblica), troppo spesso finiti in carcere, e qualche volta finiti peggio, per un comportamento deviante certamente minore (in un paese che legalizza l’azzardo e penalizza molto meno tutti i reati fiscali, ad esempio), producendo una visione iniqua della giustizia, e il sospetto gravissimo di adottare, in materia penale, due pesi e due misure.

                                                Partire dall’uso della cannabis per fini terapeutici può essere un modo soft di aprire un dibattito non più procrastinabile.

                                                  06 mar

                                                  Governo Renzi: le riforme e i simboli

                                                  Sulle riforme siamo ancora lontani. Le analizzeremo una per una, sapendo che non si comincia bene: non foss’altro perché il contrasto tra le attese suscitate e la compagine che dovrebbe concretizzarle è drammaticamente grande.

                                                  Sui cambiamenti simbolici, invece, si può già dire qualcosa: perché ci sono processi che, una volta innescati, difficilmente sono reversibili.

                                                  Ad esempio, è del tutto evidente che da ora in poi sarà molto difficile immaginare un governo composto da persone di età media elevata, come siamo abituati da sempre. Così come appare evidente che sarà molto difficile tornare indietro su una sostanziosa presenza femminile, se non proprio sulla parità di genere. Sesso ed età, genere e generazione, sono due variabili decisive per cogliere le caratteristiche fondamentali di una società e la sua propensione al mutamento. Così come un altro indicatore sensibile è quello della religione. E in questo ambito è accaduta una svolta ancora più significativa, se incrociata con l’abituale geografia politica del paese, che immagina i cattolici collocarsi per lo più a centro-destra. Per la priva volta il segretario del PD, il leader del maggior partito di sinistra del paese, va a messa, e per i cronisti diventa ovvio cercare di incrociarlo anche lì. Sembra banale, ma la cosa più significativa non è che sia accaduto: è che tutto ciò non abbia suscitato reazioni, sia semplicemente diventato ordinario, per i suoi sostenitori come per i suoi oppositori, anche interni. In un certo senso, essere cattolico o non esserlo è diventato normale, e nello stesso tempo non dirimente (cioè qualcosa che non decide necessariamente di altre variabili), anche a sinistra. Nello stesso tempo, è proprio il leader cattolico del partito storico della sinistra italiana a traghettare il PD nella grande famiglia del Partito Socialista Europeo (e non in quella cristiano-democratica, o altrove): diventandone pure vice-presidente e sostenuto da una percentuale schiacciante di consensi interni – assai maggiore di quelle che si sarebbero avute fino a un recentissimo passato, e se il leader non fosse stato cattolico (con il voto contrario del solo Fioroni: l’ultimo giapponese impegnato in una guerra simbolica che si sono dimenticati di dirgli che è finita).

                                                  Ecco: è diventato normale andare al potere ed essere giovani, essere donne, essere o non essere religiosi al di là dei tradizionali schieramenti. Politicamente, certo, non è ancora abbastanza: il paese ha bisogno di ben altro. Socialmente e culturalmente, è già una piccola rivoluzione.

                                                    24 feb

                                                    Renzi: il governo post-partitico

                                                    Pochi ministri. I più giovani della storia d’Italia. La presenza femminile più massiccia, la metà. Eppure non sono queste le novità vere. Anche perché, andando a vedere i nomi, troviamo di tutto: facce vecchie e facce nuove, discontinuità significative e continuità deludenti.
                                                    La novità vera è un’altra. Questo è il primo governo post-partitico della storia italiana. Inseminato, è vero, con la sfiducia di un partito a un presidente del consiglio espresso dallo stesso partito: nella più classica delle congiure partitiche. Ingravidato, è vero, nella trattativa tra partiti: tutti, peraltro, più o meno nuovi, o perché nati recentissimamente, come NCD di Alfano, o perché trasformati radicalmente nelle ultime settimane, come il PD, che con l’elezione di Renzi non solo ha un diverso segretario, ma non è più lo stesso partito. Partorito, infine, sotto l’egida dell’ultimo garante della democrazia dei partiti, il presidente Napolitano. Nondimeno, è un governo post-partitico, che inaugura una pagina diversa della storia della repubblica, di cui ancora sappiamo pochissimo.
                                                    Perché è un governo tutto incentrato intorno al primo ministro: davvero l’unico garante del patto di governo, come mai nella storia italiana, e l’unico dominus della sua durata. Perché è il frutto di un azzardo personale, della scommessa sulle urgenze del paese, sulla percezione di drammaticità, di inesorabilità, di ineluttabilità della crisi, sentite dai cittadini, e molto meno, tuttora, dal ceto politico e dai partiti che lo esprimono. Perché, infine, comunque vada, e qualunque sia la sua durata, il paesaggio politico e partitico del paese ne risentirà in maniera travolgente. Niente sarà più come prima.
                                                    Tutto, davvero, si gioca intorno al leader. Un leader dalla carriera fulminante, che ancora un anno fa era percepito come un elemento fastidiosamente eccentrico e minoritario, quasi un corpo estraneo, nel suo stesso partito. Portato a furor di popolo al suo vertice, con la missione di cambiare il paese, non solo il partito. E che, se le cose andassero male, ne farebbe il leader dalla caduta più rapida della storia italiana: fuori gioco, finito, prima ancora dei quarant’anni. Niente a che vedere con le tradizionali carriere politiche del passato.
                                                    E’, anche, un governo che sarà giudicato solo e soltanto dai suoi risultati. Non dai partiti che lo compongono (in rapidissima trasformazione, del resto), non sul fatto che sia tecnico o politico (aspettativa – quella dei tecnici – che dopo l’esperienza Monti non ha più alcun valore salvifico), e nemmeno dai giudizi morali sul come è nato (peccato originale da cui potrà facilmente emendarsi con dei risultati positivi di governo, se li avrà).
                                                    Non sappiamo se è un bene o se è un male. Sappiamo che è una pagina significativamente diversa della storia repubblicana.

                                                      21 feb

                                                      Morte di un lavoratore. Ucciso da un sistema

                                                      Forte con i deboli e debole con i forti. E’ la nostra burocrazia, il nostro fisco, la nostra pubblica amministrazione. Ma vale, troppo spesso, anche per le banche, le grandi aziende, la grande distribuzione. I piccoli devono pagare subito: ed essere pagati quando càpita. Alla faccia della retorica sul paese delle piccole aziende, dei piccoli artigiani, dei piccoli produttori, delle piccole partite Iva.
                                                      Ma la storia del pizzaiolo di Casalnuovo, vicino a Napoli, che si è ucciso ieri per una multa dell’ispettorato del lavoro da duemila euro, è peggiore di tante altre. Per come è finita, certo. Ma anche perché mostra una mostruosità burocratica che è spesso pane quotidiano del comune cittadino, delle famiglie, dei negozianti, delle piccolissime imprese, di fronte al potere di chi ha potere, di fronte alle sanzioni, di fronte alle multe. Tutti noi abbiamo vissuto o conosciamo storie così: magari finite meno tragicamente. Questa però ha il diritto di essere raccontata.
                                                      E’ la storia di Eduardo De Falco, 38 anni, 3 figli: proprietario di una piccola pizzeria, che dopo una visita improvvisa dell’ispettorato del lavoro, si è visto comminare una multa da 2.000 euro, perché sua moglie stava lavorando con lui, gli stava dando una mano, e non era in regola. Certo, lo sappiamo, c’è una violazione della legge. Certo, lo sappiamo, la legge è uguale per tutti, o dovrebbe esserlo. E non conosciamo tutti i dettagli dell’episodio. Quello che sappiamo è che per Eduardo, a cui gli affari non andavano affatto bene, quei soldi erano troppi: sono sempre troppi, per chi non li ha. E di fronte a questa, che è un’ingiustizia già di suo, un piccolo, un debole, dovrebbe essere aiutato. Invece no: doveva pagare entro due giorni, altrimenti rischiava la chiusura dell’esercizio commerciale, l’unica fonte di sostentamento della sua famiglia, e la sua dignità. Non ce l’ha fatta: non poteva pagare. E ha deciso di farla finita, rientrando dal lavoro alle cinque del mattino – perché i piccoli che faticano fanno orari così, a differenza dei grandi, che se fanno l’alba è per altri motivi – respirando il monossido di carbonio del gas di scarico della sua macchina, posteggiata sotto casa.
                                                      No, non è retorica, parlarne, ricordarlo: è un dovere. Perché questo paese, troppo spesso, nella sua macchina pubblica, è ancora così: feudale. E i suoi abitanti non sono cittadini, sono sudditi: sottoposti ad un arbitrio burocratico che spesso non ha spiegazione, se non l’interiorizzazione di un comportamento atavico, spesso fatto del piccolo potere di una divisa, di una penna e di un verbale, e dell’inflessibilità apatica di un impiegato che allo sportello ti ripete che non c’è altra soluzione. Ma una soluzione altra c’è sempre, ci dovrebbe essere, come ci dovrebbe essere flessibilità, attenzione, empatia, ascolto, capacità di trovare soluzioni mirate. Che la megamacchina, nella sua superba indifferenza, nella sua magnifica (e troppo spesso solo apparente) neutralità, nella sua vantata cecità di fronte al dramma individuale, ci nega, invece, costringendoci a subire la sua minaccia come una condanna e un destino. Non lo è. Si può fare altrimenti. Modernizzazione – delle mentalità, prima ancora che degli strumenti – è anche questo: attenzione all’individuo, capacità di trovare soluzioni concordate, magari una rateizzazione, un rinvio, un accompagnamento verso una soluzione positiva. Quello che le megamacchine burocratiche dei paesi dove l’individuo è un cittadino e non un suddito, e dove il pubblico funzionario armato di legge è un servitore e non un sovrano, sanno fare.
                                                      Non vogliamo che queste parole siano lette come un incitamento al non rispetto delle regole, men che meno alla ribellione. E ancor meno vorremmo vedere additati come colpevoli gli impiegati della megamacchina, i loro esecutori. La malattia è nel funzionamento complessivo, nel sistema, nelle regole. Modernizzare questo paese, dargli un indirizzo, vuol dire anche questo. Che non debbano essere più i piccoli, a pagare con la disperazione. Mentre i grandi – i grandi poteri, i grandi evasori, i grandi delinquenti – non pagano, rateizzano, concordano sconti. E’ per questo che parlare di questa storia non è cronaca locale: è, invece, attualità politica nazionale. Quella vera.

                                                        13 feb

                                                        Renzi: i rischi della premiership

                                                        In poco più di un anno, Renzi è passato dall’essere un semisconosciuto sindaco (arrivato contro il volere del proprio partito, ma sull’onda del consenso popolare, anche lì) al controllo ferreo del proprio partito e all’essere il leader più corteggiato, e il solo a cui attribuiscono potenzialità salvifiche persino i suoi avversari interni ed esterni. Certo, anche Berlusconi è arrivato a costituire una nuova forza politica, e a vincere le elezioni, nel 1994, in meno di un anno: ma dietro c’erano le sue immense risorse personali di uomo più ricco d’Italia, e un enorme lavoro preparatorio, affidato ad un gruppo di esperti professionisti. E non c’è stata la scalata ad una forza politica, ma la fondazione di una nuova: un gioco per molti versi nettamente più facile. Renzi invece, quasi da solo, senza alcun patrimonio personale, con pochi consiglieri, ha conquistato una forza politica erede di oltre un secolo di storia: che prima l’ha considerato un corpo estraneo (fino alle primarie con Bersani) e poi ha finito per considerarlo il solo in grado di salvare la sua stessa storia – cambiandola. E, in poche settimane, ne ha cambiato lo stile pachidermico di funzionamento, arrivando ad una proposta di nuova legge elettorale di fatto in pochi giorni.
                                                        Non solo. In un paese in cui politici e giornalisti hanno il culto del retroscena, in cui un machiavellismo deteriore fatto di sottili allusioni non sempre distinguibili da grossolane bugie è la prassi condivisa e accettata, in cui si vanno sempre a cercare le ragioni non dichiarate, i motivi nascosti, le ambizioni celate, in cui chi assume cariche pubbliche non è mai perché lo desidera ma perché “mi è stato chiesto”, in cui si dichiara A per fare B, e si vuole allearsi con Tizio per far fuori Caio senza farlo sapere a Sempronio, Renzi ha fatto dell’esplicitazione dei suoi obiettivi una carta vincente, facendola passare per quello che da noi è effettivamente, pur essendo un’ovvietà in altri paesi: un’innovazione clamorosa di stile politico. E questo a cominciare dalle sue ambizioni personali (ha sempre detto che voleva fare il primo ministro per cambiare il paese, ed è diventato segretario del suo partito perché era l’unico modo per farlo), per arrivare ai suoi obiettivi politici e di riforma. Con il coraggio, e persino l’improntitudine di voler sfidare le resistenze, anche a costo dell’impopolarità, talvolta persino cercata come mezzo di rinnovamento sostanziale, nella convinzione che non si va da nessuna parte, e soprattutto non si cambia, se si vuole sempre cercare il consenso di tutti.
                                                        Ora gli tocca la sfida più insidiosa. Perché Renzi nasce, come figura politica, per e con la capacità di convogliare il consenso popolare contro apparati, corporazioni e conservatorismi. E nella legittimazione popolare – acquisita sul campo alle primarie e misurata giorno per giorno dai sondaggi, anche al di fuori del partito cui appartiene – sta la forza della sua figura politica, la sua possibilità e la sua capacità di tagliare corto sulle inerzie e le resistenze della politica che ha dominato fino ad ora. Il fatto che sia proprio la palude partitocratica a chiedergli di assumere la carica di primo ministro senza passare dalle elezioni, che pure appare l’unico in grado di vincere, è certamente un modo di indebolirlo e di bruciarlo. Non a caso a insistere di più sono i partiti di opposizione e la sua opposizione interna: ancora una volta in base a un calcolo che appare, nel linguaggio deteriore che ha assunto in Italia, machiavellico, ambiguo, indiretto, tatticistico. Eppure, non per propria volontà ma per incapacità del governo, che ha incalzato finora senza voler sostituire, rischia di essere questo il suo destino. E, nel caso, la sua sfida più grande: convincere il paese senza vincere prima le elezioni. Un’opportunità, certo: ma anche un rischio. Che non pagherebbe solo lui, ma il paese, che gli chiede di incarnare quel cambio di passo che appare il solo, per ora, a poter garantire. E che con il consenso popolare avrebbe avuto maggiore forza a sostenere.

                                                        Meglio sarebbe lo scenario finora prospettato: Letta al governo per un anno, per fare la riforma elettorale, quella del lavoro, e poco altro, e poi nuove elezioni, per rimuovere l’anomalia dei governi non legittimati dal voto popolare. Perché ciò accada, però, occorre che Letta governi sul serio, e faccia quello che deve fare: cosa che finora non sta accadendo. E che si faccia la riforma elettorale (l’unica possibile: quella fattibile perché ha una maggioranza): intorno alla quale ci sono forti resistenze. Di fatto, chi ha lavorato contro la riforma elettorale, ha lavorato (forse inconsapevolmente, ma forse anche no: insospettisce l’inisistenza per un impegno diretto di Renzi e dei renziani nel governo, della minoranza interna del PD e delle minoranze dell’opposizione) per un’alternativa secca: o governo Renzi, o elezioni subito, senza neanche cambiare la legge elettorale. Entrambi esiti problematici, discutibili e non augurabili. Ma questa è l’alternativa: si sappia.

                                                          12 feb

                                                          Le conseguenze del referendum anti-immigrati

                                                          Il referendum anti-immigrati approvato in Svizzera, con il 50,3% di voti favorevoli, imponendo l’introduzione di tetti massimi e quote anche per i cittadini comunitari e i richiedenti asilo, pone numerosi problemi che vanno al cuore della convivenza nelle società globalizzate, e democratiche.
                                                          Il primo problema è culturale e politico, e forse non è solo interno alla Svizzera. Esso segna infatti l’ennesima spaccatura tra i cantoni francofoni, tradizionalmente più aperti ed europeisti (che, insieme alle grandi città come Zurigo, hanno votato contro), e quelli di lingua italiana e tedesca, che hanno invece votato massicciamente a favore (pur essendo italiani e tedeschi, nell’ordine, le due principali comunità immigrate del paese). Il che rende legittima la domanda: in che direzione va la Svizzera? Quanto è divisa la sua pubblica opinione (in questo caso spaccata esattamente a metà)? E, se la tendenza è diffusa anche al di fuori (e lo è: molti sondaggi mostrano che anche in altri paesi europei, se votassero, accadrebbe la stessa cosa): quale Europa si vuole costruire? Per farne che?
                                                          Il secondo ci riguarda anche come italiani, ed è la contrapposizione immigrati contro immigrati. Non è una novità. Tradizionalmente, la xenofobia nei confronti dei neo-immigrati è maggiormente presente tra gli immigrati dell’ondata immediatamente precedente, che ne costituisce il principale e diretto concorrente: i due gruppi infatti competono sul mercato del lavoro (non sulla qualità, ma sul prezzo, essendo i primi disposti ad accettare condizioni che i secondi erano già in grado di rifiutare) e su quello delle risorse del welfare. Ciò aiuta a spiegare come mai il cantone dove il referendum ha raggiunto la percentuale più alta, un travolgente 68,17%, sia il Canton Ticino, dove di fatto gli ex-italiani neo-svizzeri hanno votato massicciamente contro i 60.000 frontalieri italiani che vi lavorano.
                                                          Ma soprattutto l’esito del referendum evidenzia il problema di definire quale sia il livello giusto per affrontare queste tematiche. Perché da un lato pone un problema di rapporti con l’Europa, dato che contraddice gli accordi di libera circolazione con la UE (dove, incidentalmente, la Svizzera vende un terzo delle sue esportazioni), che dovranno essere rinegoziati. E dall’altro mostra quanto la scelta, portata a livello locale (e tanto più quanto più il riferimento è diretto), rischi di portare a posizioni di chiusura a catena, aprendo contraddizioni di principio e di metodo. Di principio, sul fatto che c’è sempre qualcuno più xenofobo o più settentrionale di te, che può importi quello che tu non vorresti per te ma vorresti magari nei confronti degli immigrati che vengono da te – come mostrano le contraddittorie reazioni della Lega Nord, che paga attraverso i frontalieri delle zone in cui è più votata (come le province di Como e Varese) il prezzo delle politiche che essa stessa sostiene nei confronti degli immigrati, portando ad esempio proprio la Svizzera (del resto, a cascata, i ticinesi potrebbero voler regolamentare l’ingresso dei francofoni, e i luganesi ai mendrisiotti – e lo stesso in Italia, in Lombardia, a Milano…). E di metodo perché consente, con uno strumento schiettamente democratico, come il referendum, di limitare i diritti di minoranze interne, come gli immigrati, ciò che può diventare, a seconda delle modalità, problematicamente anti-democratico.
                                                          Infine, apre una contraddizione intrinseca alla globalizzazione: laddove il paese della finanza transnazionale, che guadagna – e molto – dalla libera circolazione del denaro, vuole negare la libera circolazione delle persone, incluse quelle dell’Europa a cui appartiene. Una tendenza ampiamente diffusa, ma che meriterebbe di essere discussa in termini sia di principi che di interessi: perché in definitiva c’è un legame tra la libertà di circolazioni del denaro, delle merci, delle persone e naturalmente delle idee. E porne in questione una – peraltro già limitata ai soli cittadini comunitari – potrebbe porre il problema di rivedere anche le altre.

                                                            30 gen

                                                            Basta con il cumulo di cariche pubbliche. Basta con i superstipendi dei manager di stato

                                                            Il presidente dell’Inps, Alfio Mastrapasqua, e la moglie, entrambi collezionisti di cariche pubbliche (e private, allegramente mischiate con sprezzo assoluto del conflitto di interessi e del servizio esclusivo allo Stato, pur in presenza di lauti stipendi), sono solo l’ultimo esempio.

                                                            Ma si tratta di una costante dell’italica amministrazione pubblica: il suo aspetto feudale, l’utilizzo del denaro e delle cariche pubbliche come sinecura (letteralmente: un appannaggio sganciato da qualsiasi cura, da qualsivoglia lavoro), la sistematica privatizzazione del bene pubblico al di là di ogni reale funzione, merito e proporzione, l’appropriazione predatoria delle fonti di reddito statali, nelle loro varie forme.

                                                            Tutti protetti, tutti complici, a spese del contribuente: dai casi dei viceministri Catricalà e Patroni Griffi, che ricevono in più oltre duecentomila euro l’anno dal Consiglio di stato per un lavoro che non svolgono, al capo della polizia italiano pagato assai più di quello dell’FBI americano, dal presidente della provincia di Bolzano che guadagna più del cancelliere Merkel, al Quirinale che costa più dell’Eliseo. Tutti insieme, politici e alti dirigenti dello stato, a sostenersi ed alternarsi reciprocamente nel valzer dei privilegi. Ma non sono privilegi solo del potere esecutivo o di quello legislativo. Aggiungiamoci pure la funzione giurisdizionale, con i membri della corte costituzionale che guadagnano il doppio del capo dello stato (e hanno cambiato 37 presidenti in 57 anni pur di assicurarsi tutti i benefici vita natural durante di presidenze durate pochi mesi), e i magistrati-consulenti-amministratori-commissari. Tutte funzioni pagate con denaro pubblico che consentono un cumulo con altre funzioni pagate con denaro pubblico o privato, inclusa una miriade di consigli d’amministrazione di enti statali (ma anche regionali o municipali) o che con lo stato lavorano, spesso palesando evidentissimi conflitti di interessi: ma tutti a considerarsi legittimamente privilegiati e dunque assolti.

                                                            A quando una legge in due articoli su questo tema?
                                                            art. 1) gli stipendi dei manager pubblici non possono superare il tetto di… (vogliamo dire 250.000 euro l’anno, che è già una follia?)
                                                            art. 2) è fatto divieto ai manager pubblici di cumulare il proprio reddito con qualunque altro incarico a titolo oneroso.

                                                            Occorre ricordare che i dirigenti pubblici italiani sono i più pagati dell’intera area Ocse: tre volte la media dei paesi più sviluppati del mondo? E i politici, tra i più pagati d’Europa? Si faccia la prova: se ne riducano drasticamente compensi diretti e indiretti, anche del 50%. Si scoprirà che non uno abbandonerà la propria privilegiata poltrona: perché non c’è alcun mercato disponibile ad accoglierli. E sarà chiaro quanto tali retribuzioni siano gratuite, e perciò vergognose e ingiustificate.

                                                              21 gen

                                                              Riforma elettorale. Voi che siete contro, chiedetelo ai vostri elettori

                                                              Sarei pronto a pagare di tasca mia un sondaggio, se qualcuno, scommettendo con me sul risultato, me lo rimborsasse se vinco: la stragrande maggioranza degli italiani è favorevole al progetto di riforma elettorale, per chiudere con il passato e aprire una nuova stagione politica.

                                                              Serve altro?

                                                                14 gen

                                                                Non solo lavoro e legge elettorale: ripensare i diritti

                                                                Riforme. Se ne parla. Se ne riparla. Forse si cominciano a fare. Quelle fondamentali, almeno: la riforma elettorale e quella sul lavoro, in primis.

                                                                Ma non è sufficiente. Oggi che sono tangibilissimi i segnali di rivolta morale e civile, di indignazione, di protesta, e si intravedono i primi segni di riforma in alcuni settori della società, si scopre infatti che questi non bastano più: che occorrono cambiamenti radicali, anche altrove. Non è casuale, pertanto, che oggi abbia più spazio e più voce chi vuole allargare anche la sfera dei diritti e quella delle opportunità. Che si tratti di intervenire sui modelli familiari, aprendo alle coppie di fatto e alle unioni omosessuali, o ragionare sulla depenalizzazione delle droghe leggere, uscendo da una logica proibizionista, poliziesca e oppressiva, o ancora aprire la sfera dei diritti anche ai nuovi cittadini, con il conferimento della cittadinanza ai figli di immigrati, e puntare all’abolizione delle discriminazioni più gravi della legislazione sull’immigrazione. O ancora riformare la giustizia, ripensare i rapporti di genere o riflettere sul fine-vita, a cominciare dal testamento biologico. Non è un caso nemmeno che – si tratti di riforme economico-politiche o di diritti civili – si sottolineino sia le convenienze in termini di efficacia e di risparmio, sia quelle in termini di libertà e di liberazione di energie. E’ la stessa aria che tira, in tutti i settori.

                                                                Per questo appare miope e anti-storica la reazione di chi – nel centro-destra, ma anche nel centro-sinistra – vuole limitare la riforma a qualche innovazione economica e al minimo di riforma istituzionale necessaria, pensando che il resto non interessi, non sia una priorità sentita. E’ il contrario. Una volta scoperto che cambiare aria è possibile, accontentarsi di farlo in un solo locale, o per un tempo limitato, non basta più. Anche se ci sono altri problemi. Perché non è che quelli più gravi siano resi meno gravi dal fatto che non ci si occupi degli altri: al contrario.

                                                                  31 dic

                                                                  Società concava, politica convessa: geometrie a confronto

                                                                  La società e la politica si muovono con logiche diverse: in base a geometrie diverse, verrebbe da dire.
                                                                  La società è concava: e lo è sempre di più. Perché è più magra, dopo anni di crisi: sempre più spremuta (anche dalla politica, nella forma di oppressione fiscale e burocratica), sempre più in difficoltà. La politica, invece, è convessa: occupa spazi, deborda, è invadente. E non ha cambiato logica di funzionamento. La crisi (economica, ma anche di fiducia, e di solidarietà, con l’indebolimento dei legami sociali) ha intaccato radicalmente la società, ma molto meno la politica. Che forse non ingrassa più tanto, a spese della società: ma non dimagrisce, mentre la società deperisce continuamente. La politica è ancora solida, massiccia: non ha pagato lei il prezzo della crisi che pure, in larga misura, ha provocato. Ha subito qualche taglio, ma non rovesci di fortuna, così frequenti invece nella società, nel mondo del lavoro. Chi vive di politica, o di burocrazia inutile, o di amministrazione inefficiente, o di privilegi intollerabili, è ancora lì a farlo, in larga misura. Ma una politica che non condivide il destino della società, che non la accompagna, non può pretendere di guidarla, e forse non sa nemmeno come farlo, in quale direzione.
                                                                  La società ha bisogno di contenuti. Di essere riempita: di possibilità, di speranze, di obiettivi, di occasioni. La politica, riempita quasi solo di se stessa, non è capace di farlo. La società ha fretta: vuole azioni, vuole decisioni. La politica è ancora troppo lenta. La società vuole risposte: la politica non le sa o non le riesce a dare.
                                                                  Eppure qualche segno di speranza c’è ancora. L’analisi del passato è spietata. Ma le aspettative di miglioramento per il 2014, per gli italiani, si diversificano in maniera significativa: molto negative per se stessi e la propria situazione personale, ma un po’ più positive per la collettività. Solo il 25,8% degli italiani (secondo il Rapporto Demos di pochi giorni fa) pensa che migliorerà il proprio reddito, mentre il 36,8% pensa che peggiorerà ulteriormente la pressione fiscale, o al massimo rimarrà stabile (il 30,3%). Ma ben il 41,9% pensa che migliorerà l’economia italiana e la credibilità internazionale dell’Italia (41,8%), e addirittura la politica italiana (41%). E’ un’apertura di credito preziosa. Basata su segnali ancora flebili, ma fortemente voluti e accompagnati dalla pubblica opinione, dal supporto attivo dei cittadini, dalla loro partecipazione: il cambiamento delle leadership dei principali partiti, un po’ di buoni propositi, un metodo di lavoro che da’ qualche primo segnale di cambiamento.
                                                                  E’ importante che la politica li sappia cogliere, questi segnali, e non li lasci cadere per l’ennesima volta. Quella degli italiani è tutto tranne che una fiducia cieca. Al contrario, dopo anni di disillusioni vogliono una svolta pragmatica, operativa, visibile. E la vogliono in fretta. Non entro il 2014. Già domani.

                                                                    07 nov

                                                                    Una società che non cura, perché è essa stessa la malattia

                                                                    Ogni volta che c’è un problema sociale da risolvere, riceviamo la stessa risposta: “Non ci sono soldi. Non sappiamo cosa fare. Non abbiamo risorse. Non siamo competenti”. E’ la sintesi del nostro vivere civile, oggi. E’ la risposta standard che danno i comuni, di fronte ai rincari dei costi e alla diminuzione dei servizi. E’ quanto sta accadendo nelle scuole, per le attività integrative, i progetti speciali e gli insegnanti di sostegno. E’ quanto sta accadendo per la disabilità e per i non autosufficienti: i supporti sono sempre meno, gli aiuti economici inesistenti, le attività di accompagnamento e recupero spariscono. E’ quanto succede per i consultori familiari: con la diminuzione del personale ci si occupa sempre meno della prevenzione, del costruire o salvare relazioni, del creare canali di comunicazione, e ci si occupa solo delle emergenze, del disagio grave, del danno già fatto, dell’irreparabile da tamponare in qualche modo. E’ quanto accade per le politiche per l’infanzia e quelle giovanili.

                                                                    E’ una tragedia culturale e sociale, prima che un problema economico. Ed è un segnale grave di dove stiamo andando. Oltre tutto, questo accade nel silenzio rassegnato e spesso complice – quasi convinto – di tutti noi. Come se fossimo d’accordo, in fondo. Come se condividessimo l’ineluttabilità della cosa.

                                                                    C’è la crisi, è vero. Ma non è vero che non ci sono più soldi per nulla: in particolare per costruire tessuto sociale (che, per una società, dovrebbe essere la priorità: come per una famiglia la cura, le energie e i soldi per tenerla insieme, anziché spenderli dopo, e peggio, in avvocati, psicanalisti, conflitti mal gestiti e danni da riparare). La pressione fiscale (su chi paga le tasse) è aumentata ulteriormente. Gli sprechi della pubblica amministrazione non sono affatto diminuiti, e non si vede ancora una politica che vada seriamente nella direzione di un loro drastico taglio. Privilegi inauditi continuano ad essere mantenuti, producendo diseguaglianze lancinanti, in continua ed evidente crescita: sono i diritti acquisiti delle pensioni d’oro, dei premi ingiustificati, dei benefit inaccettabili, degli stipendi malguadagnati, ma anche dei posti di lavoro inutili, che nessuna legge tocca mai, mentre altri diritti acquisiti (economici e contrattuali) ed altre garanzie – dei pensionati, dei tartassati, dei salariati al minimo – vengono decurtati con rigore ideologico, senza alcun principio di equanimità e senza il progetto di diminuire ineguaglianze che sono esse stesse un costo mortale (morale ma anche economico) per la società.

                                                                    E poi c’è la questione delle competenze. Troppo spesso si risponde in maniera burocratica: non tocca a noi. Rimandando la palla al mittente, che in questo caso è chi ha bisogno. Ma chi risponde alla domanda: allora, a chi tocca?

                                                                    C’è un disegno, dietro tutto questo, anche se passa quasi completamente impercepito. Quello di far pesare tutto il costo – economico, affettivo, psicologico, etico – del costruire società agli individui e alle famiglie: come se fosse normale, ovvio. E di lasciare che la società – e la politica, e la pubblica amministrazione che dovrebbero essere al suo servizio – si occupi solo di tamponare le falle più evidenti, di ricucire le ferite che sanguinano troppo. Disinteressandosi di ciò che ha prodotto le cicatrici, del loro effetto, e se si riapriranno.

                                                                    E’ un’idea folle di società, questa. Che ha dimenticato che costruire nel tempo, e prevenire, costa molto meno che curare, ed è infinitamente più efficace. Una società la cui metafora è il pronto soccorso: ci vado, o mi ci portano, quando è già troppo tardi, e se qualcuno se ne accorge, se no pazienza. Mi tamponano la ferita, e poi via, ciascuno a casa propria, se ne ha una: senza una cura seria, senza una presa in carica del problema. Una società “sintomatica”: che si occupa (poco) del sintomo, ma non del prima e del dopo, e quindi in maniera inefficace. Come prendere un analgesico per far diminuire il dolore, quando il dolore è prodotto da una grave disfunzione interna. Come aprire – tanto per fare un esempio, per capirci – migliaia di sale slot, per lucrare sulle pochissime tasse imposte al settore, disinteressandosi delle famiglie che si distruggono e del fatto che curare le ludopatie costerà, alla fine, più che tassare il gioco.

                                                                    Una società che non cura, perché è essa stessa malata: e fa ammalare.

                                                                    Eppure non c’è reazione, in giro: non c’è protesta, non c’è rivolta, o ce n’è troppo poca. Forse non c’è nemmeno più rabbia, che è un sentimento che potrebbe essere collettivo, e produrre effetti. Solo mugugno: e il tirarsi su le maniche per cercare di risolvere, da soli, il proprio problema. “Non ci sono più i soldi”, ci viene detto. E noi, rassegnati – come se fosse un destino – ce ne torniamo a casa, a curarci da soli le ferite: anche quelle che ci ha fatto la società, che se ne disinteressa.

                                                                      16 ott

                                                                      L’indulto? Sì: magari dopo…

                                                                      L’amnistia e l’indulto non sono necessari in sé: questo lo dicono tutti. Ma lo diventano – nell’opinione di chi li propone – per risolvere il problema del sovraffollamento e la conseguente inumanità della condizione carceraria: che è un dato di lungo periodo inaccettabile, insostenibile, e che oltre tutto ci costa caro in termini di richiami e di sanzioni europee, oltre che in inciviltà diffusa.

                                                                      C’è un problema, però. Amnistia e indulto sono sempre un insulto alle vittime dei reati. La logica è la stessa dei condoni: un regalo ai furbi, che hanno violato la legge, e un insulto agli onesti, che non l’hanno fatto, e anzi al contrario sono stati vittime di chi ha compiuto dei reati, per i quali alla fine non si paga, o si paga meno. Per i condoni si è sempre detto che l’ultimo sarebbe stato l’ultimo, e così non è mai stato. Per l’amnistia lo stesso: ogni volta si dice che sarà un provvedimento ad hoc per risolvere l’emergenza, che poi non ce ne saranno più. E ogni volta ci si ricasca: e condoni e amnistie diventano alla fine un’abitudine, un abito mentale. Senza accorgersi che tali provvedimenti minano il patto sociale, e la fiducia reciproca su cui si fonda, in maniera radicale. Invece di risolvere i problemi, come al solito, si adottano provvedimenti tampone, sull’onda dell’emergenza o dell’emotività. Perché è più facile, agire così: e pazienza se è un male per la società. E se la società, così facendo, non la si riforma, ma al contrario la si fa sprofondare ulteriormente nei suoi vizi peggiori.

                                                                      Se si vuole davvero risolvere il problema, invece, è più intelligente andare alla fonte, alla radice: chiudere il rubinetto che riempie le carceri, agire a monte, anziché aprire il tappo che le svuota, agendo a valle.

                                                                      Vogliamo fare qualcosa di utile e rapido per ridurre la popolazione carceraria? Depenalizziamo il reato di clandestinità. Cambiamo la logica delle leggi anti-droga. Insomma, cambiamo con un articolo la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi.

                                                                      Non solo: il 40% dei detenuti si trova in carcere in attesa di giudizio. Vogliamo ragionare anche su questo? E, per esempio, sull’obbligatorietà dell’azione penale: in generale, e in particolare applicata alle leggi di cui sopra?

                                                                      Ecco, se adottassimo questi provvedimenti, e poi ci dessimo seriamente da fare per riformare una giustizia ingiusta, lunghissima, incivile, che ci rende il fanalino di coda dell’Europa e, da sola, ci costa due punti di PIL, allora sì che svuoteremmo rapidamente le carceri e faremmo qualcosa di utile per la società. Migliorando ampiamente la qualità della vita sociale, anziché peggiorarla. E magari, per festeggiare, a questo punto, e solo a questo punto, un anno di indulto, non di più (si calcola che riguarderebbe circa 10.000 persone: sufficiente per ristabilire un minimo di vivibilità nelle carceri), ci potrebbe anche stare. Ma se tutto questo non si fa, è indecente e controproducente anche solo parlarne. Perché poi, alla fine, sono solo parole…

                                                                        11 ott

                                                                        M5S: a cosa servono gli eletti?

                                                                        Due senatori del Movimento 5 Stelle hanno fatto il loro dovere di senatori: ovvero, hanno fatto un atto politico, cosa per la quale sono stati eletti e sono pagati. Nella fattispecie, hanno proposto un emendamento per l’abolizione del reato di clandestinità.

                                                                        Ancora una volta, per l’ennesima volta, si è prodotto il seguente conflitto: il fondatore e proprietario del M5S, che non siede in parlamento, Beppe Grillo, e il suo pensatore di riferimento, un privato cittadino senza alcun ruolo politico pubblico di nome Gianroberto Casaleggio, hanno sconfessato e bocciato l’iniziativa, con parole durissime.

                                                                        Ora, può un partito politico essere guidato da chi non ha a che fare con l’attività politica concreta? Si può stare in parlamento senza sporcarsi le mani con proposte di legge, anche su temi che non erano nel programma di una forza politica (cioè quasi tutti)? Il modello di partito proposto da Grillo (che, poi, tanto chiaro non è…) è una coraggiosa innovazione (anche tecnologica, grazie all’uso della rete: peraltro sempre controllata dal Casaleggio di cui sopra, in maniera opaca e attraverso piattaforme inaccessibili e non pubbliche) o semplicemente un non senso? La domanda vera da farsi, è questa. Insieme a quest’altra, sollevata da Grillo e C.: possono dei senatori prendere un’iniziativa politica senza consultarsi con il proprio gruppo parlamentare e senza consultare il loro leader (peraltro, tecnicamente, extraparlamentare)? Il che ci spinge a riflettere sul fatto che uno dei problemi sia anche la non conoscenza dell’ABC della politica parlamentare, e forse della politica in quanto tale: dilettanti allo sbaraglio, insomma. Ma il nodo principale non è l’inadeguatezza personale e l’incapacità professionale (assai diffuse anche altrove, e trasversali): è un nodo tutto politico, e anche deontologico, morale.

                                                                        Ancora pochi giorni fa il M5S, in occasione della fiducia chiesta da Letta, ha espresso il suo no con un veemente e appassionato discorso della senatrice Taverna: un bel discorso da forza di opposizione. Ma una forza di opposizione ha il dovere di elaborare proposte di legge su tutti i campi in cui pensa di avere qualcosa da dire: e si può non avere qualcosa da dire, oggi, sul tema dell’immigrazione? Certo, si potrebbe consultare la base (che peraltro non consulta neanche Grillo: la presume, e la interpreta, ma non le ha mai chiesto nulla). Ma si può pensare di vivere in situazione di referendum permanente sulla propria attività politica? Peraltro, mancano ancora gli strumenti per farlo, dato che proprio Grillo e C. continuano a promettere e a rinviare la creazione di una piattaforma che ancora non esiste, nonostante se ne fosse annunciata l’attivazione già molti mesi fa. Nel frattempo che si fa: si ferma l’attività politica e si aspetta che i tecnici si rimettano al lavoro?

                                                                        Ecco, il nodo è questo. Ma rimanda a qualcosa di più ampio e lontano nel tempo, un principio fondativo della democrazia parlamentare: il divieto del mandato imperativo. In una famosa “Lettera agli elettori di Bristol”, nel ’700, Edmund Burke scriveva, ai concittadini che l’avevano eletto nel parlamento inglese, dicendo che dal momento della sua elezione un parlamentare non risponde più solo ai suoi elettori (e nemmeno solo al suo partito, per inciso), ma alla nazione, che è chiamato a rappresentare e nel cui superiore interesse è chiamato ad agire. Da allora, nonostante l’evidente distanza tra teoria e prassi, non si è trovato un argomento fondativo forte per dire che invece dovrebbe essere il contrario, e il parlamentare risponde solo alla sua base, e per giunta in maniera diretta. Sta a Grillo e soci, se pensano questo, l’onere della prova di trovare un meccanismo di consultazione della base che funzioni. E sta ai rappresentanti del M5S riflettere con dignità se adeguarvisi o meno. Con una decisione politica. E deontologica, appunto.

                                                                          08 ott

                                                                          Le parole della chiesa e quelle della politica

                                                                          Parliamo di linguaggio, oggi. Ma il linguaggio veicola contenuti.

                                                                          Dal lato della chiesa abbiamo un papa, inusuale in primo luogo per lo stile, che scrive a un giornale laico e tradizionalmente poco tenero con la chiesa, che fa gesti ordinari e banali (si comporta cioè come tutti noi: guida, si porta la borsa, paga il biglietto e il conto), che reagisce anche d’istinto, che telefona a studenti disoccupati e ragazze madri, che si fa intervistare da giornali cattolici e laici parlando di problemi e di grane anche scottanti, senza eluderle (poveri, omosessuali, donne, divorzio; ma anche denaro, carrierismo e potere nella chiesa), che parla apertamente anche delle proprie debolezze, dei propri desideri, delle proprie tentazioni, e del proprio percorso di fede, macinando giudizi teologici che sembrano politici (con la frase “non sono mai stato di destra” che ha inquietato molti conservatori).

                                                                          Non è un’abile campagna d’opinione vaticana, come taluni sospettano: che, se fosse stata il frutto del lavoro di una agenzia di pubbliche relazioni, dovrebbe essere pagata a peso d’oro. E’ invece la presa d’atto di una svolta, di un cambio di tendenza: che c’entra anche con la politica, i cui valori hanno dettato per molto tempo l’agenda collettiva del paese.

                                                                          Etica, lavoro, cultura, dialogo, solidarietà (e più concretamente poveri, disoccupati, marginali, malati, disabili, anziani, immigrati): persino innovazione, riforma, rivoluzione. Sono parole tipiche della declinazione dei valori nel dibattito sociale. Tipiche della politica. Tipiche dell’impegno civile. Eppure si sentono sempre meno, o sono declinate sempre peggio, nel linguaggio politico quotidiano. Che si mostra sempre più incapace di esprimerle, di dirle, forse anche privo della capacità di pensarle in maniera attuale ed efficace (e questo, che sia politica ispirata a valori laici o religiosi: entrambe, oggi, in declino). E finiamo per ritrovarle nelle parole solo apparentemente nuove di un papa e della chiesa. e nei suoi gesti, insolitamente coerenti con le parole.

                                                                          Tutto questo, altrove – nella politica, per esempio – non si vede quasi più. O non si vede ancora.

                                                                          Le parole della politica, per come viene vissuta e ancor più per come viene raccontata dai mass media ruota intorno a personalismi e retroscena, senza pathos e senza prospettiva, bassa nei modi, nel linguaggio e negli orizzonti che prospetta. Zero coerenza tra parole e comportamenti, per dire: o molto poca.

                                                                          Per questo sbaglierebbe chi interpretasse questa novità, come una volta, come una sorta di ingerenza della chiesa nello spazio proprio della politica. Allora era un confronto in certo modo tra pari, tra valori concorrenti. E’ altro, e più profondo: appare quasi una sostituzione. Ma non di valori con altri valori: più profondamente, di un vuoto con un pieno. E’ nel deserto valoriale e comunicativo della politica che si fa strada con più efficacia il messaggio della chiesa. E in un certo senso non è – o non è solamente – una buona notizia: né per la chiesa né per la politica.

                                                                          Una fede forte ha bisogna di una laicità politica matura. E viceversa: una laicità politica forte ha bisogno di una fede e di una cristianità matura. Se uno dei due soggetti è debole, a risentirne è l’equilibrio complessivo della relazione. Come in qualsiasi relazione, del resto. E quindi i linguaggi non si fecondano reciprocamente. E non producono ‘cose’.

                                                                            03 ott

                                                                            Fine di un mito, fine di una stagione

                                                                            Con il voto di fiducia al governo Letta cade il mito del grande stratega (o meglio del grande tattico), del condottiero delle troppe battaglie (o della stessa per troppo tempo), del risolutore di tutti i problemi, del leader che con un’intuizione, una furbata, un guizzo di creatività, una battuta, alla peggio una gaffe, è in grado di uscire da ogni situazione, e vincente.

                                                                            Finisce con una cocente sconfitta il mito del grande statista. Il primo senza senso dello stato, ma in compenso con un grande senso dello spettacolo: è stata una trovata da consumato attore andare ad annunciare di persona una fiducia che non voleva, invece di mandare, come inizialmente previsto, uno dei suoi più fedeli yesmen ad annunciare il voto contrario. Anche questa volta ha saputo fare finta di aver vinto. Ma, questa volta, si è visto perfettamente che ha perso.

