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Divorzio breve. E poi tutto il resto…

Il Senato ha approvato il via libera al divorzio breve. Un ultimo passaggio alla Camera dovrebbe renderlo applicativo in tempi rapidi.

Era un provvedimento atteso da tempo. L’Italia ha una delle normative sul divorzio più farraginose d’occidente. Improntata ad un’idea di sostanziale stato etico, impone una normativa anacronistica, che detta tempi lunghissimi di separazione obbligatoria, prima di accedere al divorzio (almeno tre anni, che diventano sempre molti di più a causa dei tempi dilatati di burocrazie e giustizia). Una situazione che amplifica e incancrenisce i conflitti, anziché aiutare a decantarli e ridurli, che produce stress emotivo e concretissimi disagi familiari, prolungando l’agonia di legami di fatto già non più esistenti, e per giunta impedisce la creazione di nuovi legami familiari stabili, basati sull’accordo e il consenso: ottenendo come unico risultato – controdeduttivo rispetto all’obiettivo di chi vuole salvare la stabilità della famiglia – che molte separazioni tardano a concludersi in divorzio, facendo dell’Italia il paese con il più alto tasso di convivenze fuori dal matrimonio con un partner separato.

Quella approvata, riducendo i tempi di separazione a sei mesi se consensuale e a un anno se conflittuale, è una norma di ordinaria civiltà giuridica: semmai non abbastanza coraggiosa. Per consentirne l’approvazione da parte di uno schieramento più vasto, comprendente anche il centrodestra, si è infatti dovuto stralciare il cosiddetto divorzio diretto, che avrebbe consentito di saltare del tutto la fase della separazione in caso di richiesta consensuale da parte di coppie senza figli. Anche questa un’ovvietà, nel comune sentire: che si tenterà di riproporre con una normativa successiva, ma licenziando intanto il testo più generale.

Non si tratta di una normativa contro la famiglia. Peraltro separazioni e divorzi sono in calo, negli ultimi anni, rispetto al boom dei primi anni di approvazione della legge. Si tratta invece di una tutela della famiglia basata più sui suoi contenuti che sulla salvaguardia delle sue forme esteriori. E della garanzia di un diritto fondamentale: alla propria realizzazione e alla felicità, tra le altre cose. Che non favorisce affatto gli egoismi individuali contro le difficoltà della comunità familiare: oggi sappiamo anche troppo bene quanto una situazione conflittuale produca infelicità e sofferenze per tutti i membri della famiglia, a cominciare proprio dai figli che si vorrebbero tutelare dal conflitto, usati troppo spesso come arma impropria per combattere battaglie che si sarebbero potute evitare, che – come tutte le guerre – più sono lunghe e più danni fanno.

Inoltre l’allungamento della vita rende possibile il rifarsi una vita e una famiglia anche dopo un fallimento familiare, dato che il grosso delle separazioni avviene quando le mogli si trovano tra i 40 e i 44 anni, e i mariti tra i 45 e i 49. Un divorzio rapido può dunque essere la base su cui costruire una nuova famiglia.

Il peso dei riferimenti valoriali nelle dinamiche familiari resta: non per caso le nozze religiose risultano essere più stabili di quelle civili (anche se nelle regioni bianche, come il Veneto, i tassi di separazione non sono significativamente diversi da quelli di altre regioni, a testimoniare la pervasività dei processi di secolarizzazione anche in ambito familiare). Ma non possono più essere resi obbligatori per legge. Soprattutto se ottengono nel concreto risultati opposti a quelli che vorrebbero promuovere.

La nuova legge consentirà di accorciare i tempi del divorzio, di diminuirne i costi sia economici che emotivi, e di diminuire il peso e l’influenza dell’intervento di agenti esterni, a cominciare dagli avvocati, che spesso rischiano di acuire la conflittualità per motivi che nulla hanno a che fare con il benessere della famiglia, e forse nemmeno delle parti rappresentate.

Un progresso civile, quindi. Per la cui introduzione nell’ordinamento non si può che auspicare un iter brevissimo. Nella speranza che sia anche il primo atto di quella stagione di allargamento dei diritti civili e sociali (concernenti la famiglia, la sessualità e l’omosessualità, la bioetica e il fine vita, i diritti di cittadinanza) annunciati dal premier Renzi all’epoca del suo insediamento ma per ora sacrificati dall’urgenza delle priorità economiche e istituzionali.

Diritti, più velocità. Il divorzio (e non solo), in “Corriere Veneto”, 22 marzo 2015, p.1

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