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Il kebab, la globalizzazione e la città

Il kebab come metafora. Della globalizzazione, del provincialismo, e dell’incapacità di capire che cosa significa, oggi, vivere insieme, nelle città e nella società.

“Quel prodotto non veneto che risponde al nome di kebab, che piace tanto agli immigrati nordafricani e che io non ho mai nemmeno assaggiato”, come lo definisce il sindaco di Padova, diventa un simbolo, a modo suo. Certo, non è veneto. Come non lo sono gli spaghetti (forse di origine cinese) e la pizza (presente in tutto il Mediterraneo), le arance e i limoni (che vengono dall’estremo Oriente, introdotte in Europa dagli arabi), il pomodoro (peruviano), il riso (arabo pure lui), il fagiolo (messicano – ma come, pasta e fasoi non era un piatto veneto?), la patata (che viene dalle Americhe) e il merluzzo (nordico e atlantico – ma come, il baccalà non è anche lui un rinomato piatto veneto?). Ma anche il kebab ha una storia simile: la parola è persiana, l’invenzione della ‘carne rotante’ con i relativi macchinari avviene in Turchia, è stato portato in Europa dagli immigrati turchi del quartiere Kreutzberg di Berlino, in Germania è stato industrializzato e congelato da grandi fabbriche ormai tedesche, viene esportato ovunque ed è diventato uno street food in tutto il mondo, alla stregua degli hot dog e dei gelati, del fish and chips e degli involtini primavera, degli hamburger e dei panini, e oggi in Europa ne gestiscono baracchini anche negozianti bianchi e forse cristiani, e in Veneto, in effetti, molti arabi nordafricani. La clientela poi è essenzialmente autoctona, a cominciare, anche in Italia, da giovani e studenti, ma anche lavoratori in pausa pranzo e nottambuli alla ricerca di uno snack, che ne apprezzano il buon rapporto qualità prezzo, e anche quantità prezzo, rispetto al più veneto tramezzino (introdotto peraltro la prima volta in un caffè torinese, e battezzato da D’Annunzio con il suo attuale nome, che peraltro non è che l’italianizzazione dell’invenzione del nobile settecentesco John Montagu, quarto conte di Sandwich, che per non interrompere le sue partite di carte si faceva portare dai servitori delle fette di arrosto tra due fette di pane).

Tutto questo per dire che il kebab non è che una metafora e un esempio di globalizzazione tra i tanti, vecchi e nuovi: e che il suo rifiuto sdegnoso non è che un segno di provincialismo e di chiusura tra i tanti – che, se conseguente, dovremmo applicare a ben altro, in una autarchia sterile che è in primo luogo culturale, priva di orizzonti e priva di frutti (dopo tutto, pure il cristianesimo è nato in Medio Oriente, per opera di un giovane ebreo che parlava in aramaico e chissà quali schifezze mangiava…).

Ma l’idea della chiusura dei negozi di kebab alle 20, nella zona della stazione di Padova (proprio nel momento in cui, giustamente ma contraddittoriamente, si allunga l’orario di apertura dei locali nel centro storico) è anch’esso la metafora di un’idea dello spazio come aperto ma vuoto, ordinato ma inutilizzato, che ha con l’uso piacevole di una città lo stesso rapporto che ha l’utilizzo delle pattine con la vita domestica: una scelta in cui il prevalere dell’idea di pulizia (e polizia ha la stessa etimologia) va a scapito della possibilità di vivere piacevolmente e comodamente lo spazio – certo, con qualche scomodo effetto collaterale. Come togliere le panchine, impedendo ai pensionati di socializzare, pur di impedire anche agli immigrati di sedersi; come chiudere con una cancellata l’ingresso di un giardinetto, pur di non consentire ai giovani di andarci; come, con la stessa ragionevolezza, proibire l’uso dell’automobile per evitare gli incidenti, che ne sono la conseguenza non voluta. Molti studi, ormai, ci dicono che una via, una piazza, una città, è tanto più sicura quanto più è abitata e anche condivisa da utenze, popolazioni e generazioni diverse – non divisa a compartimenti stagni e con la gente chiusa in casa, che non si sente né più felice né sicura per questo, e semmai diventa meno solidale e più prona al conflitto. La socialità buona scaccia quella cattiva: è dove non c’è socialità che rimane quella deviante, pericolosa. E’ nel vuoto, nel buio, nel silenzio, che si manifesta più spesso il degrado. È dove non ci sono più i molti, che i pochi rimasti rischiano di più. Non a caso ci fa più paura il rimbombo dei nostri passi di notte, nel silenzio (o il sentirne uno solo, che si avvicina, che interpretiamo come minaccia), che non il rumore di molte scarpe che camminano. Solo che questo presuppone riflessione, iniziativa, invenzione, anche fantasia, governo delle cose, insomma (inclusa la repressione dei comportamenti devianti, naturalmente): tutta merce più scomoda da reperire, e meno facile da attuare, rispetto alla semplice chiusura. Il cui prezzo, alla lunga, finiscono per pagare tutti.

La socialità e i divieti a Padova. Il kebab proibito e l’idea di città, in “Corriere Veneto”, 5 aprile 2015, p.1

Una risposta a Il kebab, la globalizzazione e la città

  • Giorgio Franco scrive:

    Sembra tutto vero! E invece purtroppo (alla Gaber) lo è. Credo alla base di tutto ci sia qualcosa di patologico. Forse uno psicologo dell’età infantile potrebbe spiegare compiutamente certi comportamenti e certi atteggiamenti. C’è a Padova un olimpionico, che è stato anche candidato sindaco. C’è anche una cattolica, che sindaco lo è stata. Possibile che non sentano la necessità di dire qualcosa pubblicamente sui fatti concreti; anziché limitarsi a rivendicare genericamente i loro “princìpi”.

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