                                                                            Finisce qui anche l’avventura politica dell’uomo nuovo, dell’incarnazione del grande sogno, o almeno dell’epopea personale del grande imprenditore che diventa leader politico, primo ministro, e nel suo immaginario personale grande e rispettato leader internazionale. Ma identificandosi Berlusconi con i suoi ruoli, con il suo potere assoluto e le sue immense ricchezze, finisce anche la sua avventura umana come personaggio pubblico positivo, come narrazione vincente. Gli restano i soldi, certo: una montagna. Ma il potere assoluto sui suoi seguaci è definitivamente tramontato. Ha esagerato, ha voluto troppo, anche dall’ossequio troppo spesso servile dei suoi: che anch’esso ha un limite. Come ogni bulimico, ha scoperto di avere come principale nemico se stesso, il suo stesso smodato desiderio. Ed è rimasto in compagnia dei soli suoi peggiori cortigiani. E’ finita infatti anche la stagione dei falchi, più spesso simili ad avvoltoi sul cadavere del paese. Mentre hanno vinto una battaglia postuma, invece, i vecchi democristiani e i vecchi socialisti: quelli che, venendo dalla lontana prima repubblica, sanno ancora che la politica non si può basare solo sulla fedeltà al leader.

                                                                            Nelle ore concitate prima del voto, nel PDL, si sono evocate faide, parricidi, tradimenti, congiure, pugnalate alle spalle. E’ mancato il “Tu uccidi un uomo morto” solo perché Berlusconi non avrebbe mai ammesso di esserlo. Ma non è tragedia greca, né Shakespeare. E’, più prosaicamente, sopravvivenza. E non di un ceto politico nuovo: non il figlio che vuole sostituire il padre, non i nuovi barbari a sostituire l’impero in decadenza. Qui sono vecchi tutti: e, tutti, hanno un destino segnato, dopo questo governo e questa legislatura. Che per i più si chiama declino, e oblio; e per i più fortunati, galleggiamento: sopravvivere con un seggio, per tirare avanti, ma senza davvero contare più come prima. E’ vero per quasi tutti i dissidenti, del resto già di lunghissimo corso, da Formigoni a Giovanardi a Cicchitto: non proprio il nuovo che avanza, al massimo il vecchio che spera di resistere ancora un po’. Ne esce meglio, per una volta, il delfino perennemente bistrattato, quell’Angelino Alfano a cui si dava e toglieva la segreteria, che si costringeva a dire tutto e il contrario di tutto, umiliato pubblicamente per la mancanza di ‘quid’. Per una volta, è uscito dal ruolo subalterno a cui era rimasto fedele fino ad ora, e si è scoperto quasi eroe: capace, persino, di dire no.

                                                                            Finisce un ventennio. Ingloriosamente. E finisce con un fallimento politico, non per l’intervento della magistratura, che in questa partita ha avuto un ruolo solo di sfondo. Domani l’Italia non si ritroverà più Silvio Berlusconi alle elezioni: anche, persino, se risultasse innocente in tutti i suoi processi, e se non esistesse la legge Severino. Il gigante si è azzoppato, la sua creatura politica non esiste più, la sua egemonia nel centro-destra è finita. Per il paese, è una buona notizia. Si apre se non altro una nuova stagione.

                                                                              29 set

                                                                              L’eterno ritorno del niente

                                                                              E’ tornata la “crisi al buio”. E’ tornata la “verifica”. E’ tornato il “logoramento”. E’ tornato il “governo di scopo”. Sono sempre lì i personalismi ossessivi, le egolatrie psichiatriche, gli onanismi politici: mentre impazzano, come d’abitudine, i retroscena, gli pseudo-segreti, il servilismo giornalistico. Tutto questo per parlare, per l’ennesima volta di niente: di parole, non di cose. Di tattiche, non di progetti. Di destini personali, non di destinazioni collettive. Soprattutto, per parlare ancora di loro: di partiti, di politici. Mentre l’Italia affonda, il debito risale insieme allo spread, e la credibilità del paese ridiscende.

                                                                              E così avremo ancora le maggioranze improprie, i voltagabbana, le riforme mancate, i trasversalismi improbabili, le riflessioni sul proprio rendiconto privato travestite da alte e usurate parole sul bene del paese. Ma non il governo, non le decisioni, non il ripensamento della società (a cominciare dalla politica e dal suo funzionamento, dalle sue ritualità e dalle sue incapacità), non la revisione delle scale gerarchiche, tanto meno una riflessione sui valori, su come tenere insieme la società, come sostenere i più deboli che stanno crollando, come premiare i migliori che cercano di fare qualcosa per se stessi e per il bene comune.

                                                                              Si ricominciare: a costruire, senza fondamenta, il niente.

                                                                                27 set

                                                                                Il potere del vuoto

                                                                                Non è vero. Non c’è la crisi. Nemmeno quella. Non c’è nulla, in realtà. Proprio nulla di nulla.

                                                                                Il vuoto. Ecco cos’è che trasmette il dibattito politico: una desolante sensazione di vuoto…

                                                                                “Un forte rumore di niente”, per dirla con una vecchia canzone di De Gregori.

                                                                                Ma il vuoto non è vuoto. Specie in politica.

                                                                                Lo notava già Pierre Carniti, molti anni fa: “Il vuoto di potere non esiste. Semmai esiste il potere del vuoto…”

                                                                                Ecco, ricordiamolo: il vuoto non è vuoto.

                                                                                Qualcuno, in questo momento, ci sta costruendo sopra un potere. Svuotandoci.

                                                                                  16 set

                                                                                  Votare oggi. A che pro?

                                                                                  Leggiamoli bene, i dati dell’osservatorio Demos di Ilvo Diamanti: non solo i totali.

                                                                                  Il PD, rispetto alle elezioni, recupera 3 punti, e arriva al 28,5%. SEL 1 e mezzo, e arriva a 4,8%. Il PDL quasi 5, e sale al 26,2%. La Lega ne perde uno, e cala al 3,1%. Il 5 Stelle ne perde quasi 5 (20,9%). Scelta Civica pure (3,6%).

                                                                                  In sostanza, il governo ha più sostegno di prima, ma poco (5 punti li guadagna il PDL, ma altrettanti li perde SC, restano i 3 punti in più del PD e 1 in più dell’UDC). In ogni caso PD e PDL da soli hanno più della metà dei consensi. Può essere assai sorprendente, ma il dato è quello. Il Paese, insomma, non vuole elezioni e non vuole sorprese.

                                                                                  Il tripolarismo, e quindi l’impossibilità di altri governi, si conferma, seppure meno equilibrato di prima (M5S perde quasi un quinto del suo elettorato).

                                                                                  A che pro, allora, votare?

                                                                                  Ma c’è un ma. L’unico per uscire dall’immobilismo legato al voto ai partiti. Affidarsi alla mobilità del voto legata alle persone.

                                                                                  Qui la differenza ci sarebbe.

                                                                                  Renzi, oltre al voto del PD, intercetterebbe il voto anche di quasi la metà degli elettori M5S, di un quarto di quelli di centro e di un quinto di quelli del PDL. Un risultato di ‘spalmatura’ quasi simile otterrebbe Letta, seppure con la metà dei consensi rispetto a Renzi (17,2% contro 32,8%, mentre Berlusconi è solo all’8,1%, e sarebbe votato solo dai suoi).

                                                                                  Tutto ciò spiega, probabilmente, perché non si sia ancora fatta la riforma elettorale. E perché non sia nemmeno in calendario…

                                                                                  Chi ne avrebbe interesse, tra chi prepara l’agenda del governo?

                                                                                    13 set

                                                                                    Se Francesco parla anche alla politica

                                                                                    Cito dei fatti, tutti degli ultimi giorni, di diversa importanza. E provo a trarne qualche lezione.

                                                                                    La R4. Nei giorni scorsi si è visto arrivare il Papa, in Vaticano, con una vecchia Renault 4. Il regalo di un parroco del veronese, che aveva saputo di quando Bergoglio ne guidava una uguale in Argentina, e ha voluto regalargli la propria. Mi piace pensare che ci vorrebbe solo una minuscola briciola di originalità per fare lo stesso. Guidare – anziché far guidare all’autista: Francesco fa anche questo – una qualsiasi ordinaria vettura, invece della solita berlina blu. E scoprire che può dare persino maggiore eccitazione…

                                                                                    I conventi vuoti. In visita al Centro Astalli, un centro di accoglienza per rifugiati dei Gesuiti, ha affermato che delle tante strutture ecclesiali non utilizzate, d’ora in poi, sarà più utile farne case di accoglienza per i meno fortunati invece che alberghi e case di vacanza. Cito random: caserme, uffici pubblici, vecchie scuole, zone industriali in disuso, stabili abbandonati, sedi fatiscenti, lasciti, fallimenti. Vogliamo dirlo che non è un problema solo della Chiesa? Quante cose utili si potrebbero fare, con questo ben di Dio di patrimonio immobiliare inutilizzato?

                                                                                    La lettera ai laici. La lettera di risposta a Scalfari, uscita su Repubblica, per certi aspetti ha il peso di un’enciclica. Contenuti a parte, che sono di importanza cruciale, la novità più forte della lettera di Francesco sta nel metodo. Che è quello del dialogo, in semplicità, senza sconti: ma, non di meno, andando incontro all’altro, facendosi carico delle sue domande. Quanto è raro, questo, in politica e nella vita sociale?

                                                                                    Il digiuno per la pace. La veglia e il digiuno per scongiurare l’ennesima guerra inutile. In silenzio, una sberla alle soluzioni facili, troppo facili. Il tentativo di indirizzare non solo i potenti del mondo, ma i cittadini tutti, verso un diverso modo di gestire – e prima ancora di pensare – anche la politica internazionale.

                                                                                    Fa pensare che tutto questo non venga dalla politica, che non sa più interrogare la fede, ma dalla fede, che vuole invece interrogare la politica. C’è materia di riflessione. Pagliuzze e travi, di tutti, si mettono in gioco.

                                                                                      06 set

                                                                                      Quello strano clima alle feste del PD

                                                                                      Le Feste democratiche (eredi delle antiche Feste dell’Unità) sono un ottimo termometro del clima interno al partito, da sempre occasioni di confronto, ma anche di dissenso o di consacrazione. Se alla stessa festa (quella nazionale di Genova, ad esempio) vedi per Renzi, perdente alle primarie, seimila persone, e Bersani, vincente alle primarie, mille, ti fai delle domande, su come è cambiato il clima, dentro il corpaccione del PD. Lo stesso se vedi Civati, l’antisegretario per eccellenza, cui fa una coerente opposizione, creare più entusiasmo del segretario Epifani o del primo ministro Letta. Vuol dire che è la base che sta cambiando. Al di là dei vari posizionamenti o riposizionamenti dei vertici, che sono assai meno interessanti, e fanno parte di una fisiologia – della vita, prima ancora che della politica – inevitabile: i cosiddetti quadri dirigenti seguono, non anticipano, i loro supposti sostenitori, che peraltro ragionano per conto proprio. E hanno finito per capire – persino loro, che ne sono parte – che la vecchia leadership rappresenta semplicemente la conservazione, lo status quo, la reiterazione del già noto (l’“usato sicuro”, in una suicida espressione di Bersani, che la dice lunga sullo stato d’animo, prima ancora che sulla prospettiva politica, di quella classe dirigente): in un paese, non solo in un partito, che ha bisogno di ben altre scosse e risvegli. E cominciano a rendersi conto, con sorprendente sorpresa, che è la loro stessa gente che gli si sta rivoltando contro: che loro sono paralizzati da una paura che il loro elettorato non ha o non ha più. Che sono loro il PC (nel senso di Partito Conservatore, non di Partito Comunista, anche se una parte viene da lì) del PD, l’istanza regressiva di un partito che si vuole ancora progressista, ma in maniera diversa dal passato.

                                                                                      E, forse, si apre una stagione nuova, per il Partito Democratico: che, per certi versi, nasce solo adesso. E’ la prima volta infatti che tutti i candidati alla leadership del partito (Renzi, Civati, Cuperlo, per citare solo quelli che hanno qualche possibilità di vittoria) appartengono a una generazione – anagrafica e politica – diversa, che non c’entra davvero più né con le ideologie del Novecento e i loro lasciti buoni e cattivi, né con le pratiche politiche della prima e della seconda repubblica. Per la prima volta, nella storia breve del PD, si affaccia sulla scena una leadership che viene dal presente e guarda al futuro, anziché guardare al passato rimanendo impantanata nel presente: che pensa più ai frutti da far germogliare che alle radici da curare e da ostentare. Una leadership che il corpo del partito sembra apprezzare: come se avesse già metabolizzato un cambiamento che alla testa del partito deve ancora cominciare. Come se lo attendesse. Come se non aspettasse altro. Il che è un buon segno: fisiologico, finalmente normale. L’alternanza – tra i partiti e interna ai partiti – dovrebbe essere la norma, nelle democrazie. E’ solo da noi che è diventata eccezione.

                                                                                        02 set

                                                                                        Ma a cosa servono i senatori a vita?

                                                                                        La polemica sui senatori a vita – se sono di destra o di sinistra – è provinciale e inconsistente. La maggior parte delle personalità serie, proprio perché tali (personalità: e serie) non sono facilmente etichettabili: hanno il dono di riflettere, raramente hanno l’ansia di schierarsi (soprattutto se è un’attività a prescindere: dalla riflessione, appunto). E sono quindi capaci di avere un’idea, di impegnarsi per essa, ma anche di cambiarla, se si è rivelata errata, e di leggere i segni dei tempi.

                                                                                        Forse il problema vero è un altro. E’ che proprio non ha più alcun senso che ci siano ancora i senatori a vita. Perché rappresentano un’istituzione ottocentesca, un’idea di democrazia obsoleta (e per certi versi persino odiosa), e non hanno alcuna funzione reale. In una democrazia parlamentare matura andrebbero semplicemente aboliti.

                                                                                        Per onorare le personalità serie, che hanno dato lustro al Paese, dovrebbe bastare un’onorificenza: un riconoscimento simbolico di gratitudine e rispetto, e proprio per questo di valore. Se i titoli di Cavaliere e Commendatore, nelle loro varie gradazioni, non valgono una Legion d’Onore o un Sir, forse è perché li si è concessi a una pletora di immeritevoli. Ma il problema è lì, allora, e va risolto a quel livello: con un po’ di pulizia (le onorificenze si dovrebbero anche poter togliere agli indegni di onori) e una sana sobrietà e parsimonia, innanzitutto numerica, per il futuro.

                                                                                        Se poi i senatori a vita li si vogliono proprio mantenere, dovrebbero essere una carica gratuita: onorifica, appunto. Priva di privilegi e di prebende. Che – non è affatto demagogico dirlo – oggi, nella situazione in cui siamo, non si giustificano e non hanno senso alcuno. Se non quello di rendere ulteriormente privilegiate persone che lo sono già: seppure, in questo caso, per loro merito. E di aumentare la percezione di distanza tra i rappresentanti e i rappresentati. Tra il ceto politico e il popolo. Tra la casta e i fuori casta.

                                                                                          17 ago

                                                                                          Favola di Ferragosto

                                                                                          Il ponte di Ferragosto, politicamente, si compie all’insegna del già visto. Le notizie, dopo tutto, sono sempre quelle: i guai giudiziari di Berlusconi, le divisioni nel PD, le piccole decisioni e i molti rinvii del governo. Niente di epocale. Niente di nuovo – o innovativo – sotto il sole.

                                                                                          I guai giudiziari di Berlusconi ce li portiamo dietro dalla sua discesa in campo: vent’anni fa. Le divisioni nel Partito Democratico sono la sua stessa storia: dal 2007, ma con radici più lontane, anche nella pulsione a separarsi nel momento stesso in cui si sentiva la necessità di unirsi. Di governi che non decidono, o che non decidono abbastanza, è piena la storia repubblicana: forse, per essere più precisi, è la storia repubblicana.

                                                                                          Sarebbe l’immagine di un paese senza speranza. Se non fosse che una speranza c’è. Ed è scritta nelle cose. E’ il fatto, semplice ma inesorabile, che tutte le storie, come tutte le biografie, finiscono. Che nonostante la volontà ostinata di durare, a dispetto di tutto, niente dura, in ogni caso. Invecchiano e muoiono le persone. Decadono e alla lunga cadono le istituzioni, i partiti, i governi. Crollano, infine, i sistemi: politici, economici, religiosi. Figuriamoci se non può cadere Berlusconi, implodere il PDL, dividersi o cambiare faccia il PD, e un governo, miracolosamente, decidere senza rinviare e, finalmente, riformare il paese.

                                                                                          Dopotutto, Berlusconi, per quanto possa brigare, è alla fine del suo ciclo politico. Potrà trattare le condizioni della resa, ma politicamente è finito. E il PDL finirà con lui.

                                                                                          Il PD, nonostante tutto, non può continuare ad essere quello che è adesso: un contenitore di ceti dirigenti di passate stagioni. Anch’essi allo stremo delle loro forze, e capaci solo di tutelarsi: non decidendo, rinviando, e tenendo fuori il nuovo, quale che sia la sua forma. Per questo è destinato a cambiare, o a morire, che è un altro modo di cambiare.

                                                                                          Il governo, infine. E’ figlio di queste due crisi parallele, che sono anche il suo unico collante. Non è il viatico migliore, per un programma di riforme radicali: e infatti, finora, si è esercitato solo nell’ordinaria manutenzione, e nei rinvii delle decisioni straordinarie. Ma, paradossalmente, proprio questa debolezza potrebbe essere un fattore positivo. Di suo non può durare. Ma potrebbe lasciare in eredità le condizioni – a cominciare da una nuova legge elettorale – per consentire il suo stesso superamento.

                                                                                          Una fine, in fondo – anche una brutta fine – è sempre la condizione necessaria di un nuovo inizio.

                                                                                          E’ Ferragosto. Lasciamoci con questa favola in mente.

                                                                                            14 ago

                                                                                            Grazie, Napolitano

                                                                                            Tocca al capo dello stato, come in molte altre occasioni, definire il campo delle possibilità e delle impossibilità della politica.

                                                                                            Nell’immobilismo generale (partitico, parlamentare e governativo), le note di lettura della realtà politica del presidente Napolitano costituiscono le sole condizioni possibili, oggi, di un cambiamento reale a venire. Le sole basi su cui appoggiarci, per ora. Forse sono poca cosa, ma sono l’unica cosa. E peraltro non è così poco, mettere i paletti a una iniziativa politica debordante quanto inconcludente, isterica quanto improduttiva. Indirizzarla. Incanalarla.

                                                                                            E’ singolare che sia proprio l’anziano presidente a presidiare le istituzioni, da un lato, come suo dovere (ma non tutti i presidenti hanno fatto altrettanto), ma anche, dall’altro, a porre le basi per una loro possibile riforma. Forse perché lui – tra tanti attaccati alla loro posizione – era il solo disposto a cambiare, anche personalmente, la propria collocazione. L’unico che avesse capito che una stagione era finita. L’unico disposto a trarne le conseguenze. E proprio per questo costretto a restare.

                                                                                              12 ago

                                                                                              Ius soli: uscire dagli equivoci delle parole

                                                                                              Lo ius soli (il diritto di cittadinanza acquisito alla nascita, mentre lo ius sanguinis è il diritto di cittadinanza acquisito per discendenza) – tornato d’attualità, paradossalmente, più per i continui attacchi leghisti al ministro Kyenge che per un avanzamento reale della discussione in proposito – è una questione che va dibattuta con serietà, perché determina il futuro della società in cui viviamo.

                                                                                              Si tratta di un tema fortemente presente anche nel nostro paese, dato il crescere delle popolazioni immigrate e dei figli di stranieri nati in terra di emigrazione. A seguito della crescente presenza immigrata, infatti, in tutta Europa si stanno modificando le leggi sulla cittadinanza, andando verso una significativa convergenza sostanziale. I paesi che avevano uno ius soli quasi automatico, come la Francia e la Gran Bretagna, hanno introdotto negli anni alcune condizioni restrittive. I paesi che avevano uno ius sanguinis esclusivo, come la Germania (che si trovavano così, dopo la caduta del muro di Berlino, a dare la cittadinanza a discendenti di tedeschi provenienti dai paesi dell’est che nulla sapevano della lingua, della cultura e della democrazia tedesca, negandola invece a turchi da tre generazioni in Germania, tedeschi per lingua, per cultura e per tradizione democratica) hanno optato per leggi di cittadinanza a maglie molto più larghe.

                                                                                              Lo ius soli, pur attenuato rispetto al passato, è presente negli Stati Uniti, in Canada, e in quasi tutti gli stati latinoamericani (luoghi nei quali del diritto alla cittadinanza hanno beneficiato diversi milioni di italiani e loro discendenti); ma è presente anche in vari paesi europei, che vanno dalla Francia alla Finlandia, dalla Gran Bretagna alla Grecia, dal Portogallo all’Irlanda. Mentre politiche di cittadinanza comunque assai più larghe delle nostre (che tengono conto anche delle sempre più numerose unioni miste), esistono in paesi come Belgio, Olanda, Svezia e molti altri. Tra i paesi europei di alta civiltà giuridica e buon livello di convivenza civile, pochi applicano uno ius sanguinis rigoroso, e per serie specifiche ragioni storiche e demografiche: alcuni paesi nordici con una lunga storia di isolamento e nel contempo una popolazione molto piccola, che da sola spiega tutto (Norvegia, Danimarca, Islanda), e la peculiare vicina Svizzera: tutti paesi che hanno, peraltro, politiche di inclusione degli immigrati più avanzate delle nostre, spesso concedendo diritti che da noi sono solo miraggi, e quindi li fanno sentire in misura minore ai margini della società.

                                                                                              Sgomberiamo il campo da un equivoco voluto: nessuno in Italia vuole uno ius soli indiscriminato (si partorisce in Italia, e si è italiani, per dirla brutalmente). Fare finta che sia così, se non è mala fede, è solo un infondato espediente retorico. Tutti i progetti di legge in materia pongono delle condizioni, analoghe a quelle di altri paesi europei: tali peraltro da non poter far parlare, in senso stretto, di ius soli. Ciò che dovrebbe valere anche come invito – ai propugnatori di leggi di cittadinanza più aperte, dal ministro Kyenge in giù – ad una maggiore cautela linguistica, che è peraltro nel loro interesse: dire ius soli, senza specificazioni, spaventa più di quanto informi, dando un’idea sbagliata delle intenzioni della legge. Tra queste condizioni limitative c’è la permanenza nel territorio per un certo numero di anni consecutivi, la conoscenza della lingua italiana, l’aver svolto un certo numero di anni di scolarizzazione in Italia (tanto che alcuni parlano di ius scholae). Visto che in realtà si sta andando verso una sorta di via di mezzo, forse è proprio meglio smetterla di parlare di ius soli (per le ragioni che abbiamo visto), ma anche di ius sanguinis (che anche in Italia non c’è già più: anche da noi è possibile acquisire la cittadinanza non solo per matrimonio, ma anche per altre ragioni, e persino per le seconde generazioni – seppure al compimento del diciottesimo anno, su richiesta, e con una condizione decisamente troppo punitiva, che è quella di una permanenza ininterrotta nel paese, che è un’insensatezza, in una società mobile). Entrambe le definizioni ormai sono fuorvianti, e raccontano di un dualismo e di un’alternativa secca che nei fatti non c’è più. Mi limiterei a parlare, come fanno molti giuristi, di forme di acquisizione della cittadinanza facilitate.

                                                                                              L’idea ispiratrice di queste proposte di legge è che una politica di cittadinanza aperta favorisca lealtà, fedeltà, gratitudine, processi di integrazione. Mentre al contrario un rifiuto aprioristico può produrre senso di marginalità, frustrazione, senso di non appartenenza. Quale ci conviene? Per gli immigrati è un punto d’arrivo: per la società può essere un preciso interesse, oltre che un principio di giustizia.

                                                                                              Di fatto la cittadinanza che tutti noi abbiamo è il frutto di un caso: ma un caso significativo, con delle conseguenze, che attraverso i processi di socializzazione (e solo essi: famiglia, scuola, legislazione – non c’è niente di ‘naturale’ nell’idea di cittadinanza e nel senso di appartenenza) si trasforma in storia e tradizione. Sono i processi di socializzazione, quindi, quelli che contano: ed è su questi che bisogna puntare. L’acquisizione della cittadinanza, facendo sì che sia un atto fortemente simbolico, e non un mero automatismo, ne fa parte.

                                                                                              In un mondo fortemente globalizzato, dove i processi di mobilità coinvolgono centinaia di milioni di persone, è giusto e probabilmente utile tenere conto della mutata situazione. Dando maggiori diritti anche ai non cittadini. Favorendo l’acquisizione della cittadinanza. E semmai ponendo dei paletti sulle doppie cittadinanze (che coinvolgono anche i nostri emigranti e i cittadini italiani che si sposano o risiedono in altri paesi), che invece pongono alcuni peculiari problemi su cui varrebbe la pena riflettere pacatamente.

                                                                                                05 ago

                                                                                                E adesso, il PD?

                                                                                                Il Partito Democratico è destinato a giocare di rimessa, su Berlusconi. Come sta accadendo da un ventennio, da quando Berlusconi è sceso in campo, passando per varie fasi: dall’attacco frontale al caimano e la reazione isterica a qualsiasi sua dichiarazione (che non faceva che aumentarne la popolarità), al tentativo veltroniano di non nominarlo nemmeno, parlando di lui come del “leader dello schieramento a noi avverso”, fino all’ultima incresciosa campagna elettorale, scandita dall’improbabile (e risibile, con il senno di poi) slogan sullo “smacchiare il giaguaro”.

                                                                                                Oggi, ancora una volta, proprio nei giorni in cui stava decidendo di dedicarsi a se stesso, di darsi da sé le sue priorità, seppure nella forma capziosa della definizione delle proprie regole congressuali – con una pantomima di rinvii e di tentativi di cambiamento delle regole stesse, da parte del suo establishment più conservatore, che andava avanti già da troppo tempo – il PD si trova di fronte a un’accelerazione improvvisa, a causa delle vicende giudiziarie del suo avversario di sempre, che è anche il suo alleato di oggi al governo.

                                                                                                La condanna di Berlusconi infatti gli impone di prendere decisioni nette, che la sua dirigenza attuale avrebbe evitato volentieri, preoccupata come è, in questo momento, più di sostenere il governo che di dare anima al partito. Nella convinzione che il partito (o meglio: l’attuale leadership del partito) si tutela meglio attraverso la durata del governo, pure guidato da un autorevole membro del PD.

                                                                                                Ma di fronte a certe scadenze della storia, proprio non si può salvarsi l’anima con i rinvii e le non decisioni. Ci si può provare – ed è già politicamente e moralmente problematico – con le vicende kazake dell’alleato Alfano. Non ci si può riuscire con la condanna in via definitiva del leader del PDL – il partito che finora ha tenuto in mano i destini del governo – per un reato particolarmente odioso. Berlusconi infatti non è stato condannato sulla base di processi, assai più discutibili, sulle sue vicende private, sulle sue feste, sul suo stile di vita: ma sulla base di una vicenda esemplare di mancato rispetto del patto di fiducia tra cittadini e stato, quale è l’evasione fiscale. Una cosa che non è ammissibile in generale, ma lo è ancora meno da parte di un uomo di stato, anzi di quello che nella retorica del buongoverno dovrebbe essere uno dei massimi servitori dello stato. Qui, in questa vicenda berlusconiana, è stato chiaro quanto lo stato lo si sia frodato e avvilito, e si sia tentato di piegarlo ai propri interessi attraverso numerose leggi ad hoc, non servito.

                                                                                                Oggi quindi si tratta di fare scelte nette. Come votare la decadenza di Berlusconi da senatore, e la sua incandidabilità alle prossime elezioni, implicite nell’interdizione dai pubblici uffici. Difficile dire se il governo resisterà alle tensioni: dipenderà, ancora una volta, dal PDL. E forse supererà anche questa bufera, perché proprio il PDL, nonostante le infuocate dichiarazioni dei pasdaran berlusconiani, non ha alcun interesse ad andare a nuove elezioni privo del leader che solo ha mostrato la capacità di vincere, o almeno di contenere le perdite, come accaduto alle scorse elezioni. A questo punto si apre una possibilità anche per il PD. Dopotutto questa sentenza – lo ribadiamo: definitiva – fa chiarezza delle indecisioni e dei compromessi della politica. Berlusconi diventa insostenibile de facto, e quindi un alleato imprescindibile oggi, ma indigesto. Il PD, se ne avrà la capacità, potrà finalmente caratterizzarsi di più nella sua fisionomia di governo, senza più subire tutti i diktat (dalla giustizia all’Imu, alla riforma elettorale) di un PDL inevitabilmente indebolito, e soprattutto usare il tempo del governo per prepararsi all’alternanza, e a un governo di tutt’altro tipo, sulla base di tutt’altro programma (con scelte radicali, non di contenimento e di sopravvivenza), con tutt’altro leader, dopo un vero congresso e un vero chiarimento al suo interno. Oppure continuare con le cautele, le preoccupazioni e i rinvii, per blindare la sua leadership attuale. Ma sarebbe la sua fine.

                                                                                                  30 lug

                                                                                                  La lezione di Papa Francesco

                                                                                                  Quello che promette papa Bergoglio è un cambiamento di lunga durata: che nel tempo può far emergere trasformazioni ben più radicali e definitive delle persone e delle istituzioni che rappresentano. Oggi paiono solo annunciate ed enunciate: con uno stile trasparente che è già una novità. Ma in sottotraccia si vede già che qualcosa sta cambiando nel concreto. E se ne vedranno a breve ulteriori, forse clamorosi esempi. Nel modo di lavorare della curia romana. Nel rapporto con il denaro e il potere. Nelle modalità dell’annuncio evangelico. Nel dialogo: più che quello interreligioso, pure presente, quello con l’umanità.

                                                                                                  Aveva deciso di incarnarlo già nel nome, il simbolo del cambiamento: prendendosi quello di Francesco, come nessuno aveva mai osato fare in passato, temendo il confronto, o sentendosi inadeguato (e la notizia è che non sia mai successo, in effetti: possibile che nessuno ci avesse mai pensato prima?). Una scelta non neutrale e non casuale: nomina sunt numina, i nomi sono le cose, per chi crede nella tradizione – e Jorge Bergoglio ci crede. Ci crede, ma sa reinterpretarla: come è proprio della tradizione, che è tale perché è capace di introiettare il cambiamento, attualizzando per i contemporanei il richiamo ai valori, al momento fondativo, al fondatore stesso.

                                                                                                  Dopo il nome, i simboli: il vestito semplice, il crocefisso povero, le scarpe grosse e usurate dal cammino percorso, il sentirsi e manifestarsi come persona comune, che prende l’autobus, paga il conto, si porta la sua borsa da viaggio, e ci mette cose semplici – la Bibbia, il rasoio, un libro da leggere. Ma una persone coerentemente comune in un ruolo eccezionale ha un effetto dirompente: soprattutto se dopo il nome e i simboli si dedica alle cose e ai valori che i simboli rappresentano e incarnano. Per cui l’apertura ai segni dei tempi diventa una dichiarazione su “chi sono io per giudicare un gay?”. La semplicità vera e al contempo consapevolmente ostentata diventa un porsi e un parlare senza filtri, senza intermediazioni, senza domande precostituite e risposte diplomatiche e prudenti: davanti ai giornalisti come ai giovani delle giornate mondiali della gioventù, nelle parole pronunciate benedicendo un malato tra la folla o in un tweet. E l’interesse per i valori fondanti si incarna nell’affrontare di petto le questioni più spinose e le infedeltà più insidiose: dal ripensare il rapporto con il denaro (assurto per troppi e per troppo tempo a valore in sé e a potere, nello IOR e altrove nella Chiesa), all’affrontare il tema delle lobby vaticane, che siano gay o d’altro genere. Ma anche nel parlare con il cuore. Perché è il cuore (nella teologia e nella pratica del colto gesuita Bergoglio: tutt’altro che un parroco di campagna, per formazione e letture) il centro della fede, non la testa. E’ nei cuori che c’è la possibilità della conversione, non nell’intelligenza. E’ ai cuori, incidentalmente, che parlava Gesù.

                                                                                                  Così, parlando col cuore, il Vaticano rischia di fare notizia ancora a lungo. La novità è che non si tratterà di cronaca nera. Ma di innovazioni, di ripensamenti, forse di rivoluzioni. E, più propriamente, di profezia.

                                                                                                    29 giu

                                                                                                    Il 5 Stelle come la Lega: irrilevante

                                                                                                    La spinta per la riforma di un sistema politico e della vita dei suoi partiti può venire dal suo interno o dall’esterno. Avviene dall’interno quando prende la forma del rinnovamento della classe dirigente di un partito, della sua organizzazione, dei suoi obiettivi politici, dei suoi stessi riferimenti ideali, nonché dell’alternanza al governo tra partiti politici tra loro concorrenti e alternativi. Avviene dall’esterno quando passa attraverso la nascita di nuovi partiti, o attraverso un cambiamento di sistema politico.

                                                                                                    Il problema del rinnovamento del ceto politico dirigente (e a cascata di tutto il resto: partiti, obiettivi, ideali) si pone fin dalla fondazione dell’Italia repubblicana: analizzando la sua storia a ritroso, si ha netta la sensazione che il momento più alto sia stato quello iniziale, e la classe dirigente migliore quella costituente. Dopo, è stato un calo continuo di qualità della classe politica (e, a cascata, di tutto il resto): e il ceto politico dei partiti ha finito per arroccarsi nella difesa di se stesso, appoggiandosi ai partiti concorrenti, dando luogo a quel grande fenomeno degenerativo che abbiamo finito per chiamare partitocrazia, un regime di partiti che si autotutela, incapace di produrre innovazione, e che si riproduce per cooptazione.

                                                                                                    Di conseguenza, sul piano dei principi e delle libertà, le innovazioni fondamentali sono avvenute per spinte esterne: attraverso i referendum, per esempio. Mentre sul piano istituzionale, politico ed economico, poco o nulla si è fatto (anche le spinte esterne sono state aggirate: si pensi al referendum sul finanziamento pubblico dei partiti). Le sole innovazioni potenziali, venute dal di fuori della partitocrazia dominante, sono state portate da nuovi soggetti politici (e per altri versi, dalla magistratura, nella stagione di Mani Pulite). I principali sono stati la Lega e, oggi, il Movimento 5 Stelle. Che stanno seguendo la stessa parabola, dirigendosi verso lo stesso destino: l’irrilevanza.

                                                                                                    La Lega si è imposta mettendo al centro quello che avrebbe potuto essere il grande progetto riformista in grado di scardinare l’ordine costituito: il federalismo. L’incapacità di costruire una classe politica appena decente, e dunque di perseguire in maniera conseguente il progetto, ha vanificato il consenso acquisito, riducendo il federalismo a un insieme di slogan, con conseguenze pratiche nulle (e semmai un aggravarsi dei costi e un peggioramento delle condizioni del paese).

                                                                                                    Oggi con il M5S sta accadendo lo stesso. Un ambizioso progetto scardinatore del sistema, un ceto politico – come quello della Lega – cresciuto troppo in fretta, e ugualmente altezzoso e insipiente, una inesistente capacità di perseguire obiettivi coerenti con la propria strategia. Entrambi i partiti sono poi appesantiti da un leaderismo ossessivo, e dal fatto che la selezione del ceto dirigente passa per l’appunto dalla vicinanza al leader, ovvero dalla fedeltà. Lo stesso criterio che ha prodotto i guasti che sappiamo anche nei partiti tradizionali (si pensi al non-partito di Berlusconi, ma non solo).

                                                                                                      26 giu

                                                                                                      Prendi i soldi e scappa: anche a Bruxelles…

                                                                                                      Lo sappiamo. La politica in Italia, troppo spesso, si fa così, si fa per questo.

                                                                                                      Ma è doppiamente triste quando la figuraccia la esportiamo anche all’estero.

                                                                                                      Come con questo eurodeputato che entra in ufficio a lavorare (per modo di dire) alle 18,30, timbrando il cartellino per prendersi i 300 euro di diaria. E, beccato da una TV, prima fa finta di non capire l’inglese (e allora che ci fa al Parlamento Europeo…: ma si vede che ci fa), poi se la prende col reporter, diventando manesco.

                                                                                                      Tanto per non fare nomi: si chiama Raffaele Baldassarre, nasce nella DC, passa per PPI e CDU per poi entrare in Forza Italia e infine nel PDL. Una carriera in difesa di sani valori morali.

                                                                                                      Lo so, è poca roba, del tutto secondaria. E non mi va di cavalcare l’ennesima indignazione antipolitica. Per così poco, poi… Ma mi fa rabbia vedermela segnalare da un’amica belga. E vedere che per questo, ancora, siamo conosciuti. Questione d’immagine. La crisi italiana dipende anche da questo.

                                                                                                      http://www.liveleak.com/view?i=9dd_1372157163

                                                                                                        19 giu

                                                                                                        Ultimo concerto dalla Grecia

                                                                                                        In questi giorni, molti hanno fatto girare il video dell’ultimo concerto dell’orchestra sinfonica della tv nazionale greca. Con i musicisti e i coristi in lacrime, e terminato poi con l’esecuzione dell’inno nazionale greco, un inno alla libertà

                                                                                                        http://www.youtube.com/watch?v=8lNBnAgz0bA

                                                                                                        Di seguito, i motivi per cui non l’ho considerata una notizia minore.

                                                                                                        Ho pianto anch’io, guardandolo, e non me ne vergogno. Sono momenti di una bellezza struggente: che includono i dieci minuti di applausi della popolazione greca che l’ha ascoltato dalla piazza antistante. Una popolazione che in quel momento – e lo sapeva – dava l’addio a un pezzo della sua anima, a un suo simbolo. Perché quando si uccide la cultura, è questo che accade.

                                                                                                        Dovrebbe essere proiettato ovunque, questo video: nelle associazioni, nelle scuole. Ma soprattutto a Bruxelles, nei parlamenti, al G8, a Davos, alla sede della Banca centrale europea, al Fondo monetario internazionale, e ovunque si decida, o non si sia deciso, riguardo alla crisi che ha travolto la Grecia. E che, man mano che passa il tempo, rischia di travolgere anche altri paesi. E ha già intaccato l’anima stessa dell’Europa: o la sua mancanza di anima. Il suo cuore: o la sua mancanza di cuore.

                                                                                                        Perché l’orchestra sinfonica greca è un simbolo. Ma dietro, sotto, ci sono i tagli drammatici alla sanità, la mortalità infantile che è schizzata a tassi d’anteguerra, le scuole senza libri, i tagli alle pensioni, le medicine indispensabili che non ci sono più, i senzatetto, le famiglie che si consorziano per condividere le spese, quelle che si spezzano per disperazione, i nuovi poveri e i nuovi emigranti, i fallimenti individuali e collettivi. E, anche, le diseguaglianze che aumentano, i ricchi che si arricchiscono ulteriormente, continuando a pagare poco e male, di tasse e di contributo alla vita collettiva, navigando senza problemi e senza rischi tra i propri privilegi.

                                                                                                        Si sta intaccando tutto, in Grecia. La vita materiale, la cultura, la libertà d’informazione (anche la tv di stato si avvia alla chiusura), la stessa democrazia.

                                                                                                        Certo, ci aspettiamo che la società europea saprà rispondere. Che le orchestre d’Europa faranno concerti a sostegno di quella greca. Che gli ospedali si gemelleranno con quelli greci per aiutarli. Che le scuole si consorzieranno. Che le tv di stato e i giornalisti della carta stampata di altri paesi aiuteranno i colleghi greci. E così via. Sta già accadendo, e da mesi, in molti casi. Perché le società sono spesso migliori dei loro governi. Ma tutto questo non basta. Dobbiamo capire in che direzione stiamo andando. E se è giusto, in tempo di pace: una pace violenta come una guerra. O, forse, una guerra silenziosa, non dichiarata, ma non meno letale, e non meno ingiusta: perché, come nelle guerre, sono più spesso gli innocenti, quelli che non c’entrano niente, a soffrire e a morire.

                                                                                                        Sì, l’orchestra sinfonica greca che suona in lacrime ci ha fatto venire in mente i musicisti di Sarajevo. O i solitari violinisti del ghetto di Varsavia, o dei campi di concentramento. Solo che a Sarajevo c’era un’orrenda guerra fratricida. E nei ghetti e nei campi di concentramento si compiva una delle più immani tragedie dell’umanità. Ad Atene si sta manifestando l’ordinaria distruzione di un’ordine sociale, lo sgretolamento silenzioso di una cultura, l’implosione di un mondo, a cui nessuno, ufficialmente, ha dichiarato guerra. Ma che, in qualche modo, la sta subendo.

                                                                                                          15 giu

                                                                                                          C’è un tempo per ogni cosa…: Bersani come metafora

                                                                                                          Il comportamento di questi giorni dell’ex segretario del Partito Democratico, Bersani, si attaglia bene ad essere usato come metafora della politica italiana: non si affonda mai, non si fanno mai i conti, non si esce mai di scena. Non di propria volontà, almeno. Nemmeno se si è stati sconfitti. Nemmeno se, conseguentemente, ci si è dimessi.

                                                                                                          Bersani ha vinto le primarie e perso le elezioni. Con lui segretario il PD è andato ai suoi minimi storici. A essere malevoli (che si fa peccato ma spesso ci si azzecca), da quando non c’è più lui, il PD ha ricominciato a vincere. E a vincere sono spesso suoi ex oppositori interni: da Debora Serracchiani in Friuli a Ignazio Marino a Roma, che gli aveva conteso a suo tempo la segreteria del partito. E gli altri che hanno vinto in queste elezioni amministrative hanno preferito chiamare Renzi, non Bersani, a sostenerli (da Variati a Vicenza, a Manildo a Treviso): intuendo, a giusto titolo, che Bersani non fa vincere. E non per la sua persona: per la linea politica che ha rappresentato (o per le troppe che ha cambiato: il ‘nuovo Ulivo’ annunciato in pompa magna e mai decollato, la foto di Vasto durata il tempo dello scatto, l’alleanza a sinistra archiviata il giorno dopo le elezioni, fino al corteggiamento durato troppo a lungo del Movimento 5 Stelle, nel tentativo improduttivo, e malvisto anche dal capo dello stato, di varare ad ogni costo un governo Bersani, pur mancandone le condizioni).

                                                                                                          Bersani, e va a suo merito, si è assunto la responsabilità personale della sconfitta, dimettendosi. Ma non quella politica: non analizzandone le ragioni, e non scusandosi per il disastro elettorale (un atto di umiltà che è mancato all’intero gruppo dirigente del PD). Anzi, nelle interviste e nei documenti che va elaborando rivendica la bontà delle proprie scelte. Il motto sembra essere, in coerenza con una lunga tradizione politica italiana, che a sbagliare è stato il popolo che non ha capito (e quindi al massimo non si è stati abbastanza bravi a farsi capire: un errore di comunicazione, insomma…), non che si è sbagliata linea politica, metodo, approccio, e probabilmente anche leader (e, sì, anche campagne di comunicazione…).

                                                                                                          Di fronte a una situazione di questo genere, la posizione dignitosa di un leader saggio – che ha avuto la sua chance, se l’è giocata, e ha perso, oltre tutto non solo per colpa sua ma in buona compagnia all’interno del suo partito e fuori – dovrebbe essere quella di ritirarsi a vita privata per un po’, magari scrivere un libro di memorie, che aiuta l’autoanalisi e la meditazione riflessiva, e avanzare le sue considerazioni, magari anche la propria autodifesa, mettendo a disposizione la propria esperienza e dando buoni consigli se richiesto.

