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La società fa rete, la politica (si) divide

E’ persino imbarazzante constatare tendenze così contraddittorie.

Da un lato la società e l’economia, che in nome della salvaguardia delle proprie posizioni e quote di mercato, della qualità dei prodotti e dei servizi erogati, della riduzione dei costi attraverso economie di scala e della razionalizzazione della spesa, o semplicemente per rafforzare la propria posizione in termini di lobby, di gruppo di pressione – ma anche, non di rado, per motivazioni etiche o ispirate al principio del piacere – sentono il bisogno di unirsi, di fare rete, di fare sistema, di consorziarsi, di collaborare, insomma. Vale per le imprese come per le università, per le multiutilities come per le aziende ospedaliere, per il sistema fieristico come per le banche, per le unioni dei comuni come per le associazioni di volontariato, e persino per le burocrazie pubbliche più avvedute.

Dall’altro la politica perdura nella tentazione della frammentazione e della divisione, non si sa bene in base a quali disegni. Si divide la Lega in Veneto, tra Zaia e Tosi, ma anche il PD in Liguria, con Pastorino che si candida contro il proprio partito, e divisioni se non lacerazioni si ripetono in varie realtà locali e regionali, ma anche nazionali. Con Forza Italia che potrebbe dividersi addirittura in tre tronconi, il Nuovo Centro-Destra soggetto a dinamiche centrifughe che portano in direzioni opposte, e persino il Partito Democratico, mai così forte e così aggregante come adesso, non rinuncia alla tentazione del tafazzismo, e produce una sinistra interna che ha come scopo principale quello di fare opposizione al proprio governo.

E così, mentre tutti gli attori coinvolti nel mercato globale, incluso quello delle idee e della cultura, producono un’economia e una società della relazione e della condivisione, fortemente supportata dall’innovazione tecnologica e dallo svilupparsi della rete, portandoci nella direzione di una sempre più diffusa sharing economy che diventa anche una sharing society, e mentre si sente il bisogno di forme di collaborazione e di governance ampie e coordinate, che necessariamente coinvolgono le competenze interdisciplinari di più soggetti, per governare processi sempre più complessi, la politica locale e regionale governa poco e non si relazione con nessuno, in una presunzione di autosufficienza che, prima che essere arrogante e dilettantesca, è semplicemente fuori dalla storia. Per dire, in una città come Padova, dove le aziende principali sono l’ospedale, l’università e il comune (tutte pubbliche, per inciso), la loro mission dovrebbe essere quella di coordinare continuamente le proprie iniziative a servizio della cittadinanza: e così facendo potrebbero fare grandi cose. E invece, soprattutto per (mancanza di) iniziativa della politica, semplicemente non si parlano, e quando lo fanno è per litigare e imporsi sull’altro anziché collaborare: parola che nella sua stessa etimologia ci indica che sarebbe conveniente ‘lavorare con’, anziché contro.

E’ vero, la politica nasce sul presupposto che i partiti rappresentano appunto parti della società, in conflitto tra loro, e che nella composizione dei diversi interessi rappresentati, attraverso la mediazione o l’alternanza, si trova il livello di equilibrio necessario. Ma oggi anche la società è diversa, le modalità della rappresentanza degli interessi sono cambiate, l’enfasi sulla soluzione dei problemi rispetto al tradizionale conflitto ideologico è prevalente. E questo dovrebbe insegnarci qualcosa. E’ davvero un paradosso che chi persegue un interesse privato sia oggi maggiormente capace di collaborare con altri per raggiungere questo fine, rendendosi conto che perseguire anche l’interesse generale non sia in contrasto con il suo obiettivo di soddisfazione personale, mentre chi dovrebbe perseguire il bene comune si preoccupa essenzialmente di dividere e dividersi, chiudendosi nel proprio recinto. E ci pone un problema non solo di qualità, ma di senso dei nostri attuali meccanismi di rappresentanza democratica.

Mentre la società e l’economia hanno bisogno di apertura sul globale (dei mercati, ma prima ancora culturale), e se non la trovano vanno via (come mostrano i cammini percorsi dai nuovi emigranti giovani e acculturati), la politica si chiude in sé, mostrando l’inconsistenza di una classe dirigente, che è il prodotto di un limite culturale prima ancora che di una incapacità personale.

La società fa rete, la politica divide, in “Corriere Veneto”, 29 marzo 2015, p.1

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