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Se l’antipolitica la crea la politica. Il consiglio regionale veneto non lavora, ma è pagato

L’antipolitica è servita su un piatto d’argento: dalla politica. In un fine legislatura che assomiglia assai più a un decadente fine impero, la regione Veneto chiude i battenti nella maniera più ingloriosa, per una commistione perversa di ineluttabilità burocratica e di pervicace volontà di farsi male. Il tutto senza nemmeno bisogno di evocare la categoria dello scandalo: che, in un certo senso, non c’è – ma solo per chi continua a confondere la lettera con lo spirito della legge.

Il casus belli è il seguente. Il consiglio regionale veneto, convocato in seduta per ieri ed oggi, ha deciso di sconvocarsi. La ragione è tecnico-burocratica: la legislatura, secondo Palazzo Ferro Fini, si è chiusa il 28 marzo, a cinque anni dalle elezioni. Per i due mesi successivi, quindi, fino alla proclamazione dei nuovi eletti, non può essere operativo. Questo per la forma: ma la sostanza, in soldoni – e l’espressione non potrebbe essere più pertinente – è che i consiglieri continueranno a percepire la loro lauta indennità, ma senza un corrispettivo lavorativo (che poi, senza generalizzare, per molti non è che l’impegno fosse travolgente nemmeno prima). Forse i burocrati possono comprendere il senso di una normativa che ti impedisce di lavorare ma ti obbliga a percepire il tuo emolumento (e pure le cospicue indennità di trasferta, per trasferte che non saranno mai effettuate): ma i cittadini, che vivono in un mondo diverso – in cui se non lavori non ti pagano, e se ti pagano devi lavorare – proprio non ci arrivano. Ma, appunto, vivono in un mondo diverso, incomprensibile dai piani alti del potere.

Certo, la colpa non è loro: il giorno delle elezioni è stato deciso dal governo (ma il senso della normativa che perpetua il compenso sfugge ugualmente). Certo, si potrebbe deliberare solo sull’ordinaria amministrazione, che pure non sarebbe poca cosa, in una regione che di decisioni ha enorme bisogno. Ma la sensazione è che a nessuno importi nulla, e che al massimo preoccupi il danno d’immagine per chi si ripresenta alle elezioni. Altri nemmeno se ne accorgono, né in maggioranza né all’opposizione: altrimenti qualche iniziativa, anche solo simbolica, l’avrebbero presa. Il fatto è che le cose ai più vanno benissimo così. Il clima di sfiducia reciproca e il livello di conflittualità è tale, soprattutto nella ormai ex maggioranza, che nel tutti contro tutti e nei frenetici cambi di alleanze e di casacche dell’ultimo periodo non c’è spazio per alcuna azione costruttiva: meglio portarsi a casa quel che si può oggi, e intanto lavorare per il domani. Chi è in lista, ha più tempo per una campagna elettorale pagata dal contribuente. E chi non ha più speranze, non ha nemmeno il problema di salvare la faccia. Mentre a chi governa va benissimo così: meno il consiglio si riunisce, meno c’è rischio che crei casini e finisca sulla stampa facendo perdere altri voti.

Ci sarebbe ancora la possibilità di un gesto di nobiltà (che, oltre tutto, pagherebbe elettoralmente): devolvere per una buona causa l’indennità da consigliere ingiustamente percepita, o almeno la non irrilevante diaria per le trasferte (in totale 1,6 milioni di euro di costo per il tempo che ci separa dall’insediamento dei nuovi eletti, mica noccioline). Trattandosi di salario per lavoro non effettuato, un buon contrappasso sarebbe quello di girare gli assegni a chi vorrebbe lavorare ma non può, o lavora ma non guadagna: disoccupati, aziende in crisi debitoria, famiglie di imprenditori suicidi. Ma da un consiglio regionale che non ha avuto la decenza nemmeno di votare il limite di due mandati per i propri consiglieri, mostrando una bulimia di potere pari solo al disprezzo per la pubblica opinione, e che nell’ultima seduta utile è stato capace solo di distribuire a pioggia un po’ di denaro pubblico nei rispettivi feudi elettorali, non ci aspettiamo alcuno scatto di dignità. Speriamo solo che i cittadini non premino questi degni consiglieri con un’indecente rielezione.

Indennità senza dignità, in “Corriere veneto”, 16 aprile 2015, p. 1

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