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Il Papa, la CEI e il cattolicesimo veneto

Al vertice della chiesa cattolica abbiamo oggi un papa inusuale per stile e contenuti, che esprime solidarietà agli immigrati e a chi li accoglie, si mescola agli operai, telefona a studenti disoccupati e ragazze madri, si fa intervistare da giornali cattolici e laici parlando di poveri, omosessuali, donne, divorzio, e anche di se stesso e del proprio percorso di fede. Ma la novità va oltre la figura del pontefice. Coinvolge la politica. E coinvolge la chiesa.

La politica innanzitutto, i cui valori hanno dettato per decenni l’agenda collettiva del paese. Etica, lavoro, cultura, dialogo, solidarietà (e più concretamente poveri, disoccupati, marginali, malati, disabili, anziani, immigrati): persino innovazione, riforma, rivoluzione. Sono parole tipiche della declinazione dei valori nel dibattito sociale e in politica. Eppure si sentono sempre meno, o sono declinate sempre peggio, nel linguaggio politico quotidiano. Che si mostra sempre più incapace di esprimerle, di dirle, forse anche privo della capacità di pensarle in maniera attuale ed efficace (e questo, che sia politica ispirata a valori laici o religiosi: entrambe, oggi, in declino).

L’opera di riforma radicale di Francesco tocca tuttavia, innanzitutto, la chiesa. Con uno stile che è sostanza: come elaborazione teologica silenziosa (delineando una teologia del dialogo – anche con il mondo laico –, della sobrietà, della relazione) e come pratica di governo dell’istituzione. Dalle nomine allo Ior alla severità nei confronti della curia vaticana e dei suoi vizi, dall’invito a trasformare i conventi vuoti in case di accoglienza per i marginali del mondo invece che in alberghi (che è anch’esso un giudizio sulla chiesa del potere e del denaro, delle esenzioni e dei privilegi, a confronto con quella del servizio e della gratuità) fino ai discorsi – durissimi – ai vescovi italiani (di cui ha attaccato un anno fa “la prospettiva della carriera, la lusinga del denaro e i compromessi con lo spirito del mondo”, e nei giorni scorsi ha spronato a lasciare ai laici le loro responsabilità, a occuparsi degli ultimi, a favorire un dibattito interno che non c’è mai stato: non a caso la CEI era l’unica istituzione in cui contava solo la prolusione del segretario, diffusa poi ai giornali e ampiamente commentata, mentre il dibattito successivo non c’era e non faceva notizia). E’ un cambio di orizzonte radicale, una svolta che non è esagerato definire storica, specie per l’Italia, dopo la lunghissima stagione del ventennio ruiniano e del suo lascito, in cui l’interventismo della Chiesa era esplicito, dichiarato, teorizzato e praticato, fino a promuovere direttamente incontri di politici e rassemblement di partiti, con l’indicazione di candidati e persino di segretari di partito graditi. Una stagione di interventismo e di influenza obliqua, spesso giocata in nome dei cosiddetti “valori non negoziabili”, espressione diventata oggi impresentabile, all’ombra della quale si sono sostenuti partiti e candidati impresentabili a loro volta.

Naturalmente le parole di Francesco gli creano anche dei nemici. Nel mondo laico più prevenuto, che teme sempre l’operazione strumentale, tattica, di facciata (ne è prova la polemica sullo stile, derubricato talvolta a mera operazione mediatica). E in quello cattolico, soprattutto istituzionale: tanto che le critiche – sempre ovattate, come usa, ma nondimeno fortissime – si stanno facendo sentire; tra gli alfieri dell’identitarismo cattolico, nei gruppi tradizionalisti, tra i commentatori neocon, ma anche tra vescovi abituati ad ostentare il loro potere, e burocrazie vaticane abituate a frequentarlo da pari a pari, il potere. E nel cattolicesimo più conservatore: tra cui c’è probabilmente quello veneto, nel quale pesa fortemente l’eredità di Scola, e in cui nei giorni scorsi c’era ancora un vescovo (quello di Verona) che si permetteva di dare esplicite indicazioni elettorali. Anche se, va detto, il cattolicesimo veneto è diviso tra un tuttora dominante conservatorismo e collateralismo politico, e un forte impegno anche in territori di frontiera e politicamente scomodi (si pensi all’immigrazione) del clero di base, del mondo missionario e dell’associazionismo cattolico.

Insomma, papa Francesco piace ai credenti e alla gente comune. Riesce a permeare un po’ meno i livelli ecclesiali intermedi, che gli sono spesso di zavorra e ostacolo. Un po’ come in politica: dove i meccanismi di disintermediazione premiano i leader innovatori, il cui slancio riformatore viene tuttavia frequentemente bloccato da corpi intermedi corporativi e burocratizzati.

Il Papa riformatore e la zavorra dei corpi intermedi, in “Venezie Cult”, 24 maggio 2015, p.1

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