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Profughi: che fare?

Certo, l’Europa dovrebbe fare molto di più. Senza dimenticare tuttavia che – è vero – l’Italia ha l’onere della prima ricezione dei profughi, ma è tra i paesi che, di rifugiati politici, ne accoglie meno. Con l’aumento dei fondi a disposizione per la missione Triton e l’invio di navi, un timido segnale di cambiamento dall’Europa è stato dato, ma è ancora troppo poco.

Certo, l’Italia, intesa come governo, dovrebbe fare molto di più. Perché non basta raccogliere i profughi in mare: occorre anche gestirne la permanenza. Che non vuol dire solo spalmarli sul territorio o mettere a disposizione i finanziamenti necessari. Occorrono competenze specializzate (amministrative, di assistenza psicologica, di organizzazione di corsi di lingua e di pratiche di avviamento al lavoro, ecc.) che i comuni, a cui si affida la gestione della fase finale, spesso non hanno. Anche perché la legislazione è contraddittoria (impedire ai rifugiati di lavorare è assurdo – li si obbliga a vegetare senza risorse, quando potrebbero contribuire al proprio sostentamento e allo sviluppo del luogo in cui vivono) – e le procedure dell’Unione Europea derivate dagli accordi di Dublino sono superate. Dire che del rifugiato si deve occupare il paese che lo riceve per primo aveva senso quando erano poche migliaia; oggi significa solo che i profughi cercano di non farsi registrare, e le persone arrivate in Italia si danno alla macchia cercando individualmente di arrivare altrove, dove le garanzie e le politiche per i rifugiati, così come le condizioni del mercato del lavoro, sono più favorevoli: l’Italia è contenta perché vanno via, seppure in maniera disordinata; e gli altri paesi pure, perché non sono costretti a dire alla loro pubblica opinione che ne accettano altri, anche se accade – ipocrisia allo stato puro.

Tutto questo però non basta per giustificare l’atteggiamento delle regioni e dei comuni, soprattutto a guida leghista, che semplicemente dicono che non ne vogliono nemmeno uno in più, di profugo. Primo, perché numericamente la cosa è ridicola: 700 profughi oggi significa poco più di uno per ogni comune del Veneto, ovvero niente di niente. Un qualcosa di perfettamente gestibile, di fronte a un’emergenza di questo genere. Giocare su facili egoismi, istigando il peggio dell’animo umano, per esclusivi motivi elettorali, con l’atteggiamento rinunciatario e il linguaggio aggressivo con cui lo si è fatto fino ad ora, è indegno di rappresentanti dello stato: che sono pagati per gestire la complessità, non per vivere in un mondo facile dove non ci sono problemi, e dove basta dire di no e fare i capricci, come i bambini, perché nulla accada. Il Veneto accoglie solo il 2,7% dei rifugiati sbarcati in Italia, collocandosi all’undicesimo posto tra le regioni italiane (la Sicilia ne accoglie il 21,4%, per dire). Eppure è una delle regioni dove le proteste sono più veementi e l’ignavia degli amministratori maggiore. Perché? Oltre la pochezza di una classe dirigente abituata a negare l’esistenza dei problemi pur di non affrontarli, pesa la debolezza di una cultura diffusa che ha fatto del guardare solo al proprio ombelico una ragione d’essere, alimentando la paura del mondo anziché l’interesse nei suoi confronti. Eppure gli anticorpi ci sono: le proteste dei sindaci del PD che per una volta hanno battuto un colpo, non inseguendo la Lega sul suo terreno, ma proponendo di fare di più, non di meno, con la collaborazione di tutti (troppo facile dire “da noi no”, semplicemente scaricando il problema sui comuni vicini), ma anche i singoli cittadini – e non più solo i centri di accoglienza cattolici – che mettono a disposizione i loro appartamenti, testimoniano di un Veneto diverso, che finalmente si esprime.

Tornando all’Europa, da cui siamo partiti. Forse la più sensata – e per niente irrealistica – è la proposta dello scrittore padovano Umberto Contarello: di andarcene a prendere un po’, di profughi, direttamente sulle spiagge. Con uno sbarco in Normandia alla rovescia, per salvarli (come facemmo a suo tempo per i più lontani boat people vietnamiti). E – aggiungiamo – con un piano Marshall in quelle zone che le aiuti a crescere, con la possibilità che è stata concessa a noi settant’anni fa, e che ha cambiato per sempre il nostro destino (non limitandosi a dire “aiutiamoli a casa loro”, quindi: pura retorica, se non accompagnata da azioni conseguenti). Come atto fondativo vero di un’Europa che, su questa vicenda, sta ancora mostrando, tra tentennamenti e ambiguità, la sua inesistenza politica. Se l’Europa facesse questo, sarebbe all’altezza della sfida dei tempi e del suo ruolo, accreditandosi come grande potenza morale, non solo economica. Agendo nel giusto, e acquisendo un’autorevolezza – che avrebbe enormi risvolti politici e anche economici – che finora non ha avuto.

Piano Marshall per i profughi. I no padani e l’accoglienza, “Corriere Veneto”, 26 aprile 2015, p.1

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