stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Il caso Stacchio, tra giustizia e tifoseria

Un gioielliere viene rapinato: la maggior parte di noi è istintivamente solidale con la vittima. Durante la rapina, uno degli assalitori minaccia una commessa con un’arma: stesso meccanismo. Un testimone, vista la scena, difende la ragazza sparando contro il rapinatore: anche in questo caso la maggior parte di noi è solidale con il testimone, e probabilmente, avendo la medesima presenza di spirito, avrebbe fatto lo stesso. Il rapinatore viene ucciso: per la maggior parte di noi – siamo onesti – si tratta di un incerto del mestiere, di uno che se l’è andata a cercare. Se poi si tratta di un rom, e di una persona con numerosi precedenti penali, la nostra indignazione cresce, per motivi che con la giustizia hanno poco a che fare. Infine, se chi ha sparato per salvare la ragazza viene incriminato per eccesso colposo di legittima difesa – sostanzialmente un atto dovuto, che non è affatto detto si trasformi in condanna, visto che il bandito era stato colpito ad una gamba e chi ha sparato non l’ha fatto per uccidere – la nostra indignazione cresce. E magari ci può venire voglia di manifestare una qualche forma di solidarietà: raccogliendo soldi per le spese legali, aiutandolo nella sua attività, manifestandogli la nostra vicinanza.

Fino a qui tutto bene, o tutto comunque molto comprensibile, persino banale nella sua drammaticità – perché uccidere un uomo, o essere uccisi, è comunque un dramma, una vita spezzata, e una che non sarà mai più la stessa. Ma poi c’è il poi: e questo lascia molto più perplessi. E solleva, sulle fragilità della nostra società, più interrogativi di quanti non ne risolva. Perché da un lato c’è un uomo mite, che ha agito per generosità, quasi vergognoso di quello che ha fatto, e che avrebbe voluto non fosse successo – l’uccisore: che ora non dorme la notte per il dispiacere, che si lamenta perché gli altri rapinatori sono fuggiti abbandonando il loro complice che avrebbe potuto essere salvato, che ricorda che anche nel gruppo cui questi appartiene c’è il bene e c’è il male, e ci sono bambini, e vittime incolpevoli, come la moglie e i figli. Dall’altro c’è chi solletica gli istinti invece di cercare le ragioni. C’è chi soffia sul fuoco invece di cercare di domare l’incendio. C’è l’assertività parolaia di chi ne fa una specie di eroe della xenofobia, un vendicatore che ha colpito una categoria malvista anziché una persona che ne stava minacciando un’altra, un cavaliere solitario che ha iniziato una guerra di liberazione anziché aver difeso una ragazza in pericolo e se stesso. Qui inizia il problema, e la solidarietà personale – di per sé positiva e apprezzabile – si trasforma in altro. Perché si ha la sensazione che la canalizzazione della rabbia (che non ci piace definire popolare: sono popolo anche gli altri, che rabbiosi non sono, e chi urla più forte non ne ha il monopolio della rappresentanza) verso un capro espiatorio serva soprattutto a sfuggire a problemi che sono più complicati da risolvere, perché riguardano i fondamenti stessi della convivenza civile: dalla certezza del diritto alla reale efficacia del carcere (che in troppi casi, anziché correggere, rafforza le potenzialità criminali di una persona), fino alle difficoltà dell’integrazione (che ci dimentichiamo volentieri sia, come un matrimonio, un’azione con due interlocutori – e non funziona se uno solo è favorevole). Anche questo dovrebbe farci arrabbiare, ma non diventa oggetto di discussione.

Da un lato insomma c’è il protagonista della vicenda, ma anche le forze di polizia, il parroco, e tanti altri comuni cittadini che semplicemente non urlano e non minacciano, e che provano dispiacere e dolore per quanto è successo. Dall’altro ci sono politici in cerca di visibilità che si prodigano in manifestazioni di solidarietà in favore di telecamera, e improvvisati giustizieri a parole che invitano la popolazione ad armarsi e a colpire i ‘nemici’ senza nemmeno accorgersi, così facendo, di delegittimare la stessa idea di legge che tutti ci tutela. Da un lato insomma c’è la giustizia offesa, e il desiderio di ripristinarla; dall’altro gli slogan da tifo calcisitico, il noi contro loro senz’altra ragione che lo scontro, il ribellismo di chi vagheggia di giustizia fai da te. E’ la differenza che passa tra il diritto e il tifo da stadio. Il primo richiama alla giustizia (jus, da cui justus), ed è una virtù sociale e uno strumento di convivenza civile. Il secondo è un’emotività senza causa, e l’azione di pochi il cui prezzo paga tutta la società. Ci limitiamo a ricordare che, non a caso, porta il nome di una malattia. In greco significa fumo, febbre, offuscamento. Una situazione che complica i problemi anziché aiutare a risolverli.

Stacchio, giustizia e tifoseria, in “Corriere del Veneto”, 22 febbraio 2015, p. 1

Leave a Comment