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Guerre padane: Zaia, Tosi, Salvini, e le trasformazioni del progetto politico leghista

Sbaglia chi crede che la partita nella Lega veneta sia solo una questione personalistica, di ambizioni concorrenti. Certo, c’è anche questo: Zaia e Tosi si sopportano senza stimarsi, e sanno da sempre di essere potenzialmente alternativi per i medesimi ruoli. Ma la loro collaborazione forzata aveva portato finora reciproci vantaggi, e avrebbe potuto continuare.

Zaia è un governatore popolare, con una forte base elettorale. La sua presenza quasi sempre in testa nei sondaggi di popolarità tra i presidenti di regione mostra se non altro la capacità di mettersi in sintonia con il suo elettorato. In ogni caso, spicca per personalità rispetto al ceto politico del suo e degli altri partiti che ha intorno, proveniente da una stagione politica che sembra oggi lontanissima. In più è riuscito a rimanere estraneo, e non è un piccolo merito, agli scandali che pure hanno travolto personaggi della sua amministrazione e di quella Galan precedente, in cui era vice-presidente. Scontato quindi, e ragionevole, che si presenti per un secondo mandato: è il candidato che può raccogliere più consensi.

Tosi è un sindaco altrettanto popolare, e si ritiene probabilmente un cavallo di razza più forte, costretto in spazi angusti rispetto alle sue potenzialità: è evidente che il ruolo di sindaco, da tempo, gli sta stretto, anche se le sue ambizioni di leader nazionale sono andate incontro a più di un flop. E non è nemmeno estraneo al potere regionale: anche se non direttamente, Tosi un posto di rilievo nella giunta Zaia l’ha tenuto per interposte persone, con i suoi fedelissimi in ruoli chiave, a cominciare dalla sanità. Non può quindi proporsi come alternativo al governatore, di cui ha condiviso l’azione, anche come leader della Lega veneta. Ma la partita è anche di visibilità rispetto a futuri ruoli nazionali, e autenticamente politica, di obiettivi e di strategia. Ed è qui che entra in campo il terzo protagonista di questo triangolo, tutto tranne che amoroso: Matteo Salvini.

Salvini ha riportato la Lega a livelli impensabili dopo gli scandali vissuti nell’era dell’ultimo Bossi. Con Maroni la Lega ha ripreso smalto e raccolto il primo grande successo: la conquista della Lombardia. Ma è con Salvini che oggi si presenta come un protagonista con fondate ambizioni nazionali: un potenziale leader della destra (quella populista, non quella liberale), in alternativa a un Berlusconi in crollo verticale di popolarità. Tutto questo però a prezzo di una trasformazione sostanziale della linea politica della Lega: da tempo i discorsi in positivo sul federalismo, e quelli in negativo contro il Sud o Roma ladrona, sono stati sostituiti da quelli contro l’euro e contro l’immigrazione e l’islam, visto che a Sud e a Roma ci si vuole presentare a raccogliere voti, con buone possibilità di successo. Il federalismo, l’autonomia, sono spariti dall’orizzonte degli obiettivi percorribili, in favore di una svolta di fatto lepenista che oggi porta Salvini a schiacciarsi sulla destra radicale. Questo rafforza la Lega a livello nazionale (una Lega tuttavia d’opposizione, non di governo: più potente ma fuori dai meccanismi decisionali), e quindi il suo leader; ma rischia di indebolire le Leghe di governo a livello regionale, alleate con gli stessi partiti con cui a livello nazionale si vuole rompere.

Tosi, che ha costruito il suo successo su un’idea di Lega trasversale e pigliatutto, più vicina all’originale modello del partito territoriale, politicamente moderata e di fatto centrista (in questo, non diversamente da Zaia), è tra i pochi che si oppone apertamente a questo disegno, criticando proprio l’operazione politica, non solo la leadership che la propone. E questo è un problema, in una Lega che nella prassi interna è sempre stata un partito fortemente personalistico e centralistico. Quello che Tosi rivendica, anche strumentalmente, è il ritorno alle ragioni originarie, statuto alla mano. Ma è proprio ciò che è meno tollerabile da parte di Salvini, che sulla trasformazione della Lega gioca la propria partita politica nazionale.

Sul modello di partito territoriale e le alleanze, tra Zaia e Tosi ci sono probabilmente più somiglianze che differenze. Li divide la linea nazionale, che uno appoggia senza troppo esporsi e l’altro contesta esplicitamente, e lo scontro di potere interno sul controllo del partito, in particolare su liste e candidature. E’ perfettamente ragionevole infatti che Zaia voglia metterci mano, essendo la spina dorsale della sua futura squadra; ma non stupisce che il segretario ‘nazionale’ veneto voglia fare altrettanto, pena il rischio di una marginalizzazione silenziosa; e il segretario federale pure, portando egli avanti una linea politica diversa dal segretario veneto. Lo scontro sarà quindi lì, perché lì si gioca tutto. E i sotterranei riposizionamenti di non pochi tosiani in queste ore sono lì a dimostrarlo: e a mostrare l’aria che tira.

Dietro lo scontro padano: I tre binari del Carroccio, in “Corriere Veneto”, 27 febbraio 2015, p.1

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