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Lo scandalo Mose e la disfatta morale di una regione

Lo scandalo Mose è stato tra quelli più significativi della storia repubblicana. Almeno 60 milioni di euro solo in tangenti. A cui va aggiunta la lievitazione dei costi per la sovrafatturazione e per acquisire lavori a prezzi non di mercato. E infine una montagna di sponsorizzazioni e contributi a pioggia, al solo scopo di creare un clima favorevole al progetto, e di comprarsi il consenso. Una grande caritatevole mamma dalla cui mano benigna, impersonata dalla figura austera dell’imprenditore Mazzacurati, si sono nutriti tutti: dai politici alle iniziative culturali, dalle associazioni sportive alla curia arcivescovile. Una cifra così imponente che per sperperarla “non basta essere voraci. Bisogna sentirsi onnipotenti”. C’è questo al centro del nuovo libro di Renzo Mazzaro, “Veneto anno zero”. Ne viene fuori uno spaccato del Veneto impietoso. In cui i buoni vengono emarginati o sottoposti a trasferimenti punitivi: come i magistrati che indagano (cosa rara, nella totale riservatezza, senza preferire la tv all’aula di tribunale) e i finanzieri sottoposti dai loro stessi superiori, da cui sono costretti a difendersi, a tentativi di inquinamento delle prove, minacce e blandizie. E nessuno, neanche i giornali che pur danno voce alle indagini, che sia capace di capire la catastrofica grandezza di quanto sta accadendo, nelle sue spaventose dimensioni, e nelle sue molte implicazioni. Per non parlare della politica. Coinvolta fin nei suoi vertici regionali, con Galan: che sarebbe un personaggio da commedia all’italiana se non fosse stato per ben tre mandati (e pretendeva pure il quarto) l’uomo più potente della regione – uno che si faceva chiamare il Doge, e che nella smisurata opinione che aveva di se stesso si identificava addirittura con il territorio che sgovernava (“Il Nordest sono io” è il titolo del libro intervista che lo consacra). Ma assenti ingiustificati tutti gli altri: dagli alleati leghisti che non hanno visto né sentito nulla, pur avendo con Zaia la vice-presidenza della regione, alla (mancata) opposizione di sinistra, incapace di incalzare duramente quando le vicende sono emerse (avrebbe potuto essere la battaglia epocale, capace di rovesciare gli equilibri politici del Veneto, se ben condotta), quando non direttamente coinvolta, come nel caso Brentan (stesso metodo: solo più in piccolo) o nelle vicende di finanziamenti elettorali che hanno portato alla caduta del governo locale a Venezia. E’ un mondo alla rovescia, quello che emerge: in cui controllati e controllori sono le stesse persone (addirittura Galan e Chisso, attraverso prestanomi, partecipano con proprie aziende alla grande spartizione), fatto di falsi avvocati e risibili broker, ville da sogno e barche di lusso, notabili locali e leader nazionali che fanno da complici – gente con stili di vita da oligarca russo, e con la stessa finezza: ‘bauscia’, si dice a Milano, o ‘burini’, o ‘sboroni’, in dialetti più grevi. Ne esce malissimo anche il mondo dell’impresa: non subalterno, né complice, ma spesso dominus della situazione. Come puntualizza Mazzaro, “gli imprenditori non sono costretti a pagare per lavorare, come una certa pubblicistica continua a lamentare. L’unico taglieggiato è il contribuente”. Tanto che Confindustria veneta non farà neanche il gesto morale di costituirsi parte civile, come invece farà Confindustria nazionale per l’inchiesta “Mafia capitale”.

Manca qualcosa, al libro: perché tocca a noi aggiungerlo. Il tirare le conclusioni su piani diversi da quelli della cronaca giudiziaria. Il giudizio complessivo su una classe dirigente (che non è solo politica, ma anche imprenditoriale, e di libere professioni) se non corrotta, collusa, o comunque silente, insipiente, incapace di leggere, prima ancora che di denunciare, quanto stava accadendo. La mancanza di collante sociale, di senso del collettivo, l’ossessione per il proprio ombelico, l’ambizione della ricchezza sfoggiata, malguadagnata e mal spesa. La pochezza culturale, il provincialismo esibito e l’ignoranza plateale (delle regole, ma non solo), che diventano quasi un valore di cui fregiarsi, nell’apparente inesistenza di altri valori di riferimento. L’individualismo persino ossessivo e in qualche modo malato. La cultura del silenzio, dell’acquiescenza, in fondo omertosa; da cui segue, tra le altre cose, l’incapacità di reagire cambiando non solo persone, ma meccanismi e mentalità. E, infine, la morte di un metodo, il project financing, per come lo si è praticato finora. Il male è italiano, certo. Un paese che è al 69 posto sui 175 monitorati da Transparency International per indice di corruzione: dietro al Rwanda, ultimo in Europa con Bulgaria e Grecia. Che è al 103 posto al mondo per la tutela legale delle imprese. E in cui solo lo 0,4% dei detenuti è in carcere per reati economici e fiscali, contro una media europea del 4,1%, dieci volte tanto. Dati che si collegano tra loro. Che spiegano molto. Ma che non consentono al Veneto di vantare alcuna diversità o superiorità morale.

Mazzaro e l’anno zero del Veneto, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 maggio 2015, p. 4

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