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La Consulta e le pensioni: quando il diritto produce ingiustizia

Ci sono casi il cui il diritto rischia di fare a pugni con la giustizia: e con l’equità, che ne è una sua dimensione fondamentale. La sentenza della consulta che ha bocciato il blocco della rivalutazione delle pensioni è uno di questi. Il desiderio di riparare un vulnus perpetrato nei confronti di alcuni ne ha di fatto aperto uno ancora più grande – una voragine, più che una ferita – nei confronti di molti altri. La sentenza che molti pensionati (solo in Veneto interessa una platea di 300.000 persone) considerano legittimamente come riparatrice di un torto, opera a sua volta un torto ancora più grande nei confronti di chi pensionato a quelle condizioni non potrà esserlo mai (perché è cambiato il sistema di calcolo delle pensioni, e più generale il mondo del lavoro, non per propria volontà): e tuttavia è condannato a pagare i legittimi diritti altrui, di cui non potrà beneficiare mai. Infine, sanare oggi i diritti maturati ieri significa diminuire domani i diritti di chi già oggi ne ha meno, aprendo un conflitto intergenerazionale semplicemente gigantesco.

Con questa sentenza dunque non si sana un’ingiustizia, come con facile demagogia dicono oggi molti politici interessati al voto dei pensionati: al contrario, forse involontariamente, se ne apre una. E’ come se guardassimo la cosa per cerchi concentrici: se guardiamo solo al centro, è indubbio che si è restituito qualcosa a qualcuno cui lo si era tolto (seppure in una situazione di emergenza dei conti pubblici, quale era quella del governo Monti). Ma se guardiamo al disegno complessivo, questa restituzione toglie a qualcun altro. E anche questo va tenuto presente.

Non stiamo parlando di privilegi: molte pensioni che hanno subito il taglio non sono affatto privilegiate. Non si tratta dunque di aprire una guerra tra poveri: ma di affrontare insieme una situazione inedita che pone in conflitto interessi concorrenti. Del resto il problema è più ampio. Molte altre categorie hanno subito tagli degli adeguamenti Istat e di scatti stipendiali, per le stesse motivazioni di taglio della spesa pubblica (per esempio i docenti universitari: ma non, invece, i magistrati). Il problema dunque va al di là della sentenza, e riguarda in generale tutti i cosiddetti diritti acquisiti, cui le sentenze sono state finora largamente favorevoli: il che significa che, se si toccano per decisione politica, la decisione giuridica porta al reintegro.

Ora, è vero che, a rigore, non bisognerebbe togliere a qualcuno ciò che anni prima gli si era promesso. Ma è anche vero (come sappiamo anche nella vita privata: dalla paghetta dei figli al divorzio) che non sempre si è in grado di farlo. In particolare non si è in grado di farlo nei casi eccezionali di crisi economica che abbiamo attraversato: perché significherebbe semplicemente far pagare il prezzo ad altri, producendo un’ingiustizia molto maggiore, o addirittura provocando il fallimento del sistema e la conseguente disgrazia di tutti (pensiamo ad una crisi aziendale, ma anche solo a una famiglia che mantenga lo stesso tenore di vita a fronte di una drastica riduzione di entrate, a seguito della perdita della fonte di reddito di uno dei membri della medesima). Stupisce l’incomprensione della mentalità giuridica di problemi che anche all’elementare buon senso appaiono chiari (ma non ai rispettivi legittimi interessi: ognuno per sé vuole più che per gli altri). Ed è per questo che il primato della politica dovrebbe avere un senso, in questo come in altri casi.

Invece non è così. Non serve citare il conflitto di interesse dei magistrati, che hanno giudicato anche sulle loro, di pensioni. Né lo sconcertante silenzio nei confronti del governo, durato ben 50 giorni, dalla decisione presa alla pubblicazione delle sue motivazioni, che avrebbero consentito al governo più tempo per porre riparo a una sentenza dagli effetti devastanti sui conti pubblici. Diciannove miliardi di euro per compensare gli arretrati da pagare, senza contare gli effetti della sentenza sui prossimi anni, sono infatti una cifra colossale: e non può sfuggire che saranno semplicemente tolti ad altri che hanno meno (servizi sociali, nuove povertà, disoccupati, ecc.) o a tutti (investimenti in istruzione, sanità, diminuzione della pressione fiscale, ecc.). Mettendo contro garantiti rispetto a non garantiti, generazioni che hanno avuto la fortuna di nascere in un periodo di vacche grasse contro generazioni che, senza colpa alcuna, hanno solo avuto la sfortuna di nascere in un periodo di vacche in corso di progressivo dimagrimento.

C’è un problema di conflitto tra gruppi e generazioni, quindi. Ma anche un problema di conflitto tra poteri dello stato. Che non è nuovo. Nella debolezza della politica degli anni scorsi, è stata la consulta a decidere su temi chiave: dalla legge elettorale ai diritti civili fino alle pensioni, appunto. Ma si apre qui un gigantesco problema di democrazia. Cosa eleggiamo a fare un parlamento, e cosa diamo a fare un mandato a un governo per decidere, interrogandoci per mesi se non per anni sul modo migliore di farlo, se poi le decisioni fondamentali le prende un manipolo (12, in questo caso: di cui 6 non erano d’accordo!) di alti magistrati non elettivi? Altro che la risibile retorica sull’Italicum che parlava di deriva autoritaria: qui, dal punto di vista della democrazia, si pone un problema assai più grande. Di cui pare che pochi (e nessuno tra chi si opponeva all’Italicum) si accorga.

Il verdetto della Consulta. Pensioni, futura ingiustizia, in “Corriere Veneto”, 10 maggio 2015, p.1

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