                                                                                                          Invece no: il suo amore per quella che ha sempre chiamato, in maniera affettuosa ma vagamente inquietante, la “ditta” – anzi, più di recente, la cooperativa, in contrapposizione, chissà perché, alle società per azioni – lo porta al conflitto interno. Mostrando come il suo “dare un senso a questa storia” si riferisse non tanto alla storia del PD, ma alla sua storia personale (e di componente) PCI-PDS-DS-PD (anzi, lo specifico emiliano di questa storia, che lui stesso rivendica con orgoglio). E così organizza il dissenso interno (con riunioni chiuse di naufraghi di passate stagioni – solo ex DS – che persino un ex bersaniano come Matteo Orfini descrive “come quelli che stavano sul Titanic, ma non prima dello scontro con l’iceberg, dopo…”), cerca di porre ostacoli sul cammino dei suoi competitor del passato, propone meccanismi burocratici e percorsi congressuali per blindare un possibile ricambio nel partito, semina velenose battute ad uso dei cronisti, rilascia accigliate interviste, alimenta polemiche. Tutto, insomma, tranne che trarre le conseguenze politiche e personali delle proprie battaglie: che, se combattute dignitosamente, anche se perse, sono sempre nobili.

                                                                                                          La metafora di un modo di concepire la politica, tutto italico, che non prevede pensionamenti, uscite di scena volontarie, discreti silenzi, pause, distanze, nemmeno vacanze: ma sempre uno stare in mezzo alla scena purchessia, un voler essere protagonisti anche a trapasso avvenuto, come se a non farlo mancasse l’aria o non si sapesse che altro fare. Uno dei problemi della politica e probabilmente della società italiana (anche il mondo dell’imprenditoria, del giornalismo, delle banche, e pure quello associativo, non è poi troppo diverso): il non capire quando il proprio tempo è finito. Che è lecita un po’ di nostalgia, ma non altro. Che c’è un tempo per ogni cosa: incluso un tempo per entrare in scena, e un tempo per uscirne, e lasciare spazio ad altri.

                                                                                                            10 giu

                                                                                                            Astensionismo e democrazia

                                                                                                            Lo diceva Don Milani: “La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde”. E aggiungeva: ”Chi manca ha il difetto che non si vede. Ci vorrebbe una croce o una bara sul suo banco per ricordarlo”. E infine: “L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

                                                                                                            Proviamo ad applicare queste parole alla democrazia, adesso. Il cui problema principale sembra proprio essere diventato quello degli elettori che perde. Solo che chi non vota ha il difetto di non vedersi: né croce (anzi, è proprio la mancanza di una croce su un simbolo a caratterizzarlo), né bara. Ma perdendo i suoi elettori, la democrazia non è più democrazia: è un meccanismo che include i già inclusi, e respinge quelli che già si sentono respinti. Ed è questo che sta drammaticamente succedendo. Suscitando assai poche reazioni.

                                                                                                            La disaffezione al voto misura sostanzialmente due cose, simili ma non identiche: il senso di impotenza, e quello di inutilità. Impotenza: perché, ci si dice, cosa vuoi che conti il mio voto. Inutilità: anche se conta, e fa cambiare governo o maggioranza, alla fine cosa vuoi che cambi.

                                                                                                            Sia che si voti, sia che non si voti, sia che si cambi governo o che non lo si cambi (e questo sia a livello nazionale che, in maniera ancora più drammatica e innaturale, a livello locale, dove il desiderio di partecipazione dovrebbe essere persino ovvio, dato che si decide sui destini di casa propria), in sostanza, per chi sceglie di non votare, non cambia nulla. Nel primo caso, si ha la sensazione di non poter veramente cambiare. Nel secondo, di non cambiare veramente.

                                                                                                            E questo è un problema. Vuol dire che gli strumenti per incanalare il consenso intorno alle proposte politiche alternative non funzionano. I partiti, innanzitutto: i mezzi attraverso cui la partecipazione si dovrebbe manifestare. A causa della loro vita democratica interna asfittica e spesso truccata; di leadership frutto di accordi interni, non in sintonia con la società e non aperti ad essa; di un clima che percepisce le novità (di persone e di idee) come intrusioni pericolose, che turbano lo status quo; di una drammatica carenza di conoscenze, e di una assoluta mancanza di fantasia nel trovare soluzioni, nonché di scarsa credibilità delle persone che dovrebbero guidare i cambiamenti, che non incoraggia la partecipazione.

                                                                                                            Non a caso, nelle rare situazioni in cui la percezione di diversità si nota, e il cambiamento è percepibile, la partecipazione scende assai meno, producendo mobilitazione politica ed entusiasmo. E questa è la buona notizia. Vuol dire che cambiare si può. Volendo.

                                                                                                              06 giu

                                                                                                              Le priorità della politica e quelle del paese

                                                                                                              Due notizie di oggi.

                                                                                                              La prima, nazionale (dati Confindustria). 55.000 imprese hanno chiuso i battenti in quattro anni (13.750 all’anno, 38 al giorno, quasi due all’ora, giorno e notte, feriali e festivi), e nello stesso periodo si sono persi 539.000 posti di lavoro (134.750 all’anno, 369 al giorno, oltre 15 all’ora, giorno e notte, feriali e festivi).

                                                                                                              L’altra, regionale, anche se vale per tutto il paese (dati Osservatorio turistico regionale ligure): solo in Liguria il turismo, in un solo anno (il 2012), ha generato, tra effetti diretti e indiretti, un Pil di 7 miliardi di euro (un terzo dentro e due terzi fuori la regione), pari al 5% del Pil regionale. Producendo un’occupazione a tempo pieno pari a 29.100 unità, ovvero il 4,5% dell’occupazione regionale, in Liguria, e, come effetto indiretto, un’occupazione di 83.150 addetti nel resto d’Italia, pari allo 0,3% della forza lavoro.

                                                                                                              In due sole notizie, l’analisi del problema e una delle sue possibili soluzioni. L’economia che cala. E la più grande risorsa d’Italia – la sua cultura, la sua arte, la sua storia, il suo paesaggio, i suoi musei al chiuso e a cielo aperto, le sue città d’arte, il suo gusto, la sua musica, il suo cibo, il suo mare, la sua agricoltura, la sua stessa socialità, in una parola la sua estetica (che, come ricordava il poeta premio Nobel Iosif Brodskij, è la madre dell’etica) – che non viene valorizzata a sufficienza. Basta pensare a come si disinveste nella scuola e nell’università, ma anche nell’artigianato e nel saper fare professionale (e c’è un nesso: sono le persone di cultura che sanno investire sulla cultura, e sanno farla apprezzare. Se questa non c’è, il turismo diventa una specie di caccia al pollo da spennare: di breve termine, senza progetto, senz’anima, e quindi in calo inesorabile).

                                                                                                              In due sole notizie, anche, le priorità della politica. Ma, ah già, dimenticavamo: c’è da occuparsi di presidenzialismo…

                                                                                                                28 mag

                                                                                                                Astensionismo: ci sono o ci fanno?

                                                                                                                L’astensionismo è la notizia del giorno. Ma i commenti dei leader politici, a destra come a sinistra, laddove vincono, sono tutti trionfalistici. Hanno premiato la nostra linea. Hanno condiviso le nostre scelte politiche.

                                                                                                                Ma dove? Ma quando? Quale linea? Quali scelte? Ma ci sono o ci fanno?

                                                                                                                Quasi il 15% di votanti in meno, in media, tra questa tornata elettorale amministrativa e la precedente. Ma con punte che superano il 20% in molte realtà, tra cui Roma, dove ha votato poco più della metà del corpo elettorale (mentre già alle elezioni siciliane dell’ottobre scorso si era andati sotto la metà). E non uno solo dei voti persi è stato intercettato dai partiti presunti vincenti nelle varie elezioni locali. Né uno solo dei voti persi a febbraio è stato recuperato. Tutte vittorie a perdere, tutti sorpassi al ribasso. Tutti sconfitti, a cantare vittoria.

                                                                                                                Prendiamo il caso romano: l’appuntamento più significativo di queste elezioni.

                                                                                                                Nel 2008 Rutelli prese al primo turno il 46% dei voti (perdendo poi al secondo turno contro Alemanno). Il PD, complessivamente, prese 521.000 voti (pari al 34% dell’elettorato). Oggi, 2013, dopo cinque anni di malgoverno della destra, il PD prende 267.000: la metà. E’ una vittoria? Sì, certo: relativa. Ma quel relativo lo sottolineerei venti volte. Perdere la metà del proprio consenso, vuol dire qualcosa? Per questo stupisce l’ineffabile levitità con cui i dirigenti del PD (da Letta a Epifani, ai dirigenti locali) parlano di vittoria, con argomenti di un’inconsistenza sorprendente (per esempio evocando un improbabile plauso alle scelte politiche delle ultime settimane). E la cosa è specularmente vera, altrove, per i dirigenti del centrodestra, laddove esso è ‘vincente’.

                                                                                                                Qui forse bisogna recuperare l’espressione di Bersani nel dopo elezioni politiche: “Abbiamo non-vinto le elezioni”. Solo che oggi è vero per tutta la partitocrazia: Grillo incluso. Per questo è insensato anche festeggiare la caduta di consenso, pur completamente meritata, del Movimento 5 Stelle. Se aumenta l’astensionismo – a ritmi dilaganti, come si profila – è una sconfitta per tutti.

                                                                                                                Il problema è che il ceto politico non se ne accorge. Ci fa, probabilmente. Ma forse, perso come è nella contemplazione del proprio ombelico, c’è. Non la vede proprio, la batosta. Forse perché, in definitiva, la diminuzione della partecipazione, come il calo degli iscritti, gli va benissimo. Perché, alla fine, se cala l’elettorato, la dimensione della classe politica non cambia, e i posti sono sempre quelli. Persino più facili da conquistare…

                                                                                                                Certo, non capire le nuvole che si stagliano all’orizzonte, è miope: e prepara a catastrofi peggiori anche per loro. Ma da tempo ormai la politica vive in un orizzonte solipsistico, suo proprio. Per questo non cambia. Anche se, in prospettiva, si preparano disastri assai peggiori. Lo tsunami, evidentemente, non è bastato.

                                                                                                                  25 mag

                                                                                                                  Governo: i paradossi del consenso

                                                                                                                  Il consenso al governo non è stato mai travolgente. Solo il 43% degli elettori, secondo un sondaggio Demopolis effettuato nei giorni della sua nascita, esprimeva un parere favorevole sul nuovo esecutivo. Poco, rispetto alla poderosa maggioranza, elettorale e ancor più parlamentare, che lo sostiene. E niente rispetto ai governi che lo hanno preceduto: Monti, ma anche Berlusconi e, più indietro nel tempo, Prodi.

                                                                                                                  Trenta giorni dopo il suo insediamento, il governo Letta, secondo un sondaggio SWG, mantiene la fiducia solo del 31% degli italiani, con un calo di dodici punti: ciò che rappresenta meno della metà della maggioranza teorica che lo esprime.

                                                                                                                  Eppure la figura di Letta cala assai meno, o è stabile. Il capo del governo – a parte Renzi, che distacca sempre tutti – in termini di fiducia è largamente davanti ai leader dei partiti che lo sostengono, ma anche al principale leader dell’opposizione, Grillo. Che, anche come partito, non sta benissimo. Alla domanda di un recentissimo sondaggio, su “quale partito la sta deludendo di più?”, il 42% degli elettori risponde il Movimento 5 Stelle, il 26% il PD, e solo il 14% il PDL.

                                                                                                                  Il che significa che la forza di Letta, paradossalmente, sta nella debolezza dei partiti che lo sostengono. Che tuttavia, paradosso ulteriore, si riflette nella debolezza dell’esecutivo, che dei partiti è espressione: che rischia di risentire pesantemente della ricerca di visibilità – che va di necessità in opposte direzioni – dei partiti. Lo si è visto nella vicenda dell’Imu, cavalcata dal PDL, o nelle proposte del PD sull’ineleggibilità di Berlusconi.

                                                                                                                  Una contraddizione che non potrà durare a lungo. E che potrà risolversi solo sulla base dell’autorevolezza delle proposte di governo della crisi che l’esecutivo saprà esprimere. Se saranno all’altezza della situazione, ne beneficerà il paese, ma anche la forza di Letta rispetto alla debolezza dei partiti. Se dovesse prevalere la ricerca di visibilità dei partiti, anche il governo ne risentirebbe. E il quadro politico – in un contesto economico sempre più fosco – si farebbe più incerto e più instabile che mai.

                                                                                                                    15 mag

                                                                                                                    Epifani, ovvero: come si fa un segretario di partito

                                                                                                                    Il PD ha un nuovo segretario. Si chiama Guglielmo Epifani. Adesso cercatelo nella lista di chi, gli elettori del PD, vorrebbero come segretario del PD. Abbiamo la sensazione che questo spieghi molto più di tanti ragionamenti…

                                                                                                                    Ma c’è di più. Il segretario è stato scelto da un ‘caminetto’ di notabili. E confermato da un’assemblea pletorica e delegittimata, basata su equilibri ante-primarie, in cui era presente la metà dei delegati aventi titolo. Adesso guardate come, gli elettori del PD, vorrebbero fosse scelto il segretario del PD. Anche questo dice molte cose…

                                                                                                                    Tutto questo accade in un partito che più di altri ha ancora la struttura di un partito, e che mantiene la finzione di avere delle regole, e pratiche democratiche (fin nel nome) di formazione del consenso e scelta delle leadership. Altrove il segretario viene scelto e destituito dal proprietario del partito, o semplicemente non c’è perché c’è un leader al di là di ogni regola, e anch’esso proprietario del partito (questo, per limitarci agli altri due protagonisti del tripolarismo all’italiana). Ecco, crediamo che uno dei problemi della democrazia, in questo paese, stia proprio qui. Nell’impossibilità di scegliere: non solo degli elettori, ma persino degli iscritti. Che nella retorica della democrazia rappresentativa sarebbero i veri proprietari di un partito.

                                                                                                                      09 mag

                                                                                                                      Il cinismo elettorale sull’Imu

                                                                                                                      Altrove le tasse normalmente si pagano: in maniera proporzionale, e con le dovute eccezioni per i redditi più bassi.

                                                                                                                      Nel nostro paese, dove la normalità è un optional e l’irregolarità è norma, le cose non funzionano così: e le tasse diventano argomento di scambio elettorale, anziché di applicazione di un principio.

                                                                                                                      La situazione infatti è che, per un paradosso sconcertante che non riesce a diventare scandalo reale (lo è solo in maniera verbale, rituale, nei giorni in cui compaiono i dati aggregati sulle denunce dei redditi: poi basta), le tasse le pagano solo alcuni: chi guadagna meno, oltre tutto. Il lavoro dipendente, i pensionati. Il lavoro autonomo ha mille modi per limitare il fastidio. E c’è una colossale fetta di economia illegale, che non è solo quella criminale, che il problema nemmeno se lo pone, dall’origine: con il lavoro nero, l’evasione dell’iva, l’inadempienza fiscale diffusa.

                                                                                                                      In più c’è il problema economico, che la crisi ha posto in drammatica evidenza. Che il lavoro paga troppe tasse (un’imposizione fiscale tra le più alte al mondo, e salari tra i più bassi dei paesi sviluppati – e per giunta con servizi scadenti in cambio), la rendita finanziaria ne paga pochissime, e altri settori semplicemente le evadono. Mentre i patrimoni, in generale, sfuggono alla tassazione.

                                                                                                                      In questa situazione tutti sanno benissimo che la priorità è diminuire la tassazione sul lavoro e sull’impresa in maniera consistente. Per un elementare principio di equità fiscale, e per far ripartire l’economia, nell’interesse di tutti.

                                                                                                                      E invece si assiste di nuovo a uno sconcertante dibattito sull’Imu, la tassa sulla casa. Diciamolo con chiarezza: pagare una tassa sulla proprietà della casa è normale. Il problema è che si dovrebbe trattare di una tassa proporzionale al valore della medesima, con larghe fasce di esenzione automatica per i redditi più bassi, e una modulazione differenziata per le attività produttive. Anche perché è una delle poche tasse sulla ricchezza reale che c’è nel paese. Mentre l’assurdo è proprio l’iniqua tassazione sul lavoro, che penalizza le nostre imprese di fronte alla concorrenza e non favorisce l’assunzione di lavoratori. Inoltre l’abolizione dell’Imu, una delle poche imposizioni fiscali che va in parte a favore dei comuni, li lascerebbe a secco di risorse necessarie per i servizi essenziali e per le emergenze sociali, che con la crisi si sono acutizzate (risorse che gli andrebbero comunque stornate in qualche modo, da parte dello stato: e quindi si tratterebbe solo di una partita di giro).

                                                                                                                      Di fronte a questa evidenza il ricatto politico di Berlusconi sull’Imu (o la abolite o tolgo la fiducia) si manifesta come una pura operazione di cinismo elettorale, volta al solo scopo di guadagnarsi una facile popolarità a poco prezzo. In caso di voto anticipato, a seconda di come andrà, potrà dire che ha ottenuto un risultato, o che non l’ha ottenuto per colpa degli altri. Ma è una operazione fatta sulla pelle del paese: di un cinismo trasparente. Che forse dovrebbe far alzare un po’ più la voce di protesta. Almeno delle parti sociali coinvolte: associazioni imprenditoriali, sindacati, commercianti. Che sanno benissimo che se si taglia l’Imu, la revisione della pressione fiscale sul lavoro arriverà dopo, e si rischia addirittura un deleterio aumento dell’Iva. Possibile che non ci si ragioni? Possibile che, di fronte all’emergenza del paese, il cinismo di certa classe politica si eserciti ancora solo nei giochetti elettorali?

                                                                                                                        04 mag

                                                                                                                        Rivoluzione Civile: nata, morta, e già dimenticata

                                                                                                                        I promotori di Rivoluzione Civile, con un laconico comunicato in puro politichese, “hanno deciso all’unanimità di considerare conclusa questa esperienza. Il risultato insoddisfacente delle elezioni politiche del febbraio scorso ha indotto ognuna delle componenti a una riflessione profonda della nuova fase politica al proprio interno”. Così la nota, firmata da Antonio Ingroia (Azione Civile), Angelo Bonelli (Verdi), Luigi De Magistris (Movimento Arancione), Oliviero Diliberto (Pdci), Antonio Di Pietro (Idv), Paolo Ferrero (Prc) e Leoluca Orlando (Rete2018). Generali senza truppe, per lo più: come dimostrerà la durata futura delle sigle citate, che già corrispondono a un malcerto presente. E la neonata sigla, Azione Civile, inventata il giorno dopo da Ingroia stesso: che durerà lo spazio del suo annuncio.

                                                                                                                        Non poteva finire altrimenti. Innanzitutto per la personalità del leader Antonio Ingroia, magistrato anche troppo mediatizzato, troppo incensato, troppo autoindulgente, troppo presto esaltato al ruolo pubblico di eroe civile: la cui parabola finisce con la destinazione finale in un tribunale della Valle d’Aosta che vale come esilio simbolico e come dantesco contrappasso politico, e che rimarrà nell’immaginario politico italiano più per l’imitazione del comico Crozza che per la solidità e l’interesse dell’originale.

                                                                                                                        Naturalmente, se la proposta di Rivoluzione Civile non ha avuto successo, le ragioni – al di là di quelle personali, legate al leader – ci sono. E, prima ancora che i contenuti del progetto politico, riguardano le sue forme. Che sono quelle del narcisismo minoritario, la sindrome della purezza (morale in primo luogo: considerata in maniera monopolistica come patrimonio personale ed esclusivo), il radicalismo protestatario. La pochezza anche delle altre leadership del partito ha fatto il resto. Residui di un movimentismo istituzionalizzato in micro partiti spesso personalistici, ancora figli della logica della scissione (sempre ricomposta per fini elettorali, e mai con successo: si ricordi la parabola della Sinistra Arcobaleno), capaci di sopravvivere ai disastri politici più radicali senza mutare ruolo né pensiero.

                                                                                                                        C’è poco da essere soddisfatti, tuttavia, di questo prevedibile e al contempo prematuro declino. Altri partiti, quanto a distanza tra leadership e base, non stanno meglio. E Rivoluzione Civile, in potenza, rappresentava contenuti di legittima protesta politica e malcontento sociale – e, nonostante i limiti evidenziati, anche di proposta – che avrebbero bisogno e diritto ad una voce, anche in parlamento: e che avrebbero bisogno di trovare orecchie disponibili all’ascolto anche presso un governo già distante, per propria logica, dalle dinamiche sociali. Perché si tratta di un pezzo di paese che, se non ascoltato e non rappresentato, rischia di finire anch’esso nell’astensionismo disilluso (che non sarebbe un guadagno per nessuno), o nella protesta di piazza: che, come la storia recente ci insegna, finisce spesso per essere gestita ed egemonizzata da altri, per altri fini.
                                                                                                                        Resta il dispiacere di aver visto la parte migliore dell’esperienza di Rivoluzione Civile – quella di base, non partitica, che rappresentava un’onesta fetta di associazionismo impegnato, laico e cattolico, e di individui alla ricerca di un impegno civile diverso – perdersi dietro l’ennesima occasione perduta in partenza, l’ennesimo leader improvvisato, l’ennesimo fuoco fatuo, l’ennesima tragicommedia elettorale.

                                                                                                                          26 apr

                                                                                                                          Il governo Letta avrà un futuro?

                                                                                                                          Dopo l’elezione di Napolitano, era chiaro che la scelta sarebbe stata sua e soltanto sua: del presidente. E il Partito Democratico, più di tutti gli altri, non avrebbe potuto che adeguarsi: era questo il prezzo della rielezione, da lui preteso e ottenuto. Napolitano aveva posto due condizioni: una tempistica rapidissima (dopo che si è aspettato vanamente per sessanta giorni un governo: un’era geologica per un paese in crisi, che ha bisogno di affrontare scelte difficili con decisioni rapide) e un profilo governativo marcato, senza ambiguità.

                                                                                                                          Con la scelta di Enrico Letta, il presidente Napolitano ha fatto una scelta forte, con un profilo decisamente politico, facendola passare quasi per un atto dovuto. In questo ha certamente vinto Berlusconi: che da subito ha preteso un governo politico, facendolo ingoiare anche al PD, che avrebbe preferito una scelta più defilata (come aveva detto Rosy Bindi, affettuosamente impallinando in anticipo l’incarico a Letta, e facendo l’ennesimo errore di valutazione).

                                                                                                                          Paradossalmente, un governo Letta (guidato dal numero due del PD) potrebbe risultare assai più forte di un governo Bersani (guidato cioè dal numero uno). Bersani, fino a ieri dominus incontrastato del partito, ha vagheggiato per quasi due mesi, in maniera alla fine inconcludente, un ‘governo di minoranza’, a tempo limitato, con pochi punti in agenda, appoggiato in qualche modo dalle altre forze politiche, a partire dal Movimento 5 stelle: che sarebbe stato fortemente ricattabile, nel contesto del risultato elettorale. Letta invece, leader della corrente più piccola in assoluto tra quelle che compongono il vasto notabilato democratico, una maggioranza ce l’avrà eccome: per giunta garantita dal presidente della repubblica. E potrebbe per questo allargarsi ad una agenda più ampia e per un tempo, potenzialmente, più lungo. Se andassero in porto le riforme principali – da quelle economiche a quelle sui costi e l’inefficienza della politica, e l’improcrastinabile riforma elettorale, nell’ambito di un programma di fatto delineato dai saggi nominati da Napolitano – in fondo, l’urgenza di rivotare si stempererebbe: con l’interessato consenso dei parlamentari (non solo dei partiti che sosterranno il governo), per i quali evitare il ricorso alle urne è uno scampato pericolo. Un tempo più lungo, tra l’altro, consentirebbe di far dimenticare il peccato originale da cui il governo è nato: e in particolare, per il PD, il tradimento della promessa “con Berlusconi mai”, che ha caratterizzato una campagna elettorale che si dava già acquisita con una vittoria trionfale, finita invece in una Caporetto sostanziale.

                                                                                                                          Per Letta si tratta di una grande chance. Quarantasei anni – quindi ancora giovane, rispetto agli standard cui ci ha abituato la politica italiana – ha in fondo studiato da premier da sempre. Vanta un curriculum di rilievo: per aver lavorato con Andreatta, di cui era pupillo, per essere stato ministro dell’industria con D’Alema e Amato, e sottosegretario con Prodi. E competenze economiche riconosciute, che ne hanno fatto una delle non molte figure, non solo del PD, in grado di non sfigurare nei consessi, anche internazionali, dove si parla seriamente di contenuti. Alla Monti, per intenderci: della cui figura è estimatore e del cui governo è stato un entusiasta sostenitore. Decisivo sarà inoltre il network di persone – tecnici e politici – e la cospicua rete di relazioni previdentemente bipartisan che è riuscito a muovere in questi anni intorno alle sue iniziative (dal centro studi Arel al think tank VeDrò), tra i quali sceglierà anche alcuni dei suoi ministri. Ciò che gli offre, potenzialmente, buone possibilità di fare squadra.

                                                                                                                          Il PD gli riserverà forse un atteggiamento meno benevolo e meno unanime di quello riservato inizialmente a Monti (arrivato sull’onda dell’invocazione salvifica dei tecnici: ora invisi alla popolazione quanto i politici). Anche perché è oggi più diviso di prima: e una parte di esso – quella che guardava a SEL e al M5S, costitutivamente alternativa a Berlusconi: un rospo obiettivamente difficile da ingoiare per l’elettorato democratico – già si posiziona in maniera guardinga. Ma dovrà fare buon viso a cattivo gioco, per mancanza di alternative percorribili. Ciò che potrebbe aiutarlo nel compito di costruire quel “governo di servizio” che il paese, comunque, attende. Quello che è certo è che oggi Enrico Letta, da eterno emergente, diventa una figura di rilievo nel paesaggio politico del paese, con importanti ricadute anche interne al PD: e la possibilità di influenzare l’emergere di una nuova generazione anche ai vertici del partito.

                                                                                                                            24 apr

                                                                                                                            Debora e il PD

                                                                                                                            La politica è fatta anche di svolte inaspettate, di colpi di fortuna, talvolta di miracoli. L’ultimo di questi, per il Partito Democratico, si chiama Debora Serracchiani. Nel momento più basso della crisi del PD dai tempi della sua costituzione, il partito (ma forse non proprio lo stesso partito) coglie quello che negli ultimi giorni sembrava diventato un irraggiungibile e forse insperato successo: la conquista del Friuli Venezia Giulia.

                                                                                                                            Nonostante Roma. Attaccando Roma. Direttamente proporzionale alla distanza da Roma.

                                                                                                                            Mentre la nave romana affonda, la piccola scialuppa friulana mostra che arrivare in porto si può. Mentre Roma implode nei complotti, nei tradimenti, negli accoltellamenti alle spalle e nelle lotte fratricide, in un clima da fine impero, una piccola provincia ribelle prova a cambiare passo, metodo, e dirigenza, prendendo duramente le distanze dalla corrotta capitale, e salvandosi grazie a questo, oltre che a una promessa di buongoverno e di ricambio.

                                                                                                                            Serracchiani è riuscita a vincere prendendo le distanze dal PD nazionale. Attaccandolo frontalmente.

                                                                                                                            In lei è visibilissima la saldatura politica oggettiva tra il nuovo che faticosamente tenta di emergere nel PD (al di là dei contrasti tra Renzi, Civati, i ‘giovani turchi’ e quant’altro: che poco interessano l’elettorato e i simpatizzanti). E la spaccatura tra il vecchio e il nuovo, tra un PD che crede ancora di essere l’erede di due antiche e nobili tradizioni politiche del secolo scorso, incarnata nella nomenclatura nazionale oggi dimissionaria e sconfitta, e quello che pensava di essere un’avventura nuova, in cui le gambe non fossero due, ma tre: e la principale, quella più innovativa, quella proiettata sul futuro, avrebbe dovuto essere quella dei nativi democratici, di quelli che pensavano a un progetto altro e più ambizioso (alcuni dei quali provenivano dalle storie precedenti, peraltro).

                                                                                                                            Debora Serracchiani rappresenta anche questo. Una generazione all’attacco. Che può fare la differenza. Così come l’aiuto di quello che potremmo chiamare il nuovo PD, incarnato da Renzi, è stato utile alla sua campagna elettorale (almeno tanto quanto la distanza dal ‘vecchio’), così la sua vittoria può essere uno stimolo a spingere verso quel rinnovamento vero senza il quale il PD, da primo partito e perno dello schieramento riformatore, rischia di diventare un partito tra i tanti, minoritario (altro che la ‘vocazione maggioritaria’!), e per giunta, in senso profondo, conservatore: delle vecchie alchimie interne, delle vecchie pratiche, del vecchio sistema.

                                                                                                                            Il contrasto tra le penose (e perdenti) vicende nazionali di questi giorni del PD, e la gioiosa e sorridente (e vincente) avventura friulana, non potrebbe essere più netto: un ciclo che si apre, e un ciclo che si chiude; una traiettoria ascendente, e una discendente. Forse il PD da questa vicenda potrebbe cominciare a trarre qualche lezione.

                                                                                                                              18 apr

                                                                                                                              Come si fa un presidente: il metodo e il merito

                                                                                                                              Il metodo scelto dal Movimento 5 Stelle per indicare i suoi candidati alla presidenza della repubblica è certamente bizzarro. In un paese con un sistema non presidenziale, in cui il capo dello stato non è scelto a suffragio popolare, far indicare ad alcune – poche – persone autoselezionate il candidato a loro più ‘simpatico’, per dir così, si presta a infinite varianti: con il rischio di trovarsi tra di essi Francesco Totti o Vasco Rossi. E già c’è da ringraziare che siano stati scelti Milena Gabanelli e Gino Strada (che poi hanno intelligentemente declinato), mentre Dario Fo ha avuto il buon senso di sfilarsi prima. La procedura è tanto più discutibile in quanto vaga e inaffidabile: al punto che si è dovuta annullare la prima votazione, accusando improbabili hackers, e verificando invece doppie votazioni da parte di alcuni. Il fatto che la certificazione del metodo venga fatta da un privato che controlla di fatto la ‘meccanica’ del Movimento, ovvero Casaleggio, rende ancora più oscura e problematica una procedura già zoppicante.

                                                                                                                              Tuttavia il metodo scelto dagli altri partiti appare, con la sensibilità anti-partitica e anti-casta di oggi, ancora più bizzarro, surreale e marziano. Con i ‘mediatori’ dei vari partiti che si incontrano al buio, nella più totale mancanza di trasparenza, tirando fuori ciascuno le loro figurine, e dicendo, sulla base di giudizi imperscrutabili e non motivati, che assomigliano più a simpatie e antipatie personali, o idiosincrasie e motivazioni extrapolitiche o fin troppo scopertamente politichesi (accordi su altro, per dire), i loro sì e i loro no. Condendo il tutto con sapide ironie del tipo: “se vince quello là vado all’estero…”. Ma non erano loro quelli responsabili, adulti, capaci di scelte mature? Oltre tutto questo tipo di procedura non è nemmeno più efficace. Lo è così poco che siamo arrivati alla vigilia della votazione del presidente senza che i partiti avessero ancora indicato i propri candidati: una follia politica. Tanto più con l’aria che tira oggi nel paese. E quando si è arrivati a una decisione condivisa (condivisa da alcuni: PD-PDL-Scelta Civica), è venuto fuori il disastro di una scelta impopolare, nel merito e per metodo, perfino tra i militanti, figuriamoci tra gli elettori.

                                                                                                                              La partita della scelta del presidente è importante: praticamente ma anche simbolicamente. E muove interesse e passione, nella pubblica opinione più interessata alla politica come, più ampiamente, a livello popolare. Il presidente del resto deve essere, ed è stato nella storia repubblicana, non solo un organismo super partes e un punto di equilibrio, ma un garante dei cittadini, e – sempre più spesso negli ultimi anni, man mano che si è resa più evidente la debolezza e l’incapacità decisionale della politica, del parlamento e dei partiti – una sorta di decisore di ultima istanza, capace di prendere in mano le redini della nazione di fronte al caso eccezionale. Non a caso il presidente della repubblica è sempre stato ed è tuttora la figura istituzionale che mantiene, in tutti i sondaggi – seppure anch’esso in discesa – il più alto tasso di gradimento popolare: mentre i partiti stanno finendo prossimi allo zero, e il parlamento galleggia poco sopra. Oltre tutto il capo dello stato deve essere una figura nella quale potersi identificare, di cui poter essere orgogliosi, visto che “rappresenta l’unità nazionale”, come recita l’articolo 87 della Costituzione, in maniera profonda e sostanziale.

                                                                                                                              Alla luce dell’incapacità dei partiti di trovare un metodo migliore di scelta del presidente, non stupisce che si possa considerare meno implausibile e meno assurda l’opzione, se non dell’indicazione, almeno di una sorta di apprezzamento popolare. Dopo tutto, e va sottolineato, i nomi indicati dal M5S includevano anche personalità di tutto rispetto istituzionale e spessore politico (non quindi estranei alla politica, come gli altri indicati): da Rodotà a Zagrebelski, da Bonino a Prodi (indicati peraltro anche nella rosa dei candidabili da altri partiti). E quelli che circolavano sui giornali, in rete e nelle chiacchiere da bar non erano neanch’essi né alieni né impresentabili. Tra l’altro da alcuni sondaggi era assolutamente evidente la preferenza per candidati provenienti dalla società civile. Mediare, facendo in modo che siano almeno apprezzati da essa, dovrebbe essere un criterio non del tutto secondario di scelta. Evitando almeno di presentare nominativi che, pur personalmente rispettabili, sono troppo invisi alla pubblica opinione, essendo sulla piazza da davvero troppo tempo e in qualche modo identificati come parte della casta, per consentire al popolo italiano, che in questi anni ha cercato di mostrare in tutti modi il suo desiderio di ricambio nella classe politica, di riconoscersi in essi.

                                                                                                                              Peccato si sia fatto il contrario…

                                                                                                                                17 apr

                                                                                                                                Un presidente per tutti (e di nessuno)

                                                                                                                                Il Movimento 5 Stelle, con una procedura discutibile (ma, almeno, ha prodotto dei nomi: gli altri li stiamo ancora aspettando), ha dato le sue indicazioni per la presidenza della repubblica. Una impolitica (Milena Gabanelli; o, in subordine, Gino Strada) e una politica (Stefano Rodotà; non c’è subordine, anche se quarto è arrivato Gustavo Zagrebelski, perché ha annunciato di voler presentare una terna tra cui scegliere).

                                                                                                                                Il PDL è stato incapace di presentare nomi propri, spendibili. E si ridurrà a votare il meno peggio della sinistra (secondo criteri che non sembrano avere molto a che fare con il valore intrinseco del candidato): potremmo chiamarla una politica di riduzione del danno.

                                                                                                                                Il PD ancora non si sa (e siamo alla vigilia del primo scrutinio…): indeciso se mediare con Berlusconi o in direzione di Grillo. In entrambi i casi la scelta gli verrebbe rimproverata, dagli uni o dagli altri (o dai filo-uni o filo-altri interni al PD). Tanto vale scegliere in proprio. Per quel che vale, consiglieremmo di non puntare su nomi che, pur individualmente rispettabilissimi, appartengono a una stagione che viene percepita come passata, e identificati a torto o a ragione con la nomenklatura, se non con la casta. Per questo motivo non insisteremmo su nomi (lo ripeto, individualmente rispettabilissimi) come Amato, Prodi, D’Alema, Marini, Finocchiaro… Ce ne sono altri, in ballo, di sicuro prestigio: Zagrebelski, Cassese, Rodotà… Ecco: sull’ultimo ci sarebbe il consenso anche di altri (e quello interno, in gran parte). Onestamente, ci rifletterei.

                                                                                                                                  14 apr

                                                                                                                                  L’azzardo parallelo di Bersani e Maroni

                                                                                                                                  In politica talvolta occorre giocarsi il tutto per tutto. Non sempre funziona. E non sempre, se non funziona, c’è una seconda possibilità, per il leader che dell’azzardo è il protagonista. L’attualità politica ci ha messo davanti, in queste settimane, due casi di azzardo personale e politico, paralleli e speculari l’uno all’altro, che interpretano con chiarezza le diverse possibili parabole della politica: quello di Maroni, e quello di Bersani.

                                                                                                                                  Maroni, con la candidatura in Lombardia, si è giocato tutto. Se avesse perso, sarebbe sostanzialmente scomparsa, insieme alla sua leadership, anche la Lega. Per colpa propria: implosa negli scandali, nell’alleanza ad usum Berlusconi, nell’incapacità di governare, nei cedimenti morali, nell’usurarsi delle figure politiche fondatrici. Ha vinto (più che per meriti propri, forse, per l’incapacità del centrosinistra di parlare al nord, locomotiva produttiva e sostegno fiscale del paese): e la Lega ha una speranza di risollevarsi, e di far vedere che esiste, perché esiste e governa nelle regioni più ricche e avanzate d’Italia. Era un azzardo, candidarsi alla regione. Come tutti gli azzardi poteva finire male. E’ finito bene: la Lega ce la può fare. Ricomincia da molto in basso, in termini percentuali: ma la sua parabola in questo momento è ascendente.

                                                                                                                                  Bersani, con il tentativo di formare il governo, si è giocato tutto. Se avesse vinto, il PD sarebbe diventato il perno della coalizione riformista del paese, con buone speranze di recuperare almeno una parte del consenso perduto, e ritrovare una centralità di ruolo, mentre Bersani si sarebbe rafforzato attraverso l’azione di governo, diventando il leader di una coalizione stabile. Ha perso: e, senza un forte ricambio interno (di progetto, di metodo, di ceto politico dirigente), il PD rischia di perdere la propria centralità, sia come forza principale dello schieramento riformista, che come reale capacità innovativa e propositiva. Era un azzardo, tentare di formare il governo partendo da una condizione di fatto minoritaria. Come tutti gli azzardi poteva finire bene. E’ finito male: il PD, così com’è, non ce la può fare. Ricomincia da un ruolo alto, quello di primo partito, ma in calo di consensi: e la sua parabola in questo momento è discendente.

                                                                                                                                  C’è una differenza ulteriore, tra i due: di importanza capitale. Maroni è il leader di un nuovo ceto dirigente, che dopo un aspro scontro – ancora in corso (come si è visto a Pontida e nella vicenda delle epurazioni venete e lombarde) ma il cui acme è passato – sta sostituendo quello vecchio. Bersani è il leader e il garante di un vecchio ceto dirigente, che dopo un aspro scontro – il cui acme deve ancora manifestarsi (le primarie erano solo l’antipasto) – sta cercando di sopravvivere a quello nuovo.

                                                                                                                                  Non significa che Maroni è stato più bravo di Bersani, o che Bersani abbia scelto strategie peggiori di Maroni. In politica contano anche altri fattori: tra cui, come avrebbe detto Machiavelli, la Fortuna. Entrambi possono giocarsi attenuanti e aggravanti. E tuttavia il risultato degli azzardi, come a poker, è inequivoco: o si vince, o si perde. E in entrambi i casi è necessario, e doveroso, trarne delle conclusioni. Maroni ha vinto sul fronte esterno, le elezioni, e può combattere la sua battaglia interna con più forza. Bersani ha perso sul fronte esterno, le elezioni, e si trova a combattere la sua battaglia interna in una situazione di debolezza. Nel primo caso, si inaugura l’inizio di un nuovo ciclo: con tutte le incertezze di una nuova nascita, che potrebbe anche, alla lunga, finir male. Nel secondo, si certifica la fine di un ciclo datato: che, lo si sa con certezza, è finito male. Le candidature alla leadership del partito che si susseguono (Renzi, Barca, Civati, e altri verranno) ne sono il suggello, ma anche la nuova occasione che si apre: che potrebbe anche, alla lunga, finir bene.

                                                                                                                                    10 apr

                                                                                                                                    Tra Bersani, Renzi, Berlusconi e Grillo: la voglia di cambiare che sale dal paese

                                                                                                                                    Sondaggi di Ballarò: non è scienza, per carità. Però fotografa una tendenza, visto che, al di là di qualche punto percentuale di differenza, chiunque li faccia, i risultati sono sempre gli stessi. E sono questi.

                                                                                                                                    Chi vincerebbe tra Renzi, Berlusconi e Grillo, nel gradimento degli elettori per il prossimo premier? Renzi con il 59%, seguito da Berlusconi con il 28% e da Grillo con l’11%.

                                                                                                                                    E se al posto di Renzi ci fosse Bersani? Berlusconi prenderebbe il 38%, dieci punti in più: e vincerebbe lui. Grillo salirebbe al 18%. E Bersani sarebbe secondo, con il 21%, ben 17 punti sotto Berlusconi.

                                                                                                                                    Ecco, in questi numeri c’è scritto cosa dovrebbe fare il centrosinistra se volesse davvero puntare a governare e a trasformare il paese. E quindi come andare alle prossime elezioni. Ma, ancora di più, c’è scritto quanto il paese, anche quello che vota a destra o ha lanciato un segnale forte di non poterne più degli attuali rappresentanti, abbia voglia di voltare pagina: e si affidi a chi gli promette di volerlo fare, con determinazione e concretezza, ma senza palingenesi messianiche o rotture rivoluzionarie.

                                                                                                                                    Renzi non raccoglie questi consensi per merito suo, sulla sua persona, perché è bravo: non sappiamo nemmeno se lo sia davvero. Ma perché incarna e promette questo: e di questo, in questo paese, c’è bisogno. E lo fa in maniera più convincente di altri. Tutto qui. In fondo, più per demeriti altrui che per meriti propri. Ma è sufficiente. E’ sufficiente, per molti – la maggioranza: una maggioranza molto netta – per desiderare di cambiare: e sostenere chi promette di volerlo fare. A prescindere persino dal partito che abbiamo votato.

                                                                                                                                    In teoria, non ci dovrebbe essere altro da dire…

                                                                                                                                      06 apr

                                                                                                                                      Il ciclo bersaniano si è chiuso. E adesso?

                                                                                                                                      Con il fallimento del tentativo di Bersani di formare un governo, finisce un ciclo politico del Partito Democratico: quello bersaniano, appunto.

                                                                                                                                      Se fosse riuscito a ottenere la fiducia, Bersani avrebbe rafforzato la propria leadership – nel PD, nel centrosinistra e nel paese – nell’azione di governo. Dando un’impronta innovativa a un quadro politico bloccato dai veti incrociati, e consentendo al PD di diventare la forza di riferimento dello schieramento riformatore. Ciò che gli avrebbe probabilmente consentito di recuperare una parte dei consensi persi, e soprattutto un ruolo di riferimento obbligato, una ragione forte di esistere.

                                                                                                                                      Non essendoci riuscito, Bersani esce da questa partita fortemente indebolito: dopo aver “non vinto” le elezioni, si ritrova a non avere nemmeno un ruolo determinante nel futuro immediato. E indebolito esce anche il PD: il suo progetto per il paese, quello su cui aveva impostato la campagna elettorale, è fallito nelle urne. E tutto ritorna in gioco. La leadership del PD: in scadenza, dato che Bersani ha sempre sostenuto che non avrebbe chiesto di rinnovare il suo mandato di segretario. E quella del centrosinistra: che, in queste elezioni, con Bersani alla guida, non ha saputo intercettare il consenso che si aspettava, e non ha raggiunto gli obiettivi che si prefigurava.

                                                                                                                                      E’ evidente che, se si andasse a nuove elezioni con la stessa squadra e il medesimo leader, il PD non potrebbe che perdere ulteriormente di consensi, e la sua stessa ragion d’essere come forza maggioritaria di guida dello schieramento progressista. Squadra e leader la loro occasione l’hanno avuta: e l’hanno persa, anche se non solo per colpa propria. Non ce l’hanno fatta oggi. Non c’è motivo perché possano farcela domani. Si apre quindi la questione del ricambio, della successione. Alla segreteria del partito, e alla leadership di uno schieramento progressista che sarà del resto sostanzialmente diverso da quello immaginato in passato. Dovrà cambiare anche il progetto, quindi.

                                                                                                                                      Per la segreteria del PD sono già in corsa varie espressioni del PD, che preludono a un rinnovamento non solo generazionale. Da Pippo Civati, il deputato lombardo che da anni, con una impostazione innovativa, persegue questo obiettivo; ai “giovani turchi”, i quarantenni bersaniani, eredi politici della leadership precedente. Ancora senza un candidato preciso, ma con diversi soggetti già pronti a scaldarsi. E altri emergeranno man mano che ci si avvicinerà al congresso del partito e alle primarie.

