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Moschee, diritti, laicità, chiesa, politica: perché ci tocca sempre ricominciare dall’abc

Che siano gli uomini di chiesa a insegnare ai laici la laicità non è che uno dei molti paradossi che stanno intorno alla questione dei luoghi di culto musulmani in Italia.

Da un lato abbiamo comitati di cittadini, o partiti politici, che promuovono petizioni contro le moschee, e concretamente fanno di tutto per renderne difficile l’attività. Dall’altro abbiamo chi ricorda che la legge è uguale per tutti, e che i diritti di libertà religiosa, a norma di costituzione, sono universali e inalienabili.

E’ quanto successo anche a Brognoligo di Monteforte, un paesino del veronese dove è scoppiata l’ennesima polemica intorno alle moschee. E dove il parroco, don Mario Costalunga, si è schierato, costituzione alla mano, contro una petizione che chiedeva la chiusura del già esistente centro islamico. L’intervento via twitter di Salvini ne ha fatto, come spesso succede, un caso nazionale.

E’ dal 2000, con il primo caso, scoppiato a Lodi, che comitati di cittadini, o partiti – con spesso in prima fila la Lega – si scagliano contro i progetti di costruzione di moschee, o l’utilizzazione di edifici come luoghi di culto musulmani. La scusa è il rispetto della legge, e dei piani regolatori: ma c’è un’evidente applicazione selettiva della normativa e dell’azione politica. Sono decenni che testimoni di Geova, pentecostali, sikh, musulmani, in qualche caso anche cattolici, utilizzano capannoni industriali, depositi, negozi, come luoghi di culto, in maniera impropria, difforme dal motivo per cui sono stati costruiti (del resto lo fanno anche asili, palestre, e associazioni della più diversa natura). Per il semplice fatto che costano meno, e si trovano in zone dove recano meno disturbo. Ma, come noto, le polemiche ci sono solo a proposito dei musulmani (gran parte delle oltre 120 moschee del Veneto, e delle quasi 800 d’Italia, sono in questa situazione). E forse bisognerebbe decidersi. Perché se si tratta di progetti di moschee vere e proprie, si è contro a prescindere: come accaduto a Padova, con tanto di passeggiata simbolica con maialino al seguito sul luogo dove avrebbe dovuto essere costruita. Se non lo sono, si è contro perché costituiscono uso improprio del patrimonio edilizio.

Ora, se c’è qualcosa di cui l’Occidente può essere legittimamente fiero, è la sua capacità di sancire, proteggere e progressivamente allargare la sfera delle libertà degli individui. All’origine di queste libertà vi è la tutela delle libertà religiose, e in particolare la protezione dei diritti delle minoranze, dato che le maggioranze, avendo il potere, si tutelano da sé. Universalismo (il fatto, banale ma che è utile ripetere, che la legge è uguale per tutti) e quindi pari dignità e parità di trattamento, tutela delle minoranze, costruzione di uno spazio laico a tutela di tutti, sono quindi principi cardine dello spazio pubblico occidentale. Se li neghiamo, andiamo contro i nostri principi fondativi, non solo contro i legittimi diritti altrui.

In termini di principio, quindi, la questione delle moschee nemmeno dovrebbe sussistere. Il fatto che spesso le si contesti non fa diventare diritto un torto. Si chiama discriminazione, e si può nel caso ricorrere al giudice, che non può che applicare le leggi (come già avvenuto con diversi ricorsi al Tar del Veneto, vinti dai musulmani contro ordinanze di chiusura da parte dei sindaci, da Verona a Cittadella). Non c’è petizione o referendum che tenga: perché, molto semplicemente, i diritti delle minoranze non possono essere soggetti all’arbitrio delle maggioranze.

C’è poi una questione di banale convenienza. Ormai tutti, a cominciare dal ministero degli Interni, sono convinti che sia meglio che i musulmani abbiano i propri luoghi di culto, il più possibile visibili, aperti, trasparenti, alla luce del sole, in collaborazione con le forze di polizia e le istituzioni locali. Perché questo favorisce integrazione, reciproca conoscenza e controllo sociale: proprio ciò che noi tutti vorremmo e a parole auspichiamo. Le moschee, in questo senso, non sono parte del problema, ma della soluzione.

Lo scopo delle polemiche invece è un altro, e il merito della questione c’entra poco. Il fatto è che protestare contro di esse, con poca spesa, offre visibilità e canalizza consenso: e qualcuno che ci guadagna, da questi conflitti, c’è sempre.

Se la politica si presta a questo gioco, non stupisce che sia la Chiesa cattolica a svolgere il ruolo di guardiano della civiltà giuridica e di salvaguardia dei principi, non solo del buon senso religioso, che non svolgono altri.

Se la chiesa insegna laicità. Le moschee negate e la legge, in “Corriere del Veneto”, 14 marzo 2014, p.1

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