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Contro rom e sinti: le derive del discorso pubblico

Un sindaco è un pubblico ufficiale. Rappresenta una comunità territoriale, ma anche un senso di appartenenza collettivo, persino un’idea morale di unità al di là delle divisioni contingenti. Nelle occasioni ufficiali indossa una fascia tricolore: a simbolizzare l’appartenenza a una comunità ancora più ampia, che condivide la sottomissione alla stessa legge, ispirata agli stessi princìpi fondativi, rappresentati dalla costituzione. Può avere opinioni eretiche o ispirarsi a valori non così condivisi. Una sola cosa non può fare: violare, scientemente, la legge. E poiché rappresenta i cittadini tutti, senza distinzione di razza, etnia, sesso, religione, credenza, opinione – come dice, appunto, la costituzione – non può escluderne qualcuno dal patto sociale.

Il sindaco di Albettone, che non nominiamo perché non ci interessa come persona, ma per quello che rappresenta, questo sta facendo. E se ne parliamo è per esemplificare un comportamento che si sta diffondendo nel corpo sociale – anche a livello istituzionale, come si vede – ma che va nondimeno stigmatizzato: la secessione non dei territori, ma delle coscienze. L’indipendenza dalla legge, anziché il servizio ad essa. L’autonomia degli impulsi, anziché il confronto delle ragioni.

Non sappiamo, ce lo diranno i giuristi, se si possa evocare la legge Mancino, l’istigazione al razzismo: che nella sua essenza significa prendersela non con le persone per il loro comportamento, ma con delle collettività per ciò che si pensa di loro o per quello che simbolicamente rappresentano. Mentre la responsabilità penale è personale, e non ricade né sui padri né sui figli, come vuole l’impalcatura giuridica di cui ci diciamo eredi e fieri.

Il problema di quelli che nell’espressione comune sono chiamati zingari è serio, e di lungo periodo. Non è locale, e nemmeno nazionale, ma europeo. E non può nemmeno essere risolto con le espulsioni, dato che, in maggioranza, si tratta di cittadini italiani. Non c’è dubbio, i tassi di delinquenza tra alcuni gruppi di nomadi (peraltro, quelli non sedentarizzati, non già integrati: una parte di quelli dei campi, per capirci, che contrariamente all’opinione comune sono solo un quarto dei 160.000 rom e sinti italiani) – per alcuni reati, soprattutto contro il patrimonio – sono più elevati di quelli della media nazionale. I tassi di recidiva sono alti. Gli abbandoni scolastici pure. L’accattonaggio anche. La violenza familiare e di genere, senza generalizzare, è presente. E alcuni indicatori sociali sono gravissimi: aspettativa di vita, mortalità infantile, disoccupazione. Non possiamo fare finta di niente: un problema sociale c’è. Ma, per risolverlo, i proclami dei sindaci con il fucile non servono. Al contrario, peggiorano la situazione, aumentando la conflittualità sociale – sfruttandola, quel che è peggio, a fini elettorali e di visibilità personale – ma non migliorando nemmeno uno degli indicatori citati.  Spostano solo il problema: ad un altro momento, o – con un’ordinanza di divieto – ad un altro luogo, magari ai comuni vicini. Che non è, per dirla tutta, una gran genialata.

La stigmatizzazione collettiva, la creazione di un – antico e popolare, peraltro: al sindaco piace giocare facile – capro espiatorio, è una soluzione semplicemente indecente oltre che impraticabile. Bastasse, non avremmo avuto la lunga storia che dai proclami medievali contro la mendicità è arrivata fino ai campi di concentramento nazisti. C’è solo una strada percorribile, ed è lunga, ma più efficace: quella che passa per l’occupazione, l’istruzione, l’alloggio (non l’assistenzialismo in servizio permanente effettivo, che è altra cosa, spesso perniciosa), ma anche il riconoscimento simbolico e culturale, senza il quale non c’è interlocutore collettivo possibile, né fiducia reciproca. In una parola, le politiche di integrazione. Investire su quelle oggi, significa evitarsi problemi domani. Anziché incancrenire quelli di oggi creandone di più gravi domani.

Il problema nomadi. La vera soluzione non è il Medioevo, in “Corriere veneto”, 9 aprile 2015, p.1

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