                                                                                                                                      Per la premiership del centrosinistra i candidati non ci sono ancora. O meglio ce n’è uno solo, per ora, esplicitamente. E si tratta ovviamente di Matteo Renzi, che da tempo ormai continua ad essere il leader politico che riscuote più consenso di tutti nell’elettorato del paese (con un tasso di fiducia quasi doppia rispetto a Bersani, Grillo e Berlusconi, che inseguono a distanza). In un paese normale, in un centrosinistra normale, sarebbe il candidato alle elezioni più ovvio: l’unico che abbia davvero qualche possibilità non solo di vincere le elezioni, e di contenere il voto grillino, ma anche di rovesciare la tendenza al declino, alla diminuzione di consensi che ha caratterizzato il centrosinistra e il PD in questi anni. Anche perché intercetta una parte di consenso sia dell’elettorato grillino che di quello del centrodestra. Ma le ferite emerse durante le primarie non sono ancora rimarginate: anche perché hanno mostrato come i due contendenti di allora, Bersani e Renzi, prefigurassero davvero due modalità diverse di pensare il centrosinistra. Per cui non è affatto scontato che la cosa più ovvia sia anche quella che accadrà: il centrosinistra del resto non è nuovo alla tendenza a sacrificare il consenso in nome della continuità, e la possibilità di cambiare il paese con l’istinto di conservazione (che peraltro conserva l’identità ma non i voti).

                                                                                                                                      C’è anche un dettaglio tecnico non da poco, che complica questo scenario. Il PD ha uno statuto – che non ha ancora cambiato – che prevede che il segretario sia automaticamente il candidato premier. Il fatto che Bersani abbia deciso di rinunciare a questa prerogativa e fare le primarie – che sapeva di avere grandissime probabilità di vincere, visto che aveva con sé la quasi totalità del partito – non rende scontato che anche il prossimo segretario (partita a cui Renzi non sembra interessato, e a ragione, dal suo punto di vista) faccia altrettanto. In questo scenario è lo statuto a essere fuori tempo. E andrebbe rapidamente rivisto. Nell’interesse del PD e del paese. La figura del segretario e quella del candidato premier non hanno ragione di essere necessariamente coincidenti. Il primo deve essere in grado di governare il partito maggioritario (per ora) della coalizione. Il secondo deve essere quello maggiormente in grado di intercettare consenso nel paese. In un sistema non bipolare, non c’è ragione che siano la stessa persona. Nell’altro paese, la Francia, che ha adottato le primarie come modalità di scelta del candidato premier, le due figure non coincidono, per dire.

                                                                                                                                      La futura uscita di scena di Bersani apre quindi la possibilità di un cambiamento di scenario: in cui il centrosinistra potrebbe essere il perno di una forte coalizione riformatrice di governo; o l’ultimo dei partiti conservatori del vecchio ordine politico. Se non è capace di prendere l’iniziativa del cambiamento, a cominciare dal suo interno, se la vedrebbe portare via da altri. Rischiando, la prossima volta, non solo di “non vincere”, ma di perdere.

                                                                                                                                        04 apr

                                                                                                                                        Candidati presidente: no, quelli no…

                                                                                                                                        Lo so, non è un sondaggio. Non ha valore scientifico. Però…

                                                                                                                                        In edicola, poi al lavoro, poi al bar: e senti i commenti, i toni, e osservi le espressioni, le facce. Di fronte a questi nomi: Prodi, D’Alema, Marini… E senti commenti irriferibili, che in fondo condividi. E vedi facce indescrivibili, che in fondo sono anche le tue. E capisci che no: che anche se c’è differenza, sono tutte facce e nomi della prima repubblica, neanche della seconda. Che ci vuole qualcos’altro, se si vuole recuperare consenso. Uno scatto d’orgoglio, un minimo di originalità: che so, una donna, una persona non troppo anziana, una che nella politica non abbia pascolato troppo, che non ci sia nutrito troppo a lungo (perchè danno, è vero, ma prendono anche…). Nomi non troppo politicisti, troppo compromessi con il passato: nuovi alla politica, anche se magari non per età. Nuovi di freschezza: non abituati ai vecchi rituali. Per una carica, quella di Presidente della Repubblica, che deve essere di garanzia, ma come si è visto nella seconda metà di questo settennato anche di impulso, di supplenza istituzionale, e, non dimentichiamolo, di rappresentanza: in cui i cittadini si possano riconoscere, con orgoglio. Tutti i cittadini. E i cittadini, in quei nomi e in quelle facce lì, non ci si vogliono proprio riconoscere, non più. E non sembra tanto difficile da capire: basterebbe andare in edicola, al bar, al lavoro. Un lavoro che non sia la politica…

                                                                                                                                          31 mar

                                                                                                                                          La trovata di re Giorgio e il fallimento dei partiti

                                                                                                                                          Il tentativo di Pierluigi Bersani di formare un governo è finito su un binario morto: come era prevedibile, e come la maggior parte dei commentatori aveva previsto fin dall’inizio. Era doveroso provarci, trattandosi del leader del partito che ha “non vinto” le elezioni. Con una proposta aperta sui contenuti e sul metodo, come è stato, e in questo senso generosa. Che tuttavia si è schiantata su un prevedibile muro di no aprioristici (da parte del Movimento 5 Stelle, o per dir meglio di Grillo) o di sì troppo condizionati e interessati (da parte del PDL, o per dir meglio di Berlusconi): entrambi più nell’interesse delle forze politiche che li hanno sostenuti che in quello del paese.

                                                                                                                                          C’è una logica, nell’ostinazione con cui Bersani ha perseguito il suo tentativo: giocando in essa la necessità – drammatica e ineludibile – di un governo per il paese. Cosa che, in questi giorni e in questi colloqui, non è sembrata stare a cuore a molti: perdendo allegramente tempo prezioso, e soprattutto non fornendo alcuna alternativa, né contingente né di sistema, a questo vicolo cieco politico che, per il paese, assomiglia assai di più a una melmosa palude di sabbie mobili.

                                                                                                                                          Ma c’è una logica anche nel fatto che il capo dello stato non sia parso entusiasta del progetto bersaniano. Che, non necessariamente per sola colpa propria, non portava ad alcuna soluzione veramente condivisa, e quindi a quella necessaria raccolta delle migliori energie del paese per aiutarlo a uscire dalla crisi: non solo con delle concrete e percorribili misure (politiche, istituzionali, economiche, morali), ma anche con quel minimo di slancio e di speranza senza il quale non c’è cammino possibile, e la tentazione della resa, rispetto alla lotta, è sempre in agguato.

                                                                                                                                          La sensazione è che abbia vinto, ancora una volta, la cattiva politica: incapace di emendarsi nonostante tutto. Nonostante, in particolare, i segnali sempre più forti (ma anche sempre più stanchi) che arrivano dalla base. E non dalla pancia del paese, come si dice: ma dalla sua testa, che lucidamente non intravede alcuna via d’uscita tra quelle offerte dal ceto dirigente della nazione. La scoperta di questi giorni – forse prevedibile, ma nondimeno deludente per molti – è che questa cattiva politica non corrisponde solo alla vecchia politica: ma è stata praticata anche dalla politica nuova, dai nuovi partiti, dai nuovi eletti. Anche loro autisticamente chiusi nel proprio orizzonte: anche loro incapaci di guardare oltre i rispettivi mondi, e le appartenenze abituali. Persi magari in visioni lontane: ma incapaci di progettualità immediata, reale.

                                                                                                                                          Il paradosso di questa situazione è che il parlamento con il più alto tasso di ricambio di questi decenni – in cui tanti attori politici della prima e della seconda repubblica sono scomparsi, in cui la presenza giovanile e femminile è così ampia, e in cui in alcuni partiti le new entry prevalgono sulle conferme – si costituisce di fatto, per ora, come un blocco conservatore, anziché come un motore di innovazione. Incapace di pensare, di decidere, di fare. E perso, non meno del ceto politico precedente, in discutibili, insopportabilmente lunghi rituali, la cui unica innovazione è stata la diretta streaming: mentre il paese si aspettava un cambio di passo sui contenuti. Il fatto che la soluzione, alla fine (una “non soluzione”, in tema con questa fase politica: quella dei “non vincenti”, ma anche del “non partito”, dei “non portavoce”, ecc.) sia arrivata grazie a un colpo di teatro del presidente della repubblica, istituzionale ed extraparlamentare al tempo stesso, è la dimostrazione di questo ennesimo fallimento dei partiti. Vecchi e nuovi.

                                                                                                                                            14 mar

                                                                                                                                            La lezione della Chiesa alla politica

                                                                                                                                            Sarà anche un rituale antiquato: ma intanto ci ha messo meno la Chiesa cattolica a scegliere il proprio pontefice che l’Italia a trovare un primo ministro, non parliamo di varare un governo.

                                                                                                                                            Sarà anche una istituzione pletorica: ma intanto per eleggere il pontefice di un miliardo e duecento milioni di cattolici sono bastati 115 cardinali, mentre l’Italia per eleggere il proprio presidente ha bisogno di mille rappresentanti del popolo.

                                                                                                                                            Sarà anche una istituzione antica: ma intanto ha mostrato una capacità di rinnovamento dall’alto che la politica italiana è lungi dall’aver introiettato e capito, e che produrrà, se la produrrà, solo per una poderosa spinta dal basso.

                                                                                                                                            Ma dove la Chiesa vince è soprattutto nella capacità di trovare le risorse del suo rinnovamento lontano dal suo centro geografico e istituzionale. Avendo il coraggio di scegliersi una guida che rappresenta le sue istanze profonde, e le speranze che incarna, non il proprio ceto dirigente, il proprio ombelico, le proprie individuali ambizioni. Ciò che la politica ancora non fa.

                                                                                                                                            Per non parlare della forza simbolica: papa Francesco nei primi minuti di pontificato ne ha snocciolati parecchi, di simboli significativi. Significativi anche per la politica. Lo scegliere un nome così importante, così evocativo anche di comportamenti eticamente irreprensibili, scegliendosi un metro impegnativo con il quale essere giudicato. Il mostrarsi con una croce semplice, non d’oro ma di metallo povero, in cui la cosa importante è il simbolo che vi è inciso: il buon pastore che, faticando, guida e porta fisicamente le sue pecore. Il rifiutare alcuni segni esteriori e privilegi del potere, come la mantellina rossa. Il suo chiedere al popolo la benedizione, prima di offrirla lui al popolo: perché è del popolo (di Dio) che è servitore, e senza di esso non è nulla.

                                                                                                                                            Il sapere che, prima di diventare Papa, pur essendo già cardinale preferisse l’autobus all’auto blu, rende il parallelo – il contrasto, in realtà – con la politica nostrana ancora più stridente.

                                                                                                                                              09 mar

                                                                                                                                              Morire di lavoro. Ancora

                                                                                                                                              Un altro. E un altro ancora. E altri arriveranno. Imprenditori che si uccidono. Imprenditori che uccidono. Ma anche disoccupati, operai, precari. Che si lasciano andare. Che, troppo spesso, trascinano con sé nell’abisso altri innocenti: familiari, o lavoratori delle istituzioni che hanno individuato come ‘nemiche’, in un assurdo tutti contro tutti, in una pazzesca guerra tra poveri, o impoveriti, che la dice lunga non solo sulla crisi economica, ma sul fatto che sia il tessuto sociale a rischiare di non tenere più.
                                                                                                                                              Certo, è difficile capire le ragioni, sondarle, quando si entra in quella zona oscura in cui si intrecciano depressione, disperazione, e quella perdita di equilibrio mentale, quella vertigine che ti porta a toglierti la vita, e a toglierla ad altri. Ma non è per niente difficile capire che la somma di tanti percorsi individuali, a tappe così ravvicinate, diventa fatto sociale, e come tale va interrogato. Un fatto che consente ragionamenti generali, e chiede spiegazioni collettive, non solo specifiche, caso per caso. Che pretende, soprattutto, risposte. Che esige reazioni.
                                                                                                                                              Dobbiamo cominciare ad ammetterlo. Che non sono suicidi, questi. Che è una diagnosi di comodo, autoassolutoria. Nemmeno omicidi volontari, come vuole la retorica antisistema, alla ricerca di un nemico più che di una soluzione. Ma che sono morti sul lavoro, morti di lavoro, morti per il lavoro: questo sì. Omicidi bianchi, anche questi. Per i quali, qualche volta, le cause sono individuabili, anche se i responsabili lo sono solo in maniera indiretta: e magari inconsapevoli, incolpevoli, che rischiano qualche volta di diventare anch’essi vittime.
                                                                                                                                              Bisogna cominciare a lavorare sulle cause, sulla prevenzione. E si può. Direttamente: aprendo l’accesso al credito, accelerando drasticamente i pagamenti alle imprese, facendo ripartire i lavori pubblici anche derogando agli assurdi patti di stabilità, rateizzando i debiti nei confronti del fisco e dello stato, riducendo interessi da usura di banche e agenzie dello stato. Ma anche indirettamente: cominciando a pensare una società in cui il lavoro instabile è la norma, le fasi di passaggio da un lavoro all’altro sempre più frequenti, il bisogno di sostegno psicologico e di formazione professionale sempre più impellente e diffuso, la necessità di una qualche forma di reddito di cittadinanza o di sussidio non più eludibile.
                                                                                                                                              Intanto però di queste morti la collettività deve cominciare a farsi carico: almeno del dovere di un indennizzo, della pietas umana di un riconoscimento e di una vicinanza, di un aiuto alle famiglie, anche da parte delle istituzioni. Tanto più se le istituzioni sono anche corresponsabili: non solo per la situazione generale, ma in maniera diretta, come debitori insolventi o ritardatari, o come creditori esigenti e impietosi.
                                                                                                                                              E’ un problema sociale, non individuale: non più. Dobbiamo farcene carico tutti. E in fretta. Prima che la strage si allarghi. Prima che la rabbia esploda in maniera ancora più incontenibile, ancora più cieca, ancora più disperata.

                                                                                                                                                27 feb

                                                                                                                                                Vincitori e vinti: un bilancio delle elezioni

                                                                                                                                                Chi ha perso?

                                                                                                                                                Proviamo ad andare al di là dell’ovvio. Ha perso l’elite di questo paese, o quella che si crede tale. Politici, giornalisti, intellettuali, professori, imprenditori, gente di spettacolo, mondo dell’associazionismo variamente impegnato, per non parlare dei sondaggisti…: nessuno di questi ha saputo prevedere il risultato di queste elezioni. Ancora una volta, questa elite si è dimostrata autoreferenziale, non in grado di capire il paese che crede di rappresentare e di raccontare. C’è uno scollamento, tra queste due Italie, mostruoso. Non è una novità. Ma non ci sono segni di presa di coscienza. Ed è inquietante. Se non capisce il paese che si illude di interpretare, o addirittura di guidare, allora che elite è?

                                                                                                                                                Per i partiti, è facile: hanno perso quasi tutti.

                                                                                                                                                Ha perso Monti: il salvatore della patria. Ha preso molti meno voti di quelli che si aspettava; ha perso la credibilità dello statista super partes; e ha perso la faccia, dicendo di non aver perso (onore al merito, in questo caso, a Casini: tra i pochi ad avere ammesso la sconfitta).

                                                                                                                                                Ha perso Bersani e la sua coalizione, vincendo di misura, perdendo voti, con un risultato di cui non sa che farsi. E, anche qui, prevale nel partito l’identica incapacità di riconoscere che questa vittoria men che dimezzata è una sonora sconfitta rispetto alle aspettative, e per colpa propria. E mostra l’incapacità di rispondere a una domanda di rinnovamento che si era manifestata sia al suo interno, incarnata da Matteo Renzi (che oggi molti, tardivamente, invocano), sia soprattutto all’esterno, nella società. Per il PD questa è una sconfitta storica, tanto più bruciante perché la vittoria, e con essa l’occasione di guidare il paese nella sua trasformazione, sembrava già in tasca. Ma occorrerebbe, per ammetterlo, un’umiltà di cui per ora non c’è traccia.

                                                                                                                                                Ha perso il PDL: che non è più, non sarà più, partito di governo. Si è salvato, ha salvato i suoi, ma è finità lì. Anche perché si è salvato solo perché l’ha salvato Berlusconi, personalmente: che infatti rubrichiamo tra i vincitori. Senza di lui, guidato da Alfano o da chiunque altro, avrebbe avuto un risultato imparagonabilmente inferiore. E ha il demerito di aver riportato in parlamento, tra i suoi eletti, il peggio della classe dirigente precedente del paese, resuscitando i Cicchitto, i Gasparri, i Ghedini. Il suo contributo alla storia del paese potrà svolgersi, d’ora in poi, solo come zavorra.

                                                                                                                                                Ha perso Giannino, mostrando che in Italia non c’è spazio per una forza nel contempo coerentemente liberale e innovatrice: anche questo un dato di lungo periodo.

                                                                                                                                                Ha perso Ingroia: peggio di tutto, anche lui dando la colpa ad altri della sua sconfitta. E’ la fine ingloriosa e mediocre della sinistra radicale in questo paese, che passa da una sconfitta all’altra senza accorgersi di quel che succede, attribuendosi una centralità onirica, del tutto illusoria. Gli ex-comunisti più o meno rifondati, i verdi, ma anche Di Pietro, che una sua stagione ce l’ha avuta, e l’ha buttata al vento, e oggi nemmeno entra più in parlamento.

                                                                                                                                                Ha perso la Lega, che tracolla nelle sue roccaforti. Con una vittoria di Maroni in Lombardia che, dati i numeri, non compensa la sconfitta della Lega Nord in quanto tale, ormai anch’essa entrata in un ciclo discendente, da cui è probabile che non si riprenderà più.

                                                                                                                                                Hanno perso gli inutili partitini dello zero virgola. Tra questi, anche alcuni che hanno ospitato leader storici di questo paese, come Fini. Il fatto che se ne vadano tra i cori di giubilo e l’irrisione, senza nemmeno lo straccio di un rimpianto, offre un’immagine molto evidente dello scollamento tra il paese reale e il paese come è stato malamente interpretato dai partiti.

                                                                                                                                                Ha perso, infine, la fiducia nella politica e nei suoi rappresentanti: l’astensionismo è aumentato, e se non ci fosse stato Grillo sarebbe aumentato ancora di più.

                                                                                                                                                Chi ha vinto? Pochi davvero.

                                                                                                                                                Berlusconi, non c’è dubbio. Anche lui ha recuperato perdendo voti. Ma per uno dato prematuramente per morto si tratta di una resurrezione ai supplementari su cui pochi avrebbero scommesso, incluso nel suo partito. Ma è un capitale di voti non spendibile per le riforme, che ha sempre osteggiato (basta guardare al ceto politico che riporta in parlamento, per rendersene conto): una rendita politica, non una proposta al paese.

                                                                                                                                                Ma il vero vincitore è Grillo. Primo partito nel paese e in molte regioni. Da lui, dalla capacità dei suoi di contrattare il loro peso per ottenere le riforme che tutti, non solo gli elettori del Movimento 5 stelle, vorrebbero, dipende la capacità di incarnare un ruolo storico, di trasformazione profonda delle regole della rappresentanza e della struttura istituzionale del paese, o di essere – come lo è stata la Lega con il federalismo – l’ennesima occasione persa del paese. Piaccia o meno, è lui oggi la sola speranza di rinnovamento del paese, proprio per il ruolo di condizionamento dell’azione altrui che può giocare. E se ne gioverà. Oggi chi governerà dovrà recitare un copione in gran parte scritto da lui. La cosa più umiliante, è che si tratta dello stesso copione che anche gli elettori degli altri partiti avrebbero voluto che venisse recitato: dalla riforma elettorale alla moralizzazione della politica, ma anche in economia e nel sociale. Ma non sono stati ascoltati: nel PD, che oggi dovrà prendersi una inevitabile responsabilità di guida, come altrove.

                                                                                                                                                  24 feb

                                                                                                                                                  Comunque vada a finire

                                                                                                                                                  Quello che non si sta capendo, che troppi non stanno capendo, a tutte le latitudini politiche, è che l’aria che tira nel paese è cambiata. Che l’elettore di Bersani e quello di Grillo, quello di Monti e quello di Ingroia, quello di Giannino o chi per lui e persino quello di Berlusconi, e a maggior ragione quello che non va più a votare (sparito provvisoriamente dal dibattito, ma che continua a rappresentare il principale partito del paese), vivono e condividono un’atmosfera e una sensazione molto più di quanto la loro scelta partitica ed elettorale li divida. Tutti, o quasi tutti, sentono una estraneità talvolta feroce nei confronti del mondo politico e istituzionale che li rappresenta. Tutti, o quasi tutti sentono, più ancora che pensare, che la Seconda Repubblica è finita, e che chiunque vinca ha il dovere di traghettarci verso la Terza, o un altro mondo politico, quale che sia. Che dobbiamo ricostruire dalle macerie un paese che, più che diviso politicamente, si sente prostrato civilmente, umiliato moralmente, maltrattato istituzionalmente, con un rapporto rovesciato tra diritti e doveri, in cui la sudditanza prevale sulla cittadinanza, oltre che economicamente in seria difficoltà.

                                                                                                                                                  Ci dividiamo sulle strategie per farlo, e il soggetto politico cui chiediamo rappresentanza, forza di volontà e intelligenza delle cose. Ma ci unisce la sensazione che bisogna invertire la rotta, in molti campi. Peraltro, ai partiti che voteremo, vecchi o nuovi che siano, ci affidiamo con cautela, ammaestrati come siamo dalle promesse non mantenute e dalle illusioni prestissimo deluse del passato. Anzi, forse siamo tanto più diffidenti quanto più le promesse sono mirabolanti e palingenetiche. Ma lo siamo anche se del partito che voteremo siamo elettori fedeli. Persino se ne siamo simpatizzanti o iscritti. Tutti, ma proprio tutti, siamo stati scottati da troppe esperienze precedenti. E sia che ci affidiamo a chi conosciamo anche troppo bene, sia se pensiamo di affidarci a chi non conosciamo ancora, abbiamo comunque una certa distanza critica, una certa cautela. Non è stato l’entusiasmo la cifra interpretativa di queste elezioni: è stata la diffidenza. Anche se abbiamo affollato le piazze, abbiamo ascoltato attentamente le trasmissioni di informazione, abbiamo partecipato alle discussioni in rete o con gli amici al bar. E’ questo che dovranno capire bene i nostri rappresentanti politici, quali che saranno, a urne chiuse. Per trasformare questo malessere civile in forza per ricostruire. O anche queste elezioni non saranno servite a nulla.

                                                                                                                                                    20 feb

                                                                                                                                                    Il caso Giannino

                                                                                                                                                    Lo ammetto: quando l’ho visto, ci sono rimasto. E mi è pure dispiaciuto. Politicamente: perché l’operazione che ha promosso non è inutile per il paese. E umanamente: perché ha buttato via una promettente carriera. Per certi versi, mi è sembrata una vicenda quasi da film: di quelli in cui il truffatore in fondo ti è simpatico, come il Leonardo Di Caprio in Prova a prendermi di Spielberg o il Tony Curtis de Il grande impostore. Ma in realtà non è così: la grande truffa sui titoli di studio di Oscar Giannino ci dice molto, su questo paese.

                                                                                                                                                    Chi gliel’ha fatto fare? Che se ne faceva Oscar Giannino, già noto di suo come giornalista economico, fustigatore di costumi e brillante oratore, di un qualche titolo accademico taroccato? Non ne aveva bisogno. Se avesse detto che era un autodidatta la stima per lui sarebbe aumentata, non diminuita. Adesso, almeno. Anche se forse in passato gli sono serviti, quei titoli, sul lavoro. Perché in questo paese, in cui tutti si fanno chiamare dottori, chi non è laureato soffre di senso di inferiorità. E quindi forse c’entra la psicologia. O il provincialismo. Spiegabile forse solo con una mentalità piccolo borghese molto italiana: la stessa che spinge molti a infarcire di titoli e abbreviazioni il proprio biglietto da visita, a inventarsi alberi genealogici taroccati o improbabili titoli nobiliari, a farsi chiamare onorevole e presidente anche quando non lo si è più, o magari preferire il titolo, vagamente ridicolo per chi non è aduso montare a cavallo, di ‘cavaliere’.

                                                                                                                                                    Ma avrà delle implicazioni politiche ed elettorali. Inevitabili. Perché la sua proposta politica è fittamente intrecciata con la denuncia della menzogna politica, della sua falsità, delle sue parole a vuoto.

                                                                                                                                                    L’obiettivo politico di Giannino è ancora attuale: portare via voti alla destra del malaffare, populista, statalista nei comportamenti anche quando federalista per ispirazione, drenando un po’ di consensi anche tra quelli che nel mondo anglosassone sono i liberal che si collocano a sinistra sul piano dei diritti, per costruire una forza politica di opinione moderna e coerentemente liberale nei suoi principi ispiratori. Trasformare insomma una parte almeno della vecchia destra in una destra modernizzatrice al passo con i tempi, pescando nel suo stesso bacino elettorale, di piccola impresa e di lavoro autonomo, di cui Giannino si è sempre erto a portavoce. Ce n’è ancora bisogno. Ma è un problema antico, mai risolto, della destra italiana. Che nell’ultimo ventennio si è incancrenito.

                                                                                                                                                    Fa effetto, obiettivamente, vedere Berlusconi, che ha fatto della menzogna e della negazione dell’evidenza una rendita politica e una specifica arte del governare, dare del bugiardo a Giannino. La Lega poi avrebbe meno ancora da godere, visto che ha prodotto una vera e propria dinastia della patacca, cominciata con Bossi padre, vantatosi per un periodo di un’inesistente laurea in medicina, perfino festeggiata pubblicamente, e proseguita con Bossi figlio, l’indimenticato Trota, diplomato a spinta, che si è comprato un’improbabile laurea in Albania a spese della Lega.

                                                                                                                                                    In un paese che affonda nella corruzione, quella vera, nei conflitti di interesse, quelli grossi, nell’illegalità diffusa (dal falso in bilancio ai concorsi e agli appalti taroccati, dall’evasione fiscale alle parentopoli), quello di Giannino sembra più un peccato di vanità (difficile però considerarlo ingenuo…) che una propensione alla delinquenza: veniale, in fondo. Ma forse non lo è tanto, se questo paese lo si vuole davvero cambiare. E politicamente costerà caro: anche in termini di fiducia tradita. Non solo al suo movimento politico: a tutto il sistema. L’ennesimo tradimento. L’ennesima delusione.

                                                                                                                                                      11 feb

                                                                                                                                                      Un suicidio al giorno

                                                                                                                                                      Un suicidio al giorno. La tragedia è che lo sappiamo, ma abbiamo finito per accettare queste morti come ineluttabili. Non solo quelle di ieri: anche quelle di domani. Che inevitabilmente ci saranno, perché sono frutto di scelte politiche ed economiche, e conseguenza di processi sociali, cui non stiamo cercando risposta.

                                                                                                                                                      Ce lo dicono le biografie stesse dei suicidi. E i loro messaggi nella bottiglia: così drammatici, perché sanciscono l’atto finale, pubblico, della loro esistenza. Basta guardare agli ultimi, di questo lungo stillicidio. Un operaio edile da troppo tempo disoccupato a Trapani, impegnato anche nel sindacato, nella denuncia delle infiltrazioni mafiose nei cantieri, ha lasciato un biglietto infilato nella Costituzione – che nel suo primo articolo definisce l’Italia “una Repubblica fondata sul lavoro” – con queste parole: “Se non lavoro non ho dignità. Adesso mi tolgo dallo stato di disoccupazione”. Un piccolo imprenditore di Milano che si è ucciso nel suo ufficio, lasciando scritto di sé: “Sono un fallito”. Un altro, per ora – solo per ora – l’ultimo, a Vigonza, vicino a Padova, anch’egli suicida all’interno della sua azienda, a quel capannone che era il segno del suo successo, ma che nella parabola discendente della crisi l’aveva costretto a mettere in cassa integrazione i suoi operai e a chiudere: “Non ce la faccio più”.

                                                                                                                                                      Si tratta di persone impegnate, attive. Brave, spesso, nel loro lavoro. Che proprio per questo si vivono come innocenti traditi. Come gli imprenditori suicidatisi non per i debiti, ma per i crediti diventati inesigibili, magari da parte della pubblica amministrazione, che paradossalmente erano il segno del loro successo, non del loro fallimento, della loro capacità e bravura imprenditoriale, non riconosciute, e infine frustrate, colpite a tradimento. Non più in grado di onorare i propri impegni – verso i propri creditori, i propri lavoratori, la propria famiglia – pur essendo persone d’onore.

                                                                                                                                                      Sono, queste, tutte morti bianche. Morti sociali, anche. Spesso il segnale che una socialità e un tessuto di relazioni forte non c’è, non esiste più. I molti imprenditori suicidatisi in Veneto in questi anni denunciano anche questo: un indebolirsi delle reti di solidarietà, dei rapporti di relazione. Un non saper che fare, a chi rivolgersi, dove sbattere la testa, nella difficoltà. Un’incapacità ad aprirsi, tutti chiusi come si è diventati nelle proprie famiglie e nelle proprie aziende. Che né un welfare mal funzionante e massacrato dai tagli al sociale, né le associazioni di settore e di categoria, tanto meno le banche creditrici, sono capaci di interrogare e di affrontare. Anzi: gli altri, tanto più gli interlocutori, le controparti, sono vissute non solo come parte del problema, ma come nemici. Da qui gli attacchi alle sedi di Equitalia, o, ancora più recente, le vendette contro un direttore di filiale di una banca, come accaduto oggi a Campodarsego. Stessa disperazione, in fondo, stessa sensazione che non ci siano vie d’uscita: che si sfoga contro altri anziché contro se stessi.

                                                                                                                                                      Ma il problema principe è naturalmente il lavoro. Il lavoro che non c’è più, come l’abbiamo inteso in questi ultimi decenni, e ci sarà sempre meno. Perché è diventato instabile, precario, non più duraturo. Per i lavoratori come per i datori di lavoro. Sarà sempre più difficile, d’ora in poi, nelle nostre biografie, identificare vita e lavoro, come fossero la stessa cosa. E’ un cambiamento anche culturale non da poco. Che ci pone un problema che, prima che economico, è di fantasia sociale e di ingegneria istituzionale. Come ripartirlo, il lavoro. Come gestire le fasi di passaggio da un lavoro all’altro, e produrre la necessaria formazione. Come garantire un reddito comunque, a prescindere dalla condizione di lavoratore, a chi un lavoro, non per colpa propria, non ce l’ha. Perché di lavoro, come lo intendiamo ora, ce ne sarà sempre meno, anche quando la crisi finirà. Perché l’economia, grazie alle tecnologie, per produrre sempre di più, avrà comunque sempre meno bisogno di lavoro. E il problema sarà di redistribuzione delle risorse, di invenzione di nuove modalità di lavoro, di un nuovo senso da dare al medesimo, di costruzione di nuovi modi di fare e di essere società. Insieme, questi temi costituiscono il principale problema delle società occidentali, non solo delle loro economie. Eppure non ne sentirete parlare, in campagna elettorale. Tutto fa notizia: tranne come cambia, nel profondo, la società.

                                                                                                                                                        04 feb

                                                                                                                                                        Altro che Imu…

                                                                                                                                                        Dati Istat sulla disoccupazione: 11,2%, ma 36,6% quella giovanile.

                                                                                                                                                        Iscrizioni all’università: meno 17% negli ultimi 10 anni.

                                                                                                                                                        C’è meno lavoro. E non ci sono politiche del lavoro.

                                                                                                                                                        C’è bisogno di conoscenze. Ma si investe meno in istruzione, università e ricerca.

                                                                                                                                                        Una contraddizione patente, marchiana, assurda, incomprensibile nella knowledge economy di oggi.

                                                                                                                                                        Si può parlare anche di questo in campagna elettorale, per favore?

                                                                                                                                                        Altro che tasse. Altro che Imu…

                                                                                                                                                          01 feb

                                                                                                                                                          Il leader che vorremmo (e che non c’è)

                                                                                                                                                          In sostanza: il leader che più italiani vorrebbero è quello che non è in gara. Nemmeno per entrare in parlamento. Supera di oltre 16 punti Bersani. E di 22 Monti.

                                                                                                                                                          Al quarto posto una donna che non è in gara nemmeno lei. Esponente di un partito tanto minuscolo quanto, nella storia politica italiana, influente.

                                                                                                                                                          Al quinto posto c’è un comico, non presente attualmente in parlamento. Al sesto un industriale, non candidato nemmeno lui.

                                                                                                                                                          Poi i politici. Gli altri. Quelli di sempre. Che hanno dalla metà a un terzo dei consensi del capoclassifica.

                                                                                                                                                          Domanda: quanto la politica interpreta la volontà di cambiamento che c’è nel paese? e come si seleziona la classe dirigente?

                                                                                                                                                            28 gen

                                                                                                                                                            La campagna elettorale come dovrebbe essere

                                                                                                                                                            Salvo sorprese clamorose, sappiamo già come andrà a finire. Vincerà il PD, che tuttavia, anche con i suoi alleati di centrosinistra, non avrà la maggioranza. E quindi dovrà allearsi con qualcuno. E quel qualcuno, l’unico compatibile, è Monti.
                                                                                                                                                            E allora vorremmo un po’ di onestà. Che ce lo dicessero, invece di fare finta di litigare, per poi, il giorno dopo le elezioni, rimettersi insieme: come certe coppie senza fantasia, incapaci di relazionarsi senza litigare, ma incapaci di separarsi.
                                                                                                                                                            Governeranno insieme: perché la legge dei numeri non lascia alternative. E allora chiedano voti, onestamente, sulle proprie rispettive agende (non ce l’ha solo Monti…) e sulle proprie priorità, e misurino su di esse il consenso: perché i rapporti di forza saranno decisivi, nel riuscire a raggiungere gli obiettivi che si prefiggono.
                                                                                                                                                            Ma, per favore, niente balle: niente finte barricate. Oggi nel PD e nel centrosinistra molti hanno riscoperto di essere antimontiani. I messaggi e le prese di posizione sui social network, più ancora che quelli sulla carta stampata, sono rivelatori, in questo senso. E’ tanto più gratificante avere un nemico con cui prendersela… Ma se il nemico in questione è l’alleato di ieri e anche di domani, ha poco senso far finta di combatterlo fino alle estreme conseguenze. Meglio dirselo, che si farà un matrimonio d’interesse, obbligato.
                                                                                                                                                            Lo stesso per i montiani, che hanno scoperto una carica barricadiera che è loro estranea, come ragazzi del liceo alla prima manifestazione di piazza. La smettano di giocare alla politica come tifo, inventandosi un finto Vendola, una finta Cgil o un finto statalismo di sinistra con cui prendersela, finendo per fare la brutta copia di Berlusconi. Anche loro, facciano un’operazione verità. Dicano che sono pochi: meno del centrosinistra. Ma vogliono guidarne le azioni. E ci dicano perché chiedono il voto per loro.
                                                                                                                                                            Ma, per favore, basta prese in giro.

                                                                                                                                                              14 gen

                                                                                                                                                              La mistica della società civile

                                                                                                                                                              Quando si tratta della ricerca di rendite e privilegi, nessuno può dirsi vergine. Nemmeno la società detta civile. Che può dimostrarsi non meno incivile della politica, nel suo disinteresse per la cosa pubblica e nel perseguimento di benefici privati. E soggetta alle stesse ambizioni e ai medesimi appetiti. Non basta appartenere alla società civile per sfuggirvi.

                                                                                                                                                              La politica è una professione. E va fatta con professionalità. Che è altra cosa dal professionismo politico. Ma è anche una vocazione: all’immaginazione e alla gestione della cosa pubblica. Dal rifiuto del professionismo politico deteriore, dalla constatazione dell’inconsistenza della professionalità politica media – quella che fa pensare a molti di noi che difficilmente potremmo fare peggio di chi oggi ci rappresenta in politica – nasce la ricerca di una professionalità esistente altrove, da immettere in politica. Ma il meccanismo non è scontato. Non basta non essere professionisti della politica per essere politici migliori.

                                                                                                                                                              Aveva cominciato Berlusconi, a suo tempo, con la mistica dell’imprenditore: uno che ha fatto bene e ha avuto successo nel suo campo, non potrà che fare bene anche in politica. Si è visto come è andata a finire. Anche con i molti altri imprenditori scelti da altri partiti a rappresentare la categoria: che, spesso, hanno fatto una figura politica anche peggiore.

                                                                                                                                                              Si è continuato con la ricerca affannosa di candidature esterne alla politica, inducendo una vera e propria mistica della società civile. Dalla mistica del giovane (rischiando il paradosso, per combattere il professionismo dei gerontocrati della politica, di creare semplicemente nuovi politici di professione, che altre professioni di riserva non hanno fatto in tempo a maturare) alla mistica dell’associazionismo (non c’è dubbio che il know how conoscitivo e relazionale di chi fa associazionismo sia importante; ma in Italia ha prodotto troppe rendite sicure e troppi passaggi automatici da esso alla politica, senza guardare alle competenze individuali). Dalla mistica della fama, senza altre competenze (per cui se sei uno sportivo o una personalità comunque visibile, come i giornalisti televisivi, la strada per il parlamento ti è aperta senza costi), alla mistica del tecnico, del professore universitario, dello scienziato: che, si assume, avendo delle competenze specifiche, le porterà automaticamente anche in politica.

                                                                                                                                                              Tutte queste competenze (tranne quella della fama punto e basta, che è un frutto perverso della società dello spettacolo) sono in realtà fondamentali. Ma solo se associate a una passione autentica per la cosa pubblica, alla capacità e alla voglia di immaginare e di investire nel collettivo, al desiderio di realizzare progetti e obiettivi comuni, e a misurarsi nella fatica di essi. I partiti dovrebbero selezionare anche queste motivazioni, non solo le competenze in quanto tali o la visibilità purchessia. Non basta ricorrere a serbatoi diversi: occorre richiedere anche un impegno diverso, e – usiamo una parola forte e persino provocatoria – un’etica diversa. E su questo, siamo indietro.

                                                                                                                                                              Troppi membri della società detta civile oggi vengono scelti a prescindere. Al punto che si candidano persone che si sa già che faranno altro, e perseguiranno i propri obiettivi professionali: che si tratti delle prossime olimpiadi, della loro carriera di manager, della loro clientela di avvocato, o del proprio tornaconto come imprenditore. Mentre, se vogliono fare politica, dovrebbero accettare di interrompere il loro lavoro, per farne un altro, di più alto valore civile. Altrimenti, non diversamente dai politici di professione, mostrerebbero di cercare nient’altro che un posto ben remunerato, un reddito aggiuntivo, per giunta con impegno part time. Alcuni lo fanno, ed è meritorio. Troppi ancora no. E pensano che la menzione di deputato o senatore sia solo un titolo in più – e assai redditizio, per inciso – da aggiungere al proprio curriculum. Dando poco o nulla in cambio.

                                                                                                                                                                09 gen

                                                                                                                                                                La scommessa della Lega

                                                                                                                                                                L’accordo della Lega con il PDL non è una resa. Al contrario, è una scommessa – un azzardo, se si vuole – che rappresenta un ritorno alle origini della Lega stessa.

                                                                                                                                                                La Lega nasce nordista non solo nel nome, ma nell’interesse di fondo e nella sua ragione sociale. L’obiettivo della macroregione del Nord è quello che è stato teorizzato meglio, grazie all’apporto decisivo e alle competenze di Gianfranco Miglio, che di esso è stato il più autorevole interprete. Ma è stato anche quello più frettolosamente abbandonato, insieme a Miglio stesso, per puntare a un obiettivo più ambizioso e nello stesso tempo più legittimabile – tanto che ha trovato molti sostenitori al di fuori della Lega, sia a destra sia a sinistra – ma malamente incarnato e perseguito, anche a causa di una dirigenza incompetente e largamente impreparata sul piano tecnico: quello del federalismo, applicato sul piano nazionale, e non solo al Nord.

                                                                                                                                                                La scommessa di Maroni, oggi, è quella di tornare all’idea della macroregione del Nord: la sola che consentirebbe alla Lega un salto di qualità, e il ritorno a risultati elettorali a doppia cifra. Governando già il Piemonte e il Veneto, se conquistasse la Lombardia la Lega diventerebbe davvero determinante sul piano nazionale, governando i territori leader del Paese, quelli più competitivi e avanzati, e che producono maggiore ricchezza.

                                                                                                                                                                Ecco perché l’azzardo di Maroni è sensato, e forse è davvero l’ultima chiamata per la Lega come forza di cambiamento, come scommessa storica, altrimenti destinata a finire nell’irrilevanza sostanziale di un destino residuale: a una cifra sul piano nazionale, ma con il premio di consolazione del governo sul piano locale, più spesso nella provincia padana che nelle città davvero importanti e strategiche (Torino e Venezia non sono mai state conquistate. Milano, vinta molto presto, è stata persa immediatamente per palese insipienza e incapacità di governo: e per la Lega questa è una sconfitta che brucia ancora, e che mostra tutta l’inadeguatezza della sua classe dirigente).

                                                                                                                                                                La politica è fatta anche, e molto, di scommesse, e di azzardi. Qualche volta vinti, e che hanno cambiato la storia. Anzi, nella sua forma più pura, è precisamente questo: scommessa radicale, tra alternative secche di trasformazione della società. O si vince, o si perde. La sensazione tuttavia è che l’azzardo leghista di oggi si trasformerà in una sconfitta bruciante. Per molte ragioni.

                                                                                                                                                                La prima è che il consenso alla Lega, tra scandali e familismi amorali (ma anche per un giudizio squisitamente politico sulla sua precedente esperienza di governo), è in calo: il suo ciclo appare in discesa, e la sua fase storica, la sua occasione, sembra in fondo tramontata. La sensazione diffusa non è tanto che possa conquistare la Lombardia: ma che, se si indicessero le elezioni regionali oggi, non riconquisterebbe nemmeno il Piemonte, e terrebbe a fatica il Veneto, più per incapacità altrui che per meriti propri.

                                                                                                                                                                La seconda riguarda il suo alleato obbligato. Berlusconi per la Lega non è mai stato un fine, ma un mezzo. E si è sempre illusa di eteroguidarlo: anche per la mancanza, in Forza Italia prima e nel PDL poi, di un progetto condiviso, e nel suo leader di una capacità di distinzione tra strategia, vaga e spesso solo dichiarata, e tattica, che in molte situazione ha di fatto esaurito la capacità progettuale di un partito che, del resto, non è mai diventato tale, e che oggi infatti si sta sfaldando in molti rivoli di dubbia fortuna. La Lega invece un progetto forte, ideologico in senso proprio, l’ha sempre avuto, anche se anch’essa ha ceduto troppo spesso alle tentazioni della tattica, di cui il suo precedente leader, Bossi, era maestro.

                                                                                                                                                                Maroni ha scelto invece una strategia tutta politica. Che della politica pura assume la drammaticità. Puntare a un obiettivo forte, giocando al rialzo, in una logica tra alternative diverse: in cui o si vince tutto (se vincesse in Lombardia niente sarebbe più come prima, nel paesaggio politico nazionale, e la Lega conterebbe enormemente di più delle sue percentuali di consenso), o si perde quasi tutto. E ne è consapevole. Il problema è che il rapporto tra mezzi e fini non è senza conseguenze e senza significato. E che l’alleanza con Berlusconi non può essere ridotta a mezzo. Sposarlo, politicamente parlando, significa sposarne gli obiettivi tattici: un errore che la Lega ha già fatto, votando tutte le peggiori leggi ad personam nella speranza di raggiungere l’obiettivo del federalismo. Così non è stato. E così rischia di non essere nemmeno questa volta.

                                                                                                                                                                  07 gen

                                                                                                                                                                  Padre, partner…: le parole per dirlo

                                                                                                                                                                  La scelta dell’azienda ospedaliera di Padova di consegnare ai genitori, per la visita ai loro neonati, due braccialetti, uno con la scritta “madre” e l’altro con la scritta “partner”, ha innescato un dibattito sentito e coinvolgente, che è bene non lasciare solo ai rispettivi pregiudizi ideologici (pro o contro).

                                                                                                                                                                  Si può discutere sulle formulazioni possibili: la parola “partner” può suonare fastidiosamente politically correct. E in generale la società tende a procedere per tentativi ed errori, in questo, ed è bene così. Si potrebbe anche ipotizzare di mantenere diversi tipi di braccialetto (con la dizione “padre” e “partner” o altra nacora), e lasciar scegliere alle persone in questione: perché, per esempio, può dispiacere, assai legittimamente, ad un padre, di essere ridotto a partner. Ma il tema è giusto vada affrontato.

                                                                                                                                                                  Ciò che ha colpito di più la pubblica opinione è che il caso di partenza fosse quello di una coppia omosessuale. Lesbica per la precisione: una lei incinta, un’altra lei come compagna, che sarebbe stato arduo chiamare padre. Ma sono sempre di più le situazioni in cui si ha a che fare con madri single, madri non single ma con un compagno che non è necessariamente il padre biologico, ed altre ancora.

                                                                                                                                                                  Più in generale, la famiglia è cambiata enormemente, i modelli familiari si sono pluralizzati, e si moltiplicano i percorsi atipici. Il percorso lineare per definizione è quello di chi, figlio, si sposa e sceglie di diventare genitore, e la cosa finisce lì. I percorsi differenziati sono quelli di chi, per tracciare un caso ipotetico che racchiude varie e diffuse fattispecie, nato da una coppia, si ritrova con un solo genitore, per divorzio o separazione o morte, che poi si rimette in situazione di coppia (sposata o meno), magari con un partner che ha già figli altrove, o che porta in casa (e che potrà o meno essere chiamato padre dagli altri figli), e poi la coppia si rispezza (i secondi matrimoni hanno percentuali di divorzio maggiori dei primi matrimoni), o semplicemente un genitore rimane vedovo. Da adulti, si potrà convivere o sposarsi (ma intanto, allungatasi la distanza tra primo rapporto sessuale e matrimonio, si sarà moltiplicato il numero dei propri partner sessuali e affettivi), per poi avere o adottare dei figli, per poi separarsi, avere magari relazioni parallele, da cui pure possono nascere altri figli, o una nuova relazione stabile con nuovi figli, per poi magari scoprire in tarda età le gioie della promiscuità sessuale, magari dell’omosessualità tardivamente accettata, o quelle della solitudine, o della vita con i propri pari, magari dei buoni amici, lontani dagli obblighi dei ruoli e degli affetti.

                                                                                                                                                                  Nessuna di queste è una novità storica assoluta. Quello che è nuovo, è la frequenza con cui questi casi si diffondono, e la sensibilità sociale che li accompagna. Che il padre non sia sempre tale, per dire, era già noto alla saggezza classica: mater semper certa, padre un po’ meno… (pater nunquam). E non sempre i padri per ruolo corrispondono ai padri biologici, anche se non ne sono al corrente, o non lo sono i loro figli. Perché quello che conta è altro. Chi ci cresce, chi ci vuole bene, coloro con cui instauriamo un rapporto genitoriale, di responsabilità, di riferimento.

                                                                                                                                                                  E oggi sappiamo meglio, con meno ipocrisia di ieri, cosa può nascondere una famiglia ‘normale’: quali violenze, quali comportamenti per nulla genitoriali o filiali, quali incapacità di assumere i ruoli materno e paterno.

                                                                                                                                                                  La famiglia, in passato, era luogo di produzione, oltre che di riproduzione. Oggi non più: e l’abbiamo accettato. I cambiamenti sociali e i progressi nelle tecnologie procreative hanno fatto sì che si sia spezzato anche il legame tra matrimonio e procreazione: perché si sceglie di non procreare più (sono in aumento le coppie senza figli), o perché si procrea al di fuori del matrimonio (madri single, coppie di fatto e coppie omosessuali, ecc.). Mentre sempre più persone si ritrovano a crescere, anche solo nelle famiglie ricomposte a seguito di un divorzio, figli non propri. Niente di più giusto che la società, di questo, tenga conto. Trovando le soluzioni opportune. Anche per tentativi ed errori. Ma aprendo un dibattito aperto, franco, esplicito. Solo attraverso di esso, infatti – e i conflitti di opinioni, del tutto legittimi, che implica – si può arrivare ad un livello di riflessione, di assimilazione del mutamento, e di equilibrio, più alto.

                                                                                                                                                                    05 gen

                                                                                                                                                                    Rinnovare il ceto politico: la logica delle primarie

                                                                                                                                                                    Le primarie del Partito Democratico hanno messo in luce cambiamenti significativi, che sono del paese, non solo del centro-sinistra o di un singolo partito.

                                                                                                                                                                    Il paese non ne può più del gerontocomio al maschile che ha rappresentato la politica. E promuove maggiormente giovani e donne.

                                                                                                                                                                    Il paese non ne può più dei soliti notabili: e ne boccia molti, con promozione selettive e comunque conquistate voto per voto.

                                                                                                                                                                    Il paese diffida delle tradizionali etichette (nel caso del PD: diessini, popolari, ecc.): e fa le sue scelte in maniera un po’ più trasversale.

                                                                                                                                                                    Se anche gli altri partiti si affidassero al sistema delle primarie – come per un attimo si era sperato, anche nel centrodestra – vedremmo dei cambiamenti giganteschi nel quadro politico italiano. Nelle ‘parlamentarie’ del Movimento 5 stelle, del resto, pur con un metodo più esoterico e numeri assai più modesti, si sono viste le medesime tendenze. Se non ci saranno effetti di sistema, è perché gli altri partiti (e in parte anche il PD, come vedremo), i loro vecchi leader, le loro classi dirigenti, hanno trovato il modo di garantirsi la sopravvivenza, grazie alla legge elettorale che non hanno voluto cambiare.

                                                                                                                                                                    Non è una rivoluzione. Ma è almeno l’inizio di un cambiamento. Solo l’inizio. Perché, dopo tutto, queste primarie, per le modalità con cui sono state organizzate (raccolta di firme in tempi rapidissimi per presentare le candidature, campagna elettorale ridotta a pochi giorni per giunta festivi, con pochissimo tempo a disposizione per farsi conoscere, meccanismi di deroga che rendono meno cogenti le regole), hanno garantito maggiormente le persone già interne alle strutture del partito e ai suoi gruppi di pressione interni, e da queste appoggiate. A dirla tutta, sono state più una consultazione degli iscritti allargata a una quota di simpatizzanti, che delle primarie vere e proprie. In fondo, ha votato poco più di un milione di persone, per un partito che conta oltre seicentomila iscritti: il che significa che solo il 40% dei votanti non appartiene alla sua base militante attiva. Di fatto, ha pesato molto di più il voto di appartenenza che il voto di opinione, che è in essenza il vero voto democratico: molto partito, poca società civile, quindi. E infatti si sono visti candidati ex-Ds e candidati ex-Popolari, candidati bersaniani e candidati renziani, candidati giovani e candidati donne, candidati raccomandati e candidati autocandidati, ma pochi candidati democratici e basta. In questo senso il PD dovrà decidere, finalmente, sulle regole: in anticipo e in via definitiva, rendendo le primarie davvero aperte e inclusive, e tendenti all’allargamento del corpo elettorale. Un’altra tornata elettorale fatta come una consultazione di iscritti porterebbe le primarie allo stadio dell’irrilevanza. Al contrario, la loro maturazione e apertura, le renderebbe più appassionanti e contendibili, come lo sono state nel duello tra Bersani e Renzi. Tra l’altro, quelle per la scelta dei parlamentari, se aperte, potrebbero avere un corpo elettorale assai più ampio di quelle per la premiership: non più ridotto, come accaduto adesso.

                                                                                                                                                                    Detto questo, le primarie costituiscono un elemento di innovazione di cui è persino difficile valutare le conseguenze, che già ora si manifestano. Perché sono entrate nella sensibilità comune di chi si interessa di politica, e sarà difficile tornare indietro da questa strada. Perché offrono – se le regole lo consentono – possibilità di selezione della classe dirigente più larghe, e quindi una possibilità di scelta maggiore da parte dell’elettorato. Perché spezzano le logiche pure della cooptazione, che è uno dei mali atavici della politica italiana. Basta imparare a farle bene: e probabilmente si impara soltanto facendole. Era difficile immaginare che nascessero già come frutto maturo. Quello di oggi è l’inizio di un cammino: forse irreversibile, per il PD. E che è auspicabile, magari, si diffonda anche altrove.

                                                                                                                                                                      03 gen

                                                                                                                                                                      Oroscopo 2013: politica, Italia

                                                                                                                                                                      Tecnici che diventano politici. Politici che, purtroppo, restano tali. Ed elezioni. Elezioni che forse cambieranno molto. O forse no. E’ questo il 2013 che la politica italiana ci prospetta.

                                                                                                                                                                      Ci sono attese palingenetiche, in giro. Che resteranno probabilmente deluse. E aspettative più modeste di cambiamento, se non di rinnovamento. Che saranno meno disattese. Ma i cui contorni non sono ancora chiari. Per nulla. Perché gli attori in gioco sono ancora in via di definizione (i partiti, in particolare; i loro rappresentanti, già meno: per lo più sono volti noti, qualche volta stranoti…). E perché, a risultato acquisito, e solo allora, sapremo come si mischieranno, come si alleeranno, e per fare che cosa. Anche se le tendenze di fondo sono intuibili. Solo che, come spesso in Italia, come quasi sempre, tutto dipenderà dal gioco delle percentuali, più che da un cambiamento radicale degli schieramenti e degli attori in gioco.

                                                                                                                                                                      Cambierà qualcosa. Meno di quanto la maggior parte di noi avrebbe voluto e sperato. Buon 2013, comunque.

                                                                                                                                                                        23 dic

                                                                                                                                                                        Il Natale che ci regala la politica

                                                                                                                                                                        A Natale ci piacerebbe parlar d’altro. Del paese reale, ad esempio, che soffre ed è arrabbiato, o rassegnato. O di quel 10% che detiene il 50% delle ricchezze del paese, e la crisi non sa cosa sia: c’è anche quello, anche se è un po’ più lontano dai riflettori rispetto al passato. Di quello che esporta, nonostante la crisi, o fonda proprio adesso nuove aziende, affrontando le difficoltà con uno scatto di capacità e di intelligenza. E di quello demotivato ma che non si arrende, e tra un precariato e l’altro si sta organizzando per cercare fortuna altrove. Di quello che fa il suo dovere, tirando un po’ di più la cinghia, e di quello che affronterà il peggior Natale dai tempi del boom economico.

                                                                                                                                                                        Ma è la politica a decidere, in buona misura, in quale paese viviamo: a creare le condizioni di partenza in cui si decide il nostro destino. E la politica, quasi tutta la politica (ma non tutta, va detto) in questo Natale, ci dà uno spettacolo desolante. E’ in crisi, anche lei: non a caso un anno fa ha dovuto fare un passo indietro per essa innaturale, affidandosi a dei tecnici che a loro volta, nel tempo, come inevitabile, sono diventati politici. Ma è in crisi anche perché, in troppi casi, non trova altre ragioni di esistere che la propria sopravvivenza, il proprio rifiuto di estinguersi: la protervia, l’attenzione alla difesa dei propri privilegi e l’indifferenza alle sorti di chi dipende da essa è infatti rimasta la stessa, come ha dimostrato lo spettacolo di questi ultimi giorni di attività parlamentare. La politica, nonostante tutto, in buona parte continua a parlare solo a se stessa, non al paese: e a questo non rende conto. E continuerà a farlo: non a caso non ha saputo e voluto nemmeno cambiare la legge elettorale, rifiutandosi di riconsegnare al popolo il diritto di scegliere i propri rappresentanti.

                                                                                                                                                                        Non c’è progetto, non c’è ragione, men che meno c’è ideale: non può stupire che non ci sia morale. C’è solo la tattica. E i personalismi. Una destra allo sbando, inventata dall’alto e che non è mai stata, in questi decenni, capace anche solo di un congresso e di una discussione democratica vera, offre questo spettacolo al suo peggio: ma lo si vede anche altrove. Giravolte infinite, cambiamenti repentini di strategie, invenzione continua di nuove sigle, di nuovi partiti, di nuovi leader, di nuovi messia. Non ci si dice però perché, per fare che cosa, per costruire quale paese. Il gossip sostituisce la politica: chi sta con chi (oggi, perché domani è un altro giorno). Ma sotto il vestito non c’è niente. O c’è un magma ribollente di strategie perennemente in costruzione, che rilanciano un nuovo troppo spesso incarnato in vecchie facce. La riflessione sul progetto da troppo tempo ha ceduto il passo al risiko delle alleanze provvisorie, dei tatticismi, dei personalismi. Che includono, tra gli altri, il nome del presidente del consiglio, del cui destino politico in questo momento non sappiamo nulla, ma sappiamo con certezza che un ruolo importante, politico o istituzionale, lo giocherà, in ogni caso: perché l’agenda Monti, in Italia e all’estero, è innanzitutto Monti stesso.

                                                                                                                                                                        In alcuni ambiti lo spettacolo è più indecoroso che altrove: e i sondaggi questa differenza la misurano. C’è anche della politica bella, del resto, in giro. E siamo tutti buoni giudici di quel che avviene, e ne sapremo trarre le doverose lezioni. Ma, come cittadini, come elettori, abbiamo in mano delle armi spuntate: prima di tutto quella della scelta dei nostri rappresentanti. Grazie alla vecchia politica, infatti, andremo a votare nell’incertezza più ampia della storia repubblicana: non tanto su chi vincerà alle elezioni, ma prima ancora su chi saranno i partiti presenti, quanti saranno, per che cosa si batteranno. In definitiva, la politica, quasi tutta la politica, lascia il paese in balia di se stesso. Senza guida, ancora una volta. Non stupisce se l’astensionismo cresce. Se si ha più fiducia nei tecnici. Se ci si affida a scorciatoie, purchessia. L’attesa del Natale avrà una sua conclusione, a breve. Quella di una riforma della politica dovrà ancora aspettare. Speriamo non un’intera legislatura.

                                                                                                                                                                          07 dic

                                                                                                                                                                          Il tormentone del PDL

                                                                                                                                                                          Primarie sì, primarie no, cavaliere sì, cavaliere no, partito nuovo sì, partito nuovo no. E l’ultimo: fiducia sì, fiducia no.
                                                                                                                                                                          Andrà avanti ancora così. Fino alla fine. Perché è tutto quello che questa destra è in grado di produrre. Non proposte, non progetti, non contenuti. E’ il suicidio: anche della destra rispettabile (sempre minoritaria, peraltro, nella destra, non solo dell’ultimo ventennio). Che andrà verosimilmente altrove. Verso un centro peraltro anch’esso in preda a fibrillazioni identitarie significative, con lo domande conseguenti: cosa si è, cosa non si è più, con chi si va tra quelli del vecchio mondo (Casini e Fini), con chi tra quelli del nuovo (Montezemolo, Giannino), ammesso e non concesso che il nuovo non sia vecchio (Bonanni, per dire, sarà mica il nuovo che avanza?).
                                                                                                                                                                          Non c’entrano nulla le dichiarazioni del ministro Passera, e nemmeno le norme sull’incandidabilità. C’entra la pochezza – l’inesistenza – di un ceto dirigente che non ha nemmeno il senso della propria dignità e onorabilità personale (dispiace, va detto, umanamente proprio, per l’Angelino Alfano costretto a contraddirsi continuamente, perché le idee che manifesta non sono le sue: dispiace vederlo finire come la caricatura di un Capezzone). Del resto, chi ci è entrato, in quel partito, a quei livelli, è stato scelto, non si è conquistato il posto, non era legittimato dall’elettorato. E’ il limite di un partito al limite: partito-azienda, partito-personale, poi cambiato al volo, incrociato con altri, infine disincrociato, imploso, quasi auto sciolto, senza mai un congresso, un dibattito, una riflessione sui fondamentali che lo tenevano insieme. Solo conventions, parate, inni, coretti, battute. E il capo che decide.
                                                                                                                                                                          Triste parabola: ma è quella di tutti i poteri personali. Siamo agli ultimi fuochi: gli ultimi eccessi di piaggeria, la corsa a legittimarsi nello stesso modo di sempre (per dirla elegantemente, all’inglese, attraverso frequenti e ostentati ‘lip services’: in italiano è volgare…), attraverso la vicinanza al capo, visto che i posti rimasti sono pochi. Per gli altri la fuga, nei casi peggiori condita di recriminazione, o di improvvisa scoperta del marcio, e di improbabile conversione sulla via di Damasco.
                                                                                                                                                                          Fine ingloriosa, certo. Ma necessaria. Per poter ricominciare. Speriamo meglio. E’ un augurio che si fa anche chi appartiene ad altra parrocchia. E’ la fine di un’epoca. Che finisca, però…

                                                                                                                                                                            24 nov

                                                                                                                                                                            Gli scenari del dopo primarie

                                                                                                                                                                            Il centrosinistra si accinge ad andare alle urne per scegliere il leader della propria coalizione. Mentre il PDL è ancora indeciso se scegliere la propria leadership con le primarie oppure no, e aspetta il risultato del centrosinistra per decidere (tanto, non fanno parte della sua cultura politica, ma sono l’esito di una decisione improvvisata e per certi versi disperata, in cui giocarsi il tutto per tutto: la propria stessa sopravvivenza), il centrosinistra ci è arrivato in maniera più lineare: con convinzione, anche se con qualche contraddizione, qualche timore e qualche restrizione di troppo.
                                                                                                                                                                            L’ultimo sondaggio autorevole sui possibili esiti delle primarie, quello del Cise – Sole 24 ore, ci offre degli elementi di riflessione di notevole interesse.
                                                                                                                                                                            La prima cosa che balza all’occhio è che Bersani avrebbe su Renzi un vantaggio di 10 punti: 48% contro 38% delle preferenze. E’ molto, non c’è dubbio: quasi la maggioranza assoluta degli elettori. Una differenza sensibilmente più alta di quella che attribuiscono ai due candidati altri sondaggi. Segno di un maggiore appeal indubitabile. E tuttavia, in fondo, non è poi così tanto, quella differenza di dieci punti, se pensiamo che Bersani è sostenuto probabilmente dall’80-90% dell’apparato del PD (e, in molte realtà, la sua quasi totalità: funzionari di partito, eletti nei consigli comunali, sindaci, su su fino ai parlamentari): segno di un certo distacco tra il ‘paese legale’ del PD e il suo ‘paese reale’, tra i suoi eletti e i suoi elettori, tra i suoi rappresentanti e i suoi rappresentati. Sorprende invece il modesto risultato degli altri candidati: il 10% di Vendola (che altri sondaggi accreditano invece intorno al 15%, e i suoi sostenitori addirittura a un possibile secondo posto con conseguente partecipazione al ballottaggio), il modestissimo 3,4% di Laura Puppato, per la quale non ha evidentemente giocato né l’effetto novità né l’effetto genere, e addirittura il quasi inesistente 0,9% di Bruno Tabacci, che non rende giustizia dell’apprezzamento per il candidato manifestato da una certa parte di mondo moderato che si richiama al centro-sinistra.
                                                                                                                                                                            Molto significativa è la distribuzione geografica delle preferenze: Bersani raccoglie maggiori consensi nelle regioni del Centro e del Sud, Renzi invece nel Nord, addirittura superando Bersani in Lombardia e in Veneto, regioni trainanti dello sviluppo economico del paese, e culla di molti dei principali laboratori politici italiani, nel bene e nel male. La parte del paese probabilmente più penalizzata dallo status quo, più desiderosa di cambiare, più aliena al continuismo.
                                                                                                                                                                            Certo, poi molte intenzioni di voto non si tradurranno in una concreta manifestazione di voto (l’esperienza insegna che tra il desiderare qualcosa, e il fare qualcosa per ottenerlo, la differenza è sempre molto grande), ma le riflessioni che si potrebbero aprire, già solo con questi pochi dati, sono assai significative.
                                                                                                                                                                            Ma lo sono ancora di più quelle che ci offre un altro dato, che è la conferma di una sensazione già molto presente tra gli osservatori, e testimoniata anche da altri sondaggi, ma con meno chiarezza. Nel caso che vincesse Bersani, il 35% degli intervistati dichiara che voterebbe per il centrosinistra alle prossime elezioni. Nel caso di vittoria di Renzi, questa percentuale salirebbe al 44%, praticamente rovesciando il risultato – e il distacco – delle primarie.
                                                                                                                                                                            In sostanza, il potenziale elettore delle primarie si trova davanti a questo paradosso: se volesse davvero vincere anche le elezioni, allargando al massimo il consenso intorno al centrosinistra, dovrebbe puntare su Renzi; se si accontenta di dare al suo voto un significato più identitario che strategico-politico, dovrebbe invece votare Bersani, come già dichiara in prevalenza di voler fare.
                                                                                                                                                                            E’ chiaro che questi ragionamenti non faranno spostare un solo voto, tra i già convinti e schierati per l’uno o l’altro candidato. Ma sarà bene aiutino ad aprire una seria riflessione interna sul dopo: incluso sul modello di partito e di offerta politica che il Partito Democratico intende proporre. In un caso, riproporrà un suo ruolo certamente più centrale che in passato (anche per l’implosione del centrodestra, che ha fatto del PD il primo partito), ma non veramente una svolta decisiva; nell’altro, si potrebbe assistere ad un cambiamento radicale di scenario, anche perché il maggior appeal di Renzi sarebbe guadagnato a spese degli altri partiti, sia concorrenti che alleati, e gli darebbe quindi una forza ulteriore, con una maggiore possibile incisività. Un ragionamento che sarà utile riprendere, anche tra i sostenitori dei tre candidati che non andranno al ballottaggio, tra il primo e il secondo turno di voto.

                                                                                                                                                                              15 nov

                                                                                                                                                                              La protesta, le piazze

                                                                                                                                                                              Proviamo a ragionarci sopra?

                                                                                                                                                                              Tornano i movimenti, tornano le piazze, tornano gli scontri con la polizia. E’ solo routine? O c’è qualcosa di più solido, sotto?

                                                                                                                                                                              Vorrei che ci interrogassimo, seriamente. Certo, c’è la routine. Anche lo scontro con la polizia, lo è: a provocarlo sono quasi sempre i soliti. Persone che lo fanno da anni, alcuni da decenni: come un atavismo, un riflesso condizionato, sempre meno ragionato, sempre meno politico. Ma vale anche dal lato della polizia, dello stato, del resto…

                                                                                                                                                                              Ma la protesta non è in essenza questo. C’è altro, molto altro. E, mi sembra, profondo. Una domanda profonda di giustizia, dopo tutto. Di diritti, ma non alla maniera degli anni ‘70, in cui i diritti si dovevano ancora conquistare, o lo si era appena fatto. Alla maniera di oggi: con rassegnata determinazione, mi viene da dire. Rassegnata al fatto che sia difficile, e la situazione peggiori: soprattutto per le giovani generazioni. Che i diritti dichiarati universali non corrispondano a una prassi radicata, e siano realtà solo per alcuni privilegiati. Ma determinata, anche: pronta a un cammino lungo, ma per riconquistarli, o dar loro pienezza, realtà, facendoli diventare pratica sociale, condivisa, visibile, testimoniata. Con logiche diverse da quelle del passato. Meno avanguardia e più open source, piattaforma comune, aperta, gratuita, in cui ognuno mette quello che ha e prende quel che gli occorre. Meno lotta e più share, condivisione.

                                                                                                                                                                              Decisamente, c’è qualcosa di interessante, da indagare, da osservare da vicino, nelle sue evoluzioni, lì dentro.

                                                                                                                                                                                14 nov

                                                                                                                                                                                Il pantheon del centrosinistra

                                                                                                                                                                                Questa cosa del pantheon di centrosinistra, come emerso dal dibattito tra i candidati alle primarie, mi ha fatto riflettere.
                                                                                                                                                                                Ed è un interrogativo reale. E’ importante sapere chi sono i nostri riferimenti, le nostre stelle polari.
                                                                                                                                                                                Di primo acchito, per come è emerso nel dibattito, mi ha fatto un po’ rimpiangere i ‘ma anche’ di Veltroni.
                                                                                                                                                                                Un non praticante – e che onestamente lo dice – come Bersani, che sceglie Papa Giovanni. Per la capacità di cambiare rassicurando. Sullo stesso tema avrebbe potuto citare il Mitterrand della ‘force tranquille’, invece niente. Tenero, per i meno giovani: il “portate ai vostri bambini la carezza del Papa…”, in apertura di concilio. Ma decisamente inusuale come riferimento politico. C’è da domandarsi cosa ne avranno pensato i suoi sostenitori. Ma come, almeno Berlinguer?
                                                                                                                                                                                Un’icona della sinistra con venature più radicali e antisistema, come Vendola, che indica Carlo Maria Martini. Un riferimento più intellettualmente raffinato, anche per i motivi indicati: la capacità di mettersi in discussione, lo stare sempre sulla frontiera più avanzata della riflessione sociale e culturale. Ma anche qui ci si interroga sull’effetto di spiazzamento dei suoi supporter. E infatti in rete se ne è vista qualche traccia. Alla fine, i leader che si accreditano come più di sinistra, citano rispettivamente un papa e un cardinale. E poi dicono dell’invadenza ecclesiale… Ma se è la sola a produrre maestri ed esempi?
                                                                                                                                                                                Renzi cita Nelson Mandela e Lina, una giovane blogger tunisina. Forse un po’ esotico, ma significativo, e più adatto a rappresentare il cambiamento, rispetto ai precedenti, il primo: almeno ha fatto il politico, e ha cambiato – anzi, rivoluzionato, ma pacificamente – un paese. Mentre è suonato più artificioso il riferimento alla seconda.
                                                                                                                                                                                Puppato ha citato Tina Anselmi e Nilde Jotti. Alla prima è stata paragonata da alcuni suoi supporter: con qualche entusiasmo eccessivo. Ma la provenienza, anche territoriale, è quella, e la cosa ha un senso. Mentre la seconda non è proprio il simbolo del nuovo che avanza. Una donna in politica, certo, rigorosa, ai tempi in cui non erano molte. Non andremmo oltre.
                                                                                                                                                                                Tabacci cita De Gasperi e Marcora. Rivolto al passato da cui proviene: ma De Gasperi almeno è esempio chiaro e noto, Marcora i più, specie i più giovani, non sanno chi sia.
                                                                                                                                                                                E c’è da domandarsi, in prima persona: se avessi vent’anni, che stimoli potrei trarre da questi riferimenti e da questi richiami? Quale ispirazione all’impegno politico, quale spinta al cambiamento del paese? Quali mi coinvolgerebbero davvero? Con quanta passione? E forse qui c’è davvero materia di riflessione, per il centrosinistra italiano. Su dove sono le sue radici. E quali sono i suoi sogni.
                                                                                                                                                                                Intanto, forse è un gioco in cui dovremmo esercitarci anche noi. Magari scopriremmo di essere fin troppo prevedibili, e meno originali di quelli che critichiamo. O al contrario anche troppo esotici e elitisti. Ci farebbe capire come è difficile, oggi, condividere dei simboli, dei riferimenti. In politica più che altrove.

                                                                                                                                                                                E ci resta, infine, una grande curiosità: quale sarebbe, nel caso, il pantheon dei leader del centrodestra italiano?

                                                                                                                                                                                  05 nov

                                                                                                                                                                                  Le primarie e il ‘caso Renzi’

                                                                                                                                                                                  C’è un ‘caso Renzi’, in queste primarie. Lo mostrano molti fattori. Da un lato la sua crescente popolarità, un fenomeno politico di per sé significativo, che andrebbe indagato anche per le implicazioni che vanno oltre lo stesso Renzi, e che comunque vadano le cose avrà delle conseguenze di rilievo sul futuro quadro politico del paese. Dall’altro le reazioni dell’establishment del PD (ma anche degli altri partiti, che temono i propri potenziali Renzi interni: e anche di chi vorrebbe il monopolio della battaglia contro la casta, come Grillo, che non a caso ha cominciato ad attaccarlo personalmente), e una certa visceralità delle posizioni contro di lui espresse in rete e altrove.

                                                                                                                                                                                  Da un lato, ad alcuni, Renzi piace. Perché esprime una domanda di radicale discontinuità, e lo fa ad alta voce, senza cadere nel ‘vaffa’ gratuito dell’antipolitica. E magari perché è giovane, e perché franco, chiaro, diretto, capace di farsi capire. Persino seducendo e facendo sorridere, ciò che da altri, nella noiosa normalità della politica, è vissuto quasi come scandalo e come colpa (e da Grillo è vissuto come insidiosa concorrenza). Colpisce, in questo senso, l’accusa che i suoi incontri siano dei format: come se i comizi altrui non lo fossero. E ripetitivi (le stesse battute o gli stessi video): come se gli altri attingessero invece a un repertorio infinito…

                                                                                                                                                                                  Dall’altro, ad altri, piace assai meno. Il rifiuto dell’apparato è più scontato: se l’è cercata, per molti versi. Lo slogan della rottamazione non è mai piaciuto, specie a chi si sente parte in causa. Ma in compenso è tanto efficace da essere diventato popolare, diffuso, anche tra chi renziano non è, e al di fuori della politica. Perché risponde a un bisogno fondamentale del paese: e ne descrive un problema cruciale.

                                                                                                                                                                                  L’astio non d’apparato, invece, si spiega in altro modo. Renzi, a una parte del centrosinistra, non solo del PD, non c’è dubbio, proprio non va giù. Tra i principali motivi – un po’ dichiarati e un po’ no – c’è il fatto che è (o, per meglio dire, è considerato) difficilmente collocabile sul continuum destra-sinistra. Da qui le accuse – espresse come se fossero di per sé un argomento o una spiegazione – di essere ‘di destra’, di chiedere i voti della destra, e quindi di essere un infiltrato, un corpo estraneo. Mentre è semmai, per certi versi, post-ideologico: ha una visione da proporre, più che un’appartenenza da rivendicare. Del resto, sono spesso – o sono vissute come – post-ideologiche, o se si preferisce pragmatiche, le divisioni su temi squisitamente concreti, su problemi da risolvere. E sono percepite dai più in maniera post-ideologica tematiche quali il merito, la qualità (dell’ambiente, dei servizi, della relazioni tra istituzioni e cittadini), il funzionamento delle istituzioni pubbliche (non lo schierarsi ideologico per il pubblico o per il privato, ad esempio: ma l’analisi di come funzionano o come dovrebbero funzionare sia l’uno che l’altro), e persino la riduzione delle disuguaglianze (un tema che ha segnato ideologicamente quasi due secoli di storia politica europea), quando viene posto con ricette intuitive e praticabili.

                                                                                                                                                                                  Da qui gli appelli all’elettorato, a tutto l’elettorato, da parte di Renzi. Cui hanno fatto seguito le proteste scandalizzate di molti (la prova, per l’appunto, che è ‘di destra’). Da qui, anche, i tentativi di ridurre la partecipazione alle primarie, con nuove regole restrittive: dalla doppia registrazione al togliere il voto ai sedicenni e diciassettenni che alle precedenti primarie invece votavano. Da qui infine il ricorso all’argomento di una supposta ‘purezza’ del centrosinistra, che verrebbe ‘inquinata’ dal voto di nuovi arrivati dal fronte opposto. Un tema squisitamente ideologico, peraltro, questo della purezza…

                                                                                                                                                                                  E su questo, magari, il centrosinistra farebbe bene a riflettere. Sui principi fondamentali della democrazia, intanto: incluso quello di cambiare voto e scelta politica una volta accortisi di avere sbagliato (la democrazia, in essenza, non è voto di appartenenza, ma di opinione e di convinzione, laico). E su banali problemi di strategia e di tattica politica: si preferisce perdere in purezza o vincere accrescendo il consenso? Sempre che la risposta vera non sia una diffidenza di fondo – e del tutto trasversale al quadro politico – nei confronti delle forme di democrazia sostanziale e di partecipazione autentica, non rituale, o semplicemente confermativa di decisioni prese altrove. Dopo tutto, è così comodo continuare a spartirsi oligarchicamente il potere…

                                                                                                                                                                                    29 ott

                                                                                                                                                                                    L’inizio della fine: oggi in Sicilia, domani in Italia.

                                                                                                                                                                                    Le notizie, in ordine di importanza:

                                                                                                                                                                                    .

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                                                                                                                                                                                    - Il Movimento 5 Stelle cresce in maniera travolgente (diventando il primo partito). Era prevedibile, prevedibilissimo. E’ accaduto. Accadrà ancora.
                                                                                                                                                                                    - I partiti tradizionali, nel loro insieme, perdono tragicamente consenso. Era prevedibile, prevedibilissimo. E’ accaduto. Accadrà ancora.
                                                                                                                                                                                    - Altri partiti, nuovi partiti, crescono, ed erodono consenso ai vecchi. Era prevedibile, prevedibilissimo. E’ accaduto. Accadrà ancora.

                                                                                                                                                                                    .

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                                                                                                                                                                                    .

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                                                                                                                                                                                    .

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                                                                                                                                                                                    - Il PD, peraltro, perde un terzo dei suoi voti, crollando al 13,5%. Prove generali di suicidio politico. Che in Sicilia vanno avanti da tempo. L’UDC del resto è al 10,80%: praticamente contano uguale. Difficile per il PD giocarsela come azionista di maggioranza, e imporre la sua visione.
                                                                                                                                                                                    - Il PDL, invece, tracolla. Di fatto è imploso, allo sbando (anche se, dopo tutto, è appena sotto il PD: ma partiva molto sopra). La fotografia italiana non è diversa. Detto questo, la destra crolla perchè è divisa. Sommati, i suoi voti sono al 40%.
                                                                                                                                                                                    - IDV, SEL e gli altri. Contano niente. L’illusione di lucrare un po’ di consenso dall’antipolitica e dalla critica al governo va a farsi benedire. Forse c’è qualche lezione da trarre: anche a livello nazionale.

                                                                                                                                                                                      28 ott

                                                                                                                                                                                      Berlusconi: il contrario di tutto

                                                                                                                                                                                      Tutto e il contrario di tutto. Berlusconi ha infilato in pochi giorni una serie di giravolte, che neanche nei momenti migliori del passato, quando aveva più smalto e più energia (e più potere, sia detto per inciso).
                                                                                                                                                                                      La prima: mi ritiro, non mi ritiro più. Ma lì è facile prevedere come andrà a finire. Si ritirerà dalla leadership del PDL (che pochi, del resto, anche dei suoi, vorrebbero lasciargli), ma continuerà a dettarne l’agenda, lasciando nello sconcerto la sua leadership attuale (Alfano, che conta come il due di picche quando la briscola è quadri, e non viene nemmeno informato delle iniziative del cavaliere: più che un segretario, ormai, una macchietta) e quella che si prepara, con o senza primarie.
                                                                                                                                                                                      La seconda: appunto, le primarie. Praticamente nello stesso giorno ha chiesto a Monti di diventare il leader dello schieramento moderato, e ha lanciato le primarie per la scelta della leadership dello schieramento moderato. Non sono stati in molti ad accorgersi che si tratta di due mosse che vanno in direzione opposta. Va bene abituarsi ai cambi di umore, ma qui siamo alla schizofrenia politica.
                                                                                                                                                                                      La terza, più seria e significativa: il progetto politico. E qui si passa dal sostegno a Monti, appunto, all’avviso di sfratto a Monti stesso. Dal prendersi tempo per riorganizzare il fronte moderato, alle elezioni subito.
                                                                                                                                                                                      Non stupisce che di fronte a questi frequenti, repentini e non spiegati cambi di strategia il PDL non sappia che fare, mandato ogni giorno in direzione diversa, e coli a picco nei sondaggi. Ormai è chiaro quale sia la sola vera strategia rimasta a un leader troppo solitario per avere un ruolo in una democrazia: la sopravvivenza. La propria.

                                                                                                                                                                                        19 ott

                                                                                                                                                                                        E’ in arrivo uno tsunami politico…

                                                                                                                                                                                        Sondaggio SWG

                                                                                                                                                                                        Questo il quadro delle intenzioni di voto nazionali (tra parentesi lo scostamento percentuale rispetto alla rilevazione del 12 ottobre):

                                                                                                                                                                                        PD 25,9% (+0,7).
                                                                                                                                                                                        MOVIMENTO 5 STELLE 21,0% (+1,6).
                                                                                                                                                                                        PDL 14,3% (-0,8).
                                                                                                                                                                                        LEGA NORD 6,0% (+0,2).
                                                                                                                                                                                        SEL 6,0% (+0,3).
                                                                                                                                                                                        UDC 5,2% (-0,6).
                                                                                                                                                                                        IDV 4,3% (-1,5).
                                                                                                                                                                                        FLI 2,5% ( = ).
                                                                                                                                                                                        RIFONDAZIONE-COMUNISTI ITALIANI 2,5% ( = ).
                                                                                                                                                                                        LA DESTRA 2,1% (+0,1).
                                                                                                                                                                                        LISTA BONINO 1,0% (-0,2).
                                                                                                                                                                                        VERDI 0,7% (+0,3).
                                                                                                                                                                                        API 0,4% (-0,1).
                                                                                                                                                                                        ALTRI CENTRO DESTRA 4,7% (+0,9).
                                                                                                                                                                                        ALTRI CENTRO SINISTRA 1,4% (-0,1).
                                                                                                                                                                                        ALTRI 2,0% (-0,8).

                                                                                                                                                                                        INDECISI, NON RISPONDONO 29,0% (+2,0).
                                                                                                                                                                                        ASTENUTI 18,0% (+2,0).

                                                                                                                                                                                        I dati di fondo:
                                                                                                                                                                                        - il PD cresce. Il dibattito sulle primarie attira attenzione e consenso e non lo disperde.
                                                                                                                                                                                        - il PDL crolla. E nessun osservatore si aspettava altrimenti.
                                                                                                                                                                                        - il Movimento 5 stelle cresce.
                                                                                                                                                                                        - la Lega, nostante tutto, tiene.

                                                                                                                                                                                        Le prospettive politiche:
                                                                                                                                                                                        con il sistema elettorale che si profila,
                                                                                                                                                                                        - o si va al governo con il Movimento 5 stelle (cosa che nessuna forza politica dichiara di voler fare, e per la quale è esso stesso vistosamente impreparato);
                                                                                                                                                                                        - o si va dritti verso una qualche forma di grande coalizione. E chi si accinge a votare la riforma elettorale lo sa benissimo.

                                                                                                                                                                                        Il dato più clamoroso è tuttavia che un italiano su due, la metà del corpo elettorale, o si asterrà o è indeciso.

                                                                                                                                                                                        Comunque la si veda, una rivoluzione.

                                                                                                                                                                                          10 ott

                                                                                                                                                                                          Fine del berlusconismo. E dell’antiberlusconismo

                                                                                                                                                                                          Berlusconi si ritira. Non correrà alle prossime elezioni, nel 2013. Così ha detto, stavolta di persona. Per salvare l’Italia: come quando, nel 1994, per lo stesso motivo, fece la scelta opposta, decise di scendere in campo, e vinse. Ma non è una notizia. La notizia ci sarebbe stata se avesse corso ancora: sapendo, dai sondaggi, che avrebbe perso, e molto male. Che la sirena del suo nome, una volta la chiave magica per aprire qualsiasi porta, non seduce più.
                                                                                                                                                                                          Finisce un’epoca, non c’è dubbio. Durata quasi un trentennio: in cui, nel bene e nel male, la figura di Berlusconi ha caratterizzato un’intera stagione italiana. L’età berlusconiana, come la ricorderemo. Non a caso ‘berlusconiano’ è già oggi un aggettivo, che prima ancora che alla politica si applica a un modo di intendere la vita, il lavoro, la cultura, il denaro, il divertimento, i media, le donne, e molte altre cose.
                                                                                                                                                                                          Ma è una stagione già tramontata: affogata negli scandali, e definitivamente affossata dalla crisi. Oggi nessuno ha più voglia di scherzare, e di nascondere la realtà. E se ne vuole uscire, da quella stagione di ottimismo di facciata. Chiudere con il passato. Tentare di ricostruire, sulle macerie, un futuro diverso.
                                                                                                                                                                                          Chi non se ne è ancora accorto è lui, passato in brevissimo tempo dal ruolo di demiurgo a quello di fastidioso e ingombrante comprimario: da carta vincente di qualsiasi elezione, tanto da contendersi il suo nome sul simbolo e la sua presenza anche nella più sperduta elezione locale, a imbarazzo da evitare per non perdere altri voti. La sua stessa creatura politica – Forza Italia prima, e il Popolo delle Libertà poi – va a rotoli, e i suoi membri si disperdono ovunque possano trovare la speranza di una ricollocazione. Eppure si illude di contare ancora, di essere lui a decidere. Gioca al king maker di Monti o d’altri. Pensa di decidere lui il prossimo leader dei moderati. O almeno ci prova.
                                                                                                                                                                                          Ma i primi a non volerlo sono i suoi. Il berlusconismo è davvero finito, senza gloria: con le dichiarazioni di ieri finisce anche Berlusconi come persona pubblica e come destino politico. D’ora in poi il berlusconismo sarà soltanto l’illusione del potere che è stato. E dovremo solo riflettere su che cosa ci resta di quella stagione, su che cosa ci porteremo dietro, anche senza Berlusconi.

                                                                                                                                                                                          D’altro canto, finisce anche, ed era ora, l’antiberlusconismo. Un alibi per troppi. La democrazia italiana passa definitivamente ad altra stagione. E’ un bene anche per questo.

                                                                                                                                                                                            01 ott

                                                                                                                                                                                            Monti dopo Monti? No grazie

                                                                                                                                                                                            Il governo tecnico è stata una necessità: non può diventare un destino.

                                                                                                                                                                                            Per questo la scelta di Monti di offrire, con la vetrina di una platea internazionale, la propria disponibilità a rimanere al governo anche dopo le elezioni, è stata un errore grave: che rischia, come già sta accadendo, di appiattire il dibattito politico sul “Monti sì, Monti no”. Mentre il problema vero, se vogliamo rimanere una democrazia, è: come uscire dall’eccezionalità necessaria.

                                                                                                                                                                                            Necessaria: quando questa parentesi sarà finita, il paese ricorderà Monti come un salvatore della patria, come una di quelle ‘riserve della Repubblica’ che sono state così preziose nella storia italiana, prestando i propri civil servants migliori alla politica.

                                                                                                                                                                                            Ma nondimeno eccezione: che non può diventare la norma. In democrazia i governi hanno un mandato popolare: si eleggono, quale che sia il sistema attraverso cui lo si fa. Ipotizzare, già oggi, che le prossime elezioni siano di fatto irrilevanti, e che si debba poi nominare una persona che non è passata per il vaglio elettorale, vuol dire condannare la democrazia italiana alla morte per inedia (perché Monti non ha alcuna intenzione di presentarsi alle elezioni; lo facesse, le cose sarebbero diverse, e sarebbe costretto a cercarsi il consenso, come tutti). Incidentalmente, significa anche far esplodere ulteriormente l’astensionismo, con pericolosi riflessi sulla sostanza della democrazia: perché votare, se tanto dovrà governare un tecnico? E, infine, sarebbe un devastante disincentivo all’autoriforma della politica: perché cambiare politica, modo di farla, regole e facce, se tanto si da poi una delega in bianco al tecnico di turno, e ci si accontenta di lasciarlo governare, continuando a farsi gli affari propri?

                                                                                                                                                                                            La supplenza tecnocratica, in questo modo, rischia di andare oltre il limite sopportabile a una qualsivoglia dinamica politica. La soluzione è un’altra. Deve crescere una politica nuova, diversa: e sta crescendo, nonostante tutto. E dobbiamo liberarci della vecchia politica, che ci ha portato al disastro attuale. Ora, mentre il governo Monti ha rappresentato una benvenuta discontinuità, la sua reiterazione anche dopo nuove e democratiche elezioni (purché lo siano, naturalmente: purché si cambi sistema elettorale e si consenta ai cittadini di scegliere davvero) sarebbe una jattura e un freno, proprio per i processi di modernizzazione del paese che il governo Monti ha cercato di introdurre, o avrebbe dovuto farlo, o avrebbe voluto, o comunque era chiamato a promuovere. Perché dietro di esso, sotto ad esso, mimetizzati da esso, ci sono e ci saranno i peggiori continuisti della storia repubblicana: quelli che, come al solito, vogliono cambiare qualcosina perché niente cambi sostanzialmente; quelli, soprattutto, che vogliono continuare ad esserci, a qualunque costo. Non a caso l’affermazione di Monti è stata salutata da così tanti consensi: da Casini e Fini e da molti ex-Forza Italia, da Montezemolo e dalla Conferenza episcopale, da Marchionne e dai ‘montiani’ del Pd (ma non dai principali contendenti alle primarie), da Pisanu e dalle banche, dalla Merkel e dai mercati (si dice).
                                                                                                                                                                                            Ebbene, no. Abbiamo bisogno di una nuova classe politica e di un nuovo ceto dirigente, anche fuori dalla politica. Con facce, idee, azioni nuove. E senza alibi.

                                                                                                                                                                                            Grazie, presidente Monti. Cercheremo di utilizzarla al meglio, in futuro: del resto è già senatore a vita, e il suo contributo potrà darlo in molti modi. Ma, per favore, non si autocandidi, non si renda ‘disponibile’, come i peggiori cacicchi della prima e della seconda repubblica, come i tanti deretani di bronzo che non riusciamo a far schiodare dalla sedia. Abbiamo già dato, con loro.

                                                                                                                                                                                              25 set

                                                                                                                                                                                              Pulvis es et in Polverini reverteris

                                                                                                                                                                                              “Arenata” (Pubblico: ma era già l’hashtag di twitter sul tema). “Renata zero” (Il Manifesto). Le ironie sui titoli dei quotidiani si sprecano. Ma si capiscono, dato il contesto in cui le dimissioni di Renata Polverini sono maturate, tra puponi che si fanno chiamare ‘er Batman’ e dame spendaccione, ostriche e centurioni con le teste da maiale, conti in pasticceria e suv pagati dal contribuente.
                                                                                                                                                                                              Proprio per questo è una coincidenza assai significativa, e stridente, quella che vede, in contemporanea, le dimissioni di Renata Polverini a causa del malaffare e degli scandali alla Regione Lazio, e, nelle stesse ore, la lettura della prolusione del cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, che sui temi del malcostume politico si è soffermato con queste dure parole: “Dispiace molto che anche dalle Regioni stia emergendo un reticolo di corruttele e di scandali, inducendo a pensare che il sospirato decentramento dello Stato in non pochi casi coincide con una zavorra inaccettabile. Che l’immoralità e il malaffare siano al centro come in periferia non è una consolazione, ma un motivo di rafforzata indignazione, che la classe politica continua a sottovalutare. Ed è motivo di disagio e di rabbia per gli onesti. Possibile che l’arruolamento nelle file della politica sia ormai così degradato?”.
                                                                                                                                                                                              Tuttavia, visto che di politica si parla, giova volgere lo sguardo all’indietro, al momento delle elezioni regionali laziali. In cui la chiesa cattolica si schierò a favore della coalizione ieri ignominiosamente affondata, timorosa che la radicale Emma Bonino, certamente portatrice di una visione più etica della politica, ma anche di una laicità sostanziale vissuta come nemica e pericolosa, potesse vincere le elezioni. Su questo, però, nessuna riflessione, tanto meno autocritica, sul ruolo svolto. Eppure qui (nel sostenere coalizioni senza promuovere figure etiche al loro interno – e forse nel sostenere coalizioni, a prescindere) sta un segnale della progressiva irrilevanza etica dei cattolici in politica assai più grave delle sconfitte (o delle discutibili vittorie) in tema di fecondazione assistita, di unioni civili, o di fine vita.

                                                                                                                                                                                                18 set

                                                                                                                                                                                                Primarie: c’è spazio per tutti

                                                                                                                                                                                                Le primarie del centrosinistra cominciano ad essere un luogo discretamente affollato. L’ultimo candidato in arrivo – forse, ma forse no – è Pippo Civati, popolare consigliere regionale lombardo, leader del gruppo Prossima Italia.
                                                                                                                                                                                                Con il segretario Pierluigi Bersani, lo sfidante sindaco di Firenze Matteo Renzi, la capogruppo in consiglio regionale veneto Laura Puppato (e, fuori dal PD, Nichi Vendola e Bruno Tabacci), i candidati in lizza sono già sei, e potrebbero aumentare se si candidassero, come si ventila, il deputato Sandro Gozi, o l’assessore milanese Stefano Boeri, che l’aveva annunciato tra i primi, o magari Rosy Bindi o qualcuno del suo gruppo. Mentre Vendola potrebbe pensare di rinunciare.
                                                                                                                                                                                                Le ironie di alcuni già si sprecano: dal morettiano “facciamoci del male” alle riflessioni sull’eterno complesso frazionistico della sinistra. Ma non è così.
                                                                                                                                                                                                E’ intrinseco alla logica delle primarie che coloro che ritengono di averne le capacità, e abbiano possibilmente un progetto di società cui ispirarsi, si autocandidino alla guida del paese: perché questo devono decidere le primarie, almeno per lo schieramento riformatore, anche se qualcuno sembra convinto che si tratti di decidere chi è il segretario del PD. Dopodiché decideranno gli elettori. Che sono capaci e maturi a sufficienza per farlo.
                                                                                                                                                                                                Se le primarie si svolgeranno con il doppio turno (che è la proposta di legge del PD per le elezioni politiche: sarebbe coerente la applicasse anche al suo interno), correrà quindi chi vuole, con quel minimo di regole necessarie, e i due candidati più forti si scontreranno nel duello finale. E’ il bello della democrazia. Non a caso questo metodo viene invocato anche, senza successo, nel centrodestra, dove, come riportano le cronache, gli iscritti accolgono il segretario dimezzato Alfano al grido di: “primarie, primarie”. Perché, nelle primarie, si può scegliere: ciò che non consente l’attuale sistema elettorale. E neanche la vita interna di molti partiti.
                                                                                                                                                                                                Sono un segno evidente di nervosismo, quindi, gli anatemi che vengono lanciati ai nuovi candidati da alcuni dirigenti dell’apparato democratico.
                                                                                                                                                                                                Mentre sarebbe utile lo sforzo dell’ascolto: più diffuso tra l’elettorato, che pare assai interessato ad ascoltare i vari candidati e a capire cosa dicono e cosa vogliono, che nell’apparato, più impegnato a schierarsi a prescindere. Non giova in questo senso il clima da tifo calcistico, che non aiuta la riflessione, come mostra il fioccare degli insulti: che vanno un po’ in tutte le direzioni, ma forse con foga particolare, a giudicare da ciò che circola in rete, nei confronti di Renzi. Da un lato questo evidenzia come, per alcuni, le primarie siano vissute più come una fastidiosa costrizione che come un metodo innovativo di scelta della leadership, e le preferirebbero a risultato garantito: per cui ogni sfidante, e tanto più quanto più pericoloso, è un nemico. Dall’altro mostra la passione con cui il gioco è seguito: che è una buona notizia, in tempi di antipolitica. Del resto, lo schierarsi fa parte del gioco, e la politica è anche lotta, e sangue (metaforicamente parlando), e botte da orbi (sempre metaforiche), ed è parte del suo fascino. Ma dovrebbe essere anche fair play: spirito sportivo, potremmo dire, visto che siamo freschi di olimpiadi.
                                                                                                                                                                                                Perché lo sia fino in fondo, si attende ancora la formulazione di regole che rispondano ai principi di apertura e di contendibilità reale che le primarie presuppongono. E queste mancano ancora.

                                                                                                                                                                                                  13 set

                                                                                                                                                                                                  Nuova UDC: cosa cambia? Niente, come al solito

                                                                                                                                                                                                  Nei giorni scorsi si è riunito alla festa dell’UDC un pezzo significativo di ceto politico detto moderato: mostrando una quantità di tratti equivoci che vale la pena approfondire.
                                                                                                                                                                                                  Il primo è il rilancio sul nome del partito. Non si sa ancora il nome definitivo, ma si sa che conterrà la parola ‘Italia’. Non solo non originalissima: ma trasparentemente pensata in maniera un po’ furbesca (del resto, il soprannome di Casini è Pierfurby) per rubare qualche voto a qualche cittadino sprovveduto che crederà di votare la vecchia Forza Italia di Berlusconi. Per inciso: furbizia, qualità molto italiana, non è necessariamente intelligenza, anche politica.
                                                                                                                                                                                                  Il secondo equivoco, che assomiglia molto a un autogol, è sui nomi. Può seriamente parlare di futuro, non diciamo di rinnovamento, e promuovere nuove – almeno nominalmente nuove – forze politiche, un uomo politico, come Casini, che, pur facendo la tara sull’aria giovanile, è in Parlamento da oltre 29 anni e ha collezionato un’impressionante serie di cariche, tra cui quella di presidente della Camera? Senza contare che lo attorniava un’accolita persino imbarazzante di persone provenienti da ovunque, e disposte a qualunque cosa pur di rimanere dove sono oggi: in parlamento. Tanto per non far nomi: Beppe Pisanu, recordman di permanenza in poltrona (38 anni e rotti), Giorgio La Malfa, figlio d’arte in politica, il cui debutto da onorevole risale al 1972 ed è passato per svariate alleanze e collocazioni, Gianfranco Fini, attuale presidente della Camera e come Casini in sella da 29 anni, per non parlare dei giovani Cirino Pomicino, De Mita e molti altri. Certo, ci sono i nuovi innesti, che tuttavia per ora hanno alluso solo a una sorta di appoggio esterno. Da Emma Marcegaglia, ex-presidente di Confindustria, acclamata come una star dal carisma peraltro assai labile, fino al possibile Corrado Passera, come innesto tecnico di pregio, ma ancora poco esplicito sulla sua collocazione futura. Non proprio il top del rinnovamento, comunque.
                                                                                                                                                                                                  Ma il vero equivoco sta nel progetto e nel programma. Che si limita per ora all’affermazione che “dopo Monti per noi c’è solo Monti”. L’immediata smentita dell’interessato dà l’idea che non si siano nemmeno premurati di avvisarlo, e che comunque il progetto non potrà nemmeno partire. Dando l’impressione, che assomiglia a un dato di fatto, che di strategia il partito e il suo leader abbia solo quella della propria sopravvivenza. E il programma, semplicemente, non ci sia: al di là del desiderio di rappresentare ancora il voto cattolico moderato con la benedizione, se possibile, della Conferenza Episcopale.
                                                                                                                                                                                                  Certo, può esserci qualcosa di più, e di meglio. Molto dipenderà dalle scelte di altri soggetti liberali e vagamente collocabili al centro, come i movimenti di Montezemolo e Giannino (che tuttavia, dalle prime reazioni, non sembrano avere in particolare simpatia il progetto di Casini) e alcuni gruppi dell’associazionismo cattolico, di provenienza non parlamentare: che paiono interessati, decisi anche a un rinnovato impegno e visibilità dei cattolici in politica, ma la cui forza dipenderà dalla capacità di trasformare davvero il contenitore e rinnovare il contenuto e i suoi rappresentanti, impresa che con queste premesse appare ardua.
                                                                                                                                                                                                  Quello che inquieta l’osservatore, e il cittadino, in tutto ciò, è la morale che se ne può trarre: che nonostante tutto quello che è accaduto il ceto politico dirigente di questo paese non si è ancora accorto che i tempi sono cambiati, che non si può più fare la politica, fatto solo di etichette e di annunci, di sempre. E la sensazione agghiacciante che, se ci provano, vuol dire che pensano ancora una volta di riuscirci.

                                                                                                                                                                                                    06 set

                                                                                                                                                                                                    Possibile? Ancora il caso Englaro…

                                                                                                                                                                                                    Un paese che non impara: ancora il caso Englaro…
                                                                                                                                                                                                    Festival di Venezia: Bella addormentata, film di Marco Bellocchio sul caso Englaro. E si riparla senza decenza, e i politici riblaterano la loro, e i giornalisti pure, e i moralisti a comando anche, e ci si ridivide su (presunti) sacri principi, e persino sul film (senza averlo visto), come allora su Eluana (senza che la maggioranza ne sapesse davvero qualcosa), ideologicamente e senza pietas. E si usano gli argomenti come clave, e le opinioni sul caso Englaro (‘casi’, gli Englaro, padre e figlia, e come tali usati: non persone), o persino sul film, per ribadire la propria visione ideologica (etica è in molti casi dire troppo), e soprattutto per bastonare il proprio nemico, quale che fosse e che sia.
                                                                                                                                                                                                    E non si va avanti, e non si esce dagli opposti schieramenti morali(-sti). E non si studiano i casi concreti, e non si approvano leggi. In questo un po’ come in politica: si parla senza discutere, si discute senza approfondire, si approfondisce senza decidere, alla fine si decide, quando si decide, dimenticando l’approfondimento, e così facendo si scopre a posteriori che la decisione era inevitabilmente sbagliata. Però ci si schiera, si è detta la propria, si può tornare a casa soddisfatti, orgogliosi persino, pensando di aver fatto qualcosa: magra soddisfazione da tifoso…
                                                                                                                                                                                                    E’ un vizio che ci prende tutti, secondo l’occasione. Ma dovremo uscirne, prima o poi, se vogliamo crescere. La bioetica è una cosa seria: andrebbe discussa seriamente. Anche la politica lo sarebbe, volendo.

                                                                                                                                                                                                      31 ago

                                                                                                                                                                                                      Renzi, il centrosinistra, il Veneto

                                                                                                                                                                                                      Matteo Renzi apre la sua campagna per le primarie in Veneto. La cosa è simbolicamente interessante: più per il Veneto che per Renzi. Lui l’ha motivata con il fatto che il Veneto è una regione dove la gente si tira su le maniche, e fa da sola, “perché è una terra operosa, simbolo dell’Italia che dà e non chiede, con le persone che ogni mattina si mettono in gioco per superare le difficoltà della crisi senza invocare assistenzialismo”: un po’ vero, un po’ perdonabile retorica venetista a scopo elettorale.
                                                                                                                                                                                                      Ma politicamente il Veneto è altra cosa: è, innanzitutto, il simbolo del fallimento di un centrosinistra che con tutta evidenza non è stato all’altezza delle sfide da affrontare. Non a caso è una regione dove governa il centrodestra – mentre localmente il centrosinistra tiene in città importanti come Padova e Venezia, tra le altre – e in cui il centrosinistra gode di un consenso inferiore alla media nazionale, e in particolare il Partito Democratico è drammaticamente al di sotto delle sue performance nazionali. La comoda scusa di questi anni è stata che in Veneto c’è la Lega. Vero, ma se la Lega c’è e vince vuol dire che c’è un motivo per cui questo accade. In secondo luogo la Lega c’è anche altrove: in Piemonte, per dire, dove il centrosinistra e il PD non sono ridotti così male. E soprattutto oggi la Lega è in declino, in altre faccende affaccendata, di fatto politicamente implosa, affogata negli scandali e nelle diatribe interne. Sarebbe oggi, dunque, il momento del riscatto, della visibilità, dell’orgoglio, per il centrosinistra veneto. Riscatto di cui non si vede ancora traccia: forse perché una sua precondizione è un rinnovamento radicale, di persone, di idee e di modo di fare politica. Tutto questo è mancato: ciò che fa pensare, tra le altre cose, a una leadership palesemente inadeguata, ma anche a un problema culturale più ampio. Che non è solo del PD, ma di tutto lo schieramento che una volta si chiamava progressista.

                                                                                                                                                                                                        26 ago

                                                                                                                                                                                                        Breivik, la Norvegia, e noi

                                                                                                                                                                                                        La sentenza che condanna Anders Behring Breivik a 21 anni di carcere per le stragi di Oslo e Utoya, in cui uccise 77 persone e ne ferì oltre 200, si presta a qualche considerazione.
                                                                                                                                                                                                        La prima riguarda l’Europa, non lui. Tutti, all’inizio, avevano pensato ad un attentato di matrice islamica. Un automatismo che fa riflettere, perché già allora, secondo i dati ufficiali dell’Europol, gli atti di violenza perpetrati da fanatici islamici, in Europa, erano una percentuale infima degli attentati, delle bombe, delle stragi: secondo il rapporto 2010, gli attentati terroristici in Europa erano stati 294, di cui 237 di matrice separatista, 40 di estrema sinistra, 4 di estrema destra, 2 single issued (cioè legati a una causa specifica locale), 10 non specificati, e solo 1 di matrice islamica. Eppure proprio il fatto che la reazione di default fosse di pensare al fanatico islamico la dice lunga sull’islamofobia diffusa di cui anche Breivik è un prodotto (tra i riferimenti citati nel suo torrenziale memoriale, tra gli altri, la nostra Oriana Fallaci). Ma proviamo a pensare se invece la strage fosse stata davvero islamica: quale prezzo terribile le comunità islamiche europee avrebbero pagato. E viene da dire: gli ambienti che producono i loro piccoli e grandi Breivik, stanno pagando un prezzo analogo? O un prezzo qualsiasi, almeno? Non si è sottovalutato, per troppo tempo, il nemico che è dentro di noi, in nome e al posto di quello che viene da fuori?
                                                                                                                                                                                                        La seconda osservazione riguarda Breivik stesso. Condannato al massimo della pena, ma dichiarato, con una seconda perizia psichiatrica, perfettamente sano di mente: al massimo con un disturbo narcisistico, che ha l’aria di essere malattia assai diffusa nella nostra società. E’ un bene che sia stato così. Breivik non è un pazzo: è un fanatico. E di fanatici – dagli estremisti politici a quelli religiosi, dai razzisti e gli etnicisti ai fan (appunto una contrazione di fanatic) dei gruppi musicali, fino al tifo calcistico – la nostra società, come altre, ne produce copiosamente, a vario grado. E su questo, sul fatto che l’opinione gridata più che quella equilibrata, quella semplificatrice invece di quella complessa (in particolare, quella che dà la colpa a qualcuno invece di quella che cerca le ragioni di qualcosa), venga valorizzata e promossa, forse una qualche riflessione culturale e sociale andrebbe spesa. E’ un bene che Breivik sia considerato sano di mente, anche perché, se non lo fosse stato, sarebbe stata una sorta di assoluzione: per lui, ma anche per gli ambienti che l’hanno prodotto, che esistono, sono diffusi e talvolta influenti. Sarebbe stato come dire che in Norvegia, come altrove in Europa, non esistono persone come lui, e ambienti pericolosi per la democrazia che nascono al suo interno.
                                                                                                                                                                                                        La terza osservazione è sulla civiltà giuridica norvegese: ed è, per noi, un pugno nello stomaco. Intanto, il processo è stato rapido: un anno. Abbiamo presente i processi sulle stragi di stato, ancora senza un colpevole dagli anni ’70, andate a sentenza in questi ultimi tempi? Poi la condanna: 21 anni di carcere, aumentabili se permanesse la pericolosità del soggetto. Già l’inversione è significativa: gli anni sono relativamente pochi rispetto ad altri ordinamenti giuridici (qualcuno ha fatto il tragico conto: tre mesi per ogni persona uccisa…), ma aumentabili se la pericolosità permane; altrimenti, di default, diminuiscono. Niente pena di morte, come ovunque in Europa, ma nemmeno ergastolo: nella convinzione che il “fine pena: mai” sia un’insensatezza umana e civile. Infine, la pulizia e il decoro delle celle: addirittura un trilocale, per Breivik. Che allo stato norvegese costerà moltissimo: decine di persone solo per proteggerlo dalla violenza degli altri detenuti. Un segnale di maturità – di voler essere comunque diversi da chi ci minaccia e ci attacca – indigeribile per i molti che preferiscono le leggi del branco (che si ammazzino tra di loro…), e nel nostro paese lo teorizzano, spesso da autorevoli posizioni politiche.

                                                                                                                                                                                                          17 ago

                                                                                                                                                                                                          A chi serve il partito cattolico?

                                                                                                                                                                                                          Ci sarà un nuovo partito dei cattolici? Sì, ci sarà. Perché l’etichetta ‘cattolico’ vale pur sempre almeno il 5-6% dei voti. Questo da sola, a prescindere dal nome del leader, dal valore della squadra, e dal contenuto di programma: con qualche innesto di qualità, magari dal mondo laico detto moderato, può rappresentare anche il 10 o il 12%, o forse più. Poca cosa, rispetto ai fasti del passato, quando veleggiava ben al di sopra del 30%, ma abbastanza per sollecitare legittime ambizioni e meno legittimi appetiti.
                                                                                                                                                                                                          Tuttavia il nuovo partito in via di costruzione non sarà la soluzione ai mali del mondo politico italiano che qualcuno auspica. Per molte ragioni. Perché sarà un partito tra i tanti. Perché non sarà il perno di una futura coalizione, ma al massimo un suo gregario. Perché non sarà contenutisticamente trainante, tranne per i riferimenti a valori considerati non negoziabili dall’episcopato ma che, con la crisi, appaiono enormemente invecchiati nella loro capacità seduttiva: l’elettorato ha altro cui pensare, e peraltro anche quello cattolico li negozia eccome. Perché i nomi che circolano come suoi potenziali leader, a parte qualche ministro tecnico dell’attuale governo, sono tutti residuati bellici non solo della Seconda, ma della Prima repubblica: tutto configurando tranne che un segnale di rinnovamento del quadro politico. Perché infine le benedizioni della conferenza episcopale già pervenute, ancora prima di saperne composizione e programmi, fanno pensare a un’operazione verticista e clericale più che cattolica (da don Sturzo a de Gasperi, sono lontani i tempi in cui cattolico non voleva dire necessariamente clericale, e poteva significare porsi in contrasto perfino con il pontefice. Oggi, al contrario, in parlamento e in politica il tasso di clericalismo sembra essere inversamente proporzionale alla fede. E la logica di scambio – consenso su alcuni valori contro indicazione di voto – risulta ormai indigesta alla maggior parte dei cattolici, e sempre meno efficace nell’orientare davvero il voto, dato che ormai gli elettori, anche cattolici, decidono da soli se e chi votare).
                                                                                                                                                                                                          L’ambiguità più forte del progetto sta tuttavia nell’essere pensata più come un’operazione di schieramento e di ricollocazione di alcuni cattolici, che di contenuti e di riforma della politica. Dimenticando che il grosso dei cattolici che fa politica, già da tempo ha scelto di farla nei partiti esistenti, o nella nuova politica che nasce dal basso, dalle liste civiche ai movimenti anti-sistema (ne troviamo ovunque, dagli ambientalisti ai referendari ai grillini).
                                                                                                                                                                                                          Un’operazione fuori tempo massimo, dunque, che rischia di deludere i fermenti positivi di un mondo cattolico stanco di essere malamente rappresentato, in politica, da tutti, ma in primo luogo da coloro che ad esso fanno verbalmente riferimento, facendo scempio dei suoi valori di fondo.
                                                                                                                                                                                                          Si farà dunque il partito cattolico. Forse se ne farà anche più di uno: i potenziali promotori non mancano, e anzi la concorrenza interna si sta facendo serrata. E nel 2013 avremo dunque uno o due simboli in più sulla scheda. Ma niente di veramente nuovo sotto il sole. Con il rischio che i cattolici con etichetta a denominazione d’origine controllata, sostenuti dalla conferenza episcopale, si dimostrino parte del problema, e non della soluzione, se la soluzione è un radicale cambio di passo e di mentalità della politica italiana. Forse tornare a una riflessione sul ruolo del sale della terra e del lievito nella farina potrebbe aiutare a porre la discussione su binari più propri allo spirito evangelico: anche in politica.

                                                                                                                                                                                                            01 ago

                                                                                                                                                                                                            Sulla pelle del Paese: i partiti e la riforma elettorale

                                                                                                                                                                                                            L’operazione sulla legge elettorale che partiti sull’orlo del tracollo stanno conducendo sulla pelle del Paese sconcerta per la sua spregiudicatezza. Sembra quasi che, sapendo di essere morenti, vogliano succhiare il poco sangue rimasto e le ultime energie del paziente Italia, cercando di sopravvivere a sue spese: un po’ come quei ricchi egoisti che pur di guadagnare qualche giorno di vita non esitano a moltiplicare inutili trasfusioni (togliendo il sangue ai traumatizzati più bisognosi) e a farsi trapiantare organi espiantati da persone sane ma costrette a vendere il proprio corpo per tirare avanti.
                                                                                                                                                                                                            Il Pdl ne è l’esempio più sconcertante e apertamente opportunistico. I sondaggi lo danno in gravissimo declino. Che cambi nome, simbolo, e persino leader, tornando all’usato garantito del vecchio leone Berlusconi, non tornerà più ad essere il primo partito del Paese: è molto se resterà un partito significativo, e certo non sarà più il perno di una coalizione di governo con ambizioni non solo di rimanere attaccato al potere, ma di indirizzo del Paese secondo una propria visione politica. E’ un ciclo politico, quello impersonato dal suo attuale gruppo dirigente, che si è chiuso definitivamente. E allora si attacca a tatticismi disperati, a tentativi di riforma a colpi di maggioranza con la Lega, che pure oggi è all’opposizione, per garantirsi una qualche sopravvivenza futura, senza nemmeno rendersi conto che ciò non fa che accelerare il suo declino, e la sua immagine già assai appannata, agli occhi dell’opinione pubblica. La Lega, a sua volta, oggi marginalizzata dalla sua stessa implosione, si accontenta di tirare avanti sperando di lucrare dalla rinnovata alleanza odierna con il Pdl qualche speranza di guidare la Lombardia domani, senza badare all’interesse nazionale.
                                                                                                                                                                                                            Al centro sembra ormai chiaro che Casini appare disposto a qualsiasi riforma, a trasformarsi in qualsiasi sigla, a mettersi a disposizione di qualsiasi alleanza futura, purché nell’ordine del continuismo, con il governo Monti ma anche con il sistema partitocratico attuale: il solo modo che ha di contare ancora qualcosa, e di continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità, delle proprie capacità di trovare consenso e delle proprie qualità. Per cui un altro Monti andrebbe bene, per poter restare comodamente nella sua ombra, e non fare null’altro, tanto meno proporre una politica per far uscire il Paese dalla crisi.
                                                                                                                                                                                                            A sinistra, mentre Di Pietro ha scelto il ruolo del grillismo istituzionale e dell’opposizione di sistema, rendendo Idv inservibile per qualsiasi disegno di governo futuro, il Pd coltiva delle serie illusioni, riverberate dai sondaggi, che lo danno ancora come primo partito, e quindi come potenziale fulcro del futuro governo del Paese. Ma le cose non stanno propriamente così. I sondaggi di oggi riflettono la situazione odierna. Ma domani, nel 2013, la situazione sarà completamente diversa. I partiti riusciranno probabilmente nel capolavoro di scendere ulteriormente nel gradimento del corpo elettorale, persino sotto il 4% odierno, e i loro iscritti scenderanno ulteriormente di numero mentre si alzerà la loro età anagrafica. Il partito del non voto, già oggi il primo del Paese, crescerà ulteriormente. E soprattutto l’offerta politica si moltiplicherà, aprendosi a numerosi altri soggetti, almeno cinque: alle prossime elezioni ci sarà il Movimento 5 Stelle, il partito di Montezemolo, una probabile nuova aggregazione dei cattolici con qualche ministro dell’attuale governo, almeno una nuova lista civica nazionale di sinistra (se non due), e almeno una nuova lista più o meno civica di destra, che accolga i delusi soprattutto di An. In questo quadro niente sarà più come prima, e nessuna maggioranza è garantita: soprattutto, sono del tutto illusorie le proiezioni e i sondaggi di oggi.
                                                                                                                                                                                                            L’unica vera riforma da fare, se i partiti ne avessero il coraggio, sarebbe quella di pensare davvero al futuro e alle prossime generazioni, varare una riforma elettorale che restituisca in toto il potere di scelta ai cittadini, presentarsi con un programma di governo forte, senza mediazioni interpartitiche, e andarsi democraticamente a contare, senza trucchi: ricostruendo da zero il quadro politico di domani. Ciò che la maggior parte dei partiti sta mostrando di non voler fare.

                                                                                                                                                                                                              25 lug

                                                                                                                                                                                                              Le vacanze al tempo dello spread

                                                                                                                                                                                                              Per la prima volta da molto tempo, forse dai tempi dello shock petrolifero del ’73, probabilmente peggio di allora (oggi a nessuno verrebbe in mente di scrivere spiritose canzoni sull’austerity; e peraltro la crisi cominciò in autunno, lasciando in pace le nostre ferie) andiamo collettivamente in vacanza con l’angoscia: una oppressione vaga e pesante al tempo stesso, che ci accompagna e ci abbatte. L’angoscia dello spread e della bancarotta possibile, dietro l’angolo, minacciosa: di un destino che non capiamo in che direzione vada, e nemmeno veramente perché. L’angoscia di non sapere se al nostro ritorno ci sarà ancora un governo (non eravamo altrettanto preoccupati all’epoca dei governi balneari: oggi sappiamo che è questione di vita o di morte del sistema paese, non di operetta); e, nel caso non ci fosse, se potremo eleggere i nostri futuri governanti con una legge elettorale che ce ne dia facoltà, o dovremo ancora subire che altri ce li impongano, aggravando la nostra sensazione di impotenza. L’angoscia di non sapere se le scuole riapriranno regolarmente, a seguito dei tagli continui: e, purtroppo, se riapriranno molte aziende. E se ci saranno i servizi essenziali…

                                                                                                                                                                                                              Questo, per chi ci va, in vacanza. Altri non potranno farlo. Come già ci dicono gli indicatori dalle località turistiche, e l’esperienza empirica di chi dalle vacanze è già tornato, e ha visto, nei luoghi di sempre, molti stranieri, ma meno italiani che in passato.

                                                                                                                                                                                                              E’ una condizione nuova, strana, lievemente surreale. Come se fossimo in un dopoguerra. Ma senza aver avuto la guerra. E senza le gioie della liberazione e le speranze della ricostruzione. Il presente ci angoscia: ma il futuro non ci seduce neanche un po’, e, semmai, ne abbiamo paura. Temiamo il peggio, non qualcosa di meglio. Una condizione che si riverbera sui nostri figli, che dei disastri attuali non hanno colpa alcuna, ma intuiscono che ne porteranno il peso e ne pagheranno il prezzo.

                                                                                                                                                                                                              E’ una mutazione non solo di clima psicologico, ma persino antropologica. Nell’ultimo secolo, da quando cioè abbiamo cominciato a pensare e poi costruito il welfare state, e per altri versi dal Rinascimento, ci eravamo abituati a pensare – a livello di percezione di massa, non solo di élite – che il futuro sarebbe stato migliore del passato. Che nel futuro c’era speranza, insomma, anche a dispetto di un magro presente. Oggi viviamo con una percezione, in un clima, assai diversi. E con la sensazione che le cose non cambieranno tanto in fretta.

                                                                                                                                                                                                              Le protezioni si sfaldano, e le certezze psicologiche con esse. La condizione dei giovani di oggi – con meno risparmio a disposizione, meno servizi, più debiti, più precarietà – ha fatto un salto indietro non di una ma di varie generazioni: a quando il futuro non era garantito, e non lo era nemmeno arrivare a fine mese. A quando espressioni come ‘tirare la cinghia’ avevano un significato letterale: la cintura più stretta di un buco, a seguito del dimagrimento involontario corrispondente al venire meno delle disponibilità mensili.

                                                                                                                                                                                                              Per carità, certo, nessun catastrofismo. Siamo un paese più solido di altri, il risparmio delle famiglie è più elevato, la casa ce l’hanno in maggioranza in proprietà, e ce la possiamo fare. Ma questo cambio di clima psicologico, al di là anche dei dati reali, non va sottovalutato. Per le conseguenze che avrà sulle generazioni che entrano in campo ora, sul loro rapporto con la politica, e la stessa identificazione con il proprio Paese.

                                                                                                                                                                                                              Niente sarà più come prima nemmeno da questo punto di vista. E’ finita un’epoca. Se ne apre un’altra. Di cui ancora non riusciamo a delineare i contorni. Ciò che è parte del problema. La buona notizia è che difficilmente potrà essere peggiore.

                                                                                                                                                                                                                11 giu

                                                                                                                                                                                                                Governo Monti: occorre la ‘fase due’

                                                                                                                                                                                                                La crisi economica che dette inizio alla Grande Depressione arrivò nel 1929. Il New Deal promosso da Roosevelt cominciò nel 1933. Come tempistica ci siamo: ormai siamo a più di tre anni di crisi anche noi. Il rigore non basta più. Il New Deal si basava sulle cosiddette tre R: Relief (aiuto, sollievo), Recovery (ripresa) and Reform (che non ha bisogno di traduzione).
                                                                                                                                                                                                                Cosa aspettiamo? Ormai è chiaro: tamponare la falla dei conti e cominciare a rimetterli in ordine, era assolutamente necessario. Recuperare credibilità all’estero e nei confronti dei mercati era indispensabile. Ritrovare uno stile di rigore e di moralità era vitale. Iniziare un processo di riforme pure. Per tutte queste cose il governo Monti è stato una benedizione: pensiamo a come sarebbero precipitate le cose con Berlusconi e il suo governo di allegri incompetenti ancora in sella. Ma si è solo iniziato. Intanto la crisi continua, l’economia è in recessione, e ci si mette pure il terremoto in una regione molto produttiva a ridurre il nostro Pil. Bisogna quindi fare altro, e soprattutto guardare oltre. E in altro modo. Con una ‘seconda fase’ di governo, lanciando i segnali necessari.
                                                                                                                                                                                                                Con le dovute Reform, in particolare quelle legate all’indispensabile drastico taglio delle uscite improduttive, degli enti inutili, della spesa statale inefficiente che strangola il paese (giusto per fare un esempio, l’inefficienza della giustizia, da sola, vale un punto di Pil).
                                                                                                                                                                                                                Spingendo verso una Recovery adeguata al momento: indirizzata alla creazione di occasioni – più che di posti – di lavoro (investendo in innovazione, ambiente, edilizia sostenibile, qualità dell’educazione, startup, ecc.).
                                                                                                                                                                                                                Con un po’ di Relief. Attraverso il taglio della tassazione alle persone e all’impresa, senza i quali non ripartiranno né gli investimenti né i consumi, e neanche un clima psicologico di investimento sul futuro. E una spesa pubblica riqualificata a sostegno delle difficoltà delle imprese (a cominciare dallo sblocco dei pagamenti della pubblica amministrazione) e delle famiglie in difficoltà.
                                                                                                                                                                                                                www.stefanoallievi.it

                                                                                                                                                                                                                http://www.facebook.com/pages/Stefano-Allievi/241451522622247

                                                                                                                                                                                                                  01 giu

                                                                                                                                                                                                                  Il potere nella Chiesa

                                                                                                                                                                                                                  Quanto sta accadendo in Vaticano dimostra che vi è un peccato originale del potere temporale della Chiesa: che non sta in qualche singolo infedele, o in un occasionale complotto. Fatemelo dire da sociologo: è un problema di sistema, non di persone. Vi sono logiche proprie, specifiche, delle gerarchie e del potere: la Chiesa non fa eccezione, ma in più ha peculiarità proprie.
                                                                                                                                                                                                                  Quattro punti chiave, tecnici: democrazia, trasparenza, limiti temporali al potere, presenza femminile.
                                                                                                                                                                                                                  Democrazia. Dove le decisioni sono solo top down e mai bottom up, il potere si concentra e diventa assoluto e irresponsabile, in senso tecnico. Dalla scelta di sistema dipendono le sue conseguenze. Non si può fare finta di sorprendersi.
                                                                                                                                                                                                                  Trasparenza. Consente di rendere esplicito, pubblico, e quindi anche verificabile il conflitto. Dove questo non accade, e il potere è imperscrutabile e nelle mani di pochi, che decidono e governano persone e carriere, le logiche dell’insinuazione, dell’ipocrisia, del servilismo e del complotto dominano maggiormente.
                                                                                                                                                                                                                  Ricambio. Lo stiamo vedendo in questi giorni, nella malata democrazia italiana, quanto sia importante il ricambio, il limite temporale al potere. Ne abbiamo già parlato, in questo blog, e non ci torno sopra. Ma non vale solo per la politica.
                                                                                                                                                                                                                  Presenza femminile. Un certo modo di concepire il potere è specificamente maschile. Laddove per definizione le donne non hanno accesso, si perde in confronto e in profondità.
                                                                                                                                                                                                                  A corollario, c’è un problema di età, che è conseguenza dei precedenti: vedere uomini, solo uomini, e anziani, nei posti di responsabilità, è una dimensione del potere, e un segnale che si manda alla società. C’è un’estetica del potere che non perdona, che ne rende immediatamente visibili le dinamiche. E le storture.
                                                                                                                                                                                                                  Poi la Chiesa, lo sappiamo, è ben altro che un centro di potere, un’istituzione, una gerarchia. Ma è anche questo. Occorre averne consapevolezza, in maniera onesta e pacata: fredda, mi viene da dire. Tanto più se alla Chiesa come ‘altro’ si vuol bene e ci si crede, o ancor di più se in essa ci si impegna. Se si abita la Chiesa della parola e del servizio, della solidarietà e dell’ascolto. E lo fanno in molti: che nella Chiesa non cercano potere, ma che in essa lo vedono all’opera.
                                                                                                                                                                                                                  Il mondo cattolico oggi è maturo per affrontare questi temi. Serenamente. Ma seriamente. Apertamente. Senza fare finta che vada tutto bene. Questo no, non è più accettabile.

                                                                                                                                                                                                                    30 mag

                                                                                                                                                                                                                    Terremoto multiculturale

                                                                                                                                                                                                                    Vediamoli, i nomi, i volti, le storie delle vittime del terremoto.
                                                                                                                                                                                                                    Qualche italiano: qualcuno cristiano, qualcuno forse no, un prete. Un marocchino, musulmano. Un indiano, sikh. Un cinese.
                                                                                                                                                                                                                    Ci raccontano un’Italia che spesso non vogliamo vedere. Fatta di interessi comuni: comuni a molti, da molte parti della terra, da molte regioni dello spirito.
                                                                                                                                                                                                                    Ci dicono – anche se dovremmo saperlo, eccome – che ci sono casi in cui di fronte a certe cose, quelle davvero importanti, condividiamo lo stesso destino.
                                                                                                                                                                                                                    Sarebbe bello ricordarselo anche in tempi normali, non solo nel dolore.
                                                                                                                                                                                                                    Intanto, è utile scoprire, ri-scoprire, che ci sono mani di tutte le razze e di tutte le religioni a scavare tra le macerie, come ieri a lavorare nei capannoni e ad abitare nelle stesse città.
                                                                                                                                                                                                                    E che ci sono fondi di diversa provenienza che si attivano per andare in aiuto di chi ne ha bisogno: dalla Caritas all’Islamic Relief, passando per tante altre associazioni, forze politiche, organizzazioni di categoria, imprese. Senza guardare di che paese o religione sarà il beneficiario finale.

                                                                                                                                                                                                                      23 mag

                                                                                                                                                                                                                      Verso la Terza Repubblica?

                                                                                                                                                                                                                      Non ha vinto l’antipolitica: questo, almeno, adesso è chiaro. Perché non di antipolitica si trattava, ma solo di rifiuto della politica tradizionale. L’antipolitica, a dirla tutta, in questi anni l’hanno fatta e interpretata i partiti, non ascoltando il desiderio di cambiamento (diventato uno tsunami proprio perché represso e non incanalato fino all’ultimo) che veniva dal basso: e non interpretando correttamente, quindi, il ruolo di rappresentanza democratica del paese che era stato loro affidato.
                                                                                                                                                                                                                      Da questa tornata elettorale emerge con chiarezza, tra le altre cose, una nuova domanda di personalizzazione della politica, che è una assunzione in proprio di responsabilità. Una personalizzazione dal basso, però, non verticistica, non leaderistica, come quella che negli anni scorsi spingeva a mettere nel simbolo del partito il nome del leader nazionale anche nella più sperduta delle frazioni. Oggi i leader nazionali non seducono – non ingannano – più nessuno; sono i leader locali, quelli che si assumono la responsabilità di dire “ci provo io”, con l’umiltà dell’ascolto e del coinvolgimento, a raccogliere consenso. Le persone contano, infatti, e l’immagine delle persone ancora di più. Un esempio: i candidati del 5 stelle, per età e stile, incarnano, anche fisicamente, il rinnovamento. I candidati degli altri partiti (lascio perdere nomi e luoghi), spesso, incarnano solo l’alternanza, non il rinnovamento. Può bastare in fasi storiche di stabilità. Non in una situazione eccezionale, come quella attuale. Oggi la domanda è di rinnovamento, e pure radicale, non di semplice alternanza.
                                                                                                                                                                                                                      In questi anni si è parlato molto di Seconda Repubblica, nata sulle macerie di Tangentopoli. Era una definizione largamente inesatta, perché non c’era stato né un cambiamento costituzionale e un ridisegno istituzionale (quelli che hanno segnato la storia della Francia e il passaggio dall’una all’altra Repubblica, da cui l’espressione italiana è mutuata), né un rinnovamento nei comportamenti dei partiti stessi e del ceto politico nel suo complesso. Oggi vediamo esprimersi i primi segni di una Terza Repubblica, che nasce dal basso, per volontà popolare: ma che non ha ancora trovato una canale istituzionale e costituzionale in cui collocarsi. Il compito della politica – se saprà essere buona politica almeno in questo – dovrà essere quello di costruire, su questa nuova domanda, una risposta adeguata. A cominciare da una nuova legge elettorale che consenta a questa politica di esprimersi. E da nuove modalità di funzionamento interno dei partiti, e di selezione delle leadership.

                                                                                                                                                                                                                        22 mag

                                                                                                                                                                                                                        Risultati elettorali

                                                                                                                                                                                                                        Si può, per una volta, azzardare un commento elettorale con un linguaggio diverso?
                                                                                                                                                                                                                        Tempo fa avevo scritto una poesia. Potrebbe essere un editoriale, oggi:

                                                                                                                                                                                                                        Partiti

                                                                                                                                                                                                                        Sono andati via
                                                                                                                                                                                                                        i partiti
                                                                                                                                                                                                                        o andranno presto
                                                                                                                                                                                                                        non rimpianti
                                                                                                                                                                                                                        Come gelati al sole
                                                                                                                                                                                                                        che si sciolgono inutili, appiccicosi, fastidiosi
                                                                                                                                                                                                                        Mandati via, veramente
                                                                                                                                                                                                                        più cacciati che partiti
                                                                                                                                                                                                                        come doveva essere:
                                                                                                                                                                                                                        la storia muove, chiude cicli, apre
                                                                                                                                                                                                                        E nonostante questo ancora lì, immobili
                                                                                                                                                                                                                        meno loquaci, ma ancora seduti
                                                                                                                                                                                                                        sui loro mal spesi privilegi

                                                                                                                                                                                                                        Politica è tornata
                                                                                                                                                                                                                        invece
                                                                                                                                                                                                                        lei, che da tempo era scomparsa
                                                                                                                                                                                                                        e c’è un legame
                                                                                                                                                                                                                        Ma non sa ancora
                                                                                                                                                                                                                        dove collocarsi, dove andare
                                                                                                                                                                                                                        E’ lì, si muove
                                                                                                                                                                                                                        si percepisce la voglia, il nervosismo
                                                                                                                                                                                                                        Sa che deve, va, cerca le strade
                                                                                                                                                                                                                        molte chiuse, tuttavia, molte ostruite
                                                                                                                                                                                                                        Qualcuna apre, in lontananza
                                                                                                                                                                                                                        un orizzonte
                                                                                                                                                                                                                        vago

                                                                                                                                                                                                                        Con linguaggio più tradizionale: cosa emerge?

                                                                                                                                                                                                                        Da un lato: l’aumento dell’astensionismo, ma anche, in parte, di un voto che non è solo di protesta, ma ha anche questa componente. Dall’altro: un desiderio diffuso di cambiamento e di rinnovamento (volti nuovi, più giovani, più freschi e lontani dalla politica politicante). Una caduta (nel caso del centrodestra e della Lega: un tracollo) dei partiti tradizionali, l’emergere di nuovi soggetti (il Movimento 5 stelle, ma anche molte civiche. E, soprattutto, la personalizzazione virtuosa della politica, dal basso anziché dall’alto: non più il nome del leader nazionale anche sulla scheda elettorale dell’ultima frazione di montagna, ma i nomi e i volti degli aspiranti leader locali in prima fila, come assunzione di responsabilità individuale (e non di partito).
                                                                                                                                                                                                                        E’ vero, sono elezioni amministrative: ma vedrete che lo stesso fenomeno lo ritroveremo alle prossime politiche. Se gli si lascerà spazio… (leggi: se cambierà legge elettorale, se si generalizzeranno le primarie, ecc.)

                                                                                                                                                                                                                          07 mag

                                                                                                                                                                                                                          Le elezioni europee. E quelle italiane

                                                                                                                                                                                                                          Conseguenze italiane delle elezioni francesi

                                                                                                                                                                                                                          1) sul governo. Si spezza l’asse Sarkozy-Merkel, e si apre una stagione di maggiore iniziativa europea contro la crisi, e di rafforzamento della stessa idea di Europa (politica, non solo monetaria), che rafforzerà il ruolo di Monti, con cui c’è una comune visione su alcune misure strategiche (ad esempio sugli Eurobond).
                                                                                                                                                                                                                          2) di natura politica più generale (e questo in prospettiva è assai più importante). Con la vittoria di Hollande i francesi hanno mostrato di volere un cambiamento che esca dagli schemi del mero rigore: si aspettano un rilancio che prospetti anche un nuovo modello di sviluppo, basato su priorità diverse, legate alla qualità dello sviluppo più che alla quantità della crescita (gli ecologisti, tra gli altri, hanno sostenuto Hollande con convinzione), innovativo rispetto al modello neo-liberista sin qui dominante.
                                                                                                                                                                                                                          3) di selezione del ceto dirigente. Se Hollande è risultato il candidato più popolare e alla fine vincente, è perché non è stato il prodotto delle alchimie partitiche, ma il frutto di una scelta popolare larga, affidata ai francesi, iscritti o meno ai partiti, attraverso elezioni primarie molto partecipate, che i francesi avevano copiato di fatto dall’esperienza italiana. Incidentalmente, Hollande non ha partecipato alle primarie in quanto segretario del partito, ma le ha vinte contro il proprio segretario del partito di allora. Ecco, da qui viene un insegnamento e un esempio su cui sarebbe folle che il fronte progressista italiano e direttamente il Partito Democratico, che le ha introdotte in Italia, tornasse indietro.

                                                                                                                                                                                                                          Una postilla greca. Al di là di ogni altra considerazione, le elezioni greche ci dicono che il consenso ai partiti tradizionali (socialista e conservatore), che in tutta la storia democratica del paese hanno avuto insieme percentuali intorno ai quattro quinti, è crollato di oltre la metà, aprendo a molti nuovi partiti e forze politiche spesso dell’ultima ora. Sta succedendo anche altrove (potremmo aggiungere una postilla tedesca, anche), in forme e percentuali meno eclatanti. La Grecia, in maniera dirompente, ma anche un po’ la Germania, ci dicono che si apre un nuovo ciclo politico europeo.
                                                                                                                                                                                                                          Una postilla italiana. Ce lo dicono anche i risultati italiani, per l’appunto. Crolla il Pdl. Cede la Lega. Cala, anche se in maniera meno appariscente, il Pd. Sale il movimento 5 stelle. Sale, soprattutto, l’astensionismo, primo partito del paese. E’ un segnale forte anche ai partiti italiani. Vedremo se verrà capito.

                                                                                                                                                                                                                            04 mag

                                                                                                                                                                                                                            Grillo, liste civiche e (cosiddetta) antipolitica

                                                                                                                                                                                                                            Intanto, qualche considerazione tratta da un mio editoriale su questo giornale di qualche giorno fa:

                                                                                                                                                                                                                            “La politica può dare il disgusto; ma il disgusto, da solo, non può dare una politica. Sta tutto qui il paradosso di quella che oggi si chiama antipolitica, ma che tale non è: dovremmo chiamarla antipartitica, antioligarchica, semmai.

                                                                                                                                                                                                                            L’indignazione, la protesta, il rifiuto di andare avanti come prima, non sono un vicolo cieco. Sono, al contrario, un eccellente punto di partenza: nel privato, nel sociale, come in politica. Il problema è come proseguire, come andare oltre. (…)

                                                                                                                                                                                                                            Di fronte a un ceto politico il cui principale problema sembra essere la propria autoconservazione, il non mollare la presa e la preda, il disgusto e l’indignazione diventano una risorsa da spendere in positivo. Ma dove stanno le riserve etiche e l’energia potenziale del rinnovamento? Un po’, e sembra paradossale, proprio nei partiti: ma nella base (per i partiti che ne hanno una), non al vertice. Oggi gli iscritti ai partiti, quelli rimasti, che fanno militanza, che si spendono, che in essi fanno il loro volontariato sociale, sono presi tra due fuochi: combattono anch’essi la battaglia dell’etica e del rinnovamento, come chi da fuori critica i partiti – e spesso con consapevolezza anche maggiore, perché vedono più da vicino i guasti del sistema – ma anche contro i propri stessi dirigenti, che invece cercano di perpetuare i comportamenti e le abitudini di sempre (dalla Lega al PD, colpisce vedere nelle sezioni come i più arrabbiati, oltre ai pochi giovani che hanno voglia di impegnarsi, siano proprio i vecchi militanti, quelli che ci hanno creduto da una vita, usi obbedir tacendo, che oggi si ribellano a un andazzo inaccettabile). Le altre riserve e le residue speranze per il buon uso della democrazia stanno invece fuori dal sistema. Come si è scoperto negli anni ’70, non tutto il politico è partitico, e non tutto il pubblico è istituzionale. Oggi forse è più vero di allora. Il problema è come far entrare questa gente impegnata, con la passione dei beni comuni, con valori e ideali per qualcosa e non solo contro qualcuno, con competenze e professionalità già sperimentati sul lavoro e nel sociale, dentro il sistema, dentro i partiti, dentro le istituzioni.”

                                                                                                                                                                                                                            Ecco, quali risposte a questa situazione?

                                                                                                                                                                                                                            Una è Grillo. Sono contro la demonizzazione che se ne fa nei partiti, specie a sinistra, dove pescherà più voti (ma in realtà li pescherà soprattutto nei delusi e nell’astensionismo potenziale, e anche a destra, visti i toni ‘leghisti’ degli ultimi comizi). Intanto, perché lui non è candidato: lavora per altri (per ora). Poi, perché sta traghettando nella politica persone normali, che non avrebbero fatto politica altrimenti, delusi o intimoriti dai partiti: e questa dovrebbe essere considerata una buona notizia, in tempi di disaffezione dalla politica. Infine, perché sta facendo circolare contenuti: non tutti buoni, ma la politica è questo, innanzitutto, far circolare idee, relative al bene comune possibilmente. Quello che fanno anche i partiti, ma con meno efficacia di una volta. In questo mercato, è dunque un contendente in più: non un’altra cosa.

                                                                                                                                                                                                                            Detto questo, non è una soluzione, né la panacea. Ma a livello locale può funzionare. Esattamente come le tantissime liste civiche di questa tornata elettorale: mai così tante, con così tanti candidati e aspiranti sindaci. Le civiche sono l’altra vera novità (anche più incisiva, direi) di queste elezioni. Ed è significativo che, in molti casi, l’appoggio dei partiti nemmeno lo vogliano, o il più discreto possibile, tanto è ormai considerato controproducente (al punto che anche i vecchi marpioni della politica partitante si travestono da ‘civici’ per intercettare elettorato deluso dai partiti).

                                                                                                                                                                                                                            Dopo le elezioni, vedremo se si tratta di novità riuscite, utili, costruttive. O dell’ennesima scossa – di preparazione, più che di assestamento – di un terremoto che non tarderà a venire.

                                                                                                                                                                                                                              20 apr

                                                                                                                                                                                                                              La parabola di CL (oltre la vicenda Formigoni)

                                                                                                                                                                                                                              Ho studiato Scienze Politiche all’Università Cattolica di Milano. Li conoscevo tutti: Simone, Lupi, Vittadini, Amicone… Coetanei o appena più grandi, e già leader. Splendide carriere troppo facili e garantite, perché gli amici chiamavano gli amici, e il primo che arrivava in un posto di potere (molto aiutato, peraltro: non lottando duramente per farsi spazio, ma, dopo i primissimi tempi fondativi ed eroici, chiamato ed anche esplicitamente corteggiato e favorito) chiamava gli altri (in un meccanismo dove il criterio di carriera era la fedeltà e l’amicizia, parola molto popolare in CL, e non il merito). Ecco, credo che uno dei problemi dei bravi ragazzi di CL sia stato proprio questo: un ‘familismo amorale allargato’ alla comunità, che partiva da buone intenzioni (e quindi difficile da criticare), iperprotettivo, di gente che si sposava all’interno della comunità e solo lì aveva frequentazioni e amici, che si dava sempre ragione reciprocamente, e che avendo acquisito troppo presto ruoli e potere all’altezza delle loro ambizioni ma spesso al di sopra delle loro capacità (non farò nomi, ma un paio di quelli che ho citato e molti altri meno noti ma con posizioni importanti, erano bravi ragazzi, sì, ma non propriamente dei geni conclamati, al di sopra di una media dignitosa, diciamo così…) si sono ritrovati in un gioco marcio, che per paradosso (rispetto alle loro ispirazioni ideali) hanno contribuito a immarcescire ancora di più, in maniera esponenziale. Il paradosso è che hanno costruito una sorta di cupola senza davvero avere consapevolezza di usare metodi sostanzialmente massonici o mafiosi, per cui gli ‘amici’ o la ‘famiglia’ non si discutono e non si toccano, e soprattutto non si criticano mai. Una triste parabola: soprattutto per quelli, come la moglie di Simone, di cui allego qui sotto la lettera mandata al Corriere della Sera, ci credevano davvero, e come lei molti altri militanti della prima e della seconda ora. Io li vedevo e li frequentavo ‘da fuori’, come studente non di CL in un Ateneo dominato culturalmente, direi imperialisticamente, da CL, ma curioso di capire, senza pregiudizi, onestamente interessato a saperne di più, che leggeva le loro cose, talvolta partecipava a loro riunioni, frequentava compagni di studio di CL. Non voglio dire che si capiva già che sarebbe finita così. Ma quell’aria chiusa, con troppo potere nelle mani di pochi e davvero troppo poca discussione e critica, si respirava già da allora. Mi piacerebbe che nel mondo cattolico si aprisse una riflessione, su questo. CL troppo spesso è stata descritta, dai suoi nemici (anche interni al mondo cattolico), come un’associazione a delinquere o un setta. E dai suoi amici o ammiratori anche lontani (anche esterni al mondo cattolico, e spesso sorprendenti e improbabili) è stata troppo acriticamente blandita, facendo finta di non vedere i segnali negativi che già emergevano in passato. Ma è un’esperienza, un esito, su cui invece riflettere seriamente. Perché ha a che fare con cose cruciali, per il mondo cattolico, su cui dai tempi degli Atti degli Apostoli non si smette di discutere: il rapporto con il potere, con la politica, con il denaro (denaro pubblico, soprattutto), con il successo mondano. Perché anche quando si parte convinti di cambiare il mondo, spesso si scopre che alla fine è il mondo a cambiare te, e invece di conquistarlo ne sei conquistato. Vale la pena rifletterci, su questa parabola, che è religiosa, politica, e semplicemente umana.

                                                                                                                                                                                                                              «Vi racconto l’amicizia tra Simone, Daccò e Formigoni» http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_aprile_19/20120419NAZ15_17-2004137466249.shtml

                                                                                                                                                                                                                                19 apr

                                                                                                                                                                                                                                Il Paese che non sa parlarsi

                                                                                                                                                                                                                                Alle volte sono i piccoli segnali a farci capire la crisi profonda di un paese. Ne propongo uno, tratto da un’intervista del Corriere della sera a Susanna Camusso, che mi ha lasciato perplesso:

                                                                                                                                                                                                                                “Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, sarà il primo esponente del governo a andare a spiegare una riforma del lavoro in fabbrica, lunedì, all’Alenia di Torino: non le sembra la ricerca di un dialogo?
                                                                                                                                                                                                                                «No, penso che sia una scelta molto discutibile. Veramente molto discutibile».

                                                                                                                                                                                                                                Non dovrebbe andarci?
                                                                                                                                                                                                                                «Ritengo che ognuno abbia i suoi ruoli che bisogna mantenere e rispettare. Io ci vedo della supponenza in questo gesto, una sorta di “vengo io che così gliela spiego la riforma, perché voi non sapete fare il vostro mestiere”. Mi pare la sua una logica di sfida».”

                                                                                                                                                                                                                                Non mi interessa parlare della simpatia rispettiva di Fornero o Camusso, o della simpatia che rispettivamente abbiamo per le loro politiche. Prendiamolo come un caso emblematico di un modo di intendere non solo la politica ma la società.
                                                                                                                                                                                                                                Degli operai invitano un ministro a confrontarsi con loro, il ministro accetta, e un sindacalista dice: no, non ci deve andare, ognuno ha il suo ruolo, è un atteggiamento supponente (nel dibattito che ho avviato su facebook con alcuni amici si usavano termini come arroganza e provocazione).
                                                                                                                                                                                                                                Se ne deduce, a contrario, che l’atteggiamento giusto sarebbe: nessuno si confronti con nessuno, tutti chiusi nel proprio orticello, ognuno fruendo della rendita di posizione che ha, perseguendo i propri interessi, contro gli interessi degli altri. Tutti contro tutti, tutti estranei a tutto, niente in comune, nemmeno il confronto reciproco. Si tratta, davvero, di una strana idea della convivenza civile… Ma è un atteggiamento diffuso. Ed è un problema in sé. Non ne esce, un paese, dalla sua crisi, con queste premesse. E’ invece necessario recuperare la capacità di dialogo e di confronto, e di difendere le proprie ragioni anche nella tana altrui. E’ un paese che deve ricominciare a parlarsi, questo. Partendo dall’abc, mi sembra di capire.

                                                                                                                                                                                                                                  13 apr

                                                                                                                                                                                                                                  I soldi e i partiti

                                                                                                                                                                                                                                  Nel mini conclave dell’altro giorno, A B e C (Alfano, Bersani e Casini) hanno concordato una ‘riforma’ sul finanziamento pubblico ai partiti che a loro forse sarà sembrata epocale, ma che noi riassumeremmo più o meno così: non cambia nulla, e si tengono tutto.
                                                                                                                                                                                                                                  Niente tagli, anche se i partiti spendono un quarto di quello che ricevono (e quel quarto, maluccio, come sappiamo).
                                                                                                                                                                                                                                  Niente rinvio (perché tecnicamente non fattibile nel modo in cui è stato proposto) del rateo di ‘rimborsi’ in arrivo, proprio adesso: e questo quando quel rateo inutile – perché tanto si tratta di soldi nemmeno spesi – oltre che immorale, andrebbe semplicemente abolito.
                                                                                                                                                                                                                                  Chi si lamenta (penso soprattutto al PD) che l’antipolitica ce l’ha con ‘i partiti’, mentre alcuni sono diversi da altri, qui non ha alibi. La diversità c’è su molte cose: non su questa. Ancora una volta, è mancato il coraggio di una riforma radicale. Possibile non si sia capaci di dire che il finanziamento pubblico, che non va abolito, va di molto ridotto, e speso assai meglio?
                                                                                                                                                                                                                                  I partiti costano quasi 5 euro a ogni italiano. Possibile non si abbia il coraggio di dire che 1 euro sarebbe sufficiente, in linea con quanto si spende altrove?
                                                                                                                                                                                                                                  Ennesima occasione persa. Non ce ne saranno molte altre, per far vedere la propria diversità.
                                                                                                                                                                                                                                  Poi c’è il problema dei partiti non più esistenti che riceveranno anch’essi dei contributi: una leggina veloce per destinare i fondi relativi agli ammortizzatori sociali, per dire, non la propone proprio nessuno? Chissà perché si coprono ancora reciprocamente?
                                                                                                                                                                                                                                  Perché nessun segretario di partito, in particolare tra quelli presenti in parlamento (Radicali a parte, in maniera davvero coerente e conseguente, e non ondivaga), dice ad alta voce che vuole ridurlo drasticamente, il finanziamento pubblico (visto che hanno speso molto meno di quanto hanno ricevuto, oltretutto, non gli cambierebbe nemmeno nulla, nel concreto)? E come si fa a notare la differenza tra i partiti se non lo fa nessuno? Aggiungiamo poi che, in tutti i partiti, c’è anche il problema del rapporto con le fondazioni (PD e altri), le associazioni beneficiarie e intestatarie di fondi e immobili (IDV e altri), il patrimonialismo dei leader (l’abbiamo visto nella Lega e nella Margherita nelle sue forme peggiori), i maneggi loschi e dubbi di alcuni (il PDL e altri, da Verdini in giù): temi su cui ci si rifiuta anche solo di aprire un dibattito?
                                                                                                                                                                                                                                  Il tempo delle ipocrisie è finito. Ma anche il tempo dei partiti attuali sta per scadere. Quello dato in questi giorni è stato un pessimo segnale. Di cecità. E anche di arroganza (penso ai molti che in tv hanno il coraggio di prendersela con la demagogia dei giornali, e tra questi molti anche di centro-sinistra…). Che è un segno di distanza dal paese assolutamente siderale.
                                                                                                                                                                                                                                  La butto lì: e se la base, i circoli, le sezioni, le periferie, di tutti i partiti, che di quei soldi tanto non hanno mai visto un euro, cominciassero a protestare con i rispettivi partiti? Si facessero sentire? Battessero un colpo? Loro non sono implicati: perché continuare a difendere delle leadership che hanno prima creato e poi difeso l’indifendibile?

                                                                                                                                                                                                                                    11 apr

                                                                                                                                                                                                                                    Il futuro della Lega

                                                                                                                                                                                                                                    La Lega implode per colpe proprie. Il familismo amorale, il peso degli scandali, una leadership che si è mostrata del tutto inadeguata al compito. Il senatur perché per troppo tempo avvitato al potere (si vedano i post precedenti sul ricambio come necessità politica). I suoi familiari perché avviati a compiti palesemente inadeguati alla loro caratura umana e politica: nel portarsi il figlioletto dagli incontri di Arcore e dai riti ampollari sul Po fino al consiglio regionale lombardo, per poi dettargli infine le dimissioni, c’è un segno avvilente della deriva da decadenza dell’impero romano che la questione aveva preso nella Lega. I suoi comprimari, a cominciare dal “cerchio magico” degli eletti a stare vicino al capo, per un carrierismo fatto solo di servilismo e incompetenza. In tutti e tre i casi – leader, famiglia, eletti – le colpe sono ampiamente di un personale politico diffuso, a Roma come sul territorio, che, nel caso del leader, si era umiliato in un mortificante culto della personalità (ricordiamo con imbarazzo uomini e donne della Lega che tutte le volte che c’era da prendere una decisione, su leaders e carriere o sulla linea politica, dicevano ogni volta “deciderà Bossi”, come se loro non avessero capacità e possibilità di dire la propria, pur essendo adulti e con ruoli di potere), mentre famiglia e carrieristi li ha accettati fino a ieri senza proferir parola. Si è fatta carriera così per anni, nella Lega. E i conti alla fine si pagano.
                                                                                                                                                                                                                                    Detto questo, la caduta del capo, dei famigli, e degli altri che seguiranno, è una catarsi che può segnare la rinascita della Lega, l’inizio di una democrazia compiuta anche interna al partito, il passaggio ineludibile da movimento a istituzione, dalla fase carismatica a quella costruttiva di una nuova forma di rappresentanza. Va dato atto a Bossi, padre e figlio, di essersi dimessi, laddove altri hanno fatto finta di niente: non ci sono molti precedenti, nel nostro paese. E questo può confermare l’idea di “diversità leghista” che in altri ambiti si è vista assai meno. Inoltre l’obiettivo su cui la Lega ha costruito il suo consenso, quello del federalismo e di un diverso rapporto con lo stato centrale, è tutt’altro che tramontato. E il silenzio odierno sul tema e persino sul termine “federalismo” è un errore strategico gravissimo dell’attuale ceto politico, governo e partiti che lo sostengono: non è una stagione superata, è ancora tutto da fare. Il bisogno resta, e se non lo si coglie, la Lega se ne riapproprierà con più forza di prima, e anche con più ragioni, dimostrando con i fatti che gli altri erano diventati federalisti solo a parole.
                                                                                                                                                                                                                                    Infine, un personale politico diverso e più giovane, nato con la Lega ma senza collegamenti vischiosi e malsani con chi finora l’ha gestita privatisticamente, è in grado di porsi come interlocutore con maggiore forza di prima. La Lega ne potrebbe quindi uscire migliore, e con un ruolo più forte di quello che si prefigurava con Bossi leader appannato e azzoppato, e la famiglia al seguito. E’ un’occasione di modernizzazione, per la Lega, che se colta potrebbe portare frutti positivi, non tanto come seguito elettorale (è presto per dire che effetto avranno gli attuali scandali sull’elettorato di opinione – non militante – leghista, ma certo conseguenze ci saranno), ma come occasione di maturazione interna e quindi di rafforzamento e di maggiore autorevolezza della leadership territoriale.
                                                                                                                                                                                                                                    Insomma, chi dà la Lega per spacciata sbaglia di grosso. Anzi: forse sono anche altri partiti che avrebbero bisogno di catarsi simili, per liberarsi del vecchio ceto dirigente e svecchiarsi anche loro. Il rischio è che questi, se manca l’occasione, manchino l’obiettivo. La Lega, suo malgrado, l’occasione l’ha avuta: sta a lei farla fruttare.

                                                                                                                                                                                                                                      30 mar

                                                                                                                                                                                                                                      Riforma elettorale: primi passi

                                                                                                                                                                                                                                      La polemica sul progetto di nuova legge elettorale è rischiosa. Ogni critica rischia di affossare una riforma indispensabile, che ci impedisca di rivotare per la terza volta con l’inqualificabile ‘porcellum’: cosa che porterebbe a un ulteriore aumento dell’astensionismo, al riprodursi di un ceto politico incapace e corrotto, e in definitiva all’ingovernabilità futura del Paese. E’ un po’ come le critiche al governo Monti, che talvolta dimenticano in quale abisso eravamo pochi mesi fa, e che ciò che c’era prima era infinitamente peggio. Tuttavia la critica è necessaria – al governo come al progetto di riforma elettorale – se vogliamo uscire definitivamente e non solo provvisoriamente dalla crisi politica italiana.
                                                                                                                                                                                                                                      Prima dei no bisogna quindi dire un sì alto e forte: la riforma elettorale è doverosa, e praticamente ogni riforma sarà comunque meglio del sistema precedente. Questo anche per evitare che i partiti approfittino delle polemiche per non fare nulla: cosa che in fondo fa comodo a troppi, consentendo alle attuali leadership partitiche di mantenersi al potere e continuare a riprodursi per cooptazione, lontani quindi da ogni prospettiva di rinnovamento vero e di merito. Ma i no devono essere chiari.
                                                                                                                                                                                                                                      No all’abbandono del bipolarismo, al ritorno al proporzionale più o meno puro, e all’ingovernabilità delle coalizioni chilometriche: il paese ha bisogno di alternative chiare, di scelte di governo forti e rapide, di progetti da perseguire con decisione, lontani dalle estenuanti mediazioni che hanno prodotto l’immobilismo endemico della prima e della seconda repubblica.
                                                                                                                                                                                                                                      No alle liste bloccate, e all’impossibilità di scelta dei propri rappresentanti da parte dei cittadini: il tema forse più sentito da una pubblica opinione che si sente espropriata e tradita, e lo manifesta in molti modi, dal crescente astensionismo alla fiducia nei partiti precipitata ai minimi termini.
                                                                                                                                                                                                                                      Se non si hanno chiari questi no, la crisi politica e di rappresentanza rischia di accentuarsi, e di conseguenza anche la spirale negativa del sistema paese, appena rallentata dal governo tecnico, rischia di riavvitarsi in una caduta incontrollata.
                                                                                                                                                                                                                                      Come arrivare a un risultato accettabile è possibile in molti modi: con l’uninominale, con il doppio turno, con le preferenze, con le primarie che consentano di scegliere prima i candidati che entreranno poi in listini eventualmente bloccati. Ma dev’essere chiarissimo il senso dell’operazione: rinnovare radicalmente il ceto politico, consentendo l’accesso alle energie qualitativamente migliori della società, che con tutta evidenza i partiti, ancora oggi, non sono minimamente in grado di incanalare ed esprimere. Se a decidere saranno ancora i partiti attuali, e le loro leadership politiche, insomma, non c’è via d’uscita.
                                                                                                                                                                                                                                      Per cui: riforma, sì, ma che non sia una semplice restaurazione (del precedente sistema elettorale, il cosiddetto ‘mattarellum’, o altro). O i partiti attuali saranno capaci di mostrare che accettano davvero una forma radicale di rinnovamento della classe politica e delle sue modalità di selezione, consentendo ai cittadini – che sempre meno si iscrivono ai partiti – di partecipare a queste scelte (e il successo delle primarie alle elezioni amministrative ne è un esempio, che dovrebbe portare ad un procedimento analogo anche per la scelta dei candidati al parlamento), o dovranno rassegnarsi a essere progressivamente spazzati via da altri partiti (che sono già oggi in gestazione) e da altre forme di partecipazione politica. Ma il rischio è che con essi si affossi anche la democrazia. C’è da augurarsi, quindi, che se ne accorgano prima.

                                                                                                                                                                                                                                        20 mar

                                                                                                                                                                                                                                        Sul bisogno di ricambio (in politica e altrove)

                                                                                                                                                                                                                                        Non è colpa nostra. L’attualità non ci da’ tregua. E allora, riprendiamo un vecchio tema, quello su corruzione e politica. Ma allarghiamolo un po’.
                                                                                                                                                                                                                                        Lusi, Formigoni, Errani, Rutelli… Casi molto diversi, imparagonabili. Il primo è un ladro reo confesso. Il secondo non è sotto inchiesta (non stavolta, non per malversazioni o tangenti), ma lo è tutto il suo sistema di potere, e la gente di cui si è circondato. Errani è indagato per un reato minore. Rutelli si considera vittima di Lusi. E poi il primo è un contabile, abile a fare i propri, di conti; gli altri tre sono leader politici. Cos’hanno in comune?
                                                                                                                                                                                                                                        Una cosa sola: troppo potere, troppo a lungo, sempre nello stesso ruolo. Avvitati a tempo indeterminato sulle loro poltrone, hanno trasformato il mandato elettorale e il consenso in una rendita di posizione. Anche quando non commettono niente di illegale, e non capita spesso. Vale anche per altri leader, del resto, anche non sotto inchiesta (non per gli stessi reati, non ora, almeno, non per fatti recenti…): Bossi ne è l’esempio più longevo, Berlusconi la parabola umana e politica più efficace.
                                                                                                                                                                                                                                        Come notavo in altro post, è il sogno eterno del potere: durare sempre, a dispetto di tutto. Ma se “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”. Ecco il senso del limite al numero dei mandati, e delle cariche a termine. Specie se pubbliche ed esercitate in nome del popolo. Ma la questione del ricambio, e quella connessa dell’apertura ai giovani, e alle donne nei luoghi e nelle professioni maschili, ecc., riguarda anche tante altre realtà: associazioni, imprese, enti, amministrazioni, fondazioni, chiese, partiti, pro loco, polisportive, circoli culturali, consigli parrocchiali… Troppi anni nello stesso ruolo fanno ristagnare le relazioni, creano inerzie malsane, abitudini inconsapevoli, chiusure evidenti: ci si costruisce, di fatto, come blocco omogeneo e impermeabile. E i centri di potere così creati impediscono l’innovazione, opprimono l’originalità, temono la creatività, paventano, più di ogni altra cosa, il ricambio. Dove ci sono soldi da gestire, specie se pubblici, o favori da concedere, producono di fatto cricche chiuse come mafie, e poteri occulti e omertosi, troppo stabili per non cedere alla tentazione e alla presunzione dell’onnipotenza. Ma anche dove non ci sono, dove si fa volontariato e denaro non ne gira, il mancato ricambio ha effetti malsani: un po’ come non aprire la finestra troppo a lungo nella stessa stanza… Perché si finisce per fare come si è sempre fatto, sedersi sulle abitudini e le routine, che sono utili per conservare, ma non producono innovazione: e c’è bisogno invece di entrambe le cose.
                                                                                                                                                                                                                                        Per questo il ricambio è sano. E meglio se frequente. Non solo dei leader. Sono in troppi, nei partiti e altrove, ad essere convinti della propria indispensabilità, e ad avere il culto della propria eternità. Non è così: che lo sappiano. Li cambiamo volentieri con altri, e ci abitueremo in fretta ai nuovi, e impareremo rapidamente i loro nomi, senza nostalgie. Lo ripeto: non solo in politica, dove la regola d’oro già ci sarebbe, ed è quella che applichiamo ai sindaci (e che dovremmo avere il coraggio di allargare a tutte le cariche) – dopo due mandati, tutti a casa. Anche altrove, su questa regola, ci farei una riflessione.

                                                                                                                                                                                                                                          02 mar

                                                                                                                                                                                                                                          No Tav, sì Tav: il metodo e il merito

                                                                                                                                                                                                                                          Cominciamo dal metodo, che in democrazia è sostanza.

                                                                                                                                                                                                                                          E’ chiaro: c’è stato in passato un deficit di coinvolgimento della popolazione, sull’intera partita. In Italia non ci si è abituati, la democrazia partecipativa e deliberativa ha poca storia e poca cultura alle spalle, e si va avanti in altro modo: con l’imposizione o con lo scambio. E’ stato un errore grave, e oggi lo si paga. Sul lato francese probabilmente è stato fatto di più e meglio, e le cose si sono concluse prima e con meno danni. E in altri paesi a noi vicini (penso alla Svizzera) quando si fa un’opera pubblica, anche solo una piccola galleria, o un ponte che espropria un po’ di terra ai contadini del luogo, si coinvolgono tutti gli attori in campo, si discute, si confligge (il conflitto – pacifico – è l’anima della democrazia, la sua fisiologia, non una patologia: bisogna smettere, quindi, di averne paura, ma imparare invece a nominarlo a viso aperto, e a gestirlo), ma poi si decide e si procede speditamente, senza ulteriori intoppi. Se ne può – se ne deve – trarre una lezione per il futuro. Bisogna cambiare modo di fare politica, anche da noi. I cittadini devono poter far ascoltare la propria voce. Poi, c’è qualcuno che è eletto per decidere, e deve farlo. Assumendo anche i costi (elettorali, per esempio) delle sue decisioni.

                                                                                                                                                                                                                                          Sia chiaro, però: il processo decisionale non riguarda solo coloro che vivono più vicini all’opera in questione. Se la Tav è inutile, lo è per l’Italia, non solo per la Val di Susa; ma se è utile, lo è per l’Italia (e l’Europa, magari), e non può essere la sola Val di Susa a decidere. Essa va coinvolta, informata, formata, compensata, ascoltata in tutte le migliorie o progetti alternativi che può proporre, ma alla fine una qualche decisione va assunta, e portata a termine: e nessuna decisione accontenterà tutti, ci sarà sempre qualcuno a cui non andrà bene (sia in Val di Susa che nel resto d’Italia, peraltro). C’è un’idea di democrazia, dietro il presupposto che i valligiani (tutti d’accordo, poi?) abbiano diritto di veto, che se applicata con coerenza impedirebbe di fare qualsiasi opera pubblica, se danneggiasse l’interesse di chi ci abita sopra o di fronte: strade, piazze, fognature, tram, parcheggi, ospedali, autostrade… E anche qualsiasi opera privata o sociale: la tua casa no perché fa ombra alla mia, la tua moschea no perché mi stai antipatico, la tua mensa per i poveri no perché non voglio averli tra i piedi, il tuo cinema no perché aumenta il traffico in zona, il tuo negozio no perché fa concorrenza al mio… Una democrazia che confligge con l’interesse pubblico e il bene comune: il contrario della democrazia, quindi. Chiaro che in Val di Susa di sostanza di cui discutere ce n’è, eccome. Ma senza un accordo sul metodo, senza imparare a usare i metodi della democrazia sia formale che sostanziale, da parte di tutti, non c’è discussione sul merito che tenga.

                                                                                                                                                                                                                                          Ma sono davvero ancora i valligiani gli attori del confronto? Sempre meno. Espropriati ancora una volta: dal governo prima, dal movimento antagonista organizzato poi, che si è appropriato della questione, e ora detta l’agenda. Con il suo linguaggio verbale sporco, fatto di insulti alle forze dell’ordine e al buon senso (il video in cui un manifestante da’ della pecorella e dello stronzo a un poliziotto impassibile ne è solo un esempio, noto perchè è stato filmato: ma c’è di più e di peggio). Con le allusioni complottistiche e la mentalità settaria e ideologicamente paranoica. E con metodi inaccettabili: anche per i cittadini della Val di Susa, che loro malgrado sono diventati solo lo strumento, come tale strumentalizzato, di tutt’altra partita. Se si cerca di bloccare l’Italia, sarà l’Italia intera contro i No Tav: politicamente, non un gran risultato…

                                                                                                                                                                                                                                          Poi c’è il merito. Capitolo apertissimo. Di cui sarebbe giusto parlare. Ma di cui non si parla più. Gran parte di quelli che protestano in Val di Susa e altrove, del resto (con l’esclusione dei valligiani, in questo certamente più motivati), non ne sanno un granché. Figuriamoci gli altri.

                                                                                                                                                                                                                                            25 feb

                                                                                                                                                                                                                                            La crisi dei partiti

                                                                                                                                                                                                                                            La crisi economica, finanziaria, produttiva, e morale, del paese, ha mostrato innanzitutto la crisi della politica e dei partiti. Una politica che per esistere fa un passo indietro, lasciando governare i tecnici, mostra il segno tragico della sua inadeguatezza. Se arriva a fare qualcosa di completamente innaturale per la politica – darsi dei limiti, e addirittura ritirarsi dal terreno già occupato – vuol dire che persino essa si è resa conto di non essere capace di giocare il suo stesso gioco. Per i partiti è uguale, o peggio: la fiducia in essi è al minimo storico (4% dei cittadini), la partecipazione ad essi (le iscrizioni) in crollo verticale. Il Pd, che è il partito con più iscritti, tra quelli con un andamento normale (del Pdl parliamo di seguito), ne ha persi 200.000 su 800.000 solo dal 2009 al 2010 (un quarto), ed è in calo ulteriore. La Lega ne dichiarava nel 2010 130.000, Italia dei Valori 95.000, Sel 45.000. Il Pdl è impossibile da quantificare: all’inizio del 2011 ne dichiarava poche decine di migliaia, ammettendo, in regioni in cui è forte, come la Lombardia, di avere più eletti che tesserati; poi, miracolosamente, a fine ottobre, dopo aver moltiplicato pani, pesci e tessere, ne dichiarava, nel suo anno peggiore, quello in cui maggiormente è stato infangato e travolto dagli scandali, e in cui ha poi perso il governo, la bellezza di 1.200.000, praticamente in controtendenza con il mondo intero; e ora, congresso dopo congresso, denuncia dopo denuncia, mostra quanto la crescita, come per certe carni e certi prosciutti, fosse dovuta più a iniezioni di estrogeni e di acqua che non a sostanza vera.

                                                                                                                                                                                                                                            Che fare, allora? Cambiarli, cambiarli, cambiarli, questi partiti. Cambiarne i gruppi dirigenti, cambiarne la forma, cambiarne la modalità di funzionamento. Se perdono iscritti, se restano quasi solo gli anziani, in maniera sempre più preponderante, è perché funzionano male, secondo liturgie desuete, dicendo continuamente il falso (ad esempio ai congressi, in cui si parla di cose decise altrove, e mai di quelle veramente importanti: in cui si da’ troppo spazio al chi, e troppo poco al cosa, al come, e al perché).

                                                                                                                                                                                                                                            Come si fa? Con una legge elettorale degna di questo nome. E con una legge sui partiti che li destrutturi. Sul piano del finanziamento, riducendo drasticamente e regolamentando strettamente quello pubblico. E sul piano della democrazia interna, introducendo una regolamentazione di base uguale per tutti: con regole effettivamente democratiche, favorendo il bilanciamento di genere, e magari introducendo le primarie non su base volontaria, ma per legge. Sono convinto che chiunque si facesse oggi alfiere di queste proposte, acquisirebbe un enorme consenso presso la pubblica opinione, stufa delle oligarchie partitocratiche, e che con le primarie, laddove si sono celebrate, ha mostrato di voler partecipare al gioco politico assai più di prima: perché, quello sì, era un gioco vero. C’è da domandarsi allora perché nessuno, neanche chi mastica roboanti dichiarazioni sulla questione morale da mane a sera, lo faccia davvero, con coerenza, con determinazione. Naturalmente, c’è anche una risposta, a questa domanda: o più di una. E nessuna è consolante.

                                                                                                                                                                                                                                              07 feb

                                                                                                                                                                                                                                              Quale Padova vogliamo?

                                                                                                                                                                                                                                              Parliamo, per una volta, di Padova. E delle infinite polemiche sul suo futuro: perché è di questo che si parla, quando parliamo di auditorium, ospedale, centro congressi, casa delle genti, moschea, e quant’altro. E non si può avere un modo piccolo di affrontare una realtà che è grande, perché è quella in cui abitiamo, e perché è connessa al fuori, al mondo. Ho provato a scriverlo in articolo pubblicato oggi su questo giornale: il problema non è solo quale di questi progetti, preso singolarmente, sia migliore o peggiore. Ma in quale idea di città si inseriscono: uscendo dalla logica del tifo calcistico sull’uno o sull’altro (pro o contro, a prescindere, o a seconda del calcolo politico di breve periodo: anche perché noi, si spera, in questa città ci vivremo a lungo, anche dopo le prossime elezioni). E cercando, esaminandoli nel loro insieme, di capire quale idea di città ne viene fuori.
                                                                                                                                                                                                                                              Allora sì ha senso di parlare di auditorium, di localizzazione dell’ospedale, di fiera e di centro congressi. Parlando di a cosa servono, non di cosa sono e chi li vuole. E di che effetti di lungo termine produrranno sulla città. Vale anche per altre cose. Penso alla questione della ‘Casa delle genti’. Qualcuno l’ha proposta, qualcun altro non la vuole, e la cosa finisce lì. Ma può una città permettersi il lusso di gettare a mare un investimento nel sociale, con i chiari di luna attuali, per svolgere un servizio che alla città serve? Che idea di città c’è, dietro? Penso alle discussioni che ogni tanto si riaccendono sui giovani (di cui sono stato involontario protagonista anch’io, scrivendone e proponendo un incontro tra le parti in causa, un invito alla ragionevolezza che nessuno ha raccolto): ogni tanto succede qualcosa, si chiude un locale, o si propone di portare i giovani a Foro Boario, per dire (e in entrambi i casi: in nome di quale idea di città?), ma poi tutto finisce lì. Penso alle dispute infinite sulle piazze, o a episodi minimi come le panchine che compaiono o scompaiono. Che idea di città c’è dietro, al di là del singolo fatto?
                                                                                                                                                                                                                                              Chi governa ha la responsabilità di governare, di fare. Ma deve anche ricordarsi e ricordarci perché, in nome di quale idea di città. Non è fatica né tempo sprecato: è legittimazione a continuare, invece. Magari con l’umiltà, quando serve, di ascoltare e cambiare idea, se utile.
                                                                                                                                                                                                                                              Chi fa opposizione dovrebbe dirci in nome di quale idea alternativa di città, di quali valori, non limitandosi all’ostruzionismo, mestiere adatto al piccolo cabotaggio politico di breve periodo, ma perniciosissimo per la vivibilità di lungo periodo della città. Ci si ricordi delle ridicole capriole sul tram, per trarne una lezione: sul breve periodo ci si è vinta un’elezione, sul lungo ci si è persa la faccia.
                                                                                                                                                                                                                                              Vogliamo cominciare a parlare di quale città vogliamo? E di quale visione (sì, visione: serve, un’idea generale) la sostiene? Di quali persone vogliamo siano il frutto delle città, del suo modo di concepire la vita sociale e le relazioni tra cittadini?

                                                                                                                                                                                                                                                02 feb

                                                                                                                                                                                                                                                Partiti e corruzione

                                                                                                                                                                                                                                                Due notizie nello stesso giorno.
                                                                                                                                                                                                                                                Il senatore del PD Luigi Lusi, tesoriere della Margherita (un partito che non esiste più ma che continua a gestire fondi cospicui) è reo confesso di essersi appropriato di ben 13 milioni di euro.
                                                                                                                                                                                                                                                Il senatore del PDL Riccardo Conti ha guadagnato in un sol giorno 18 milioni di euro, per la semplice transazione di un immobile, sfruttando le sue conoscenze nel sottobosco degli enti romani.
                                                                                                                                                                                                                                                Sono due notizie di peso diverso: il primo caso è politico, trattandosi di soldi pubblici appartenenti a un partito (un po’ come nel caso degli investimenti leghisti in Tanzania, in cui c’era però solo un uso improvvido delle risorse, non appropriazione indebita), e giudiziario. Il secondo è etico, deontologico (per ora: anche lì i soldi sono parapubblici). Entrambi meriterebbero di essere cacciati dai rispettivi partiti e dal parlamento, ma non c’è dubbio che il caso di Lusi sia infinitamente più grave, e non può passare inosservato.
                                                                                                                                                                                                                                                Intanto, perché i partiti hanno tutti quei soldi? Anche quelli morti? Chi decide come si gestiscono? Come si distribuiscono le risorse rimanenti? (tra l’altro, nel caso in questione, con un gestore, Rutelli, che nel frattempo ha fondato un altro partito che si colloca in uno schieramento diverso rispetto a quello in cui è entrato quello di cui gestisce i soldi…).
                                                                                                                                                                                                                                                Bene ha fatto la dirigenza del PD a chiedere immediatamente le dimissioni dal gruppo parlamentare di Lusi, e ad espellerlo al suo rifiuto. Ora sarebbe il caso di sospenderlo anche dal partito, e chiedergli di dimettersi anche da parlamentare, anche se non lo farà. Ma c’è un problema generale, di regole e di leggi, per tutti i partiti, anche quelli piccoli: molti dei quali hanno vissuto vicende altrettanto opache e problematiche.
                                                                                                                                                                                                                                                I cittadini sono già abbastanza disgustati e sconcertati. C’è poco da dire. O i partiti cambiano, o finiranno tutti giudicati nello stesso calderone: la casta, come noto. Forse è il caso che siano gli iscritti ai partiti, le rispettive basi, ad alzare forte la voce, a protestare, a chiedere un cambio di direzione. Loro ne hanno titolo: i partiti sono loro. O lo sarebbero, se non fossero utilizzati solo per presenziare alle riunioni, o fare servizio volontario nelle sezioni e nelle feste, assai meno per decidere delle cose che contano.
                                                                                                                                                                                                                                                Prendano loro l’iniziativa di proporre come cambiare la legge sul finanziamento pubblico ai partiti. E la gestione dei soldi al loro interno, magari facendone arrivare di più ai territori. Nel PD come nella Lega, nel PDL come negli altri partiti. La rivolta trasversale della base, la rivolta di chi alla politica dà e non prende. Ce ne sono già vari esempi, nei siti web dei vari partiti, della fine della pazienza, della voglia di protagonismo e di riscatto. Speriamo.

                                                                                                                                                                                                                                                  31 gen

                                                                                                                                                                                                                                                  Immigrati e sicurezza

                                                                                                                                                                                                                                                  Una parte della crisi politica italiana è il continuare ad affrontare temi forti, seri, importanti, come quello dell’immigrazione, con la logica delle opposte tifoserie, in maniera strumentale.
                                                                                                                                                                                                                                                  E’ un tema cruciale, perché cambia le nostre società, e ha i suoi pro e i suoi contro: bisogna cominciare a discuterlo nel merito, pragmaticamente. Quello di cui cominciamo a stufarci è che venga usato solo in chiave elettoralistica. I nostri figli, quando vivranno in una società diversa, se ne fregheranno di elezioni ormai passate: l’orizzonte in cui vivono i politici di oggi. Vorranno ragione del perché si sono affrontati o non affrontati problemi di fondo: dal mercato del lavoro alla cittadinanza, dalla scuola alla sicurezza.
                                                                                                                                                                                                                                                  Ecco, sulla sicurezza, di seguito, un esempio di come è ora di finirla di trattare il problema: pubblicato sul Mattino di oggi. Presto cercheremo di affrontare, su questo blog, direttamente, il tema, anche in altri suoi aspetti: gradevoli e sgradevoli.

                                                                                                                                                                                                                                                  Leggo del sondaggio della Provincia sulla sicurezza a Padova. Non ne commento i risultati. Commento il sondaggio: una operazione politica metodologicamente opinabile, scientificamente implausibile.
                                                                                                                                                                                                                                                  La sicurezza è nel titolo, ma si parla solo di immigrazione. E accoppiare le due cose è già dare la tesi. Dimenticando tutte le altre cause di insicurezza: dalla crisi economica alla criminalità organizzata, dalla mancanza di servizi ai reati finanziari (che minano alla radice la fiducia collettiva), dalla mafia alla corruzione e all’incompetenza della politica, dalla mancanza di prospettive all’aumento del costo della vita, dal precariato diffuso alle catastrofi climatiche e ambientali, dal crollo delle borse alla perdita di fiducia nelle istituzioni (cominciando dalla Provincia, magari: si chieda in giro, con o senza questionario), dalle povertà relazionali che ci rendono più fragili al ruolo dei media che enfatizzano le paure che la politica mette all’ordine del giorno. Tutto questo, chissà perché, con l’insicurezza non c’entra.
                                                                                                                                                                                                                                                  Ecco perché si tratta di un’operazione elettorale, niente di più. Per vendere ai cittadini il proprio prodotto, secondo uno sperimentato meccanismo: 1) induciamo paura e insicurezza; 2) diciamo che serve più legge e ordine; 3) diciamo che noi glielo daremmo e gli altri no; 4) chiediamo il voto per noi; 5) per poi non risolvere il problema, perché non è alla nostra portata, avendo offerto la soluzione sbagliata (un capro espiatorio) ma comoda per noi: cosa che peraltro ci conviene perché potremo sempre dire che occorre più legge e ordine di quella che ci hanno dato; 6) finché l’elettore non si accorge di essere stato preso per i fondelli…
                                                                                                                                                                                                                                                  E’ così che, nelle domande, i fattori che contribuiscono a creare una percezione di insicurezza sono solo la presenza di immigrati clandestini, i furti nelle abitazioni, lo spaccio e le rapine. E’ così che, alla domanda su cosa dovrebbero fare gli enti locali, si può scegliere solo tra: costruire nuove caserme; pretendere più Forze dell’Ordine; promuovere gruppi di volontari; sostenere l’utilizzo della Forze Armate; armare i corpi di Polizia Municipale; promuovere la realizzazione di un CIE per clandestini – praticamente, il programma elettorale delle forze politiche di centro-destra che governano la Provincia, con cui si può solo essere d’accordo.
                                                                                                                                                                                                                                                  Significativa anche la domanda sulle zone della città maggiormente a rischio: nell’ordine la zona della stazione, le piazze, il Portello e l’Arcella, le altre non sono nemmeno nominate, dando già una precisa indicazione e gerarchia di importanza.
                                                                                                                                                                                                                                                  Si passa poi alle domande sugli immigrati e sul loro livello di (mancata) integrazione, a causa di: diverse abitudini; problemi linguistici; differenze religiose; mancanza di lavoro; considerazione del ruolo della donna. Mischiando a caso problemi etnici, sociali, religiosi, e dimenticando del tutto l’altra metà del processo di integrazione, che è sempre un rapporto a due: il ruolo e il comportamento della società, delle istituzioni, dei partiti. Per dire, provate voi a integrarvi in un posto dove vi dicono tutti i giorni che non vi vogliono, anche con apposito questionario dove si dice che siete voi il problema…
                                                                                                                                                                                                                                                  Infine, un questionario con risposte volontarie non è rappresentativo per definizione, e non ha alcun valore statistico. Basta orchestrare un po’ le risposte, far rispondere agli amici e agli iscritti da parte delle forze politiche che hanno interesse nel sondaggio, per orientarne i risultati. Niente di serio. Niente di utile.

                                                                                                                                                                                                                                                  www.stefanoallievi.it
                                                                                                                                                                                                                                                  twitter: @stefanoallievi

                                                                                                                                                                                                                                                  http://www.facebook.com/profile.php?id=618775922

                                                                                                                                                                                                                                                    29 gen

                                                                                                                                                                                                                                                    Liberalizzare sì, privatizzare forse

                                                                                                                                                                                                                                                    Liberalizzare, in questo paese, è progressista, innovatore, modernizzatore. E forse, come dicevano gli economisti Alesina e Giavazzi già diversi anni fa, di sinistra. Non a caso, con l’esclusione di un manipolo di onesti e coerenti liberisti del Pdl, la destra (e la Lega) è contro, a difesa di tutte le corporazioni, grandi e piccole, rumorose o meno. E la sinistra moderatamente a favore (la maggioranza di quella che si riconosce nel Pd, almeno; non altrettanto Sel e Idv), perché è una questione di uguaglianza di opportunità. Anche se forse dovremmo riformulare il vocabolario, uscendo dal continuum destra-sinistra, e dicendo semplicemente che a favore sono i riformatori (pochi e da sempre minoranza nella politica italiana) e contro i conservatori, di destra di sinistra e di centro, specializzati nella difesa dello status quo, magari con la comoda scusa del ‘benaltrismo’.
                                                                                                                                                                                                                                                    Eppure dovrebbe essere chiaro come il sole. Un paese di caste è un paese di incrostazioni che ci rendono diseguali alla nascita, e fanno dipendere il nostro futuro e i nostri redditi dalle reti di relazione anziché dal merito. Il fatto che in questo paese metà dei notai sia figlia di notai, degli avvocati di avvocati, dei farmacisti di farmacisti, e sempre troppi, in tutte le professioni siano “figli di…” (giornalisti, professori universitari, magistrati, dipendenti Rai, amministratori pubblici, politici), è una situazione che grida vendetta: la prima e la più radicale delle ineguaglianze, perché uccide il merito e il valore, e favorisce il familismo, il parassitismo, l’inefficienza, l’immobilismo, sia nel privato che, ancor più gravemente, nel pubblico, perché qui avviene con i soldi dello stato, truccando concorsi, favorendo appalti e consulenze immeritati, mortificando la concorrenza, e incrinando la fiducia nel sistema. Quindi via le incrostazioni, le chiusure, gli ordini professionali, le corporazioni, i limiti: sbloccare, far entrare aria nuova, aumentare la mobilità, è democratico.
                                                                                                                                                                                                                                                    Diverso il caso delle privatizzazioni, sulle quali lo stesso premier Monti si è detto assai più cauto. Se in molti casi privatizzare è sensato, rispondente ai bisogni, e positivo nei suoi effetti (anche in questo caso, un’apertura), che beneficio ha portato, per fare un noto esempio, costruire le autostrade con soldi pubblici, per poi, una volta ammortizzati i costi, privatizzarle? Questo si chiama socializzare le perdite e privatizzare i profitti: un furto con destrezza, perpetrato insieme dalla politica e dal privato, nei confronti della collettività, di cui qualcuno dovrebbe pagare il prezzo e a cui bisognerebbe rimediare. Il problema del pubblico non è privatizzarlo: spesso la soluzione più semplice, propria di chi ha rinunciato a riformare, ma non la più efficace. Il problema è introdurre nel pubblico la mentalità del settore privato, in termini di efficienza, analisi e riduzione dei costi e degli sprechi, valutazione e comparazione dei risultati, premialità del merito ed eliminazione delle sacche di parassitismo. Privatizzare ha senso se produce concorrenza ed efficienza nel sistema, e diminuisce l’influenza della politica, non se sostituisce monopoli od oligopoli privati a quelli pubblici.
                                                                                                                                                                                                                                                    C’è un dato del rapporto Demos di Ilvo Diamanti, appena pubblicato (quello che dava i partiti al 4% della fiducia, su cui si è costruita la notizia), che è passato completamente inosservato: l’indice di soddisfazione degli italiani nei confronti di servizi pubblici come sanità e istruzione è in aumento, quello nei confronti dei servizi privati negli stessi settori è in diminuzione (mentre crolla l’indice di soddisfazione su trasporti pubblici e ferrovie). E chi si dice d’accordo con l’idea di ridurre il peso dello stato e aumentare quello dei privati (l’indice di propensione al privato) nei servizi socio-sanitari e nell’istruzione è una minoranza in continuo calo. Segno che, passata l’ubriacatura ideologica, oggi gli italiani valutano pragmaticamente pubblico e privato: e mentre detestano il pubblico parassitario e invasivo (politica in primis, ma anche altri aspetti della pubblica amministrazione), valutano positivamente alcuni servizi forniti. Forse stiamo capendo che essere liberali significa essere contro i privilegi e le caste, non a favore dei privilegiati. Meglio tardi che mai.

                                                                                                                                                                                                                                                      26 gen

                                                                                                                                                                                                                                                      Caste e proteste

                                                                                                                                                                                                                                                      Riformare è un compito difficile, ma indispensabile. Colpire i privilegi di alcuni, ad esempio aprendo un settore ad una maggiore concorrenza, vuol dire di solito operare a vantaggio di tutti gli altri, quindi è da fare: è progressista, è democratico, è ugualitario (perché da’ a tutti uguali opportunità), è meritocratico, è innovatore, è modernizzatore. Naturalmente va fatto nei modi meno costosi per chi già è nel settore, col massimo di tutele transitorie possibili, e su questo si può discutere: ma va fatto. Protestare è lecito: nei modi e nelle forme che la legge consente. Ascoltare chi protesta e dialogare è un dovere. Andare avanti con fermezza nell’interesse della collettività è il compito necessario e inaggirabile di una classe dirigente degna di questo nome.

                                                                                                                                                                                                                                                      Il bisogno di riformare è direttamente proporzionale all’arretratezza di un settore, che si manifesta in molti modi, incluso nell’inciviltà di alcune forme di protesta, e nell’incapacità di uscire dalle argomentazioni corporative e autoreferenziali, ovvero nell’incapacità di assumere il punto di vista della società. Legittimo che non lo facciano in prima battuta le parti sociali, che appunto parti si chiamano e sono. Doveroso che lo faccia chi interpreta l’interesse generale. Ma il valore e la maturità di queste stesse parti sociali si giudica dalla loro capacità di uscire da questo ruolo: perché uno degli elementi tragici della crisi italiana è che proprio la resistenza al cambiamento delle parti sociali ha portato al radicalizzarsi dei problemi, dai quali la via d’uscita è oggi, anche per loro colpe, più costosa. E sono dunque corresponsabili dei drammi individuali veri dei loro rappresentati che oggi soffrono e pagano la crisi.

                                                                                                                                                                                                                                                      Dove il tema è l’apertura alla concorrenza e la liberalizzazione degli accessi, o la semplificazione delle procedure, il discorso è più chiaro: dagli ordini professionali in giù. Che naturalmente protestano. Ma vale anche per altri settori, che pure protestano, essenzialmente per serissimi motivi economici.

                                                                                                                                                                                                                                                      Cito un esempio che c’entra poco con le liberalizzazioni, ma di stretta attualità, in questi giorni: i trasporti. Oggi molti padroncini sono alla disperazione: la concorrenza e l’aumento dei prezzi li stritolano. Ma il male è proprio quello: che siamo ancora lì, ai padroncini, una modalità ormai obsoleta, limitata in altri paesi ad ambiti molto ristretti, di organizzazione del lavoro. Onore al merito e ai sacrifici di chi fa questo mestiere: ma nel frattempo il mondo è cambiato, il fare impresa anche. Non si può pensare di continuare a fare le stesse cose di sempre, ottenendo gli stessi risultati e redditi del passato. La colpa, naturalmente, non è dei singoli padroncini: è di chi, a cominciare dalle loro organizzazioni rappresentative, da quarant’anni a questa parte, non da ieri (una vita: non so se mi spiego…), quando già era chiarissimo che questo era un problema innanzitutto per gli stessi imprenditori – e il confronto internazionale sulle dimensioni di impresa era già allora impietoso – non ha fatto nulla per riformare il settore, in primo luogo incentivando forme di aggregazione. Se ci siamo ridotti che un padroncino bulgaro o turco ci fa concorrenza sui costi, è perché abbiamo mantenuto in vita un settore in declino, senza saperci confrontare con la concorrenza olandese, francese, tedesca. In qualche modo, ci siamo scelti i nostri concorrenti: e ora perdiamo sul loro stesso terreno. Non solo: se nel nostro paese il trasporto su gomma non fosse così preponderante (e anche in questo il confronto internazionale ci umilia da decenni), e funzionasse quello su ferro e su acqua, quegli stessi padroncini sarebbero in buona parte già scomparsi da un pezzo. Non è, questo, un settore da riformare?

                                                                                                                                                                                                                                                        19 gen

                                                                                                                                                                                                                                                        La politica dopo i partiti

                                                                                                                                                                                                                                                        La cattiva notizia, per i partiti, è che sono morti, a essere ottimisti morenti, ma non lo sanno (o lo sanno benissimo ma fanno finta di niente, tirando a campare). La bocciatura non potrebbe essere più umiliante, come attesta il rapporto annuale su Gli italiani e lo stato curato da Ilvo Diamanti: solo il 3,9% degli italiani ha fiducia nei partiti, all’ultimo posto tra le istituzioni, la metà rispetto alla già scarsa percentuale dell’anno precedente. E la metà degli italiani (il 48%) si è convinta che se ne può fare a meno: dieci punti in più rispetto allo scorso anno. La buona notizia è che i cittadini non sono ugualmente contrari alle istituzioni della democrazia: l’8,9% ha fiducia nel Parlamento (pochissimo, perché è lì che vivono i partiti, ma meglio di loro), il 29,6% nello Stato, il 30,7% nella Regione, il 41,8% nel Comune (a riprova che la democrazia di cui ci si fida di più è quella sotto casa) e ben il 65,1% in quell’istituzione di garanzia che è il Presidente della Repubblica.

                                                                                                                                                                                                                                                        Vuol dire che oggetto della sfiducia non è la democrazia in sé, ma i partiti, o meglio questi partiti: pieni di difetti già di loro, e che uno sciagurato sistema elettorale ha riempito di incompetenti yesman senza qualità e di professionisti del cambio di casacca, facendo di quella degenerazione che è lo scilipotismo quasi l’idealtipo del parlamentare – ingiustamente, perché uomini e donne di valore e con il senso dello Stato ve ne sono ancora. Inoltre, il sondaggio è arrivato dopo che gli italiani già avevano assaggiato con evidente soddisfazione il passo indietro dei partiti che ha prodotto il governo Monti: tardivo ma inevitabile riconoscimento di una inadeguatezza sotto gli occhi di tutti.

                                                                                                                                                                                                                                                        Eppure indispensabili, perché principale canale di espressione del consenso, di mediazione degli interessi e di selezione del ceto politico (fino ad ora). Come uscire da questo paradosso? Con una riforma vera dei partiti stessi. Non con l’ennesimo cambio di sigle, che già ha fatto del partito più recente (la Lega) quello più vecchio: tutti gli altri hanno cambiato nome e simbolo una o più volte nel frattempo. Gli elettori non vogliono cambiare etichetta: vogliono cambiare prodotto. A fronte di un malato in gravissime condizioni non basta più la cosmesi, e nemmeno la chirurgia estetica: al minimo, serve una trasfusione e un trapianto. E quindi facce nuove, ricambio generazionale e di genere, capacità di elaborazione e di visione (e quindi confronto serrato con la società civile, che in luoghi diversi dalle sedi di partito la produce e la manifesta), merito e non cooptazione (e quindi primarie, magari per legge e per tutti), fine dei privilegi ingiustificabili e delle invasioni di campo (e quindi uscita dai consigli di amministrazione degli enti indebitamente occupati), trasparenza assoluta (e quindi anagrafe degli eletti), moralizzazione anche economica (e quindi riforma profonda e riduzione drastica del finanziamento pubblico ai partiti). Altrimenti è la fine dei partiti come li abbiamo conosciuti fino ad ora: per i più, senza rimpianti. I segnali ci sono tutti. Gli iscritti ai partiti crollano (a parte i miracoli cui non crede nessuno, come il passaggio da poche decine di migliaia a un milione e duecentomila iscritti del Pdl nel suo anno peggiore…), e quelli che restano invecchiano visibilmente. Ma soprattutto crollano i votanti. E quelli che si consolano con i dati delle intenzioni di voto che li confermano nella loro esistenza, dovrebbero ricordarsi che il primo partito in Italia è già saldamente il non voto, ed è in crescita, e il secondo è quello di chi sceglie tra quel che c’è il meno peggio, turandosi il naso, ma voterebbe volentieri altro e altri. Perché la domanda di politica c’è: lo dimostrano la partecipazione ai referendum, le firme per cambiare sistema elettorale, lo share significativo di Monti e il generale apprezzamento per il cambiamento di stile politico, e la ripresa stessa della lotta politica interna ai partiti rifiutando di subire servilmente la volontà del capo e dei cacicchi di sempre, come sta accadendo platealmente nella Lega e più silenziosamente altrove. E’ l’offerta che lascia a desiderare.

                                                                                                                                                                                                                                                          12 gen

                                                                                                                                                                                                                                                          Referendum e legge elettorale

                                                                                                                                                                                                                                                          I referendum sulla legge elettorale sono stati bocciati dalla Corte Costituzionale. Si riparte da un milioneduecentomilatrecentonove, quante erano le firme raccolte contro il tristemente noto ‘porcellum’ inventato da Calderoli, che tanto male ha fatto alla democrazia in Italia, e tanto ha contribuito all’antipolitica e all’odio anticasta.

                                                                                                                                                                                                                                                          Molti sostenevano, già nel periodo in cui si raccoglievano le firme, che il referendum era un azzardo giuridico. Tuttavia è stato giusto tentare, e le firme raccolte, in così poco tempo e con così pochi aiuti, talvolta non convinti nemmeno quando erano dichiarati, lo dimostrano.

                                                                                                                                                                                                                                                          Oggi ne sappiamo di più, sui partiti. E abbiamo capito che non sono cambiati un granché, che molti non hanno capito che il tempo è cambiato. Lo dimostrano le dichiarazioni odierne.

                                                                                                                                                                                                                                                          Il Pdl per bocca di Berlusconi e la Lega per bocca di Bossi (con la sommessa defezione di Maroni) dicono che la legge elettorale va benissimo così com’è. E’ un insulto all’intelligenza degli elettori, visto che si dice loro che non sono capaci di scegliere, che è meglio lascino decidere agli altri…

                                                                                                                                                                                                                                                          Di Pietro, che del referendum è stato promotore, perde le staffe. Casini traccheggia: dice che il sistema elettorale va cambiato, ma che è l’ultima delle cose da fare. Bersani dichiara che “da domani siamo impegnatissimi per cambiare il porcellum”. E con lui molti altri esponenti di vari partiti.

                                                                                                                                                                                                                                                          Bene: per una volta, prendiamoli sul serio. Tutti i giorni, a partire da domani, chiediamo a tutti quelli che dicono di voler cambiare la legge elettorale cosa hanno fatto nel concreto: quali proposte, quali incontri, quali mediazioni, quale coinvolgimento degli elettori. E chiediamo a quelli che non vogliono perché, con che faccia, come fanno a difenderlo. E’ il solo modo per farcela. E il solo modo, per la politica, di ridarsi un po’ di dignità. A questo non possono pensarci i tecnici.

                                                                                                                                                                                                                                                            25 dic

                                                                                                                                                                                                                                                            Natale al tempo della crisi

                                                                                                                                                                                                                                                            Le crisi sono una fase, non un destino. Sono un momento – che, purtroppo, nel nostro caso non sarà di breve durata – non un orizzonte. Ci si passa attraverso, e qualcuno ne rimarrà vittima: purtroppo, l’abbiamo già visto. Ma, come nella nostra vita personale, di coppia e familiare, sono anche e soprattutto una occasione: qualche volta tragica, spesso necessaria, non di rado la premessa di un domani migliore. Possono quindi essere utilizzate per capire davvero e fino in fondo in che direzione stavamo andando, e perché, se era sensato continuare così. Questo in economia, quanto al nostro modello di sviluppo, ma anche nella società, e in politica. In quest’ultimo ambito non c’è ancora la soluzione, la via d’uscita già pronta e imboccata; ma c’è già, ben visibile, almeno la consapevolezza che non si poteva andare avanti come prima, che bisognava e bisogna cambiare strada, e quindi modo di governare, obiettivi, metodi, tutto. Ma vale anche per l’economia: quella sostenibile dovrà essere la necessaria alternativa a quella odierna, palesemente insostenibile. E per la società, per la cultura: per i nostri troppi falsi miti, ad esempio.

                                                                                                                                                                                                                                                            Krìsis, lo ricordavamo nella prima puntata di questo nostro blog, in greco significa “separazione”, “scelta”, “giudizio”. Ecco, siamo proprio a questo punto. Dobbiamo giudicare il nostro passato, separare ciò che era giusto e ciò che era sbagliato in esso, ciò che era possibile e ciò che non lo era (per usare un vocabolario forse desueto ma opportuno, ciò che era bene e ciò che era male), e scegliere la parte percorribile, costruibile, sostenibile: come collettività, come comunità, come società, non solo come individui.

                                                                                                                                                                                                                                                            Se c’è una cosa che ci ricorda il Natale – quello religioso, ma anche quello laico, delle tradizioni, del senso della festa, del darsi un tempo rallentato per le cose importanti, per i valori e le persone che contano davvero nella nostra vita – è che la felicità non la si raggiunge da soli. La felicità, per quel che ci è dato di raggiungerla, o di provarci almeno (ma potremmo accontentarci di meno: del buon vivere), è apertura, comunicazione, narrazione reciproca della propria esperienza, costruzione insieme, valorizzazione delle relazioni, collaborazione (nel senso etimologico di lavorare con, insieme). Un obiettivo e un modello per la società, non solo per le famiglie. Non ci farà male ripensarci, in questi giorni.

                                                                                                                                                                                                                                                            Buon Natale!

                                                                                                                                                                                                                                                              21 dic

                                                                                                                                                                                                                                                              I tecnici sono politici: meglio così

                                                                                                                                                                                                                                                              Altro che governo tecnico: questi sono politici, non c’è dubbio. Lo dimostra il numero di provvedimenti adottati e annunciati. E la continua presenza sui media: altro che understatement. Un’ansia di spiegare le iniziative, di ricercare consenso (tra l’opinione pubblica, non solo nei partiti), che è tutta politica.

                                                                                                                                                                                                                                                              Contrariamente a quello che pensano alcuni, tuttavia, non è una cattiva notizia: al contrario. Significa che stanno governando. Che sono capaci di assumersi degli impegni e le responsabilità correlate. Poi si può e si deve discutere su tutto, come legittimo e giusto, nel merito. E su questo ci divideremo, come normale che sia (e come fecondo: la democrazia è questo). Ma, a memoria politica recente, non ricordiamo un governo che abbia adottato così tante e significative misure in così poco tempo. Tutte discutibili, tutte eccepibili, ma prese. E non è questo che da decenni chiediamo ai governanti: di fare il loro mestiere, di governare? Non è questo che diceva di voler fare anche chi li ha preceduti? Beh, visto che le leggi non sono cambiate, adesso possiamo dirlo: se non è stato fatto è perché gli altri non erano capaci.

                                                                                                                                                                                                                                                              Certo, tante notizie spiacevoli, tante tasse. E ancora troppo poco nell’attacco agli sprechi, ai furbi, agli evasori: che è più difficile, e ci vuole più tempo. Ma intanto si parla di riforme di sistema. Della previdenza. Del lavoro. E anche di cose più di fondo, meno legate all’emergenza economica (anche se in emergenza endemica, purtroppo). Di giustizia, carceri, riforma del processo (senza l’ingombro di leggi ad personam). Di scuola. Ricominciando a parlare di investimenti, di riorganizzazione, di assunzioni persino. Dopo anni di tagli e basta, una buona notizia. Visto che è Natale, e ne abbiamo bisogno, cerchiamo di sottolineare anche queste.

                                                                                                                                                                                                                                                                16 dic

                                                                                                                                                                                                                                                                Morte di un imprenditore: una proposta

                                                                                                                                                                                                                                                                La morte dell’imprenditore Giovanni Schiavon è di quelle che lasciano il segno. Perché è la morte dell’innocente, dell’uomo d’onore che si suicida non per i debiti, ma per i crediti non esigibili. Non per la vergogna del proprio operato, ma per quella di non poter onorare degli impegni che sarebbe in grado di onorare, se altri non lo ostacolassero e non glielo impedissero. Non per avere agito male, ma per avere agito bene in un mondo in cui troppi altri non lo fanno.

                                                                                                                                                                                                                                                                Si è già detto quasi tutto, di questa morte. Si è espresso il rammarico. Si è manifestato il dolore. Si è urlata la rabbia. Ora si deve cominciare a fare qualcosa. Una proposta ce l’avremmo. Una proposta di sanzione, o meglio due: una morale, e una giuridica e politica. La prima: si pubblichino gli elenchi dei debitori di Schiavon. E poi si vada a indagare, a chiedere conto. Probabilmente si scoprirà che alcuni di quelli che non pagavano non potevano farlo, perché erano imprenditori come lui, presi nella stessa morsa, colpiti dalla stessa crisi, altrettanto sommersi da debiti non pagabili e crediti non esigibili: incolpevoli anch’essi. Ma probabilmente si scoprirà che altri avrebbero potuto e dovuto pagare e non l’hanno fatto: imprenditori più grandi, che campano meglio strangolando i piccoli anche senza necessità, tirando in lungo con i pagamenti oltre l’ammissibile, tanto non pagano pegno perché hanno le spalle forti; e amministrazioni pubbliche, magari vincolate dai patti di stabilità, ma che per principio non dovrebbero campare a spese dei loro cittadini e dei loro contribuenti.

                                                                                                                                                                                                                                                                Sarà allora giusto aggiungere questa morte alla lunga lista delle morti bianche: di chi muore sul lavoro, o di chi, come in questo caso, muore di lavoro. Ma sarà giusto chiedere anche per queste morti l’introduzione di leggi che rispettino le persone. Come si è fatto per le normative sulla sicurezza dei lavoratori, ancora troppo spesso non rispettate. Basterebbe poco. Una norma di pochi articoli (già non mancano i disegni di legge, mai discussi, in materia; e l’Unione Europea, dove queste cose non succedono, ce la chiede) che obblighi le pubbliche amministrazioni a pagare ogni prestazione a 30, 60 o 90 giorni al massimo, con sanzioni pesanti se non lo fanno. Perché non è giusto che lo stato e gli enti pubblici sopravvivano spremendo ignobilmente coloro che lavorano per essi, che dovrebbero difendere e rappresentare, e da cui sono mantenuti. E che obblighi i privati a fare altrettanto, salvo motivi fondati e documentabili, e l’accordo delle parti. Ma sanzionando maggiormente, con la leva fiscale, con i costi del contratto, con deducibilità differenziate o quant’altro, chi tira più in lungo. Se i soldi devono girare per far girare l’economia, che girino davvero, non per finta. Basta con un sistema che finisce per essere più oneroso e stressante per tutti, e profondamente ingiusto nei confronti di alcuni, costretti a ricorrere al prestito bancario pur vantando ampi crediti, o peggio costretti al fallimento o, come in questo caso, al suicidio. I parlamentari veneti, tutti e insieme, per dare un segnale forte, se ne facciano promotori: subito. E le associazioni di categoria, le amministrazioni pubbliche, i partiti, i sindacati, la sostengano, pubblicamente, insieme, con iniziative pubbliche unitarie. E’ l’unico modo per uscire da questo meccanismo infernale, che stritola i più piccoli, i più onesti, e paradossalmente coloro che lavorano meglio e i cui servizi sono quindi più richiesti. E’ l’unico modo per pagare almeno un debito, per quanto tardivo, a Giovanni Schiavon.

                                                                                                                                                                                                                                                                  12 dic

                                                                                                                                                                                                                                                                  Pensioni: che fare?

                                                                                                                                                                                                                                                                  Tassare le rendite finanziare e i grandi patrimoni. Stanare gli evasori. Riformare la pubblica amministrazione e i servizi. Tagliare i costi della politica. E quant’altro. E’ cosa buona e giusta. Ma anche facendo tutto questo, il sistema previdenziale, per come è concepito ora, non sta in piedi.

                                                                                                                                                                                                                                                                  Continuare con il sistema attuale sarebbe come dire: vogliamo andare in pensione comunque; non importa se a pagare la nostra pensione saranno trentenni e quarantenni con una vita lavorativa molto più precaria della nostra, già carichi del fardello del debito pubblico che noi abbiamo creato, che godranno di pensioni più basse, e lo sanno come lo sappiamo noi. Ma perché dovrebbero essere i più giovani a pagare con il loro presente e il loro futuro gli errori del nostro passato?

                                                                                                                                                                                                                                                                  L’aspettativa di vita è cresciuta enormemente. Di trent’anni in meno di un secolo, e di quasi due anni solo negli ultimi dieci (e continuerà a crescere grazie ai progressi delle scienze e della medicina). Oltre tutto, fatti salvi i lavori usuranti, per i quali un’eccezione è d’obbligo, oggi si è più giovani e ricchi di risorse, a parità di età anagrafica, rispetto al passato: possiamo fare finta che nulla sia cambiato? E ignorare che altrove si va in pensione più tardi, o in maniera graduale?

                                                                                                                                                                                                                                                                  Lo stesso per la progressiva parificazione tra l’età pensionabile degli uomini e quella delle donne: che vivono in media sette anni più degli uomini. Ha ancora senso ‘difenderle’ con lo scambio umiliante: meno lavoro attivo in cambio di più lavoro di cura? Non sarebbe più degno, più soddisfacente, e anche più economicamente sostenibile, oltre che più civile, offrire, come si fa altrove, ben altro scambio: più lavoro esterno (bene quindi una transitoria defiscalizzazione delle assunzioni al femminile) sostenuto da più servizi pubblici dedicati al lavoro di cura? Più welfare e meno badanti, più asili, più cure domiciliari per anziani, più assistenza sociale per i soggetti deboli? E più flessibilità sul lavoro a richiesta del lavoratore, più part-time, ecc.?

                                                                                                                                                                                                                                                                  E’ qui che bisogna fare il salto di qualità. Una politica conservatrice non può che cercare di difendere lo status quo, ben sapendo che finirà comunque. Come è stato fatto fino ad ora: colpevolmente, perché le cose sarebbero diverse se a una riforma seria si fosse messa mano venti anni fa, quando le tendenze si sapevano già tutte. Una politica riformatrice deve pensare invece in maniera innovativa. Non solo con le misure individuate, ma immaginando un diverso modo di erogare servizi, con ben altre risorse a disposizione, e in definitiva un diverso modo di immaginare la società.

                                                                                                                                                                                                                                                                  Lotta dura, quindi, sì: ma per costruire una società diversa. Non usare le pensioni per fare cassa, certo. Ma contrattare che le risorse risparmiate vadano in parte a costruire un nuovo patto sociale, e le condizioni (i servizi) per attuarlo. Affinché i giovani e le donne non siano le vittime, ma le risorse del sistema: precisamente ciò che non sono oggi.

                                                                                                                                                                                                                                                                  E’ questo lo sforzo che si deve pretendere dalla politica. Tutta, però. Dal governo. Ma anche dalle forze politiche, di maggioranza e di opposizione, che sostengono le misure previste o che le contrastano. E dalle parti sociali, che per troppo tempo hanno preferito la difesa dello status quo (o peggio l’hanno aggravato: i baby pensionati e tante altre storture sono nati con la complicità di molti). Vogliamo soluzioni per tutti, non solo difese di categorie precise. Ne vogliamo parlare? E, voi, cosa ne dite?

                                                                                                                                                                                                                                                                    02 dic

                                                                                                                                                                                                                                                                    Potere senza limiti: Formigoni, don Verzé, e co.

                                                                                                                                                                                                                                                                    Troppo potere, troppo a lungo, fa male.

                                                                                                                                                                                                                                                                    Gli scandali della giunta Formigoni sono l’ultimo capitolo di una lunga storia. A Formigoni è riuscito quel che non è riuscito a Galan: avvitarsi sulla propria poltrona trasformando il mandato elettorale in una sorta di satrapia di lungo termine. Quello che sperava Berlusconi per sé, sognando il Quirinale, e che praticano molti leader all’interno dei rispettivi partiti, a livello nazionale  – Bossi ne è l’esempio più longevo, ma non il solo – e locale.

                                                                                                                                                                                                                                                                    Il sogno eterno del potere: durare sempre, a dispetto di tutto. Ma se “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”. Ecco il senso del limite al numero dei mandati, delle cariche a termine. Specie se pubbliche ed esercitate in nome del popolo: ma farebbe bene anche a tante associazioni, imprese, enti, fondazioni… (il caso don Verzé dovrebbe dirci qualcosa). Troppi anni nello stesso ruolo fanno ristagnare le relazioni, creano inerzie malsane, impediscono l’innovazione. E, dove ci sono soldi da gestire, specie se pubblici, producono centri di potere più o meno occulti e stabili.

                                                                                                                                                                                                                                                                    Per questo è sano il ricambio: frequente. Non solo dei leader. Sono in troppi, nei partiti e altrove, a essere convinti della propria indispensabilità. Non è così. Li cambiamo volentieri, ci abitueremo in fretta ai nuovi, quando arriveranno. Andate pure, grazie…

                                                                                                                                                                                                                                                                      25 nov

                                                                                                                                                                                                                                                                      In Europa non si ride più: una buona notizia

                                                                                                                                                                                                                                                                      Il nostro rapporto con l’Europa, da cui per molti versi dipende la nostra salvezza come sistema paese (o almeno, come paese avanzato, moderno, occidentale in senso pieno: civile, anche), non cambierà certo in pochi giorni. Ma anche i segnali contano.
                                                                                                                                                                                                                                                                      Nella nostra ultima missione in Europa si è riso meno, molto meno che in altre allegre rimpatriate di capi di stato. Del resto, data la situazione, c’è poco da stare allegri. Né la delegazione italiana ha fatto nulla per sdrammatizzare la situazione: niente barzellette, niente pacche sulla spalla, niente sorrisi a tutta dentatura, niente battute. Soprattutto, non si è riso di noi. Una buona notizia, perché non ce lo meritavamo.
                                                                                                                                                                                                                                                                      La nostra imprenditoria è presa sul serio. I nostri scienziati (purtroppo, sovente dei cervelli in fuga in mancanza di possibilità in patria) sono presi sul serio. La nostra creatività è presa sul serio. La bellezza, l’arte, il pensiero e la storia del nostro paese sono prese sul serio. La nostra politica non lo era. I nostri statisti (che pure, nella passata storia politica di questo paese, non sono mancati) non lo erano. Ora abbiamo personaggi autorevoli in posizioni chiave, come Draghi alla Bce e Monti alla presidenza del consiglio. Con cui si ride poco. Ma che sono presi sul serio.
                                                                                                                                                                                                                                                                      La politica estera, in una società globalizzata, è una parte fondamentale della politica: anche interna. Bisogna saperla fare, e farla bene. E avere la credibilità per poterlo fare. Per poter essere presi sul serio. Per questo, per una volta, il fatto che non si rida è una buona notizia.

                                                                                                                                                                                                                                                                        22 nov

                                                                                                                                                                                                                                                                        Per una nuova Costituente

                                                                                                                                                                                                                                                                        Se l’attuale ceto politico avesse davvero coraggio e contezza della gravità della situazione avrebbe solo una cosa da fare: preparare la propria uscita di scena. Con la dignità che non ha avuto nel rappresentare il Paese. E come in una fase Costituente, di svolta, di ricostruzione, come è l’attuale, costruire le condizioni per un cambio di scenografia.

                                                                                                                                                                                                                                                                        Il modo ci sarebbe. Mentre il governo ‘tecnico’ fa politica, e governa, i partiti provvisoriamente esautorati potrebbero dedicarsi alla manutenzione straordinaria e all’adeguamento dove occorre dell’impalcatura istituzionale del Paese: legge elettorale, ruolo delle Camere e delle autonomie ordinarie e speciali, riduzione del numero dei parlamentari e dei loro privilegi e ridimensionamento del peso della politica nella società, e riforme ‘pesanti’ e di lungo periodo come quelle della giustizia, del processo civile e penale, dell’istruzione (con riforme strutturali e vere, ma soprattutto pensate, non estemporanee), del welfare, quelle sui diritti civili, e altre ancora.

                                                                                                                                                                                                                                                                        Ma per lavorare sui fondamentali, ai tempi in cui si doveva inventare una Costituzione, i partiti ebbero l’intelligenza di scegliere nel Paese i loro uomini migliori, e mandarli a discutere all’Assemblea Costituente per far immaginare loro le regole con cui affrontare il futuro. I parlamentari di oggi sono invece i peggiori residui del nostro recente passato. Perché – per colpa del sistema elettorale ma anche per volontà dei dirigenti di partito, quasi sempre ostili alla democrazia e alla qualità che può far loro ombra – in buona misura scelti per il loro grado di fedeltà (di servilismo) nei confronti del Capo o del Partito o del rispettivo capo corrente, perché francamente incompetenti, spesso del tutto ignoranti e scollegati dalla società: le persone sbagliate al posto sbagliato. E questo un po’ovunque, seppure in misura diversa (pensiamo al caso di cui si parla poco dell’Italia dei Valori, da cui sono usciti gli emblemi peggiori di questa orrida stagione trasformista, dagli Scilipoti ai Razzi, ma rappresentativo di un tipo umano dominante in parlamento: lo ‘yesman’ presuntuoso, la nullità loquace). Ci sono a questo tipo antropologico troppo poche eccezioni. Ma quelle che ci sono, e ci sono, spingano con forza in questa direzione, usino tutti i mezzi di coinvolgimento della popolazione, che è dalla loro parte, escano dal guscio protettivo dei loro partiti e dalle garanzie offerte dai loro padrini politici, destinati anch’essi a scomparire. Si può fare: malamente, con questo materiale umano, ma si può fare, perché gli yesman si accodano, e vanno dove tira il vento. Si muovano, e in fretta, in questo anno o quel che sarà di legislatura. Se non sarà un’Assemblea Costituente, che sia almeno un atteggiamento costituente. E poi facciano un ultimo regalo al Paese: escano di scena, compostamente, in silenzio, senza sbraitare. Perché un Paese nuovo avrà bisogno di una nuova classe dirigente. Degna di questo nome, possibilmente.

                                                                                                                                                                                                                                                                          21 nov

                                                                                                                                                                                                                                                                          Lega d’opposizione

                                                                                                                                                                                                                                                                          E’ stato significativo ascoltare le dichiarazioni di voto degli esponenti leghisti alla Camera e al Senato, in occasione dei voti di fiducia al governo Monti. Retoricamente efficaci. Soprattutto convinte, e per questo anche, per chi è d’accordo con le premesse, convincenti. Non c’è dubbio: alla Lega riesce molto meglio l’opposizione, e le piace di più.
                                                                                                                                                                                                                                                                          Ecco, una delle anomalie italiane di questi anni è stata quella di avere al governo un partito d’opposizione. La Lega, su questo, ha lucrato una indubbia visibilità, e un ruolo sproporzionato rispetto alle sue dimensioni. La Lega stava al governo (nazionale) per fare opposizione (territoriale). Il suo indubbio potere di ricatto sul governo Berlusconi, di cui è stato la più solida e fedele stampella (e infatti non è caduto per causa sua, ma per sfaldamento interno al PdL), l’ha usato per rafforzare il proprio interesse elettorale locale, a danno dell’efficacia dell’azione di governo nazionale. E così il federalismo, invece di essere quello che avrebbe potuto e dovuto essere – una grande occasione di riforma istituzionale per tutto il Paese – è diventato un risultato formale, uno slogan, da portare a casa e vendere (al Nord) alle prime elezioni. Per questo ha sostenuto, contraddittoriamente ai propri ideali dichiarati, il governo nella pratica (a cominciare da quella fiscale, inclusa l’abolizione dell’Ici, la sola tassa comunale significativa) più centralista della storia recente del Paese. Mentre in altre stagioni i governi nazionali, spinti dalle forze progressiste, avevano promosso l’attuazione delle regioni, senza le quali oggi la Lega nemmeno esisterebbe.
                                                                                                                                                                                                                                                                          In altri Paesi i partiti territoriali fanno il loro mestiere, rappresentando il territorio. Come forze di governo locale ma non come forze di governo nazionale, semmai solo di maggioranza, usando il loro peso per ottenere risultati per il territorio che rappresentano. Come fa da sempre, in Italia, con grande efficacia, la SVP in Alto Adige, e altri partiti regionali altrove. La Lega ha voluto giocare un ruolo più ambizioso, ma per il quale non aveva il personale politico adeguato, e non condiviso ma solo subìto dal resto della coalizione: per questo l’ha giocato male, puntando a spaccare anziché a costruire consenso intorno alla sua proposta riformatrice. Risultato? Oggi il Paese è stremato e il federalismo più lontano. Non è un buon risultato per chi avrebbe dovuto trasformare il Paese, invertendo la bilancia dei poteri tra centro e periferie, come sarebbe stato utile e opportuno.

                                                                                                                                                                                                                                                                            16 nov

                                                                                                                                                                                                                                                                            Riforme e stile politico

                                                                                                                                                                                                                                                                            Un primo compito: recuperare i fondamenti del patto sociale.
                                                                                                                                                                                                                                                                            Uno dei dati forti della crisi italiana è che non è soltanto una crisi finanziaria, economica, produttiva. E’ una crisi morale, civile. Che sta minando i fondamenti della stessa coesione sociale del Paese.
                                                                                                                                                                                                                                                                            Per anni si è puntato a disgregare: forzando lacerazioni sociali, territoriali, generazionali… Ora bisogna ri-costruire, ri-collegare, ri-connettere. Ri-cominciando ad ascoltare, intanto: le ragioni dell’altro, degli altri, dell’essere insieme – sulla stessa barca, come sappiamo bene. Che rischia di affondare.
                                                                                                                                                                                                                                                                            Oggi più che mai occorre una stagione di riforme: in tutti i settori. Riforma elettorale, istituzionale. Del lavoro e della previdenza. Fiscale. E molte altre ancora.
                                                                                                                                                                                                                                                                            Partendo da una considerazione. Che il riformismo non è solo avere in mente, volere, fare, delle riforme. E’ avere un atteggiamento riformista. L’atteggiamento di chi vuole ri-formare, appunto: rimodellare il presente. Non (solo) per proprio interesse. Ma perché così come stanno le cose non vanno. Questo atteggiamento è anche uno stile politico (diciamola grossa: un’etica): che prevede, impone, prima di tutto, l’ascolto, l’analisi, la ponderazione (non l’urlo, non l’invettiva, non la demagogia). Ma richiama una proposta, una visione – su cui commisurare l’azione. La visione di come le cose potrebbero essere. Con un’alternativa in mente.
                                                                                                                                                                                                                                                                            E’ quello che manca, per ora, alla politica. E’ il motivo per cui abbiamo un governo tecnico. E’ quello che la politica deve ritrovare.
                                                                                                                                                                                                                                                                            Politica, certo, è schieramento, lotta, sangue (metaforicamente, nelle democrazie). Ma viene da polis, città, ed è imparentato con politesse (gentilezza). Come urbs con urbanità. Pensare la vita collettiva nella città è anche questo: uno stile che è una responsabilità, una scelta precisa. Che avevamo dimenticato. Che vorremmo ritrovare

                                                                                                                                                                                                                                                                              15 nov

                                                                                                                                                                                                                                                                              Appunti dalla crisi italiana

                                                                                                                                                                                                                                                                              Questo blog, progettato da tempo con questo titolo, nasce nel momento peggiore: quello in cui la crisi italiana cui ci si riferisce è conclamata, e sotto gli occhi del mondo. E in quello migliore: quello in cui si comincia a pensare – senza facili ottimismi, perché sarà durissima – che una via d’uscita c’è, si può cominciare a pensarla, e domani a costruirla. Per ora, nella crisi ci siamo in pieno. E ci resteremo a lungo.
                                                                                                                                                                                                                                                                              Crisi è parola dai molti significati: “rapido mutamento delle condizioni”, “accesso, inasprimento improvviso, violento, per lo più di breve durata”, “fase della vita individuale o collettiva particolarmente difficile da superare e suscettibile di sviluppi più o meno gravi”, “profondo turbamento spirituale, morale, religioso”. Ecco, gli elementi ci sono tutti, e ci siamo in mezzo.
                                                                                                                                                                                                                                                                              Krìsis in greco significa “separazione, scelta, giudizio”. Questo tenteremo di fare: separare, scegliere, giudicare. Ma anche riflettere, proporre, indicare, costruire, e soprattutto discutere. Insieme, perché un blog è uno spazio aperto, di discussione appunto. Che apriamo fin da ora: c’è materia per farlo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                Leave a Comment